In Italia, meno del 40% degli edifici scolastici rispetta tutti i requisiti di sicurezza. Ci sono scuole che si allagano quando piove, tetti che si sfondano e crollano sugli studenti, spesso mancano bagni funzionanti o addirittura la corrente per accendere le Lim. Nelle sovraffollate aule pollaio troviamo termosifoni spenti d’inverno e assenza totale di ventilatori o condizionatori nelle stagioni più calde. Il sistema del precariato, colpevole della mancanza di molti docenti in classe, ostacola gli studenti nell’esercizio del loro diritto allo studio e, soprattutto, macella le speranze di tutti quegli aspiranti professori che, dopo anni di dedizione e di sacrifici, si trovano messi in ginocchio da uno Stato assente e ladro. Uno Stato che concede stipendi da fame e contemporaneamente aumenta il costo della vita di tutti i giorni e, con essa, del materiale scolastico indispensabile per iniziare l’anno. E prima che qualsiasi lancia venga spezzata in loro onore: no, i “buoni libro” non aiutano affatto. Chiedetelo a tutte quelle famiglie monoreddito composte da più di due figli.
E allora, riprendendo le parole di chi ci ha preceduto, quelle che leggiamo sui libri di storia e di letteratura, noi chiediamo a questo governo:
«Fino a quando dunque abuserai della nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?»
Servono più fondi. Più attenzione. Più volontà da parte delle istituzioni. Serve di più.
Serve tutto quello che viene concesso a cause meno nobili, tutti i soldi che vengono investiti nel riarmo. Bisogna investire sul futuro, sui giovani. Che vengano acquistati libri, non armi.
Il cambiamento che chiediamo con forza, armati di tutta l’indignazione nostra e delle nostre famiglie, non è una chimera visibile solo ai nostri occhi. Non è il capriccio di una massa di infanti, anche se alla politica piace dipingerci così. E’ il sintomo di un malcontento generale, di un vento di protesta che spira dalla vetta della Torre Eiffel e attraversa l’Europa.
Noi studenti ci siamo stancati di far finta di niente, di aspettare che le cose cambino per noi. Ci insegnate, o almeno dovreste insegnarci, a coltivare il nostro pensiero critico, ad avere il coraggio di parlare quando non ci sentiamo ascoltati. È facile osservare il mondo dalla sicurezza delle nostre case, indignarsi davanti a uno schermo e convincersi che il proprio contributo non possa cambiare nulla. È più difficile uscire dall’indifferenza, informarsi, confrontarsi con chi ci circonda e assumersi la responsabilità di partecipare alla vita pubblica.
Studenti come me, amici, coetanei, la democrazia non vive soltanto nelle urne elettorali: vive anche nelle piazze, nelle assemblee, nelle scuole e in ogni luogo in cui qualcuno trova il coraggio di far sentire la propria voce. Non dobbiamo confondere la protesta con la distruzione, né la fermezza con la violenza. Ma non dobbiamo neppure permettere che la paura del disordine diventi una ragione per accettare in silenzio qualsiasi decisione. Il dissenso è parte della democrazia; il diritto di manifestare, di criticare e di chiedere conto a chi governa non è una concessione del potere, ma una libertà da esercitare e tutelare.
Victor Hugo, ne I miserabili, scrive:
«Au commencement l’insurrection est émeute, de même que le fleuve est torrent»:
«All’inizio l’insurrezione è sommossa, come il fiume è torrente».
Un malcontento collettivo può trasformarsi in un movimento capace di cambiare il corso della storia. Ma un torrente può anche straripare: la vera sfida è trasformare la rabbia in una forza consapevole, capace di perseguire la giustizia senza smarrire il proprio obiettivo.
La storia ci insegna che nessuna conquista civile dovrebbe essere considerata irreversibile e che ogni generazione è chiamata a interrogarsi sul mondo che eredita e su quello che intende lasciare a chi verrà dopo. La domanda, dunque, non è soltanto se il vento cambierà direzione, ma se saremo disposti ad alzare lo sguardo, a informarci, a far sentire la nostra voce e a partecipare alla vita democratica, invece di aspettare che siano sempre gli altri a decidere per noi. Perché il futuro non è qualcosa che ci viene semplicemente consegnato: è anche il risultato delle scelte che facciamo o non facciamo.
Antonio Cinquegrana
VA Linguistico









