Categoria: Metropolis | Young

  • Intervista ai commissari prefettizi del Comune di Torre Annunziata

    Intervista ai commissari prefettizi del Comune di Torre Annunziata

    In data 23 febbraio 2022 il Consiglio Comunale di Torre Annunziata è stato sciolto per infiltrazione mafiosa. Pertanto il Presidente della Repubblica, il 6 maggio dello stesso anno, ha nominato una Commissione composta da tre commissari prefettizi il Dott. Enrico Caterino, il Dott. Ferdinando Mone e il Dott. Marco Serra, che resteranno in carica per diciotto mesi  con l’arduo compito di ristabilire la legalità e indire nuove elezioni comunali.

    Noi studenti del Liceo statale “Pitagora-Croce” abbiamo voluto incontrare questi tre rappresentanti dello Stato per una “chiacchierata” che facesse il punto sulla situazione attuale della nostra città a distanza di un anno dal suo commissariamento.

    Siamo stati accolti nella sala consiliare con grande riguardo da parte dei nostri ospiti, che ci hanno messo a nostro agio e si sono mostrati ben disposti verso la nostra iniziativa. Prima di cominciare con le domande, il dott. Enrico Caterino ci ha chiesto quale fosse la nostra idea su Torre Annunziata e quali fossero le criticità più importanti per noi giovani. Il primo spunto importante che è “saltato” immediatamente fuori è stato la mancanza assoluta di luoghi di associazione e di incontro per noi giovani, unitamente all’assenza di spazi verdi e parchi per i bambini.

    Durante l’intervista sono state affrontate diverse tematiche, tra le quali l’abbandono di rifiuti lungo le arcate borboniche, situate nei pressi del porto della città oplontina. I commissari hanno perseguito l’iniziativa di ripulire la zona non solo con lo scopo più immediato di eliminare i rifiuti, ma soprattutto con quello di dare un volto nuovo a Torre Annunziata e permettere ai cittadini “sani” di poter fruire dei luoghi più belli della città. Purtroppo l’impresa è risultata fin da subito impossibile e quasi irrealizzabile perché l’inciviltà degli abitanti ormai “compromessi”, come definisce il dott. Enrico Caterino, ha portato il problema a ripresentarsi.

    Discutendo dei luoghi trascurati di Torre Annunziata, abbiamo ritenuto fondamentale chiedere un chiarimento sulla struttura della biblioteca comunale, sita in Palazzo Criscuolo e ormai abbandonata. I reggenti hanno affermato che per permettere la riapertura della biblioteca è fondamentale catturare l’interesse di coloro che si impegnerebbero nella sua gestione, a cui si potrebbe associare l’idea di trasformare la sala consiliare del suddetto palazzo in un’aula di lettura e studio per i giovani.

    Un altro punto importante della discussione ha riguardato “Villa del Parnaso” dove, allo scopo di rendere più “viva” la parte della città che affaccia sulle spiagge, i commissari hanno proposto la costruzione di uno chalet. Riguardo poi il lungomare, hanno dichiarato di avere intenzione di dotare la cosiddetta “Mappatella”, spiaggia pubblica della città, di nuovissimi servizi come bagni, docce, scivoli per disabili e un campo da beach-volley. Invece Capo Oncino, luogo magico e suggestivo a picco sul mare, non è sotto la responsabilità del comune per cui, sfortunatamente, non può essere recuperato.

    I commissari ci hanno parlato delle numerose e grandi potenzialità di Torre Annunziata e di come noi giovani, diversamente dagli adulti, possiamo e dobbiamo perseguire la legalità e investire il nostro futuro in quello della nostra città che, dal progetto di pulizia della Salera a quello del potenziamento del porto, da quello del recupero dello Spolettificio a quello dell’ampliamento degli scavi, è una località amena e turistica che non ha nulla da invidiare alle altre bellezze d’Italia.

    In chiusura, la nostra curiosità si è appuntata sul modo in cui i tre rappresentanti dello Stato riescano ad approcciarsi ad un territorio così difficile, in cui la malavita dilaga in maniera così eclatante, e su come riescano a conciliare il proprio lavoro con così tante lotte da combattere. Ci hanno risposto affermando che senza dubbio si tratta del loro dovere principale verso la comunità e che si dedicano con tutto il proprio impegno a rendere la nostra cittadina un posto più sicuro soprattutto per noi generazioni presenti e per quelle future.

     

    Anna Sbrizzi, Giorgia Cannavacciuolo (IIIA classico), Anna Greco, Federica Gallo, Maria Cristiano (IIID scientifico)

  • L’indifferenza, quella maledetta abitudine di voltare sempre la testa

    L’indifferenza, quella maledetta abitudine di voltare sempre la testa

    “Le nostre vite finiscono quando tacciamo di fronte alle cose davvero importanti”, affermava Martin Luther King.

    L’omertà e l’indifferenza non portano mai a nulla di buono: i più tristi eventi storici sono accaduti nell’indifferenza generale, soltanto perché “tanto non riguarda me”. E ancora oggi questo è l’atteggiamento che generalmente prevale. Basti pensare a quello che sta accadendo in Lipa, in Bosnia, ignorato da molti anche perché i giornalisti hanno dato maggior rilevanza ad altri eventi e problematiche.

    Tutto inizia il 23 dicembre 2020 in seguito a un incendio; ma procediamo per gradi. A Lipa c’erano campi profughi costruiti per accogliere gli immigrati, uomini, donne e bambini, provenienti da paesi come il Pakistan, l’Afghanistan e il Bangladesh, paesi dove la guerra è una tragica realtà sempre viva. Vivendo sicuramente, nel campo, in una condizione molto disagiata, con carenza di cibo e igiene praticamente inesistente, gli immigrati hanno provato a fuggire nei paesi confinati con la Bosnia, quindi verso l’Italia, la Slovenia e la Croazia, da cui però, forse per motivazioni politiche oppure a causa dell’epidemia che stiamo affrontando, sono stati rimandati indietro, nei campi, nonostante si sapesse bene a cosa andavano incontro. Ma dopo l’incendio del 23 dicembre scorso, causato dagli stessi migranti, questo campo viene considerato come una sorta di olocausto moderno, una realtà a noi vicina, ma di cui si parla ancora troppo poco.

    Ci sono pervenute testimonianze orribili. Basti pensare alla storia di Alì, un giovane tunisino. Alì, volendo raggiungere il figlio in Germania, si è fermato in questo campo profughi da cui ha provato a scappare per ben sette volte, raggiungendo il confine della Bosnia. Lì è stato sempre aggredito dai cani, di cui portava i segni sulle gambe martoriate. Ma ha insistito: l’idea di poter riabbracciare il figlio gli ha dato la forza di continuare a provarci. Così ha percorso nuovamente il bosco verso il confine con la Croazia; ma è proprio qui che accadrà il peggio. Le guardie croate lo hanno preso e colpito ripetutamente con i manganelli: Alì vede il rosso del suo sangue brillare in mezzo alla neve gelida del bosco. Poi lo lasciano andare, ma gli tolgono le scarpe. Costretto a camminare nel gelo a piedi nudi, senza abiti adeguati, malnutrito, Alì in un modo o nell’altro riesce a fare rientro nel campo, ma ormai in ipotermia. Così è stato portato in ospedale dove, dopo 9 mesi di agonia, si è spento, senza poter dare un ultimo abbraccio al suo bambino.

    Ci è pervenuta, inoltre, la testimonianza di Pietro Bartolo, l’ex medico che, dopo aver visitato questo campo sormontato da un recinto metallico, ha voluto sollecitare la politica europea a cambiare rotta quanto prima: pur avendo affrontato una situazione di emergenza come la pandemia, l’Europa non riesce a dare a queste persone un futuro e una vita decorosi.

    Oltre a queste due testimonianze, ce ne sono sicuramente tante altre che però non hanno ancora voce, testimonianze di cui probabilmente non verremo mai a conoscenza poiché, a differenza di quanto accaduto ad Aushwitz, non c’è sensibilizzazione né interesse riguardo questo argomento: alcune persone, che non ne sono a conoscenza, vivono nell’inconsapevolezza; chi invece ne è consapevole, vive nell’indifferenza considerando questa come una realtà lontana. Dovremmo invece ricordare e far ricordare queste situazioni terribili per evitare che si ripetano, per garantire a chi si troverà a vivere situazioni simili a queste, la dignità e i diritti fondamentali riconosciuti a ogni persona dalle diverse Dichiarazioni universali dei diritti umani e dalle diverse costituzioni, certi che, così, come afferma Cicerone, “Historia magistra vitae est”, la storia è maestra di vita (De oratore II, 9).

    Tullia Lorenzo e Mariapia Vitiello

    5b classico

  • La mostra online su Raffaello. Una luce nella storia dell’arte.

    La mostra online su Raffaello. Una luce nella storia dell’arte.

    Nato il 6 aprile 1483 a Urbino, Raffaello Sanzio, conosciuto anche solo come Raffaello, è stato sicuramente uno tra i più illustri pittori e architetti del Rinascimento. Apprese i primi elementi della pittura dal padre, Giovanni de’ Santi, che possedeva una fiorente bottega impegnata nella produzione di opere per le famiglie aristocratiche locali. Lavorò poi alla scuola del Perugino ma ben presto iniziò, da maestro, il suo percorso artistico autonomamente, acquistando una notevole fama. Sono di Raffaello alcuni capolavori dell’Alto Rinascimento: pitture come “Lo sposalizio della Vergine”, “La Madonna del cardellino”, “La scuola di Atene”, “La Madonna della seggiola”, “La sacra famiglia Canigiani”; gli interventi come architetto nella Basilica di San Pietro, e la Cappella Chigi e Villa Madama. Alcuni capolavori di Raffaello, precisamente 120, sono esposti in un’importante mostra  alle Scuderie del Quirinale a Roma, organizzata in collaborazione con la Galleria degli Uffizi, i Musei Vaticani, il Parco Archeologico del Colosseo, la Galleria Borghese, per celebrare i 500 anni dalla morte di questo straordinario artista, avvenuta nel giorno del suo compleanno, il 1520. Questa mostra, attesa in tutta Europa, è stata inaugurata il 5 marzo scorso ma chiusa il 10 a causa dell’epidemia di Coronavirus che sta investendo il mondo. Tuttavia, seppur colti alla sprovvista, gli organizzatori hanno previsto una visita guidata online, in cui i visitatori possono perdersi ad ammirare i vari capolavori esposti, attraverso gli hashtag #RaffaelloOltreLaMostra e #RaffaelloInMostra. Raffaello, seppur considerato erroneamente da alcuni critici non allo stesso livello di artisti come Michelangelo, Leonardo da Vinci e Caravaggio, in realtà ha sicuramente lasciato, nonostante la sua  giovane età (muore infatti a soli 37 anni), un segno indelebile nella storia dell’arte. Infatti egli è stato, ed è tuttora, un grande artista per la capacità di far apparire semplice la complessità e dare espressione a sentimenti ed emozioni con grande spontaneità. A dimostrazione della sua magnificenza ricordiamo l’iscrizione sulla sua tomba: “Questi è quel Raffaello da cui la Natura temette di esser vinta mentre era vivo e, ora che egli è morto, teme di morire.”

    Tullia Lorenzo e Mariapia Vitiello

    5b classico

  • Impariamo tutti a dire Ubuntu, unione.

    Impariamo tutti a dire Ubuntu, unione.

    Ubuntu è parola bantu che significa unione, fratellanza. Da circa quattro anni l’associazione Ubuntu è impegnata a Torre Annunziata in attività di utilità civica per incoraggiare l’istruzione e sostenere i diritti dei minori che si trovano in situazioni disagiate, in particolare rom e immigrati. L’associazione, dunque, ha come scopo l’eliminazione delle discriminazioni e dei maltrattamenti nei confronti di queste persone, che vengono aiutate anche a prendere coscienza dei propri diritti. I rom, in particolare, sono gli ‘invisibili’ della nostra società: arrivati spesso in modo illegale 8cioè senza documenti) in Italia, sono un popolo senza diritti: cacciati da vari luoghi, vivono spesso in baracche fatiscenti e non hanno assistenza sanitaria né la possibilità di iscrivere i bambini a scuola. Per favorire la loro integrazione l’associazione propone diversi progetti strutturati su due capisaldi: l’accoglienza dei bambini e il loro inserimento a scuola da un lato e quella dei genitori dall’altro. Tra le attività con i bambini, che avvertono un bisogno di integrazione e di normalità, ci sono: laboratori di psicomotricità; laboratori artistico-creativi (pittura e teatro); laboratori di lettura, ascolto e scrittura; uscite sul territorio. Tra le attività con i genitori, invece, ci sono lo sportello di ascolto e il laboratorio di igiene alimentare con gettone di presenza (buoni spesa che vengono dati ogni due o tre incontri). Questi progetti vengono organizzati con l’aiuto di esperti esterni, di volontari dell’associazione Ubuntu e volontari di un istituto superiore di II grado del territorio.

    Tullia Lorenzo e Valeria Posticcio

    5b classico

  • Cosa ha da dirci ancora oggi Platone

    Cosa ha da dirci ancora oggi Platone

     

     

    -“Basta! Non voglio più ascoltarti!”

    -“Ma dai, mancano poche pagine e domani devo essere interrogata, che ti costa? Ascoltami!”

    -“Non ci vediamo da una vita e tu mi parli di Platone? Di questo ateniese nato nel 428/427 a.C.? Ma cosa vuoi che me ne importi?”

    -“Senti, io ti sto chiedendo di ascoltarmi e basta, non ti ho chiesto se ti interessa. Prestami un po’ del tuo tempo, non ti chiedo tanto. Platone è attualità e tu nemmeno te ne rendi conto. Credi che di questa figura così lontana mi debba rimanere che si chiamava Aristocle ma fu soprannominato “Platone” per l’ampiezza della fronte o quello che ha detto e sostenuto?”-

    Certe volte con mia cugina litigo per un nonnulla, ma mi infastidisce che lei non comprenda questo aspetto importantissimo: la filosofia non è qualcosa di “antico” o di “superato”, per me, è assolutamente attualità e lo vorrei condividere con lei, ma niente da fare, pensa che io stia per cantilenare le solite informazioni: data e luogo di nascita, spostamenti, figli, mogli, opere, e tanto altro, quei dati che si dicono per far vedere che hai studiato, ma che dopo tre settimane magari non ricordi più. In ogni caso, se ne sta lì, seduta sul divano che guarda sempre l’ombra dei suoi piedi e non mi ascolta. Mi sembra di essere l’uomo che, uscito dalla caverna, torna dagli altri prigionieri per poi sentirsi dire che ha gli occhi “guasti” e magari viene pure deriso. La verità è che nella caverna si sta comodi, si sta bene, essere attaccati alle certezze, che forse non sono nemmeno tali, è rassicurante. Tutti sono rinchiusi nelle caverne, sono poche le persone che riescono ad uscire, a vedere la realtà, perché la maggior parte si affida ai sensi, alle sensazioni, praticamente si ferma alla prima impressione senza considerare il resto. Si ferma alle ombre. Forse non si è abituati alla verità, alle entità reali, ognuno ne avrebbe bisogno a piccole dosi, perché così come non è facile sostenere la luce del sole, non è facile neppure sostenere la verità, o almeno non subito, ma è ciò che serve. Anzi, servirebbe un Platone, magari da immaginare come quello raffigurato da Raffaello nella Scuola d’Atene, che andasse per le strade di tutto il mondo, che raccontasse di nuovo questo mito per far rendere conto alle persone che non tutto ciò che vedono è assoluta verità, che le ombre non sono altro che le imitazioni di cose reali. La gente poi, avrebbe voglia di condividere la luce che riempie gli occhi e dissolve le ombre, preoccupandosi di tutte le altre persone che, per loro, sono ancora incatenate nella caverna.

    -“Platone, nella nostra società, non dovrebbe fare nulla di nuovo, se non ripetersi, e noi chiedere scusa per non averlo ascoltato.”- continuo dicendole- “Tu potresti iniziare a chiedere scusa a me!”

    -“Su, parla! Ma dopo ti dico storia e nessuna scusa.”- Ci stavo riuscendo, ero entrata di nuovo nella caverna, stavo parlando a lei, la prigioniera, e incredibilmente non mi stava deridendo, prendendo in giro; mi stava lasciando entrare in un luogo a cui non ero più abituata. Allora inizio a parlare, a ripetere Platone, a dire quelle informazioni che adesso ricordo e magari domani no, le sue idee, i suoi concetti e lei non si annoiava, non sbadigliava, il sole se n’era andato e lei non guardava più l’ombra dei suoi piedi ma me, stava uscendo dalla caverna: stava cogliendo l’attualità della filosofia ed io ero eccitatissima. Ed eccoci, entrambe, fuori alla caverna, abituate alla luce del sole che riscaldava la pelle, le ossa e anche il cuore.

     

    Lucia Izzo 3B classico

     

     

     

     

  • Il Politicamente Corretto: quando è forma, quando è sostanza

    Il Politicamente Corretto: quando è forma, quando è sostanza

    L’espressione politically correct (in italiano politicamente corretto) è un’espressione linguistica nata nell’America degli anni Trenta del XX secolo, in un momento storico in cui il paese era fortemente insidiato dal sentimento dell’odio razziale. In particolare negli ambienti universitari liberali dell’epoca, nasceva il bisogno di una comunicazione esente da pregiudizi verso ogni tipo di minoranza e che fosse improntata al rispetto della diversità. Il politicamente corretto mira quindi all’eliminazione di stereotipi negativi e di preconcetti spesso veicolati tramite il linguaggio. Tuttavia, soprattutto negli ultimi decenni, una errata interpretazione del politically correct ha portato progressivamente la società ad averne una considerazione falsata: la pressante attenzione al parlato ha avuto come conseguenza la percezione di una limitazione alla possibilità di esprimere liberamente le proprie idee; ma, come l’origine di questo tipo di comunicazione suggerisce, il fine ultimo è quello di esprimersi nel rispetto delle categorie di cui si parla. Difatti, in particolare sui social, troviamo questa espressione al centro di discussioni in cui il politicamente corretto è il bavaglio che si contrappone alla libertà di espressione. Tale argomentazione è stata proposta recentemente da Donald Trump e dai suoi sostenitori, dopo che il leader repubblicano è stato privato di tutti i suoi profili social da ogni sorta di piattaforma, in conseguenza del suo incoraggiamento all’invasione di Capitol Hill da parte di manifestanti armati attivatisi in suo favore.

    Tuttavia non è facile rispettare il politically correct in quanto chi si esprime ha bisogno di informazione e conoscenza. Ad esempio, la trattazione errata di alcuni argomenti da parte della stampa, soprattutto legati alla questione gender, si muove in una direzione opposta a questo atteggiamento. Il recente caso di cronaca di Paola e Ciro, largamente trattato dalla stampa nazionale, ha acceso i riflettori sull’insufficiente preparazione da parte dei mass media per la trattazione di tali argomenti.

    Altra obiezione a contrasto del politicamente corretto è il considerarlo una semplice forma di perbenismo, alimentato non dal senso di rispetto, ma da mera adeguazione alla massa, che sfocia quindi in un comportamento ipocrita. Seppure sia importante assumere un atteggiamento rispettoso nei confronti di tutti, si rischia di degenerare se non si tiene conto del contesto delle diverse situazioni. Un esempio calzante è sicuramente la recente rimozione da alcune piattaforme di streaming online di celebri film come Via col vento e Grease, ritenuti discriminatori da più punti di vista. L’azione si configura come estrema nell’applicazione del principio del politicamente corretto in quanto il contesto in cui questi film vanno ad inserirsi viene messo in secondo piano rispetto all’opinione pubblica attuale; ma è assai sbagliato guardare al passato con gli occhi di oggi, poiché i valori della società mutano nel tempo.

    In conclusione, il politicamente corretto non è altro che una forma di rispetto. Potremmo concludere con le parole della giornalista e conduttrice radiofonica Loredana Lipperini: “Non è censurando, allontanando o ritentando l’esperienza fallimentare del politically correct che si ristabilisce un equilibrio ormai perduto di vista. Semmai, vigilando: e dunque, entrando nel mondo dei simboli per osservarli e riconoscerli. Per renderli, forse e finalmente, innocui.”

     

    Adele Russo, Gianluca Fiordoro V A classico

  • DIARIO DI BORDO: UN ANNO DI DAD

    DIARIO DI BORDO: UN ANNO DI DAD

     

    Da circa un anno noi allievi e i nostri docenti siamo diventati quasi degli esperti in materia di DAD e videolezioni, dato che col tempo abbiamo dovuto imparare come funziona questa nuova forma di didattica. Per utilizzare la DAD, non c’è bisogno di nessuna preparazione informatica. Anzitutto, la scuola crea un account istituzionale per ogni alunno. La tappa successiva è scaricare due applicazioni: la prima, Classroom, permette ai professori di caricare gli assegni e agli studenti di consegnare i compiti, la seconda, Meet, è usata per le videolezioni. Inserendo il link fornito dalla scuola, gli alunni devono attivare poi la telecamera, in modo che i docenti possano vederli. Esiste, inoltre, una chat di gruppo in cui è possibile scrivere dei messaggi, inviare link o frasi da far tradurre. Una funzione molto vantaggiosa è “condividi schermo”, che permette ai professori di spiegare attraverso dei power point o mostrare film o documentari ai ragazzi. È come una sorta di specchio, che trasmette tutto ciò che compare sullo schermo di chi presenta. Non è, dunque, complicata la DAD, se non fosse che la sua funzionalità dipende totalmente dalla qualità del Wi-Fi della zona in cui si abita.

    Chiara Cinquegrana IIIA Classico

     

    DAD: didattica a distanza, ma non solo, anche un percorso, un’esperienza condivisa da milioni di persone. A partire da marzo dell’anno scorso, alunni e professori si sono ritrovati improvvisamente dinanzi ad un computer, a fare i conti con la tecnologia e ad imparare ad usare diverse applicazioni. Quando è iniziata la DAD, un po’ tutti siamo stati contenti di non doverci alzare presto la mattina, fare una colazione veloce e prepararsi frettolosamente, rischiando di dimenticare un libro o un quaderno a casa. Ci è sembrato, infatti, che tutto sarebbe stato più facile, nascondendosi dietro le iniziali dei cognomi sul desk. Poi, giorno dopo giorno, ognuno ha compreso che questa DAD è molto di più: essa richiede una maggiore responsabilità, un serio impegno ed anche una nuova autonomia da parte degli studenti. A ogni data in cui si credeva che ci sarebbe stato un ritorno in classe, gli alunni, così come i docenti, hanno provato gioia e dispiacere, perché ognuno sapeva che non sarebbe stato così. Oggi la situazione è completamente cambiata: alcuni studenti sono tornati tra i banchi, altri purtroppo sono ancora qui, dietro lo schermo, a vedere le iniziali colorate dei loro compagni o dei visi a volte sgranati.

    Federica Esposito, Lucia Izzo, Valeria Librera, Paola Oliva IIIB Classico-

     

    La scoperta del mondo digitale, utilizzato in ambito scolastico, ci ha portato alla conoscenza della Didattica a Distanza. Nonostante le molteplici critiche, che sono state rivolte a questo nuovo modo di fare scuola, siamo riusciti ugualmente a trovare in esso dei lati positivi, che ci hanno aiutato ad affrontare questo periodo con più serenità e consapevolezza. Innanzitutto, senza la DAD, l’anno scolastico, interrotto ormai da quasi un anno, sarebbe stato, come molti credono, irrimediabilmente perso; al contrario, grazie ad essa, possiamo continuare la nostra istruzione. Per di più, noi ragazzi ci stiamo responsabilizzando e stiamo imparando a gestire lo studio anche da soli, dal momento che apprendere attraverso le videolezioni risulta più difficile. Inoltre coloro che a scuola ritenevamo i nostri peggiori nemici, ovvero i professori, nella didattica a distanza si sono rivelati grandi alleati, capendo ogni nostro problema e cercando di aiutarci nei momenti di difficoltà. Nonostante sia divertente prendere parte a delle classi virtuali e vivere questa nuova esperienza, ci piacerebbe tornare alla vecchia e monotona quotidianità scolastica.

    Marta De Cristoforo, Camilla De Rosa, Lavinia Longobardi IIIB Classico-

     

    Sebbene la DAD offra innumerevoli vantaggi, molti sono anche i limiti. Lo schermo del computer compromette il rapporto insegnante-studente, oltre alle dinamiche di gruppo che si creano in aula. La possibilità di celarsi dietro le proprie iniziali impedisce agli studenti di interagire tra loro, la collaborazione è fortemente ostacolata e questo potrebbe sminuire la compattezza della classe. Lo stesso scambio di informazioni didattiche via chat risulta asettico, giacché non trasmette sufficiente empatia. La lezione online è povera di elementi arricchenti, come il contatto umano e la comunicazione diretta, fatta non solo di parole ma di gestualità, fondamentali soprattutto per i più piccoli. Inoltre, la tecnologia non sempre facilita lo svolgimento delle lezioni: talvolta la scarsa dimestichezza di professori e alunni, i frequenti problemi legati alla connessione o ai dispositivi mettono ulteriormente alla prova questa inedita modalità di apprendimento. La distanza impedisce poi  agli insegnanti di valutare efficacemente gli studenti, fortemente tentati di copiare, a discapito della propria formazione e del proprio bagaglio culturale, che indubbiamente ne risentirà.

     

    -Martina Izzo, Martina Di Sarno IIIB classico

     

    Dalla DAD abbiamo appreso moltissime cose che in tempi normali non avremmo potuto imparare. Abbiamo compreso l’importanza delle lezioni in presenza, dello stare insieme, del contatto fisico e visivo che c’è in classe. Vedere gli insegnanti e i compagni attraverso uno schermo, non è il massimo. Si percepisce quella mancanza, quel senso di incompletezza e insoddisfazione al termine di una lezione; non si torna a casa e non ci si saluta con i compagni fuori scuola. Crediamo, però, che la cosa più importante di tutte, insegnataci dalla DAD, sia la Responsabilità, quella con la “r” maiuscola. Abbiamo compreso che è inutile imbrogliare, attaccando fogli sullo schermo e leggere tutto durante un’interrogazione: questo, infatti, prima o poi ci si ritorcerà contro, giacché della scuola non ricorderemo i voti che abbiamo avuto, ma ciò che abbiamo imparato. La DAD ci ha fatto capire, inoltre, che possiamo trovare la spinta e l’occasione per crescere e per migliorarci anche da una situazione di disagio: abbiamo fatto “di necessità virtù”. Grazie ad essa, abbiamo acquisito anche la consapevolezza che i nostri insegnanti hanno la capacità di educare il cuore, oltre che la mente e per questo saremo loro sempre grati.

    Francesco Angrisani, Antonio Fasoletto, Simone Gargiulo IIIB Classico

  • Discriminazioni di genere: le parole fanno la differenza

    Discriminazioni di genere: le parole fanno la differenza

    Il sessismo è molto più radicato nella nostra società di quanto alcuni fenomeni evidenti dimostrino, come ad esempio il divario salariale fra uomo e donna o la violenza di genere. In realtà, spesso agisce in maniera subdola, nascondendosi dietro espressioni e modi di dire che hanno origini molto antiche e rafforzano l’idea di inferiorità della donna, che rimanda all’antica organizzazione familiare e mentalità del patriarcato. Ne è un esempio il termine “signorina”, utilizzato per sminuire verbalmente la posizione occupata da una donna, esclusivamente in relazione al fatto che non abbia un uomo al suo fianco. Al contrario, alle donne sposate ci si riferisce con “signora”, titolo che implica maggior rispetto, ma sempre sulla base del legame con un uomo. Un’altra espressione particolarmente retrograda è, secondo noi, “angelo del focolare”, usata in passato in riferimento al ruolo di moglie e madre di una donna, che oggi ha assunto un’accezione dispregiativa.

    A questo proposito, Valeria Della Valle, direttrice del vocabolario Treccani, questo mese è intervenuta sul giornale La Repubblica per raccontare che negli anni ’70 si impegnò per eliminare dal vocabolario proprio quest’espressione offensiva. La studiosa ha voluto ricordare quest’episodio in occasione della recente petizione presentata da cento donne italiane per rimuovere dai dizionari tutti gli insulti di natura sessista comunemente rivolti alle donne. Della Valle ha fatto notare che eliminare parole come “troia”, “puttana”, “cagna” e “zoccola” equivarrebbe a commettere il suo stesso errore di giovane linguista: cancellare dal linguaggio scritto la storia della degradazione delle donne a meri oggetti sessuali non apporterebbe alcun miglioramento alla loro immagine presente. Piuttosto, è necessario conservarne il ricordo, in modo da acquistare consapevolezza riguardo al tipo di mentalità che ha partorito queste offese, poiché questa stessa cultura sopravvive oggi.

    A dimostrazione di questo, sul dizionario online Virgilio fra i sinonimi del termine “donna” troviamo parole come “sesso debole”, “signorina”, “donna di servizio”, mentre uno dei contrari è l’espressione “sesso forte”. Si arriva così a una sorta di paradosso: da una parte abbiamo la linguista Della Valle, impegnata a offrire alla donna una giusta rappresentazione attraverso il linguaggio, dall’altra un dizionario che descrive la donna secondo il tipico stereotipo di debolezza. Al di là di ciò che è giusto o sbagliato, questo duplice punto di vista dimostra il potere che la lingua detiene sulla questione della parità di genere: in un dibattito tanto vario e complesso, una parola può fare la differenza.

    Nella nostra generazione, ciò è valido soprattutto relativamente alla violenza di genere. Sui social ormai spopola l’hashtag #notallmen, cioè “non tutti gli uomini”, diventato di tendenza soprattutto in seguito alla notizia dell’uccisione della giovane Sarah Everard a Londra. Molti ragazzi, quando sentono parlare di violenza sulle donne, reagiscono con affermazioni del tipo: “Non tutti gli uomini sono dei molestatori: io non sono uno di loro e quindi non mi pongo il problema”. Di certo non realizzano che la questione va ben oltre il loro diretto coinvolgimento, fra l’altro tutto da verificare. Infatti, quest’espressione banalizza il fenomeno della violenza sulle donne perché diventa la difesa di un gruppo che di difesa non ha bisogno, in quanto la nostra società è già plasmata sulle esigenze degli uomini.

    Allo stesso modo, sono estremamente dannose anche le tipiche frasi da titolo di prima pagina, come: “Giovane ragazza stuprata da tre uomini per strada”. La voce passiva del verbo è diventata di uso comune per descrivere simili eventi; quando è associata a osservazioni sull’abbigliamento femminile o sul trucco, rinforza la tendenza a colpevolizzare le vittime di violenze e molestie, che sono invece innocenti.

    Risulta quindi evidente che per cambiare i meccanismi di una società come la nostra, che affonda le sue radici in secoli di storia, è necessario modificarne le fondamenta e dunque agire innanzitutto sul linguaggio.

    Arianna de Martino e Chiara Falanga, IIIA Classico

  • La speranza è tutta in un vaccino…

    La speranza è tutta in un vaccino…

    Dopo mesi estenuanti di privazioni, divieti e paure, il 2021 si è aperto con la concretizzazione del progetto vaccinale e, finalmente, sono state somministrate le prime dosi.

    Il ministro della Salute, Roberto Speranza, con l’approvazione di Senato e Camera dei Deputati, ha previsto inizialmente un piano vaccinale di oltre 215 milioni di dosi gratuite, con inizio a partire dal 27 dicembre 2020.

    Tuttavia, i piani sono stati rivisti a causa del ritardato arrivo delle dosi. E, mentre l’Europa afferma di voler mantenere il più possibile, in un modo o nell’altro, il vecchio progetto di somministrazione vaccinale, si attende l’approvazione del vaccino AstraZeneca, da affiancare a Pfizer, così da accelerare ulteriormente la tempistica: così facendo, spiega il commissario straordinario Arcuri, riprendendo la campagna vaccinale intorno alla metà di febbraio, si arriverà quasi alla metà delle dosi precedentemente pattuite.

    In territorio europeo, si muovono le prime campagne vaccinali ed alcune storie risultano toccanti: è il caso, ad esempio, di Mr. William Shakespeare, 81 anni, secondo al mondo a ricevere il vaccino.

    Nel frattempo, però, le opinioni a riguardo non sono tutte positive. Numerose persone non si fidano del vaccino e ne temono gli effetti collaterali, mentre i giovani, in realtà, sembrano più favorevoli alla somministrazione vaccinale.  Abbiamo pensato di proporre un sondaggio all’interno del nostro liceo, il “Pitagora – B. Croce” di Torre Annunziata, ponendo una semplice domanda agli studenti: “Se avessi, adesso, la possibilità di fare il vaccino, lo faresti?”. La risposta dei giovani è stata molto chiara: su 205 studenti solo 31 hanno risposto negativamente; mentre l’84% degli studenti accetterebbe la somministrazione anche subito. Inaspettatamente, i ragazzi sono a favore del vaccino, perché lo considerano come la fine di questo periodo da incubo.

    Per comprendere soprattutto le paure dei nostri coetanei abbiamo allora proposto un ulteriore sondaggio, in modalità differente: in una scala di grandezza da 1 a 10 i ragazzi hanno espresso la misura della propria paura di assumere il vaccino. Il risultato è stato anche qui inaspettato, ma coerente: la media infatti è di 3,7 su 10, un valore alquanto basso. Ma quali sono le paure di ragazzi? La paura prevalente riguarda soprattutto le allergie, dal momento che non vi sono ancora certezze a riguardo. Altri, invece, hanno espresso differenti timori: “Noi ragazzi saremo sicuramente gli ultimi a cui verrà somministrato il vaccino: e se i tempi fossero tanto lenti da impedirci di assumerlo nei tempi prestabiliti? Se ciò avesse ripercussioni sulla scuola? E se quest’incubo non terminasse neanche dopo i vaccini?”. C’è però anche chi spera uscire da questa infernale situazione prima e indipendentemente dal vaccino.

    Tutti questi quesiti mostrano l’incertezza dominante. Tuttavia, il timore per il nuovo farmaco è stato soppiantato dalla paura di restare in questa condizione; se il vaccino corrisponde all’unica via d’uscita da questo incubo, l’unico compromesso per tornare ad una vita “quasi normale”, allora tutti saremo disposti a farlo. I ragazzi sentono di essere psicologicamente provati e, forse, i segni di questo virus non saranno mai cancellati del tutto. Prima terminerà questa situazione, più sarà possibile non crollare. I giovani sperano di ricevere presto la propria dose, con la speranza che i ritardi nelle consegne degli ultimi giorni non risultino particolarmente insidiosi per il programma italiano di vaccinazione.

    È bene, dunque, che l’intera popolazione mondiale, compresi negazionisti e scettici, venga sensibilizzata alla somministrazione del nuovo farmaco: non vi è altro modo per il ritorno alle proprie abitudini, alla possibilità di donare e di ricevere un abbraccio; non vi è altro modo per ritornare a respirare, abbandonando gli ormai abituali dispositivi di protezione. Non vi è altro modo per ritornare a vivere, se non proteggersi.

     

    Pucillo Carmela e Matrone Stefania, 4b classico, liceo Pitagora -B. Croce

  • 10 MOTIVI PER LEGGERE DANTE.

    10 MOTIVI PER LEGGERE DANTE.

    Padre della lingua e sommo poeta della letteratura italiana, Dante è studiato a scuola da sempre. Di fatti imbattersi nella Divina Commedia, misurarsi con un la sua grandezza, è, come per tutte le grandi opere dell’umanità, uno strumento per approfondire la conoscenza circa noi stessi e la nostra storia, per indagare e scoprire la dimensione dell’uomo. Parlare di Dante Alighieri non è certo semplice, ma al tempo stesso, Dante è stato in grado di parlare al suo tempo, di parlare ancora oggi e certamente di parlare ancora in futuro a noi tutti. Prima di essere padre della nostra lingua, della nostra letteratura, dei pensieri occidentali, Dante è padre della nostra mente e dei nostri cuori, è innanzitutto “uomo”, il più grande modello esemplare di uomo, di tutti i tempi, al quale attingere per imparare a vivere la vita intensamente. Leggere e studiare Dante equivale a scegliere l’umanità, in un mondo in cui questa viene ripudiata. Ecco perché oggi farlo è importante più che mai. E’così che nasce, il 25 marzo, il Dantedì, giornata in memoria del sommo poeta. La scelta del 25 marzo non è affatto casuale, gli studiosi identificano proprio in questa data, infatti, l’inizio del viaggio di Dante nell’aldilà nonché l’inizio del più grande viaggio per l’umanità! Un poeta e una cultura che meritano di essere celebrate, fonti di conoscenza e di apprendimento ineguagliabili, dalle quali è impossibile non rimanere affascinati, nelle quale è impossibile non rispecchiarsi, per cui, insomma, sono sufficienti dieci motivi per innamorarsene perdutamente!

    1) DANTE, UN UOMO SMARRITO COME NOI:

    Come Dante si trova impaurito e perso all’ingresso della “selva oscura”, anche noi stiamo aspettando un Virgilio che ci aiuti a vedere la luce oltre una grande collina. In un periodo di perdizione e di sospensione come questo, la lettura di un uomo che trova la via non solo per sé, ma per tutta l’umanità potrebbe aiutarci a capire che anche la notte più buia finisce.

    2) UNA LINGUA ATTUALE:

    L’enorme contributo di Dante nella storia della lingua italiana è tangibile dai numerosissimi modi di dire che il Sommo Poeta ha introdotto grazie al suo Inferno. Da “il Bel Paese” per definire l’Italia a “Senza infamia e senza lode” riferendosi agli ignavi, oppure ancora “Non mi tange” e “Stai fresco”: tutte espressioni che sentiamo in maniera molto ricorrente.

    3)L’IMPORTANZA DELLA LIBERTA’:

    Parlando di re, nobili e papi nella sua Commedia, e assumendo posizioni completamente nuove rispetto al passato, Dante si fa portatore del suo personale messaggio di libertà di esprimersi in quanto poeta; una libertà molto visionaria, per certi versi, in periodo oscurantista come il Medioevo.

    4)DANTE PARLA DI COSA NON VA AI SUOI TEMPI (E FORSE ANCHE AI NOSTRI):

    Dante prende in esame diverse questioni che riguardano la sua società: condanna il “maledetto fiore”, ad esempio, ossia l’eccessivo attaccamento al denaro, che porta allo sviamento dai doveri e dal bene: una critica che non risparmia di certo la corruzione del tempo, situazione, si direbbe, molto attuale ancora oggi.

    5)DANTE INVITA A RIMETTERCI IN DISCUSSIONE COME PERSONE:

    Con la composizione della Commedia, Dante si fa carico della salvezza dell’umanità e, per portare a termine la sua opera, sviscera l’uomo esponendone tutti i peccati e i vizi. Un esame di coscienza in proporzioni universali, sembrerebbe, che potrebbe tradursi in una riflessione su cosa voglia dire veramente “valori” oggi.

    6) LA BELLEZZA DEI CLASSICI

    Un Classico è un Classico perché non smette mai di dire ciò che deve raccontare. E un libro come la Divina Commedia non può non essere letto perché studiare uomini come Dante arricchisce in maniera imponderabile ed offre respiro in una realtà che ormai è tutta concentrata sull’utile e sul profitto: apre la mente e aiuta a ricordare i reali valori dell’esistenza umana.

    7) IL REALISMO DI DANTE

    Dante, un poeta senza filtri. Egli descrive, infatti, i personaggi in cui si imbatte così come erano nella vita terrena non preoccupandosi, contrariamente a molti, di distaccarsi dagli stereotipi del tempo. Dante racconta la cruda verità dei suoi tempi consentendoci di scoprire quella realtà in modo del tutto reale e veritiero.

    8) DANTE FAUTORE DELLA DEMOCRAZIA

    Dante anticipa anche valori di grande modernità. Risaltando l’importanza della libertà e dell’uguaglianza, è in grado di chiarire cosa siano veramente il rispetto per la diversità e le minoranze.

    9) UNA VISIONE RELIGIOSA CHE SOPRAVVIVE AI SECOLI

    Dante, con la Divina Commedia, è riuscito a costruire un’idea di Paradiso, Purgatorio e Inferno, nata dalla sua penna di scrittore e dalla sua sensibilità di poeta, ma che tutt’oggi è rimasta scolpita nell’immaginario collettivo.

    10) DANTE MAESTRO DI VITA

    La Divina Commedia ci pone dinanzi alla consapevolezza che il viaggio che compie Dante non è finalizzato ad emettere giudizi, anzi: nonostante all’inferno ci siano anime dannate, egli riesce a porre il lettore in una prospettiva di compassione, ispirando ad un’attenta analisi del perché delle loro azioni. Dante prende per mano il lettore guidandolo attraverso sentieri inesplorati dell’animo umano.