Autore: Chiara Cinquegrana V A classico

  • OPPENHEIMER: QUANTO VALE UNA PACE INTRISA DI SANGUE?

    OPPENHEIMER: QUANTO VALE UNA PACE INTRISA DI SANGUE?

    “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi”

    J. Robert Oppenheimer

     

    Da quando la guerra scoppiata tra la Russia e l’Ucraina si è imposta al centro dei dibattiti televisivi e politici e dell’attenzione dei media occidentali, il timore che possa verificarsi un attacco atomico anche più distruttivo di quello del 1945 tormenta l’immaginario collettivo.

    Se da un lato questo agghiacciante scenario preoccupa i più, dall’altro sembra essere invece l’ambiente perfetto in cui dar luce a un altro capolavoro del mondo del cinema: Oppenheimer.

    La pellicola, firmata dal genio di Christopher Nolan, è sorprendente sia dal punto di vista tecnico sia sul piano tematico. Per il primo punto, infatti, diverse sono le novità proposte da Nolan,  a cominciare dal fatto che si tratta del primo film con una pellicola da 65 millimetri in bianco e nero adatta per cineprese IMAX , mai utilizzata prima d’ora e prodotta appositamente per quest’opera.

    Il rifiuto del regista di ricorrere alla CGI per realizzare le esplosioni e gli atomi in movimento non ha fatto altro che dare più valore al film, differenziandolo da molti altri.

    Il Trinity Test, cioè l’esplosione di prova che avrebbe sancito la riuscita del progetto Manhattan, è stata infatti ricreata usando benzina, propano, magnesio e polvere di alluminio. La scena è stata poi ripresa utilizzando diversi tipi di telecamere ed obiettivi: ogni singolo elemento è stato filmato in modo che sembrasse molto più grande.  La sequenza ottenuta è quindi il frutto di un assemblaggio, reso possibile sovrapponendo 100 inquadrature ed oltre 400 elementi pratici.

    Brillante è risultata l’alternanza di scene in bianco e nero e di scene a colori, utilizzata per scandire e rendere palese al pubblico i momenti in cui la narrazione era condotta da un punto di vista storico e oggettivo e quelli in cui, invece, i fatti erano filtrati dall’occhio di Oppenheimer e dalle sue emozioni. Uno dei punti di forza del film è la semplicità disarmante con cui viene spiegata al pubblico la fisica quantistica, rendendo così ogni persona in sala consapevole di tutti i “perché” e di tutti i “come”.

    Ciò che sorprende dal punto di vista tematico è che, differentemente da quanto ci si potrebbe aspettare prima di andare al cinema, il film non è costantemente incentrato sulla scienza né si può considerare una drammatica narrazione delle vite innocenti spezzate dall’esplosione, dato che non ci sono scene dedicate ad Hiroshima e Nagasaki. Al centro di tutto vi è lui, il padre della bomba atomica: J. Robert Oppenheimer, interpretato dall’impareggiabile Cillian Murphy, che ha saputo non solo indossare gli abiti del suo personaggio, ma cucirsi addosso anche la sua pelle, la sua sensibilità. Il fulcro vero e proprio della trama è il tormentato mondo interiore di Oppenheimer che, accecato da quell’illusorio desidero, comune anche agli uomini odierni, di poter porre fine alla violenza con un atto dieci volte più violento, ha finito per macchiarsi di un terribile delitto.

    Le conseguenze della sua creazione diventano per lui psicologicamente insostenibili. Ovunque cammini gli sembra di calpestare i cadaveri delle persone che ha ucciso. Certo, ha salvato la sua nazione, ma a che prezzo?  Gli altri personaggi politici agiscono in maniera fredda e distaccata, discutono cinicamente dell’uccisione di centinaia di persone, mentre risparmiano altre fiorenti città del Giappone dall’attacco atomico solo perché magari le hanno visitate in viaggio di nozze e hanno un bel ricordo.

    Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Henry Truman , non mostra compassione o rimorso per ciò che ha ordinato, ma anzi si indispettisce quando Oppenheimer smonta il suo entusiasmo dicendogli : “Signor Presidente, le mie mani sono sporche di sangue”. Nel corso del film J. Robert finisce per assumere lo spessore psicologico di un eroe sofocleo, acquisendo consapevolezza mano a mano che i fatti si svolgono, per poi comprendere ogni cosa solo alla fine, quando ormai è troppo tardi per cambiare finale alla storia che lui stesso ha scritto.  Le sue stesse motivazioni iniziali, rivolte ai colleghi per legittimare la realizzazione della bomba, gli risultano ormai vane, perché nulla può più cambiare la realtà dei fatti. Ormai lui è diventato morte, il distruttore di mondi. Oppenheimer è un uomo fragile e a tratti anche ingenuo, tanto da essere tradito da coloro che reputa suoi amici e dallo stesso Paese che ha servito. Questo però non fa di lui uno sprovveduto o una persona superficiale, ma anzi egli è ben consapevole, come riferisce ad Einstein in una delle scene, di aver realizzato qualcosa che può distruggere il mondo. Tuttavia, come il dio Saturno dipinto da Goya, pur essendo conscio della gravità di quello che sta facendo, non può fermarsi.

    Il film ci spinge anche a riflettere sul presente, accendendo i riflettori anche sulla ripetitività strutturale della storia degli uomini, che dall’alba dei tempi escogitano piani per sterminarsi a vicenda. Il tormento morale del protagonista non può non farci pensare al recente dietro front dei creatori dell’intelligenza artificiale, che hanno scelto di fermarsi momentaneamente con i loro studi e di avvertire la popolazione che la situazione potrebbe drammaticamente degenerare.

    Per tutti questi motivi il film di Nolan è uno dei migliori prodotti cinematografici degli ultimi anni, che dà voce ad una figura storica forse anche sconosciuta a molti spettatori, portando contemporaneamente sullo schermo le due facce della stessa medaglia, il padre della bomba atomica e il semplice uomo che vi si celava dietro. L’analisi psicologica è così profonda e accurata che non si può fare a meno di condividere la sofferenza insieme al protagonista. E la scena finale, che non descriverò perché – come tutto il resto del film – vale la pena guardarla con i propri occhi, è così destabilizzante da lasciare nel pubblico un senso di angoscia che sfocia in una domanda: non stiamo forse perpetuando, in un modo o nell’altro, l’annientamento di noi stessi e del nostro mondo?

    E se stessimo continuando noi a scrivere la storia iniziata da Oppenheimer?

    Chiara Cinquegrana

  • AMORE SENZA LIVIDI: INCONTRO CON CHIARA NOCCHETTI

    AMORE SENZA LIVIDI: INCONTRO CON CHIARA NOCCHETTI

    Nella giornata di venerdì 9 novembre,  presso l’aula magna del nostro istituto, si è tenuto un incontro con la scrittrice Chiara Nocchetti, autrice di “Vico Esclamativo” e del recente “Amore senza lividi”. Tramite una serie di interviste riportate in prima persona, questo libro toccante racconta le storie di violenza domestica subite dalle donne del rione napoletano Sanità, poi riunitesi nell’associazione “Forti Guerriere” per tutelare e sostenere le donne in difficoltà perché vittime degli abusi dei loro compagni. All’incirca un anno fa, Fortuna Bellisario, di trentasei anni, residente proprio nel rione Sanità, è stata uccisa dal marito dopo ripetute violenze durate anni e anni.

    L’incontro, aperto da una bella esibizione dei ragazzi del nostro indirizzo musicale e conclusosi con le ultime domande degli studenti, è stato estremamente interessante e piacevole perché abbiamo avuto l’opportunità di conoscere non solo l’autrice Nocchetti, ma anche Chiara, la persona che si cela dietro il nome della scrittrice, dolce e forte insieme.  Si è presentata a noi una ragazza solare, palesemente grata delle attenzioni che le venivano rivolte e, cosa ancora più simpatica, capace di ignorare e di sdrammatizzare i nostri imprevisti problemi ‘tecnici’.

    Il libro rispecchia la sua personalità, perché con determinazione, grazia e dolcezza indaga spietatamente gli aspetti più degradanti di queste relazioni tossiche, raccontate cercando di “entrare con delicatezza nelle vite altrui”, perché purtroppo le ferite dell’anima sono quelle più difficili da trattare.

    Nelle ore trascorse insieme a Chiara Nocchetti abbiamo affrontato gli argomenti più disparati, dalla violenza di genere fin anche all’educazione sessuale nelle scuole. Lei ci ha ricordato infatti quanto essere nati dalla parte giusta del mondo sia solo una “botta di fortuna”,  e che, mentre noi parlavamo serenamente, decine e decine di persone, magari in Iran o in Afghanistan, venivano impiccate o torturate senza un valido motivo.  Per essere liberi, però, non basta vivere in uno Stato in cui certe leggi disumane, come quella che tutelava il delitto d’onore, sono abolite, ma bisogna anche essere coscienti ed indipendenti.

    Coscienti, perché anche se proveniamo da un ambiente familiare difficile dobbiamo essere capaci di “uccidere i nostri genitori”, nel senso metaforico e filosofico inteso da Freud  e cioè prendendo le distanze da loro e cercando di comprendere noi chi siamo e cosa vogliamo per la nostra vita. Questo vale anche in ambito sessuale, perché,  come ci diceva Chiara Nocchetti, quando ha dialogato con alunni di scuole difficili, si è trovata di fronte a diciottenni sessualmente attivi del tutto all’oscuro di determinate dinamiche che invece dovrebbero ben conoscere.  Ecco quindi l’importanza che l’autrice assegna al ruolo della scuola: essa, infatti, non è solo un’istituzione, un insieme di banchi e lavagne, ma “un ponte che ci collega al resto del mondo”. Ma come è importante studiare, lo è ancora di più lavorare. Il lavoro, da sempre, è ciò che nobilita l’essere umano, che gli permette di essere autonomo. Per questo molte donne spesso hanno paura di denunciare il proprio partner, perché sono prive di una rendita personale con cui mantenere i figli e hanno paura che questi possano essere strappati via da loro per decisione delle autorità, cosa che l’autrice ci ha chiarito essere un falso mito. Difatti i minori vengono allontanati solo quando anche la madre non può occuparsi di loro e, nel caso, è sempre previsto un futuro reintegro in famiglia.

    La cosa che più mi ha colpito di Chiara Nocchetti è stata la sua capacità di immedesimarsi negli altri e di cogliere le sfumature della realtà.  Niente può essere totalmente “bianco” o assolutamente “nero”: esistono anche le zone “grigie”, quelle difficili da cogliere.  L’averci spiegato che gli uomini che si sono macchiati di tante violenze sulle donne non erano cattivi a prescindere, “come i villain delle favole”, ma che avevano anch’essi alle spalle delle storie e delle infanzie difficili, è stata una cosa che ho particolarmente apprezzato.

    Si è parlato molto anche del fatto che in una relazione non si può parlare di colpe, ma di responsabilità, che non vanno addossate ad una sola persona, ma ad entrambe: perché purtroppo quasi nessuno si rende conto che “il principe azzurro” non deve essere necessariamente un fidanzato, ma chi è capace di far uscire fuori il nostro meglio.  Chi ci ama davvero non è colui che ci proibisce di fare qualcosa, ma chi ci apre nuove strade e non ci fa sciupare il tempo che la vita ci dona. Banalmente, quindi, possiamo essere noi stessi il nostro principe salvatore, o magari un’amica, un genitore, un professore, perché l’amore non è qualcosa di esclusivo per una singola persona, ma si moltiplica mille e più volte e con le sue multiformi accezioni occupa le numerose stanze del nostro cuore, che sono, come ha detto l’autrice citando Gabriel Garcia Marquez, “più numerose di quelle di un bordello”. 

    Dopo aver risposto alle nostre domande, Chiara si è offerta di dedicarci la lettura della preferita tra le storie del suo libro, “Bella da morire”, chiedendoci prima perché secondo noi una ragazza possa sentirsi lusingata quando un ragazzo le dice “tu sei mia”. Può sembrare una semplice dichiarazione d’affetto, una frase che ci fa sentire speciali; ma in realtà le parole, come lei ci ha spiegato,  definiscono i nostri pensieri e le nostre azioni. Ed è per questo che dobbiamo stare attenti a come le usiamo: una frase detta senza malizia e per pura abitudine può gravemente ferire o condizionare  qualcuno anche per anni.  Da questo discorso si evince la sua capacità di cogliere le fragilità altrui cercando per esse una soluzione, che spesso coincide con la terapia, a suo avviso. L’atteggiamento che la Nocchetti ci ha proposto nei confronti delle avversità non è vittimistico o proprio di chi ha deciso di rassegnarsi al dolore, ma quello di chi affronta il dolore a testa alta.

    Perché, come ci ha detto prima di salutarci,  “noi siamo un grande cielo e i nostri malesseri sono come le nuvole: prima o poi passeranno”.

       Chiara Cinquegrana, VAC

  • LA FRAMAKA ARTIST A VILLA PARNASO: UNA COMPAGNIA CHE NON SMETTE DI SORPRENDERCI

    LA FRAMAKA ARTIST A VILLA PARNASO: UNA COMPAGNIA CHE NON SMETTE DI SORPRENDERCI

    Ieri 19 giugno la soleggiata Villa Parnaso ha ospitato la prima edizione del Festival della Gentilezza, evento che si terrà fino al giorno 21 giugno e al quale parteciperanno scuole e associazioni locali. Spettacoli del genere sono sicuramente molto importanti per il nostro territorio, dato che costituiscono un vero e proprio intrattenimento per i cittadini e ci aiutano a recuperare la spensieratezza perduta durante la pandemia, ma lo sono ancor di più perché ci permettono di conoscere  nuovi talenti.

    E’ il caso infatti del quartetto di giovani cantanti e artisti, composto da Maria di Leva, Francesco Balzano, Aurora Caso e la giovanissima Claudia Cocchiarella (alunna del nostro liceo),  membri della compagnia teatrale Framaka Artist, che nonostante alcuni problemi di organizzazione, a causa dei quali il Festival è stato spostato di circa due ore, hanno dato l’importante sprint iniziale alla serata. Il repertorio con cui si sono esibiti vantava brani che costituiscono la base di una buona cultura musicale, quali “Mi sei scoppiato dentro al cuore”, “Hallelujah”, “Shallow, “I don’t wanna  be you anymore” , “Rolling in the Deep”, “Caruso” e “Stand by me”, eseguita addirittura a cappella.

    Oltre ad aver portato il meglio della musica italiana ed estera sul palco di Villa Parnaso, il merito principale di questi ragazzi, insieme ai più meritati complimenti per la loro performance, riguarda la professionalità con la quale sono riusciti a gestire vari problemi tecnici e gli schiamazzi delle persone meno rispettose. Ma se da un lato assistevamo alla scarsa correttezza di alcuni, dall’altro c’erano persone di ogni età totalmente estasiate dalle loro voci, tant’è che qualche vecchietta più intraprendente sgomitava tra la folla per poter registrare col cellulare l’esibizione.  Per la fortuna di coloro che li hanno particolarmente apprezzati, se hanno desiderio di coltivare un loro talento e crescere a livello artistico, a settembre potranno tranquillamente recarsi ai casting della compagnia di cui il quartetto fa parte. Di associazioni del genere Torre Annunziata ha veramente bisogno, perché stimolano la fantasia delle persone e mostrano ai ragazzi che non si deve mai smettere di sognare e di credere in se stessi. Non a caso, la Framaka Artist si dedica in maniera eccellente a ciò.

    Questa compagnia teatrale aveva già stupito il pubblico oplontino con il musical “C’era una volta”: questa nuova esibizione può essere considerata come un’ulteriore conferma della bravura di questi ragazzi, che sicuramente non mancheranno di stupirci ancora in futuro.

      Chiara Cinquegrana IVAC

  • COME LE SERIE TV CI CONDIZIONANO

    COME LE SERIE TV CI CONDIZIONANO

    Sono ormai molteplici le serie tv riguardanti la vita di noi adolescenti e alcuni dei problemi tipici della nostra età. Ne sono un esempio Euphoria, Skam Italia,  Elite ed altre ancora. Anche se le trame sono diverse, c’è un elemento che le accomuna tutte: gli attori e le attrici hanno quasi dieci in anni in più dei personaggi che interpretano.

    Può sembrare un dettaglio di minima importanza, ma in realtà è uno dei principali fattori scatenanti del calo di autostima di molti giovani. Questo perché, come è giusto che sia, il corpo di un adulto non può essere paragonato a quello di un adolescente che è nel pieno della pubertà e che, probabilmente, non ha neanche terminato il suo periodo di sviluppo. Ma nonostante questa ovvietà, le serie tv sono intasate dalle immagini di queste vere e proprie divinità dello schermo che hanno il potere di influenzare i loro spettatori.

    Per la maggior parte dei giovani la risposta può essere di due tipi: o la questione non sussiste perché essi non danno peso all’aspetto degli attori oppure si rendono conto che ciò che stanno osservando non è reale e, anche se possono esserne leggermente condizionati, ciò non costituisce un problema per la loro personale stima.

    E gli altri? Che ne è della fetta di adolescenti che non riesce a stare bene col proprio corpo? E’ di loro che dovremmo ricordarci e del fatto che ignorano qualsiasi linea di confine fra finzione e reale, perché a essi non interessa conoscere l’età dell’attore o altro: tanto, per la considerazione che hanno di loro stessi, non saranno mai abbastanza, né ora né quando saranno adulti.

    Parliamoci chiaro: i veri adolescenti non sono i personaggi rappresentati. E questa realtà fa soffrire coloro che tutti i giorni lottano contro disturbi alimentari che sono acuiti dalla vista di un ideale di bellezza quasi irraggiungibile.

    Secondo uno studio dello scorso aprile promosso dall’unità dei farmacisti della provincia di Roma, in Italia tre milioni di persone soffrono di un disturbo alimentare, il 96% sono donne. Oltretutto, i giovani che hanno dai 15 ai 24 anni, a causa dell’anoressia, corrono un rischio di mortalità 10 volte maggiore dei loro coetanei.

    Non voglio gridare al bodyshaming o alla discriminazione, assolutamente: siamo semplicemente una società in continua crescita che, mano a mano che passano gli anni, si rende conto degli aspetti della nostra realtà che andrebbero limati.  Non dico di eliminare serie tv come quelle sopraelencate, ma di cominciare a produrne di più verosimili, per farci sentire rappresentati appieno. Ce ne sono già alcune, come  “Stranger things”, ma il loro numero è nettamente inferiore rispetto a quelle in cui i protagonisti sono sempre perfetti, tonici e invidiabili.

  • IL NUOVO “SABATO, DOMENICA E LUNEDI'”

    IL NUOVO “SABATO, DOMENICA E LUNEDI’”

    E’ da poco andato in onda su Rai Uno il remake di “Sabato, Domenica e Lunedì”, celebre commedia di Eduardo De Filippo di cui, nel 1990, era già stata realizzata una trasposizione cinematografica con Sophia Loren e Luca De Filippo. E’ il noto attore Sergio Castellitto, con la regia di Edoardo De Angelis, che si ripresenta, dopo aver proposto l’anno scorso “Natale in casa Cupiello”, altro capolavoro della commedia eduardiana che porta in scena una crisi coniugale alimentata dal sospetto di un tradimento.

    Ma in vista del Natale, sarà stato un bel dono il loro? Dispiace dirlo ma, secondo il mio modesto parere, questo film non funziona proprio. Per meglio spiegare le motivazioni di questa mia affermazione mi soffermerò su diversi aspetti.

    Innanzitutto troviamo una recitazione enfatizzata ai confini dell’assurdo, estremamente forzata. Nell’originale, i coniugi Priore erano una coppia fatta di dubbi e insofferenze taciute, in cui si evitava ogni tipo di scenata e ci si sbilanciava solo quando i limiti erano stati superati, in battibecchi dai toni leggermente più alti del normale, ma di breve durata: per il quieto vivere si preferiva non esagerare troppo e far sbollire gli animi. Qui, invece, Rosa e Peppino urlano appena possono, sbattono le mani sui mobili, scoppiano in esplosioni di pathos esagerate e fuori luogo. Non c’è nessun tentativo di mascherare, nessun orgoglio da porre come muro di difesa, niente: la loro pare una lotta esplicita e continua in cui ogni scusa è buona per urlare. L’interpretazione di Castellitto è troppo caricata e mostra un uomo iracondo e assai distante da quella che era l’idea originale di De Filippo.

    La cosa peggiore, però, è che anche gli altri personaggi sono caratterizzati da quest’emotività esasperata, a causa della quale si è sacrificata una buona interpretazione.  Infatti, il difetto che più si avverte è il fatto che la recitazione non suscita alcuna emozione nello spettatore. Il teatro di De Filippo è, infatti, fatto di frasi che lette in un certo modo assumono un particolare significato. Alcune parole vanno caricate di più rispetto ad altre, perché il tono conferisce quel significato profondo e nascosto che il pubblico può cogliere anche se non è espresso direttamente. Qui invece tutto viene detto urlando, in maniera rapida  e priva di enfasi, senza comunicare niente al pubblico. Cosa ancora più importante sono le pause, la cui totale assenza è stata dannosa. Il silenzio è necessario per caricare di pathos l’atmosfera, per far risuonare ancora meglio le frasi pronunciate poco prima, per parlare non solo con la voce ma anche con lo sguardo, col corpo. La spontaneità, tipica di Eduardo, qui è totalmente assente.  L’ingiustizia peggiore è nei confronti della famosa scena della gelosia, lo step chiave di tutta la storia. Nell’originale era un crescendo di rabbia, dolore e confessioni che trovavano la loro completa affermazione nello sfogo di Rosa, mentre qui tutto questo viene anticipato da Peppino che urla rabbioso fino a sentirsi male, cosa non prevista assolutamente: a sentirsi male doveva essere la moglie, non lui.  Oltretutto, le continue discussioni  precedenti vanificano questa scena che  risulta essere solo l’ennesimo litigio assurdo e non l’effettiva esplosione di tutti quei sentimenti che si era tentato di dominare.

    Per non parlare poi delle imbarazzanti scene comiche, in cui si vorrebbe strappare un sorriso allo spettatore, tentando di ottenere lo stesso risultato di De Filippo, che riusciva a creare situazioni allo stesso tempo tese e ironiche. Questo perché, come nella realtà di tutti i giorni, un litigio fra due persone può anche destare riso in chi assiste e si rende conto dell’assurdità delle motivazioni della lite, mentre coloro che sono coinvolti in prima persona sentono la pesantezza della situazione perché presi dai sentimenti che li accendono. Ma nella commedia originale questi aspetti erano uniti e non separati: mentre si poteva ridere per una frase o un’azione proveniente da un personaggio, si poteva anche percepire la piega che stava prendendo la situazione fra i due coniugi. Per questo motivo l’introduzione del personaggio del fratello della cameriera o “l’inseguimento” con la pistola sono espedienti insensati che, in quanto tali, hanno ottenuto un risultato scarso, se non nullo.

    Altra cosa che fa decisamente storcere il naso è il fatto che, in una commedia in cui vi erano un cospicuo numero di figure maschili, la situazione si sia ribaltata presentandoci un cast quasi completamente al femminile.  I due figli maschi e il nonno sono stati, infatti, sostituiti dalle loro controparti femminili, attuando un cambiamento azzardato e inculcando un velato messaggio femminista che qui risulta stridente. Prendiamo la figura di Rocco: riesce ad aprirsi una bottega tutta sua, è autonomo, sta più fuori che in casa, porta Federico a pranzo per farlo riappacificare con sua sorella Giulia, dice frasi irrispettose verso suo padre … insomma, tutte cose che una donna degli anni ’50, periodo in cui il film è stato ambientato, non poteva certo fare. Ma se questo è poco verosimile lo è ancor di più l’ingiustificata presenza di un cammello nella terrazza dei Priore.

    Insomma, questo film delude, presentandosi con la pretesa di poter modificare quasi tutto con il pretesto che una trasposizione cinematografica non deve essere la copia dell’originale. Tale affermazione è condivisibile, tant’è che lo stesso film con Sophia Loren non era identico alla commedia, ma è vero anche che non bisogna distaccarsi completamente dalla fonte e inserire elementi del tutto inutili.  Pensiamo un attimo al recente film “Il Sindaco del Rione Sanità”. Anche quello è molto diverso dell’originale, con un grande azzardo, eppure il risultato è stato differente. Questo perché la recitazione, l’attualizzazione e la modifica erano perfettamente bilanciate. Nel film di De Angelis, invece, tutto è estremizzato, portato ai limiti, rovesciato, ripetitivo e statico.  Mancano la spontaneità, la rappresentazione veritiera delle situazioni e delle emozioni e soprattutto la capacità di generare, tramite l’interpretazione dei personaggi, una reazione. Ciò che si prova guardando questo film è un continuo chiedersi :” Ma perché lo hanno fatto così?”.  L’aspetto finale, e ancor più grave, è che chi non conosce l’opera originale finisce per non comprendere il motivo di tali esplosioni di rabbia e si fa un’idea completamente sbagliata di questa commedia, sottovalutandola.

  • Squid Game: cosa ha da insegnarci

    Squid Game: cosa ha da insegnarci

    Squid Game è la serie tv del momento. Ha appassionato milioni di persone, posizionandosi al primo posto nella top ten di programmi più visti su Netflix, tanto che è in arrivo la seconda stagione.

    Protagonista di questa prodigiosa serie tv è  Seong Gi-hun, uno scommettitore d’azzardo divorziato che ha bisogno di una grande quantità di denaro per curare la madre malata e ottenere la custodia della figlia. Per questo motivo accetta di partecipare a un misterioso gioco per vincere il montepremi di 45,6 miliari di ₩ (won).  Il programma consta di una serie di giochi per bambini, come il tiro alla fune o “un, due , tre stella”:  ma ciò che rende il tutto crudele e raccapricciante è il fatto che chi perde pagherà con la vita. La sfida si trasforma quindi in una lotta all’ultimo sangue.

    Spesso noi occidentali tendiamo ad avere dei pregiudizi nei confronti delle produzioni orientali, ma la novità di Squid Game è proprio questa: nonostante sia abbastanza violento e crudo, ha attirato l’attenzione del vastissimo pubblico mondiale, scavalcando le note serie tv americane che dominano il paesaggio di Netflix.

    Ora, la domanda che tutti dovremmo farci è: Squid Game ci insegna qualcosa? Si tratta solo di nove episodi di pura follia o … c’è molto altro?

    La risposta è più sorprendente di quanto ci si possa aspettare. Nel 2020 l’Ocse ha indicato la Corea del Sud come la decima potenza mondiale per il PIL. Questo ha comportato un vero e proprio boom economico del paese con l’aumento della ricchezza di una parte della popolazione, a cui purtroppo si è contrapposto il crescente e sempre più preoccupante divario fra persone povere e persone agiate. Abbiamo l’abitudine di idealizzare il continente sudcoreano, forse perché lo paragoniamo al Giappone, ma dobbiamo comprendere che la vita lì è diventata molto più cara, un lusso vero e proprio che in molti fanno fatica a permettersi. Sono tante le persone costrette a richiedere prestiti per poter tirare avanti. Purtroppo, spesso non sono in grado di restituire le cifre a loro prestate e per questo l’impossibilità di pagare i debiti è una delle cause principali di suicidi. Ebbene, “Squid Game” rappresenta lo specchio di tutto ciò, la chiave che ci permette di entrare in un mondo completamente diverso da quello in cui viviamo, stimolando la nostra attenzione verso tematiche a noi sconosciute o poco note. Oltretutto alcuni personaggi ci aiutano a comprendere la vita degli immigrati in Corea del Sud, come il pakistano Abdul Alì che decide di giocare al rischioso programma per poter mantenere la sua famiglia, dato che a causa del suo datore di lavoro non percepisce lo stipendio da molto tempo.

    E’ importante soffermarci su un altro insegnamento che possiamo carpire da “Squid Game” : non dobbiamo mai smettere di credere costantemente nei nostri progetti, anche se nessuno sembra comprenderli. Questo perché il suo creatore, Hwang Dong-hyuk, ha dovuto aspettare ben tredici anni prima che qualcuno si interessasse alla sua serie tv e la producesse. Infine, possiamo dire che la serie ha anche uno effetto pratico: non essendo ancora stata doppiata in italiano ci dà l’opportunità di esercitarci con il listening in inglese o perché no, in coreano e ci induce a visionare altre pellicole straniere sottotitolate.

    Purtroppo, come spesso accade per  i prodotti streaming e cinematografici che si fanno portatori di contenuti forti e violenti, sono stati molti i preoccupanti episodi di emulazione delle sanguinose sfide da parte di alcuni ragazzi. I loro genitori, di conseguenza, hanno richiesto a Netflix di rimuovere “Squid Game” per la sua influenza negativa sui minorenni. E ’d’obbligo, però, sottolineare che questa serie non è il prodotto più scandaloso presente sulla piattaforma. Basti pensare ai film per adulti prodotti da Netflix stesso e che sono alla portata di chiunque. Certamente non possiamo dire che questa serie tv sia adatta ad ogni tipo di pubblico: contiene scene molto forti, immagini di omicidi, linguaggio volgare. Ed è sicuramente poco raccomandabile a coloro che non sono capaci né di approfondire i contenuti con cui si interfacciano né a scindere la finzione dal reale.  Ma va detto che i genitori possono imporre un parental control se ritengono che i loro figli siano facilmente influenzabili.

    Ogni serie tv, film o cortometraggio ha dietro di sé la passione e l’impegno di chi ha lavorato per realizzarli. Chiedere di censurare ed eliminare alcune scene o annullare l’intero progetto è irrispettoso e bisogna prima considerare i diversi aspetti del problema. Ora, è chiaro che ognuno può avere le proprie opinioni, ma c’è una netta differenza fra il non apprezzare la visione di un contenuto e il richiederne la rimozione perché eccessivo. La critica ha accettato e apprezzato film come “The human centipede” o “Megan is missing”; definire “estrema” la visione di “Squid Game”, allora, è indice di una scarsa conoscenza del genere cinematografico “disturbante”, a cui la serie chiaramente non appartiene.

     

    Chiara Cinquegrana, IV A CLASSICO

  • DA MACHIAVELLI A HOBBES: IL LORO PENSIERO E’ ANCORA ATTUALE?

    DA MACHIAVELLI A HOBBES: IL LORO PENSIERO E’ ANCORA ATTUALE?

    Arrivati al quarto anno di liceo ci ritroviamo a studiare il pensiero di molti autori del passato, fra cui Niccolò Machiavelli e tanti altri: ma cosa avranno da insegnarci ancora? Come attività di classe ci siamo sforzati di riflettere sull’attualità del loro pensiero, cercando di comprendere se tali idee siano applicabili ancora oggi, per poi delineare il nostro prototipo di leader ideale.

    Personalmente, facendo riferimento alla concezione di Machiavelli secondo cui la politica deve essere separata dalla morale, ritengo che la sua sia un’ideologia applicabile solo limitatamente e per determinati casi. Ovviamente per un’analisi del genere dobbiamo mettere un attimo da parte quello che era il fine ultimo della trattazione di Machiavelli: salvare l’Italia da una profonda crisi.

    Innanzitutto penso che al giorno d’oggi sia quasi del tutto inevitabile che un politico non faccia a meno della propria etica. Tuttavia, va detto che ogni persona ha i propri valori morali, che possono differire in tutto e per tutto con quelli di qualcun altro. Questo significa che un politico che si comporta in un determinato modo può sembrare sia morale sia immorale. Per fare un esempio: Salvini è contro la venuta degli immigrati in Italia e per questo vorrebbe chiudere tutti i porti. Agli occhi di chi non la pensa come lui, questo comportamento è assurdo e da condannare, ma per lui stesso e per chi condivide le sue stesse idee, Salvini salvaguarda gli interessi del suo Paese. Da qui si deduce che il senso etico è relativo e, quindi, non so se si possa separare del tutto dalla politica, perché il succo della questione sta a come si interpreta un certo provvedimento politico.

    Considerando ciò, ritengo che il leader ideale sia colui che in alcuni casi porta avanti le sue ideologie e agisca secondo il suo senso morale, ma che in altri è capace di mettere da parte tutto ciò e fare quello che è bene per il Paese: la duttilità, come la intendeva Machiavelli. L’esempio perfetto a mio avviso è la regina Elisabetta II d’Inghilterra.  Più volte i documentari storici e le serie tv hanno parlato del conflitto interiore della regina, fra la sua volontà come semplice donna e i suoi doveri monarchici. Molte volte ha dovuto impedire il matrimonio di sua sorella solo perché l’uomo da lei scelto non corrispondeva agli standard imposti dalle tradizioni della corona: era suo compito difendere l’immagine e la stabilità della monarchia inglese dagli scandali. E’ stata, quindi, capace di trascendere i suoi sentimenti di sorella, comportandosi non da tale ma da sovrana.

    Tuttavia,  non possiamo ritrovare in Italia una tale accortezza governativa. La nostra è una repubblica parlamentare in cui le nostre idee sono rappresentate dai partiti politici, ma ognuno la pensa differentemente da un altro e non si presta molta attenzione all’immagine pubblica che, al contrario, nel caso della regnante inglese è fondamentale per tenere saldo il suo regno. Mentre un monarca deve essere capace di andare oltre la propria morale perché lo Stato è guidato interamente da lui, nella repubblica si assiste spesso a dimissioni e sostituzioni, per cui chiunque può agire come meglio crede in quanto lo Stato italiano non si basa sulla sua identità di singolo ma su altri fattori.

    Tuttavia, possiamo riprendere i pensieri di Machiavelli, e di altri, anche nel nostro Paese. Infatti le leggi riguardo i pentiti di camorra sono un esempio di etica che lascia spazio alla ragione di Stato, secondo cui bisogna accettare l’idea di liberare prima un criminale in cambio di informazioni sulle criminalità organizzate. Perciò la capacità di attraversare il male, laddove sia necessario, a grandi linee possiamo dire che sia ancora presente.

    Un altro altro spunto di riflessione può essere cotituito dalla questione del green pass, una scelta del governo che ha scatenato non poche critiche e disapprovazione. Nella grave situazione dei contagi in Italia i politici erano tenuti a prendere una drastica decisione, anche se essa non veniva, e non viene, approvata dai cittadini. “Homo homini lupus”, diceva Hobbes, che descriveva gli uomini come lupi capaci solo di sbranarsi a vicenda. Secondo Hobbes gli uomini avevano bisogno di un capo che li guidasse ed essi erano tenuti a privarsi del loro diritto alla libertà per fare in modo che, paradossalmente, il sovrano potesse tutelare tale libertà. In un certo senso questo concetto è molto attuale, perché anche se siamo stati privati della libertà di uscire durante la quarantena, di mangiare al coperto o di andare in palestra senza green pass, tutto ciò è volto solo a tutelare noi stessi e chi ci sta intorno, anche se non condivide le nostre scelte.

    In conclusione, anche se per specifici ambiti questi pensieri del passato possono essere anche applicati ai nostri giorni, ma prima dobbiamo svuotarli dei valori del loro tempo e conformarli alla nostra epoca. Riprendere il passato e rinnovarlo, un po’ alla Machiavelli.

  • L’addio degli studenti

    L’addio degli studenti

    Ieri abbiamo appreso la triste notizia della scomparsa del nostro stimato e amato dirigente, una persona con cui la mia classe aveva un rapporto davvero speciale e indimenticabile. Oggi abbiamo deciso di scrivere questa lettera per ricordare lui e i momenti trascorsi insieme.

    Come Lei sa molto bene, dopo due anni di pandemia la nostra vita non è più stata la stessa. Molti di noi hanno dovuto fare i conti con i propri demoni interiori, una lotta silenziosa che ci ha tramortiti più di quanto ci aspettassimo. Così lo stress, l’ansia e la paura sono diventati parti integranti delle giornate, condizionando anche il nostro modo di stare a scuola. Tuttavia, in un mondo in cui pochi riescono a comprendere le tue sofferenze, c’è stata una persona che ci ha guardati negli occhi e ha scorto tutto il nostro dolore: il preside Benito Capossela.

    Perché il nostro dirigente era fatto così. Si rendeva conto dei nostri problemi e, anche se a volte non era d’accordo con le nostre idee, faceva una cosa che pochi adulti sono capaci di fare: ci ascoltava.

    Benito Capossela ha dato tutto se stesso per questo Liceo, fino alla fine, perché sapeva che l’istituto non è fatto di muri e banchi, ma di PERSONE. Persone a cui voleva bene e che desiderava trovassero un rifugio nella sua scuola.  Ed è proprio in memoria di questo impegno che noi, anche se abbiamo perso la colonna portante dell’istituto, non crolleremo e ci porteremo dietro l’ultimo insegnamento che il preside ci ha lasciato: volgere uno sguardo verso il prossimo e tendergli una mano.

    È quindi con l’amaro nel cuore e con la tristezza negli occhi che mandiamo al nostro dirigente non un addio ma un arrivederci, perché chi ti ha fatto del bene non se ne va mai veramente.

    Ci ricorderemo sempre di Lei, del Suo temperamento e della tenacia con cui ha perseguito tutti gli obiettivi.

    Sua per sempre

    La 4A classico

  • LE NOSTRE GIORNATE A MARINA DI CAMEROTA

    LE NOSTRE GIORNATE A MARINA DI CAMEROTA

    Tra i giorni martedì 19 e mercoledì 20 ottobre la nostra classe, la IV A classico del liceo Pitagora – B. Croce, insieme al biennio dello sportivo, si è recata a Marina di Camerota, nota località balneare della provincia di Salerno, per trascorrere una breve ma intensa gita scolastica.

    Dopo il check-in e l’assegnazione delle camere presso “il villaggio dell’Isola” abbiamo svolto la nostra prima attività in piscina. Con l’aiuto di un istruttore abbiamo imparato perché bisogna tenere sempre il capo bagnato quando siamo esposti al sole e come nuotare, tenendo conto della temperatura corporea. Alla fine abbiamo anche fatto una breve gara di nuovo mettendo in pratica tutte le nozioni che avevamo da poco appreso. Subito dopo ci siamo diretti verso la splendida spiaggia della Calanca dove ci siamo cimentati nel canottaggio insieme ad un secondo istruttore, Christian. L’obbiettivo era raggiungere l’isolotto, aggirarlo con la canoa e tornare a riva.  Alcuni di noi sono rimasti bloccati in un tratto, altri sono caduti dalla canoa un paio di volte e altri ancora, in assenza del costume, hanno svolto l’attività con i vestiti addosso. Tutto questo ha contribuito a rendere l’esperienza più divertente e a stringere amicizia con i ragazzi delle altre due classi. Come terza attività della giornata abbiamo seguito un corso di vela, durante il quale abbiamo avuto l’occasione di imparare a guidare una barca a vela, conoscere le varie parti di cui è costituita e ad issarci sull’albero maestro. La sera, dopo una buona cena, ci siamo divertiti grazie all’animazione del villaggio, cimentandoci in balli di gruppo e karaoke fino a mezzanotte.

    Al mattino ci siamo diretti prima al Museo del mare, dove una guida ci ha parlato delle creature marine che abitano gli abissi di Camerota, illustrandoci la storia di alcune imbarcazioni  costruite da uomini del posto. Subito dopo abbiamo frequentato un secondo corso di vela: dato che c’era poco vento abbiamo imparato come si governa una barca a vela in casi come questo. Ultima, ma non per importanza, è stata una visita alle grotte più belle della zona, quali la grotta “degli innamorati”,  Cala Fortuna, la Grotta azzurra, Cala di Monte Luna e Cala Bianca. In quest’ultima tappa chi lo desiderava ha avuto la possibilità di tuffarsi in quel mare cristallino per un fugace ultimo bagno. Infine, ci sono stati rilasciati gli attestati di partecipazione e abbiamo salutato il meraviglioso staff che ci ha guidati in questi giorni da sogno.

    Questo viaggio è stato per noi una boccata d’aria fresca dopo due anni difficili. Il Covid ci aveva privati della vita sociale e della spensieratezza che a noi adolescenti non dovrebbero mai mancare. Era da tempo che cercavamo un modo per riavvicinarci alla normalità e per rafforzare il nostro gruppo classe e questa gita ci ha dato l’opportunità di farlo. E’ d’obbligo quindi ringraziare colui che ha reso possibile tutto questo, il preside Benito Capossela, senza il quale non si sarebbe organizzato nulla. La sua presenza ha incrementato un sentimento di fiducia e di simpatia nei riguardi della nostra scuola. Un grande grazie va, ovviamente, al ‘nostro’ professor D’Antonio e a tutti i professori che ci hanno accompagnati in questo viaggio, comportandosi non solo come docenti ma spesso come nostri amici e alleati: vi vogliamo bene dal profondo dell’anima!  Non dimenticheremo mai Camerota, un pezzo del nostro cuore resterà nei fondali azzurri del suo mare, nelle coperte che ci hanno riscaldato di notte, nel cielo stellato e nell’alba che ci hanno tenuto compagnia, nella brezza mattutina che ci ha abbracciati.

    Forse un giorno torneremo su quelle bianche spiagge e sarà per noi come rivedere una vecchia amica. I ricordi che ci porteremo dietro sono custoditi nelle lacrime di commozione che ci sfuggiranno quando, ogni tanto, penseremo a quei momenti di felicità incastonati in un meraviglioso paesaggio marittimo in cui il sole, dietro al piccolo isolotto, la fa da padrone.

     

  • L’IMMUNITA’ DELLA CHIESA … UN’ALTRA VOLTA!

    L’IMMUNITA’ DELLA CHIESA … UN’ALTRA VOLTA!

    L’infanzia è una delle fasi più importanti per la vita di un essere umano. Quando si è bambini comincia il lungo processo di costruzione della propria personalità, si impara ad interagire con gli altri, a distaccarsi dai genitori e mano a mano si diventa più indipendenti. E’ il periodo a cui ogni adulto vorrebbe ritornare, proprio per il fatto che dovrebbe essere una fase ricca di spensieratezza e allegria.

    Ma cosa succede quando un adulto profana l’immacolato mondo di un bambino? Quali nubi si addensano in quella piccola mente spaventata? Ne sanno qualcosa le 24 persone che nel 2017 avviarono una causa presso la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) contro alcuni sacerdoti della chiesa cattolica,  intraprendendo un duro percorso volto ad ottenere giustizia per gli abusi sessuali subiti anni prima, ancora minorenni.

    Oggi ci è arrivata notizia dell’amara sentenza della Corte Europea, secondo cui il Vaticano è sollevato da ogni accusa di pedofilia, anche futura, grazie all’immunità di Stato Sovrano di cui gode. Questo provvedimento, oltretutto, vale per ogni Paese Europeo.

    Va detto che la Santa Sede è tuttora coinvolta in numerosi scandali che non riguardano solo l’accusa di abusi sessuali, ma anche quelle relative alla partecipazione di sacerdoti a festini a base di droghe ed escort o, ancora, al furto delle offerte dei fedeli. Ciò ci fa comprendere che la Chiesa è rimasta quell’istituzione mondana già criticata nel medioevo, le cui spalle sono ancora oggi coperte da un fitto mantello di accordi, corruzioni e verità taciute che costituiscono, per l’appunto, un’inviolabile immunità dalle norme giuridiche nazionali.

    Si dice che la legge è uguale per tutti e che dinanzi a Dio tutti gli uomini sono uguali. Ma allora, se queste belle parole scritte nella Bibbia e nei tribunali hanno anche una validità universale, perché il Vaticano deve essere protetto?

    C’è però chi non è ancora intervenuto: il Papa.  Cosa farà in merito alla questione? Di cosa parlerà nel suo prossimo Angelus? Papa Francesco è considerato un papa rivoluzionario, ma lo sarà fino in fondo? Forse. Non ci resta che aspettare.

    Nel frattempo dobbiamo fare i conti con la dura realtà dei fatti, permeata di depravazione e dissolutezza. Con questa sentenza si è abusato una seconda volta di quelli che ora non sono più bambini e che, a causa delle violenze, non lo sono rimasti a lungo.  Sono stati calpestati il loro coraggio, il loro trauma, il loro bisogno di essere ascoltati.  E non mi riferisco solo ai 24 tristi coprotagonisti di questa situazione, ma a tutte le altre vittime nel mondo . Si parla di persone che dopo aver perso il diritto naturale a un’infanzia e a una vita felice sono state ulteriormente private del diritto di invocare giustizia.

    Ci vorrà forse del tempo perché il Vaticano si assuma la responsabilità delle sue scelleratezze. E, ovviamente, i tempi di attesa vanno a discapito delle sue vittime, che dopo essere state deluse dalla giustizia terrena non possono certo restare ad aspettare quella divina… La garanzia della Santa Sede è più solida di quanto sembri: si scrive immunità, ma potremmo leggere omertà.