Autore: Marialuisa Iovene V A classico

  • In ricordo del preside Capossela

    In ricordo del preside Capossela

    Oggi 5 novembre 2021 l’intera “famiglia” del Liceo Pitagora-B.Croce si è riunita per ricordare e salutare il dirigente scolastico Benito Capossela, venuto a mancare improvvisamente nel pomeriggio di ieri.

    L’iniziativa è partita da noi studenti stessi che, tremendamente scossi da questo evento, abbiamo avvertito il bisogno di rendere omaggio al nostro preside, colonna portante del nostro liceo. Tutti i rappresentanti di classe insieme con i docenti e il personale scolastico si sono stretti nel dolore, inizialmente ritrovandosi sulla pista esterna di atletica e accogliendo con un assordante silenzio la famiglia del dirigente. Successivamente, la commemorazione si è spostata in Aula Magna, dove in tanti hanno sentito il desiderio ed il dovere morale di rendersi partecipi esprimendo la loro commozione ricordando il nostro preside, il suo temperamento, tutte le energie da lui investite allo scopo di far emergere la nostra scuola, guidandola e rendendola una vera e propria famiglia.  Tutti, alunni e docenti,abbiamo abbracciato nel dolore i familiari, ancora increduli per l’accaduto, con lo stesso bisogno di sentirsi uniti, di comprendersi scambievolmente, consapevoli di riuscire a sentire ancora nei corridoi della scuola la presenza del nostro preside. Le sue idee, le sue lotte, anche le numerose discussioni, i confronti avuti con lui, ora acquistano un nuovo significato: ogni azione e pensiero erano volti ad un unico scopo, quello di ottenere il meglio per la sua scuola e per i suoi studenti. Oggi molti alunni, infatti, hanno colto l’occasione per rendere pubblico quello che era il lato umano del dirigente, sempre ben disposto dinanzi alle difficoltà, ad ascoltare, aiutare ed incoraggiare i ragazzi, nonostante non fosse un suo dovere. Al termine della condivisione dei pensieri di quanti erano presenti, è stato proiettato un video realizzato dai ragazzi stessi, che lo ritraeva durante le diverse attività insieme ai suoi studenti. Questo terminava con una clip realizzata durante l’ultimo viaggio di istruzione a Santa Maria di Leuca, in cui il dirigente, totalmente a suo agio con i suoi ragazzi, si tuffava in mare con loro. Questo video è stato in grado di riassumere in pochi secondi l’essenza del carattere del nostro preside, vicino in ogni modo agli studenti, pronto a far tutto per e con loro, desideroso di farli emergere e soprattutto orgoglioso della sua comunità scolastica, che per noi tutti è e resterà sempre famiglia.

  • Diario dell’isolamento: ottobre 2020

    Diario dell’isolamento: ottobre 2020

    Dopo la quarantena di marzo pensavamo di aver già visto e vissuto tutto il possibile e dopo un’estate che sapeva un po’ di normalità ci aspettavamo che lentamente ci sarebbero state restituite le nostre vite, ma è stato proprio allora che la mia quotidianità è stata stravolta per davvero. Mia madre è risultata positiva al covid agli inizi di ottobre dopo che l’ospedale in cui lavora è diventato un focolaio improvvisamente. Questa notizia è stata così inaspettata che fino a poco tempo fa quasi mi sembrava un incubo dal quale avevo difficoltà a svegliarmi. È da nove mesi ormai che conviviamo con questo virus, ma stranamente per quanto ci siamo tutti dentro allo stesso modo ci sembra sempre molto lontano, come se non potesse mai capitare a noi. Ed è proprio questa l’arma vincente del covid, ti coglie alla sprovvista quando per un breve momento avevi deciso di tirare un sospiro di sollievo dimenticandoti di tenere la mascherina alzata. Allora mi sono accorta che casa, che era sempre stata il mio porto sicuro, non lo era più, che questo virus oltre ad avermi privata della mia quotidianità era arrivato a togliermi la sicurezza del mio nido, l’abbraccio di mia madre. Dopo aver vissuto quest’esperienza mi sono accorta di quanta differenza ci sia tra la quarantena e l’isolamento. Isolamento è sentire la propria casa come un posto che non ti appartiene più, la propria stanza come una gabbia, sentire che il tempo si è fermato ma che fuori tutto continua a girare e sei solo tu a restare fermo. Ciò che forse quest’esperienza mi ha lasciato di più è la ferita dell’abbandono, quella sensazione di indifferenza da parte di tutto ciò che ti circonda, sentirti solo tra le mura di casa e solo nella tua situazione. Non ricevere alcuna notizia dall’esterno, nessuna risposta alle richieste di aiuto, molti si preoccupano solo di sapere l’esito del tuo tampone e dopo aver comunicato la risposta, nessuno si interessa più, istituzioni, conoscenti. È stato proprio nel momento in cui ho preso consapevolezza di ciò, che mi è stato chiaro che quando questa pandemia sarà passata quello che alla società rimarrà è solo tanto egoismo. Durante l’isolamento ti accorgi veramente del valore di ogni giorno, di ogni singola persona che fa parte della tua vita, ti rendi conto che per quanto diversa dalla nostra normalità di sempre, questa nuova quotidianità degli ultimi mesi poi non era così male. Ho sentito quel sentimento di esilio, il vuoto dentro di me, il desiderio irragionevole di tornare indietro o di affrettare la corsa del tempo, i morsi della memoria, in quei giorni di isolamento mi sono sentita prigioniera non solo della mia stanza, ma soprattutto del passato. Dopo che per la prima volta venne rimandata la data del termine dell’isolamento decisi di non pensarci più a quando sarei stata liberata, decisi di non rivolgermi più verso il futuro. Insofferente al presente, nemica del passato e priva di futuro, ero come quelli che l’odio umano fa vivere dietro le sbarre. Forse le ore più difficili erano quelle della sera, dei ripensamenti, ed erano difficili proprio perchè per chi è solo non c’è che il vuoto a cui pensare. Sentivo di stare scontando la pena per un reato mai commesso, ma in questa situazione tutte le persone che soffrono, perdono la vita, i familiari di coloro che ci lasciano, tutte le persone divise da questo virus che colpe hanno? Ho bisogno che il mondo mi dimostri che ho torto, che da questa pandemia usciremo tutti più uniti, con la consapevolezza che gli uomini non possono fare a meno degli uomini. Il covid vissuto da così vicino mi ha insegnato il valore del tempo, la vita può cambiare da un momento all’altro ed è per questo che bisogna dare valore all’oggi, investire sull’istante senza pensare al futuro. Mi ha dimostrato che nonostante tutto il resto e tutti gli altri mi stavano lasciando in balia del mio problema, determinando il mio vero isolamento, c’erano persone che anche se fuori dalle mura di casa, erano lì dentro con me senza lasciarmi sola, mettendo da parte il proprio dolore, la mancanza fisica, tutti gli impedimenti pur di regalarmi qualche minuto di normalità, facendomi sentire il calore del loro corpo anche solo con gli occhi, la voce. Allora ho capito che quella che mi è stata data è un’occasione per rendermi conto di quanto in realtà io abbia sempre avuto tutto ciò di cui avevo realmente bisogno, che non è altro che braccia da stringere e ventiquattro ore da vivere.

  • Dante dalla A alla Z: I come Inferno

    Dante dalla A alla Z: I come Inferno

    Il viaggio di Dante nell’oltretomba attraverso i tre regni della punizione eterna, dell’espiazione e del trionfo divino, è allegoria del processo spirituale del poeta che, attraverso la consapevolezza del peccato, il pentimento e la penitenza, giunge alla redenzione della fede. La poesia della prima cantica, l’Inferno, è violentemente drammatica, pervasa da un’atmosfera di dolore oppressivo, senza speranza. Dante descrive, infatti, come nell’aere cupo riecheggino i lamenti e le grida dei dannati, lo strazio dei tormenti, il ricordo dei peccati commessi, delle passioni terrene vive ancora di compiacimento. L’Inferno è una grande tragedia, l’incomparabile dramma di un’anima che rivive le tappe del proprio vivere mondano e continua ad amarle nonostante sappia che sono motivo di eterna rovina. Il segreto della prima cantica sta in questa forte contraddizione tra la consapevolezza del peccato e l’attaccamento alle cose e alle passioni terrene che rende così difficile a Dante la salita verso il Purgatorio. Per il suo linguaggio, l’Inferno è ritenuto superiore alle successive cantiche. Attraverso le parole del poeta non solo comprendiamo il dolore dei dannati e ci immedesimiamo in loro, ma veniamo presi per mano da Dante stesso per prendere consapevolezza di ciò che è concreto e terreno e di ciò che non lo è. Dante in maniera spietata ci mostra tutte le nostre passioni portate all’estremo, staccandoci lentamente dal nostro mondo quotidiano. La sua poesia è forte, aspra. È la poesia di un fiorentino scacciato dalla patria per motivi politici, è la poesia di un uomo di parte, peccatore come noi che cerca di salvarsi e salvarci.

  • L’Arminuta: una ragazzina madre di se stessa

    L’Arminuta: una ragazzina madre di se stessa

    L’Arminuta è un romanzo dell’autrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio, pubblicato nel febbraio 2017 dalla casa editrice Einaudi. Racconta la storia di una ragazzina di tredici anni, appunto detta “l’Arminuta” che in dialetto abruzzese significa “la ritornata”, che scopre all’improvviso e senza alcun tipo di spiegazione, che quella che aveva creduto la sua famiglia, quelli che aveva sempre considerato i suoi genitori, non erano che parenti della sua madre naturale. Si ritrova da un giorno all’altro catapultata in un nuovo mondo a lei sconosciuto, fatto di povertà, mancanze e modi particolari di dimostrare affetto. L’autrice è sicuramente riuscita a far immergere il lettore totalmente nelle vicende e negli spazi, descrivendo nel modo più crudo e veritiero possibile la realtà abruzzese degli anni ’70, in cui convivevano povertà e benessere, tradizione e novità. Donatella Di Pietrantonio ci fa vivere insieme alla protagonista tutti i suoi cambiamenti, i pensieri e le paure di una ragazzina che si trova a dover accettare una realtà che non le appartiene e che trova un modo per estraniarsi e per creare il suo personale mondo solo attraverso lo studio e l’impegno. Avere due madri, due famiglie ma sentirsi ugualmente sola, questo è quello che prova l’Arminuta, tanti interrogativi ma nessuna risposta. L’autrice racconta di poco più che una bambina diventata madre di se stessa, che nonostante tutte le paure è riuscita a prendersi in braccio e portarsi in salvo, pur  portando con sè una grossa cicatrice lasciata dall’abbandono. È descritta la maternità in ogni sua sfaccettatura, la famiglia in ogni sua forma ed espressione, il dolore e la gioia vissuti in ogni situazione, il riuscire a prendere il bello dal brutto e anche viceversa. L’autrice usa parole dirette, forti, un linguaggio per nulla elaborato, proprio perchè ci sta descrivendo la realtà che non ha altro modo per essere raccontata. Le descrizioni, talvolta forse fin troppo precise e approfondite, ci permettono di immaginare ogni luogo in cui si muove la protagonista, ogni odore, ogni sensazione, di percepire tutto quasi come attraverso i sensi dell’Arminuta. Personalmente trovo molte analogie con il libro “L’amica geniale” di Elena Ferrante. Anche in quel caso infatti la protagonista, nata in una famiglia povera e poco istruita, trova conforto, rifugio e salvezza nello studio, come fosse un biglietto di sola andata per un nuovo futuro. Non credo sia un caso infatti, che proprio nelle prime pagine del libro, Donatella Di Pietrantonio riporti una frase dal suo romanzo “Menzogna e sortilegio”. L’Arminuta è un libro da leggere tutto d’un fiato e che nonostante sia breve, racconta una storia tanto pungente quanto realistica. Tra le righe riusciamo a cogliere tutto il dolore, lo smarrimento di questa ragazzina abbandonata due volte, lasciata da sola con se stessa, che sente che tutto il mondo, tranne un’unica persona, può fare a meno di lei. Una ragazzina delusa dall’unica figura, cioè una madre, che avrebbe dovuto darle sicurezza, stabilità, amore e che invece è capace di darle solo dispiacere, solitudine e senso di abbandono. L’autrice attraverso questa vicenda è capace di farci capire quanto in realtà siamo fortunati ad avere una famiglia, e famiglia non necessariamente significa legame di sangue; famiglia è tutto ciò che ci fa sentire al sicuro, tutto ciò che riesce a farci sentire a casa, protetti e soprattutto amati. Famiglia è quando senti di occupare un posto che mai nessuno potrà sostituire perchè per chi ne fa parte sei fondamentale. Famiglia è non sentirsi mai lasciati soli.

  • ASSOLTO O CONDANNATO? LE FASI DI UN PROCESSO PENALE

    ASSOLTO O CONDANNATO? LE FASI DI UN PROCESSO PENALE

    “Quando ho saputo di dover tenere questo incontro in una scuola superiore, mi sono chiesta che cosa sapessi io alla vostra età di giustizia, legalità e processi. La risposta è stata che le mie conoscenze erano pari a zero, e questo mi ha spronata a parlare con voi in maniera semplice e confidenziale di quello che ora è diventato il mio lavoro.” Con queste parole la dott.ssa Ambrosino ci ha introdotto in quello che è il vastissimo mondo della Legge e del processo. Infatti, mercoledì 27 marzo, nella sede centrale del nostro liceo, alcuni studenti del quarto anno hanno incontrato quattro legali, di cui un magistrato e tre avvocati, del Palazzo di Giustizia di Torre Annunziata. Questo appuntamento è stato organizzato per preparare i ragazzi alla simulazione di un processo penale a cui avrebbero assistito il giorno dopo per il progetto di alternanza scuola-lavoro; tuttavia il confronto con gli esperti è stato davvero interessante anche per coloro che non avrebbero preso parte a quest’attività.
    Ha preso  la parola l’avvocato Torrese, il quale ha  dichiarato che non potrebbe esistere un mondo senza leggi, in cui ciascuno esercita la giustizia in maniera privata, secondo i propri valori e principi morali. Successivamente ci è stato illustrato in modo elementare lo svolgimento di un processo e della precedente indagine. “Tutto parte da una denuncia ai Carabinieri.” Basta solo una vostra parola, purché sia credibile, per dare inizio ad un processo” ci dice la dottoressa Ambrosino. “Dopodiché il Pubblico Ministero, che ha il compito di esercitare l’azione penale, svolgerà delle indagini sul caso, cercando prove e ascoltando le testimonianze di altre persone che hanno assistito al reato. Questa, però, è una fase segreta, nella quale l’imputato è assente e non saprà dell’accusa che gli è stata attribuita fino a quando le indagini non saranno chiuse. Se le prove sono sufficienti e certe, l’udienza potrà cominciare. Il Pubblico Ministero illustrerà la vicenda al giudice, che in quel momento non conosce alcun particolare dell’indagine. Poi entra in gioco la vittima, che racconta la propria versione dei fatti e il perché dell’accusa. Una volta che sono stati ascoltati anche i testimoni, l’imputato ha il diritto di parlare:” Penso che oggi la chiave e l’essenza del processo stiano  proprio nella possibilità di difendersi da parte dell’accusato”. Sottolonea il magistrato.
    Dopo questa spiegazione, a prendere parola è l’avvocato Maria Formisano, che ci descrive ancora più minuziosamente quanto sia fondamentale la figura del difensore in una causa.
    È anche molto importante l’approccio dell’avvocato nei confronti di tutti gli altri membri dell’udienza: per lei alzarsi in piedi è un segno di forza, simbolo della retorica persuasiva, che è in grado di convincere il magistrato della propria tesi. Ci dice anche che ci vuole coraggio a denunciare, ci vuole coraggio a battersi per la verità con la paura di non essere creduti, soprattutto ci vuole coraggio ad accusare il proprio malfattore dinanzi ad una Corte di Giustizia, talvolta guardandolo negli occhi. Eppure la violenza , la criminalità non possono essere contrastate se il cittadino non utilizza l’ arma della denuncia.

    Ilaria Arcamone
    Chiara Basile
    Marialuisa Iovene      II A CLASSICO

  • Scienza e potere

    Scienza e potere

    Se è vero che il XX secolo è stato quello delle tante scoperte, dell’imparare a rialzarsi dopo le guerre, del volere tutto e subito, il XXI secolo è e deve essere un secolo all’insegna del controllo e della buona gestione dei beni, di ogni tipo di ricchezza. Durante il XX secolo non è mancata occasione per dimostrare che spesso il progresso, oltre che ad aiutare la società e a permetterle di progredire, è anche un’arma forte finita nelle mani sbagliate, che può ridurre il mondo in ginocchio. Basti pensare alla bomba atomica, la conseguenza di un grande passo in avanti per la scienza, ma un’arma letale per l’intero pianeta Terra, come dimostrano i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945, di cui paghiamo le conseguenze ancora oggi. Come ci dimostra la storia, il rapporto che l’uomo ha con la scienza è un rapporto complesso, di curiosità ma soprattutto di timore; timore poiché la scienza è incomprensibile, le sue conseguenze imprevedibili e perché l’uomo da sempre si sente minacciato da ciò che non gli è possibile controllare. Per questo la sfera del potere e quella

    della scienza dovrebbero essere nettamente distinte: se l’una dipende dall’altra non vi potrà essere autonomia da nessuna delle due parti. Così sosteneva anche la scienziata Rita Levi Montalcini, in un discorso tenuto nel 2001 a Montecitorio: solo qualora la scienza dovesse essere coinvolta in decisioni politiche, gli scienziati avrebbero il dovere di parteciparvi, piuttosto che restare vittime di un potere che mira al prestigio e alla vittoria personale, oscurando i veri scopi della scienza. La collaborazione tra scienza e potere ha dimostrato, fino ad ora, solo risvolti negativi, per la cattiva gestione di brillanti scoperte. In uno dei suoi discorsi tenuti poco dopo la fine della Grande Guerra, il fisico Enrico Fermi affermava che lo scienziato deve avere la possibilità di sperimentare, di verificare le proprie scoperte, senza sentirsi vincolato dal potere. Deve essere il potere stesso a concedergli libertà di ricerca restando fuori dagli esperimenti, intervenendo al solo scopo di garantire la sicurezza del proprio paese.  Anche se c’è chi ritiene che scienza e potere potrebbero procedere insieme, è proprio a causa della magnifica imprevedibilità della prima e della frequente cattiva gestione della seconda, che gli scienziati stessi ritengono che esse debbano progredire e svilupparsi su binari diversi.

    Marialuisa Iovene 2A classico