Categoria: Film

  • The Ballad of the Witches’ Road: come mai ci piace così tanto?

    The Ballad of the Witches’ Road: come mai ci piace così tanto?

    Negli ultimi giorni è stata lanciata su Disney+ la nuova miniserie Marvel “Agatha All Along”, che tratta le vicende del personaggio di Agatha Harkness, precedentemente incontrato in Wandavision, mentre affronta le prove del Witches’ Road per recuperare i suoi poteri, persi alla fine di WandaVision. Durante il percorso, si scontra con vari ostacoli magici e nemici, tra cui potenti streghe che cercano di impedirle di riconquistare la sua magia. La serie esplora anche il legame di Agatha con l’oscuro libro del Darkhold e approfondisce il mondo della magia nel Marvel Cinematic Universe, mantenendo un mix di mistero, umorismo e colpi di scena soprannaturali.

    Secondo la serie, arrivando alla fine de “La Strada”, ogni strega potrà richiedere e ricevere qualsiasi cosa desideri, ma per potervi accedere bisogna disporre di una congrega con la quale cantare la ballata che dà il via all’incantesimo. (The Ballad of the Witches’ Road).

    Tale ballata sta spopolando sui social e ha quasi raggiunto i tre milioni di ascolti su Spotify in solo due settimane. Ma com’è possibile che una canzone Disney che parla di streghe ci piaccia così tanto? La risposta è semplice e anche un po’ banale: perché è in effetti un rito magico.

    In effetti sin dall’antichità uno degli strumenti di “potere” più forti è sempre stato il canto unito a “formule magiche”: ogni nota e parola sono importanti, il ritmo, la melodia e le ripetizioni si combinano insieme per formare un vero e proprio incantesimo.

    La musica ha sempre avuto un ruolo centrale in riti e pratiche magiche tanto che alcune religioni e culture (come quella egizia, greca, romana ecc…) hanno utilizzato queste pratiche musicali per potersi collegare al divino.

    Nell’antica Roma ad esempio c’erano le nenie, canti funebri intonati per poter guidare i defunti nell’aldilà preservando quel legame tra il mondo terreno e quello spirituale che non deve mai essere spezzato.

    Risale, invece, al pieno medioevo il malleus maleficarum, un manoscritto che illustrava il modo in cui le streghe usavano le melodie per lanciare incantesimi curativi o maledire.

    Nel Rinascimento, infine, erano diffuse musiche per rituali esoterici che servivano ad influenzare gli elementi della natura.

    Da un punto di vista scientifico, è stato provato che ritmi ripetitivi e melodie possono indurre ad uno stato di trance. Ad oggi è infatti diffusa in ospedali e centri di riabilitazione la musicoterapia, usata per il benessere fisico e mentale di un individuo, riducendo stress e aumentando la gestione del dolore fisico.

    Per questo la “Ballata della Strada delle Streghe”, proprio come un incantesimo, ci ipnotizza usando “un linguaggio ancestrale”: musica e voce. La ballata non fa altro che replicare dinamiche e pratiche di cui l’umanità si è sempre servita nel corso dei secoli e che oggi tornano ad affascinare i suoi ascoltatori.

    Antonio Cinquegrana

    III A Linguistico

  • ‘IO CAPITANO’: UN’ODISSEA CONTEMPORANEA

    ‘IO CAPITANO’: UN’ODISSEA CONTEMPORANEA

    Il film “Io capitano”, diretto da Matteo Garrone,  entrato nelle nomination per gli Oscar 2024 come miglior film internazionale, racconta la storia di due giovani, Seydou e Moussa, che partono da Dakar, n Senegal, per affrontare un lungo viaggio per raggiungere l’Europa. I due si trovano ad affrontare un’odissea contemporanea: attraversano il deserto e i suoi mille inganni, i pericoli del mare aperto e conoscono  l’ipocrisia e la cattiveria dell’essere umano. Questo film scuote le coscienze nel profondo; è un potente racconto a metà tra sogni e realtà, in grado di trasmettere un messaggio di resistenza e solidarietà. Per i motivi che abbiamo esposto è stato definito “Odissea contemporanea” e ha
    vinto il premio il Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia lo scorso settembre. In sintesi, Seydou e Moussa, lasciano il Senegal per rincorrere il sogno di una vita migliore e onesta, attraversando l’intero continente africano e il mar Mediterraneo. Dopo varie disavventure, giorni molto difficili di duro lavoro e sfruttamento, finalmente sono sul barcone arrugginito che li porterà sulla terraferma. Seydou,  a corto di soldi, per potersi imbarcare viene costretto dal trafficante libico a guidare l’imbarcazione e, anche se del tutto inesperto, porterà tutte le 250 vite a lui affidate in salvo a Lampedusa, facendosi appunto ‘capitano’ della sgangherata imbarcazione.
    Il grande regista Garrone, per realizzare i suoi capolavori, si basa spesso sulla realtà. Anche nel caso di questo film si è ispirato a storie reali,raccolte da un suo amico in un centro d’accoglienza a Catania.
    Abbiamo sempre sentito parlare di immigrazione africana verso l’Europa, abbiamo sempre avuto un nostro punto di vista ma…finalmente il regista mette a nudo la cruda realtà e ci fa guardare il mondo con gli occhi  dei migranti. Questi ultimi non sanno se il destino, alla fine, li condurrà alla morte o se riusciranno a realizzare il loro sogno di una vita più sicura e dignitosa. E non possiamo dimenticare che tutto questo è reale e che molti migranti non arrivano in Italia o ci arrivano morti.
    Chissà se un giorno ci sarà giustizia per tutti i migranti morti nel tentativo di raggiungere i nostri paesi; perchè queste morti pesano sulle spalle dei governi occidentali che, invece di accogliere, alzano muri e respingono ancora.

    Benedetta Falanga 3Bs

  • Il successo di “C’è ancora domani”

    Il successo di “C’è ancora domani”

    “C’è ancora domani” rappresenta l’esordio da regista di Paola Cortellesi che, interpretato da lei stessa e da Valerio Mastandrea, tocca temi importanti quali la lotta femminista verso l’emancipazione della donna e la questione della violenza di genere attraverso la narrazione delle vicende di una moglie incapace di reagire (ma non per questo passivamente apatica) e in balia di un marito dittatore, figlio del sistema patriarcale, la quale riesce a riscattarsi da un’esistenza tormentata, assaporando una libertà nuova nelle elezioni politiche del 1946, in un inaspettato colpo di scena.

    Il pregio principale del film è la sua “digeribilità”, una presentazione eccezionale del fenomeno sessista che non si perde in scenografie e giri di parole complessi, ma che segue una linea coerente di scorrevolezza, tanto armoniosa quanto curata nei particolari. L’esposizione dei fatti è visiva, chiara e materiale; l’ambientazione è impeccabile, come le voci verosimili del dialetto romanesco, ma anche degli attori americani, e i caratteri complementari dei personaggi, blocchi integrati di un contesto evidentemente ben pensato e costruito.

    L’attenzione al dettaglio è osservabile nei dialoghi, realisticamente crudi, ma anche nelle “danze” fra i due disgraziati, nel lamento “ipocrita-cristiano” di Ivano alla morte del suo Ottorino o ancora nell’atto finale dove la folla si compatta fermamente al ritmo di A bocca chiusa, di Daniele Silvestri:  le tecniche utilizzate contribuiscono a creare un’atmosfera surreale e suggestiva e a trasmettere allo spettatore il senso del dolore profondo e radicato di Delia.

    Infatti anche le musiche giocano una grande parte nel computo totale dei vari elementi, ed è assolutamente interessante l’uso, talvolta, di colonne sonore moderne di sottofondo ad una retrospettiva sul passato, per riproporre in chiave contemporanea la storia e avvicinarla al pubblico.

    Il film, dunque, è emotivamente immersivo, tanto da suscitare un senso di colpa sul piano personale nei confronti delle sventure della protagonista, ed è ricco di azione, in un intreccio vivo, carico di  di drammaticità e anche di brillante umorismo, frutto del genio creativo della Cortellesi, debuttante in grande stile.

  • OPPENHEIMER: QUANTO VALE UNA PACE INTRISA DI SANGUE?

    OPPENHEIMER: QUANTO VALE UNA PACE INTRISA DI SANGUE?

    “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi”

    J. Robert Oppenheimer

     

    Da quando la guerra scoppiata tra la Russia e l’Ucraina si è imposta al centro dei dibattiti televisivi e politici e dell’attenzione dei media occidentali, il timore che possa verificarsi un attacco atomico anche più distruttivo di quello del 1945 tormenta l’immaginario collettivo.

    Se da un lato questo agghiacciante scenario preoccupa i più, dall’altro sembra essere invece l’ambiente perfetto in cui dar luce a un altro capolavoro del mondo del cinema: Oppenheimer.

    La pellicola, firmata dal genio di Christopher Nolan, è sorprendente sia dal punto di vista tecnico sia sul piano tematico. Per il primo punto, infatti, diverse sono le novità proposte da Nolan,  a cominciare dal fatto che si tratta del primo film con una pellicola da 65 millimetri in bianco e nero adatta per cineprese IMAX , mai utilizzata prima d’ora e prodotta appositamente per quest’opera.

    Il rifiuto del regista di ricorrere alla CGI per realizzare le esplosioni e gli atomi in movimento non ha fatto altro che dare più valore al film, differenziandolo da molti altri.

    Il Trinity Test, cioè l’esplosione di prova che avrebbe sancito la riuscita del progetto Manhattan, è stata infatti ricreata usando benzina, propano, magnesio e polvere di alluminio. La scena è stata poi ripresa utilizzando diversi tipi di telecamere ed obiettivi: ogni singolo elemento è stato filmato in modo che sembrasse molto più grande.  La sequenza ottenuta è quindi il frutto di un assemblaggio, reso possibile sovrapponendo 100 inquadrature ed oltre 400 elementi pratici.

    Brillante è risultata l’alternanza di scene in bianco e nero e di scene a colori, utilizzata per scandire e rendere palese al pubblico i momenti in cui la narrazione era condotta da un punto di vista storico e oggettivo e quelli in cui, invece, i fatti erano filtrati dall’occhio di Oppenheimer e dalle sue emozioni. Uno dei punti di forza del film è la semplicità disarmante con cui viene spiegata al pubblico la fisica quantistica, rendendo così ogni persona in sala consapevole di tutti i “perché” e di tutti i “come”.

    Ciò che sorprende dal punto di vista tematico è che, differentemente da quanto ci si potrebbe aspettare prima di andare al cinema, il film non è costantemente incentrato sulla scienza né si può considerare una drammatica narrazione delle vite innocenti spezzate dall’esplosione, dato che non ci sono scene dedicate ad Hiroshima e Nagasaki. Al centro di tutto vi è lui, il padre della bomba atomica: J. Robert Oppenheimer, interpretato dall’impareggiabile Cillian Murphy, che ha saputo non solo indossare gli abiti del suo personaggio, ma cucirsi addosso anche la sua pelle, la sua sensibilità. Il fulcro vero e proprio della trama è il tormentato mondo interiore di Oppenheimer che, accecato da quell’illusorio desidero, comune anche agli uomini odierni, di poter porre fine alla violenza con un atto dieci volte più violento, ha finito per macchiarsi di un terribile delitto.

    Le conseguenze della sua creazione diventano per lui psicologicamente insostenibili. Ovunque cammini gli sembra di calpestare i cadaveri delle persone che ha ucciso. Certo, ha salvato la sua nazione, ma a che prezzo?  Gli altri personaggi politici agiscono in maniera fredda e distaccata, discutono cinicamente dell’uccisione di centinaia di persone, mentre risparmiano altre fiorenti città del Giappone dall’attacco atomico solo perché magari le hanno visitate in viaggio di nozze e hanno un bel ricordo.

    Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Henry Truman , non mostra compassione o rimorso per ciò che ha ordinato, ma anzi si indispettisce quando Oppenheimer smonta il suo entusiasmo dicendogli : “Signor Presidente, le mie mani sono sporche di sangue”. Nel corso del film J. Robert finisce per assumere lo spessore psicologico di un eroe sofocleo, acquisendo consapevolezza mano a mano che i fatti si svolgono, per poi comprendere ogni cosa solo alla fine, quando ormai è troppo tardi per cambiare finale alla storia che lui stesso ha scritto.  Le sue stesse motivazioni iniziali, rivolte ai colleghi per legittimare la realizzazione della bomba, gli risultano ormai vane, perché nulla può più cambiare la realtà dei fatti. Ormai lui è diventato morte, il distruttore di mondi. Oppenheimer è un uomo fragile e a tratti anche ingenuo, tanto da essere tradito da coloro che reputa suoi amici e dallo stesso Paese che ha servito. Questo però non fa di lui uno sprovveduto o una persona superficiale, ma anzi egli è ben consapevole, come riferisce ad Einstein in una delle scene, di aver realizzato qualcosa che può distruggere il mondo. Tuttavia, come il dio Saturno dipinto da Goya, pur essendo conscio della gravità di quello che sta facendo, non può fermarsi.

    Il film ci spinge anche a riflettere sul presente, accendendo i riflettori anche sulla ripetitività strutturale della storia degli uomini, che dall’alba dei tempi escogitano piani per sterminarsi a vicenda. Il tormento morale del protagonista non può non farci pensare al recente dietro front dei creatori dell’intelligenza artificiale, che hanno scelto di fermarsi momentaneamente con i loro studi e di avvertire la popolazione che la situazione potrebbe drammaticamente degenerare.

    Per tutti questi motivi il film di Nolan è uno dei migliori prodotti cinematografici degli ultimi anni, che dà voce ad una figura storica forse anche sconosciuta a molti spettatori, portando contemporaneamente sullo schermo le due facce della stessa medaglia, il padre della bomba atomica e il semplice uomo che vi si celava dietro. L’analisi psicologica è così profonda e accurata che non si può fare a meno di condividere la sofferenza insieme al protagonista. E la scena finale, che non descriverò perché – come tutto il resto del film – vale la pena guardarla con i propri occhi, è così destabilizzante da lasciare nel pubblico un senso di angoscia che sfocia in una domanda: non stiamo forse perpetuando, in un modo o nell’altro, l’annientamento di noi stessi e del nostro mondo?

    E se stessimo continuando noi a scrivere la storia iniziata da Oppenheimer?

    Chiara Cinquegrana

  • I giovani e il cinema: com’è il loro rapporto con la settima arte?

    I giovani e il cinema: com’è il loro rapporto con la settima arte?

     Ai giovani piace il cinema, sia come luogo sia come arte? Quali sono i loro generi preferiti?

    Queste è ciò che mi chiedevo mentre diffondevo un sondaggio, di soli 4 quesiti, per rispondere ai miei dubbi. Sono arrivate 72 risposte e i risultati ci danno modo di fare delle riflessioni. La prima domanda del sondaggio chiedeva:”Ti piace il cinema?”. La maggioranza, come si può vedere dal grafico in figura, apprezza la settima arte, ma solo come mezzo di intrattenimento. È chiaro che non tutti possono essere appassionati di cinema, ma è anche vero che i ragazzi, se non orientati da figure esterne, conosceranno questo medium solo in modo superficiale.  Le scuole potrebbero agire su questo aspetto organizzando dei progetti per approfondire il cinema inteso come arte, e chissà quanti studenti potrebbero scoprire una nuova passione. Senza contare che i film possono anche essere molto istruttivi. Ad esempio, posso dire per esperienza personale che guardare in classe “Il nome della rosa” di Jean-Jacques Annaud mi ha permesso di comprendere meglio le sfumature del periodo storico in cui è ambientato, il Medioevo. E ci è riuscito senza annoiarmi, nascondendo in una bella storia thriller tante informazioni che di solito si apprendono sui libri. Per questo gli spunti per collegare il cinema alla scuola ci sono, e se più giovani venissero spronati ad approfondire la settima arte dalle istituzioni, sono convinto che tanti di loro potrebbero appassionarsi al medium.

    Ma quindi, che genere di film guardano i giovani, appassionati e non? A questo risponde la seconda domanda (i risultati sono nel grafico della figura sotto), che vede “azione/avventura” come categoria vincitrice, seguita da “thriller/horror”. Più sfortunati sono “autobiografico” e “western”, mentre una buona percentuale di ragazzi apprezza un po’ tutti i generi. Sorprendente è invece la povertà di voti del genere “supereroistico”. Basti pensare che i film della Marvel, come Avengers Endgame, sono spesso campioni di incassi, e hanno come target proprio i giovani. Un’ipotesi per spiegare le scarse preferenze potrebbe essere che il lento decadimento qualitativo delle pellicole di questo tipo (fatte ovviamente le dovute eccezioni) sta facendo diminuire l’interesse dei ragazzi per il genere supereroistico. Consideriamo poi che i nuovi film della Marvel escono, in media, ogni 4-5 mesi nelle sale, e si sa che “il troppo stroppia”. Colpisce è il grande interesse dei ragazzi per l’horror. È anche vero che ci sono film di questo genere, come il più recente Scream VI, che strizzano l’occhio ai giovani (sopra i 14 anni, in questo caso), però questa tipologia di pellicole riesce ad attirare l’attenzione degli adolescenti per vari motivi. Tra questi, la curiosità di scoprire qualcosa che, per buone ragioni, era stato proibito fin dall’infanzia.  Crescendo, il ragazzo si sente pronto e guarda i suoi primi film di questo genere, alcuni rinunciano dopo poco, altri invece si appassionano. E, a quanto pare, la percentuale di questi ultimi non è affatto bassa.

    Si arriva poi alla terza domanda che chiede se ai giovani piace andare al cinema oppure se preferiscono guardare i film sulle piattaforme streaming. Si nota subito che la percentuale di ragazzi che preferisce di gran lunga andare in sala è la più bassa tra le tre. La chiusura del cinema Politeama qui a Torre Annunziata e la presenza di pochi multisala (con programmazioni non sempre ricchissime) nelle nostre zone non avranno aiutato, sicuramente. Tuttavia, se c’è volontà di andare a vedere un film in sala, le possibilità ci sono. Sopravvivono ancora, ad esempio, il Cinema Eliseo a Poggiomarino o lo Stabia Hall a Castellammare di Stabia. È molto alta invece la percentuale di ragazzi che vanno in sala solo per i film che attendono di più e  quindi tendono a preferire comunque le piattaforme streaming. Le motivazioni più probabili di ciò sono due: comodità e possibilità economiche. Parlando in particolare di quest’ultima, è vero che un biglietto al cinema non costa moltissimo, in media 7 euro, però con quel prezzo ci si fa un abbonamento a Netflix, con cui si può accedere a un catalogo di prodotti veramente immenso. Se un ragazzo guarda circa 4 film al mese in sala, spende 28 euro, che non è poco, e quindi si ritrova poi costretto a ripiegare sulle piattaforme streaming. Per quanto alcuni cinema piazzino il biglietto a prezzo ridotto in determinati giorni della settimana, il problema è arginato solo in parte purtroppo. Ci sono stati dei progetti, come “Cinema in festa” a settembre 2022, che hanno fatto abbassare a tutti i cinema il prezzo a 3.50 euro, per un periodo di tempo molto limitato ovviamente. Se occasioni del genere capitassero più spesso, i giovani forse sarebbero incentivati ad andare in sala più frequentemente. 

    Arriviamo all’ultima domanda: i giovani vanno al cinema da soli? No, quasi nessuno di coloro che hanno risposto va/è andato in sala da solo a vedere un film. La maggioranza ha bisogno di compagnia per andare al cinema, però c’è una percentuale che vorrebbe provare questa esperienza in solitaria. E qui sorge spontanea una domanda: perché questi ragazzi hanno voglia di andare al cinema da soli, ma non lo fanno? Non si può dare la colpa ai mezzi pubblici, poiché i cinema (come i sopracitati Eliseo e Stabia Hall) sono molto vicini alle stazioni della Circumvesuviana e gli orari dei treni spesso permettono di arrivare in sala poco prima dell’inizio del film e di tornare a casa un po’ dopo la fine. Inoltre, se si va di giorno, il fattore di rischio di rapine o molestie causato dalla scarsa sicurezza dei mezzi è abbastanza basso. L’unica risposta che mi viene in mente è che questi ragazzi sono vittime del pregiudizio altrui. Le persone sono (inspiegabilmente) convinte che andare al cinema da soli sia triste; basti pensare che esistono tantissimi articoli e video che cercano di smontare questa credenza, ma senza successo evidentemente. È dunque probabile che i ragazzi abbiano timore del giudizio altrui, oppure siano i loro genitori ad averne, e quindi impediscono al figlio di fare questa esperienza. Il problema è alla base, nella mentalità delle persone, e ciò preclude ad alcuni giovani, magari appassionati di cinema, di vivere la loro passione o svago nel modo che gli sembra più opportuno. E quindi si ritrovano costretti a cercare una compagnia per poter vedere quel film che attendevano da tempo e, se non la trovano, devono necessariamente aspettare qualche mese per vedere la pellicola in questione in blu ray. Peccato che questi ragazzi, finita l’attesa, guarderanno il film sul loro cellulare o sul computer, e saranno comunque da soli, ma nella loro camera. Perché vedere un film al cinema senza compagnia è triste, mentre guardarlo a casa nella stessa identica condizione  non lo è? Senza contare che poi andare in sala da soli può essere anche un’occasione per conoscere persone nuove che hanno già una passione in comune con noi. Inoltre vedere un film al cinema è una vera e propria esperienza, capace anche di influenzare il gradimento della pellicola in questione. Perché bisogna precludere ai giovani appassionati di questo  medium (che già non sono tantissimi, come il sondaggio dimostra) di vivere questa fantastica esperienza? È un peccato mortale.

     

  • Un male che limita il contatto fisico: “A un metro da te”

    Un male che limita il contatto fisico: “A un metro da te”

    “Il contatto fisico: la nostra prima forma di comunicazione. Sicurezza, protezione, conforto: tutto nella dolce carezza di un dito o di due labbra che sfiorano una guancia morbida. Ci unisce quando siamo felici, ci sostiene nei momenti di paura, ci emoziona nei momenti di passione e amore. Abbiamo bisogno di quel tocco dalla persona che amiamo quasi come abbiamo bisogno di respirare. Ma non ho mai capito l’importanza di quel tocco, del suo tocco, fino a quando non ho potuto più averlo.”
    Questa è una citazione tratta dal film “A un metro da te” che vede come protagonista Stella Grant, la quale è una giovane ragazza affetta da fibrosi cistica; il suo scopo è quello di raccontare le tipiche giornate, tramite i social network, dei pazienti affetti da tale malattia, e in particolar modo le distanze che devono assolutamente rispettare tra di loro per ridurre il rischio di infezioni incrociate, ossia infezioni batteriche da altri pazienti con la fibrosi cistica, che potrebbero comportare gravi conseguenze, tra cui la morte. Stella all’interno dell’ospedale in cui vive incontra un ragazzo con la stessa malattia di nome Will, il quale si trova lì per una terapia sperimentale, nella speranza di riuscire a liberarsi di un’infezione batterica presente nei polmoni. La ragazza propone lui di svolgere insieme tale terapia, in modo tale da renderla meno faticosa, promettendosi, però, di mantenere la distanza interpersonale di due metri, la quale non fa altro che salvaguardare la loro salute. Con il tempo i due si innamorano e, di conseguenza, diventa inevitabile il contatto fisico. Will scoprirà che la sua terapia è risultata vana e per questo deciderà di allontanarsi da Stella per evitare che possa soffrire, motivo per il quale, nella citazione iniziale, la ragazza afferma di non aver mai compreso l’importanza del tocco di Will fin quando non le è stato privato.
    Ma cos’è la fibrosi cistica?
    La fibrosi cistica è malattia genetica che può avere esito fatale e colpisce una persona su 2500, sia l’individuo maschile che quello femminile; circa un individuo su 25 è portatore sano dell’allele per la malattia. L’allele normale per questo gene codifica per una proteina di membrana che funziona da trasportatore di ioni cloruro tra alcuni tipi di cellule e il fluido extracellulare. Nelle membrane plasmatiche dei bambini che ereditano due alleli recessivi, questi canali per il cloruro sono difettosi o assenti: il risultato è una concentrazione extracellulare di cloruro estremamente alta, che rende più spesso e viscoso del normale il muco che riveste le cellule di numerosi organi. Il muco si accumula nel pancreas, nei polmoni, nell’intestino e in altre sedi, dove determina effetti multipli: un insufficiente assorbimento intestinale, la bronchite cronica e le frequenti infezioni batteriche causano la morte della maggior parte dei soggetti prima dei cinque anni. Benché sia presente dalla nascita, tale patologia può manifestarsi in momenti diversi: dall’infanzia sino all’età adulta. Ancora oggi non esiste una terapia risolutiva, ma nonostante ciò vi sono delle cure che attenuano i sintomi e l’evoluzione della malattia, migliorando la qualità della vita.
    Giorno dopo giorno i ricercatori investono il loro tempo affinché si possano trovare terapie e cure più efficaci per semplificare la vita delle persone costrette a condurre uno stile di vita per certi aspetti limitato. È fondamentale diffondere informazioni circa malattie come questa, di cui molte persone non sono a conoscenza o, almeno, non sanno di cosa trattano.

    Aiutiamo queste persone a sentirsi meno sole e supportate! 

    Cirillo Michela

    D’Avino Francesca

    Scarpa Gaetana

    IV E scientifico

     

  • ALLA DISNEY LA COPPA DEL POLITICAMENTE CORRETTO!

    La multinazionale statunitense Disney ha vietato ai bambini al di sotto dei sette anni  la visione di Peter Pan, Gli Aristogatti e di Dumbo, eliminando i film dal catalogo della sua piattaforma streaming. La motivazione di tale provvedimento sembra essere il fatto che ognuno di questi tre film presenta contenuti razzisti. Nel primo, infatti,  gli indiani della tribù vengono chiamati dal protagonista “pellerossa”. Ne Gli Aristogatti,  il gatto siamese Shun Gon presenta dei tratti che rimandano alle tipiche fattezze asiatiche. In Dumbo, infine,  c’è una canzone in cui vengono pronunciate la parole: “e quando poi veniamo pagati buttiamo via tutti i nostri sogni”, considerata come un insulto alla memoria degli schiavi afroamericani. Per fortuna, le pellicole non sono state eliminate del tutto, poiché possiamo trovarle nella sezione adulti, con tanto di avviso che informa delle discriminazioni contenute.  

    La scelta dell’azienda sembra condivisibile, non trovate? Dopo tutto è normale che fra principesse che insegnano alle bambine a sposare il primo che passa e ad aspettare di essere salvate da un uomo, topoline che affermano :“Cucire è un  lavoro da donne”  e chi più ne ha più ne metta… il problema sia rappresentato da questi tre cartoni.  

    Dopo aver ricevuto la medaglia al valore femminista per aver inserito nei suoi live action delle super-principesse che non hanno bisogno di niente e di nessuno, la Disney è in corsa per ricevere la coppa del “politically correct”. Ovviamente, tale azione si spiega con motivi di business e con il bisogno di difendere la reputazione della multinazionale, ma poi non si comprende perché non sia stato applicato il bollino rosso anche a tutti gli altri film  impregnati di stereotipi e fatti discutibili. Basti pensare che alcune delle bellissime protagoniste non hanno nemmeno diciotto anni e sposano uomini molto più grandi di loro; per non parlare del loro aspetto: alte, magre, con occhi grandi e capelli stupendi. Se la Disney avesse una mente così aperta e al passo coi tempi, potrebbe creare una nuova principessa, per non convincere le piccole spettatrici che essere belle significa possedere l’ugola d’oro e un vitino di vespa. Anche con una scelta del genere si può fare la differenza e lanciare un importante insegnamento ai più piccoli. Viene inoltre spontaneo domandarsi se non bisognerebbe modificare la società, piuttosto che un catalogo streaming. I bambini possono essere testimoni di atti di razzismo ovunque, ma non davanti al televisore mentre guardano i cartoni. Possono interfacciarsi con la violenza e la discriminazione anche a casa, se non addirittura a scuola.  Ma è proprio tramite la visione di contenuti come questi che essi possono spaziare con la mente, ampliare la loro fantasia e stimolare la voglia di sognare. Oltre tutto, la bellezza delle pellicole è tale da compensare tutti gli aspetti che potrebbero dar fastidio, come quelli sopra accennati, soprattutto se ci si ricorda del fatto che i film sono stati realizzati molti anni fa, in un’altra società e con altre ideologie. 

     La verità è che ormai si presta attenzione alle futilità, mentre si sorvola sui problemi veri e propri. E pazienza se l’attrice che interpreta Mulan,  Lìu Yifei, supporta la violenza della polizia cinese contro i protestanti pro-democrazia. Alla fin fine, è sicuramente meno grave di un gatto con un nome e un aspetto asiatico, no? 

    Chiara Cinquegrana, IIIA classico

  • BIENVENUE À MARLY-GOMONT

    BIENVENUE À MARLY-GOMONT

    TITOLO: Bienvenue à Marly-Gomont

    DATA D’USCITA: 8 giugno 2016, disponibile su Netflix.

    REGISTA: Julien Rambaldi

    CAST: Aïssa Maïga (Anne Zantoko), Marc Zinga (Seyolo Zantoko), Médina Diarra (Sivi), Bayron Lebli (Kamini Zantoko da bambino), Kamini (Kamini Zantoko da adulto).

    GENERE: commedia/drammatico

    AMBIENTAZIONE: Marly-Gomont, 1975

    LINGUE: francese, lingua lingala.

    Il giovane Seyolo Zantoko, di origini congolesi, si laurea in medicina in Francia, dove vorrebbe trovare un lavoro e portare con sé sua moglie Anne e suoi figli Sivi e Kamini, per poter dare loro un futuro migliore. Quando Seyolo comunica alla moglie di aver ottenuto una proposta di lavoro in Francia, questa fraintende e crede che andranno a vivere a Parigi. Una volta arrivati, Anne capisce di non trovarsi a Parigi ma in un paesino rurale, Marly-Gomont. È proprio da qui che inizieranno i problemi. La famiglia ha difficoltà a farsi conoscere ed accettare dagli abitanti di Marly-Gomont: hanno tanti pregiudizi e sono diffidenti, non avendo mai conosciuto degli stranieri. Anche i bambini subiscono delle derisioni da parte dei loro compagni di classe e Anne ha molti momenti di sconforto nei quali vorrebbe fare i bagagli e scappare da quel piccolo paesino che la fa sentire inadeguata. L’unico a non scoraggiarsi è Seyolo, il quale farà di tutto per farsi conoscere ed apprezzare dagli altri.

    Questo film, ispirato ad una storia vera, ci fa sorridere e commuovere, ma trattando un tema molto delicato e complesso come quello dell’integrazione sociale, difficile da realizzarsi soprattutto in un paesino di provincia, come Marly-Gomont, in cui regnano l’ignoranza e la disinformazione. La discriminazione sociale è un fenomeno molto complesso che trova radici nella paura del diverso e nella convinzione che esista unicamente un’unica realtà, la propria. Le tematiche trattate in questo film sono, purtroppo, ancora attuali ed è per questo che consigliamo di guardarlo.

    E ricordate… incontrare uno straniero è come viaggiare senza spostarsi.

    Giovanna Cirillo, Annalaura Maresca
    VB-L

  • MULAN, IL REMAKE: SUCCESSO O FLOP?

    MULAN, IL REMAKE: SUCCESSO O FLOP?

    L’emergenza Covid-19 ci ha impedito di recarci al cinema per evitare assembramenti. Così, molte delle nuove pellicole sono state caricate su piattaforme come Sky, Tim Vision, Netflix e altre. Il remake del cartone animato “Mulan”, diretto da Niki Caro, tra i film più attesi del 2020, è stato caricato sul canale Disney +.

    Ho sempre amato la storia dell’eroina cinese. Incuriosita anche dalle polemiche e dall’insoddisfazione che leggevo sui social, ho pensato di verificare personalmente, secondo i miei gusti, se effettivamente sotto il fumo ci fosse dell’arrosto, cercando quindi di capire se questo nuovo “Mulan” fosse l’ennesimo capolavoro Disney o … un buco nell’acqua. Devo dire purtroppo che questo film non mi è piaciuto, soprattutto perché è andato a stravolgere non solo il personaggio stesso di Mulan, ma anche il messaggio che il cartone, e il poema tradizionale cinese a cui è ispirato, trasmetteva alle famiglie.

    Il capolavoro Disney racconta la storia di questa giovane ragazza che si traveste da uomo e si spaccia per soldato, andando a combattere per l’impero al posto di suo padre, troppo vecchio e malato per affrontare una guerra. La Mulan del 1998 non sa nulla dell’arte bellica, non ha mai toccato un’arma e non è stata mai addestrata. Nonostante la sua impreparazione e il rischio di venire scoperta, ella riesce non solo a diventare un’abile guerriera, ma a salvare la Cina e a primeggiare sui suoi compagni maschi. Oltre a insegnare una storia antica, il cartone fa comprendere che una donna può dedicarsi, riuscendo molto bene, anche ad attività maschili e che quindi il suo ruolo e le sue aspirazioni possono andare oltre il semplice matrimonio. Mulan insegna che c’è bisogno di coraggio per cambiare le cose, che l’età o il sesso non devono essere ostacoli, che se si vuole una cosa bisogna lottare per ottenerla, che probabilmente si dovrà combattere contro tanti pregiudizi stereotipati e magari anche soffrire, ma che alla fine la buona volontà e l’impegno ripagano sempre.

    Non si può dire lo stesso, però, del remake del 2020. Fa Zhou, il padre della protagonista, l’addestra sin dalla tenera età e le insegna a coltivare il suo “Chi”, una sorta di spirito guerriero che bisogna potenziare nel corso degli anni. La piccola è estremamente abile e si destreggia come una vera dea della guerra, ma il piacere che suo padre prova nel vederla così capace si scontra con la realtà dell’epoca, secondo la quale il “Chi” era una caratteristica prettamente maschile. Per questo motivo, egli teme che questa forza interiore di Mulan la porterà a non trovare marito e a disonorare la famiglia. Quindi il pericolo che lei corre quando decide di arruolarsi viene completamente vanificato dall’introduzione di questo fantomatico super potere. Mulan non si mette in gioco, non cresce come persona né ha bisogno di impegnarsi più di tanto, dato che è già fortissima. Si cade inoltre in una contraddizione, dato che suo padre, lo stesso che la stava addestrando pochi minuti prima, le dice che deve tenere a bada il suo “Chi” perché è donna. Ma se questa sua forza interiore rappresentava una minaccia per il suo onore, perché addestrarla e farla appassionare alla guerra?

    Viene inoltre introdotta la strega mutaforma Xianning, personaggio piatto e inutile che per chissà quale motivo grida ai quattro venti i piani di guerra dell’esercito a cui appartiene. La sua finalità sembra sia solo quella di rendere più lungo il film. Non si spiega inoltre perché sia sottomessa a Bori Khan, villain della storia, imparagonabile a quello del precedente cartone, avendo poteri straordinari derivati dal suo “Chi”, che potrebbe usare per sottomettere il suo carceriere e prenderne il posto. Né si comprende perché il “Chi” diventi una sorta di qualità magica e non più una forza guerriera. Gli aiutanti di Mulan, il grillo porta fortuna e il drago Mushu, sono stati completamente eliminati, forse per rendere il film più verosimile, e sostituiti rispettivamente da un ragazzo che si definisce “nato sotto una buona stella” e una fenice che compare sì e no tre volte; ma la strega mutaforma e gli assurdi combattimenti tutto sono tranne che realistici.

    Altro aspetto della storia che viene totalmente e terribilmente modificato è l’amore che nasce fra Mulan e il generale Li Shang. Nel film il ragazzo si chiama Honghui e non è il generale, bensì una semplice recluta. Questo perché il produttore trovava che “in un’epoca come quella del movimento MeToo, avere un ufficiale al comando che ha anche un interesse amoroso e sessuale” potesse mettere a disagio. Nel film vediamo, quindi, Mulan rispondere in maniera fredda e sprezzante ai gentili atteggiamenti di Honghui. In realtà il rapporto che c’era fra i due nasceva da una stima e da un’ammirazione reciproca: Li Shang non aveva mai molestato Mulan o abusato della sua posizione, non aveva mai fatto nulla che potesse urtare il delicato senso del pudore del pubblico femminile o delle femministe in sala. Che poi, se proprio si è voluto fare del film una pellicola a favore del movimento femminista, che senso ha avuto inquadrare Bori Khan come carceriere di Xianning? Egli abusa a suo vantaggio del potere psicologico che ha sulla strega. Perché eliminare l’amore di Mulan e Li Shang e fare spazio a questa sorta di relazione tossica fra un bandito e una strega che si accorge di tutto, tranne del fatto che è la pedina di un uomo borioso che la userà sempre?

    Tralasciando il pessimo doppiaggio, altra cosa inaccettabile è il fatto che le scene più importanti sono state cambiate, rendendo il film noioso e privo di epicità; ad esempio, quando la protagonista causa una valanga di neve per uccidere gli Unni, sviene e si risveglia quando ormai tutti hanno scoperto il suo segreto. Il cambiamento tra le due scene è legato al cruccio di Mulan, perennemente in lotta con se stessa perché non riesce a rispettare l’ultimo dei tre obblighi del guerriero: essere sincera. Fingendosi un uomo vive di menzogne e inganna coloro che la stimano. Il concetto viene poi sottolineato dalla strega che, durante un duello, le dice che il suo “Chi” si indebolisce perché lei non ha avuto il coraggio di accettare la sua identità. Così Mulan si scioglierà i capelli e andrà a combattere rivelando di essere una donna.

    Ma, siamo seri? Prima di scontrarsi con Xiannig, Mulan combatte facendo milioni di acrobazie al minuto, uccidendo nemici su nemici … Perché il suo “Chi” dovrebbe essersi indebolito? E soprattutto, perché si cambia mille volte la definizione del Chi? Dopo un assurdo combattimento con Bori Khan e la morte della strega-martire che scopre la via del bene e salva Mulan, arriva il tanto atteso finale che è forse l’unica scena senza problemi: cinque minuti, tutto sommato accettabili e carini, che però non possono compensare l’orrore dell’intero film.

    Quindi, questa pellicola non può definirsi un capolavoro come il cartone del 1998, in quanto tutti i valori e il senso della storia vengono eliminati o cambiati, ai fini della realizzazione di un’immagine della principessa Disney indipendente e senza difetti. Definirei questa una brutta copia, non solo del cartone animato, ma anche del poema tradizionale a cui è ispirato.

    La Mulan del 2020 è diventata una falsa eroina che sventola la bandiera anarco-femminista.

  • Harry Potter : la saga completa che ha affascinato per molto tempo grandi e piccoli ritorna in tv.

    Harry Potter : la saga completa che ha affascinato per molto tempo grandi e piccoli ritorna in tv.

    Durante queste festività natalizie è ritornata in tv la saga di Harry Potter, basata sui romanzi di genere fantasy della scrittrice inglese Joanne Kathleen Rowling. Gli appassionati di questo “wizarding world” hanno avuto la possibilità di rivivere le avvincenti avventure del protagonista e dei suoi migliori amici Hermione Granger e Ron Weasley, a partire dall’ingresso del giovane Harry nella scuola di magia e stregoneria di Hogwarts (dal primo libro della saga “Harry Potter e la pietra filosofale”)  fino allo scontro finale con il Signore oscuro Lord Voldemort (dall’ultimo libro “Harry Potter e i doni della morte”).

    Gli otto romanzi, in cui si articola la storia di Harry Potter, sono stati pubblicati in un arco di tempo tra il 1997 e 2007, rendendo la scrittrice Rowling famosa in tutto il mondo. Da essi ha tratto ispirazione il famoso regista americano Chris Joseph Columbus (già noto per il  film “Mamma ho perso l’aereo” e per “Percy Jackson, gli dei dell’Olimpo”): il primo film della saga è uscito nei cinema di tutto il mondo nel 2001, affermando non solo il successo della scrittrice stessa ma anche quello dei piccoli attori inglesi che debuttarono sulla scena per la prima volta: Daniel Radcliffe (Harry Potter), Emma Watson ( Hermione Granger), Rubert Grint (Ron Weasley) e Tom Felton (Draco Malfoy).

    I film narrano la storia di Harry Potter, un bambino che vive con i perfidi zii ed il dispettoso cugino, poiché i suoi genitori sono stati uccisi dal Signore oscuro, Lord Voldemort, il mago più potente e più temuto al mondo, a tal punto che tutti hanno paura di pronunciare il suo nome, denominandolo “colui che non deve essere nominato”. Per una profezia, secondo cui un bambino nato verso la metà del mese di luglio lo avrebbe distrutto, Voldemort aveva tentato di uccidere Harry ancora neonato, che, grazie al sacrificio della madre riuscì a salvarsi, riportando solo una cicatrice sulla fronte.

    Harry Potter diventa così famoso nel mondo dei maghi per essere sopravvissuto e per aver sconfitto il Signore oscuro e, raggiunta l’età di 11 anni,  riceve una lettera da Hogwarts, la scuola di magia più importante del mondo, diretta dal mago più potente di quel tempo Albus Silente, nella quale bizzarri professori insegnano le arti magiche.

    Un cappello parlante assegna ciascuno allievo ad una delle quattro casate che prendono il nome dei quattro maghi più potenti dell’antichità: Grifondoro, di cui fanno parte Harry ed i suoi due migliori amici Ron ed Hermione; Serpeverde, a cui appartiene Draco Malfoy, un coetaneo di Harry che si vanta di essere un “purosangue” (discendente da una famiglia di maghi) e si rivela ostile verso i “mezzosangue” (figli di un “babbano”, cioè di una persona comune senza poteri magici); Corvonero, di cui fa parte l’amica e aiutante di Harry, Luna Lovegood; infine Tassorosso, a cui appartiene un amico di Harry, Cedric Diggory che verrà ucciso dallo stesso Voldemort nel quarto film (“Harry Potter e il calice di fuoco”) durante il Torneo Tremaghi.

    Nella scuola ci troveremo di fronte ad un continuo succedersi di avventure fantastiche in cui il giovane mago, con l’aiuto dei suoi amici e con la protezione di Silente, scopre la verità riguardo alla morte dei suoi genitori e si scontra più volte con Lord Voldemort, che ritorna ancora più potente con i suoi seguaci, i  terrificanti “mangiamorte”, per vendicarsi di Harry.

    Nell’ultimi due film (“Doni della morte: Parte I e Parte II”) il Ministero britannico della magia  e la scuola sono ormai nelle mani di Voldemort , mentre Harry ed i suoi amici Hermione e Ron sono costretti a scappare, perché minacciati dai “mangiamorte”. Alla fine il trio coraggioso, con l’aiuto di tutti i maghi sopravvissuti,  riesce a riconquistare la scuola, ma per il protagonista sembra essere arrivata la fine, in quanto viene colpito nella foresta dal Signore oscuro, che porta il suo corpo inerme a Hogwarts per proclamare la sua vittoria.  Harry però si rialza e sconfigge in un duello epico una volta per tutte Voldemort,  portando pace e serenità nel mondo dei maghi.

    La scrittrice riesce a commuovere con un gran finale: 19 anni dopo la grande battaglia i tre amici, divenuti ormai genitori, a loro volta accompagnano i figli a Hogwarts, per iniziare una nuova magica avventura.

    Ma perché la saga di Henry Potter appassiona così tanto grandi e piccoli? I romanzi di Rowling descrivono un mondo immaginario di streghe e maghi, di creature fantastiche come giganti, centauri, ippogrifi, draghi, elfi domestici e banchieri, fantasmi e lupi mannari, di quadri e giornali, i cui personaggi si muovono, di macchine e scope volanti, di bacchette e formule magiche, di incantesimi e di partite di “quidditch”.

    Ma il tema principale di questa favola è l’amore, che è l’arma più potente al mondo in grado di sconfiggere l’odio. Ne è la prova l’amore infinito della madre di Harry che riesce a salvare il figlioletto e a distruggere il Signore oscuro e che continuerà a proteggerlo e a guidarlo anche dopo la sua morte.  Harry e Voldermort rappresentano inoltre  la continua e interminabile lotta tra il bene e il male: alla fine Harry riesce a sconfiggere il nemico grazie all’amore e all’amicizia che egli ha conosciuto nella sua vita, a differenza del suo perfido avversario.

    Il messaggio che la scrittrice vuole trasmettere attraverso la sua storia travolgente è di non perdere la speranza perché il bene trionferà sempre sul male, e tutti hanno bisogno di credere a ciò, soprattutto in questo momento difficile e buio che stiamo vivendo.