
Il 21 Aprile 2016, Prince Rogers Nelson, in arte Prince, è deceduto in circostanze misteriose nella sua abitazione di Minneapolis, dove era nato il 7 giugno 1958. Ancora incerta la dinamica della morte, su cui è stata aperta un’inchiesta. I tentativi di rianimazione del cantante, trovato esanime in ascensore, sono stati inutili: alle 10.07 Prince è stato dichiarato morto. Cordoglio da tutto il mondo. Il presidente Obama ha dichiarato: «Abbiamo perso un’icona della creatività, uno dei più preziosi e prolifici musicisti del nostro tempo ».
Nato da una famiglia di jazzisti, è stato per oltre trent’anni uno dei più talentuosi e ingovernabili artisti della musica mondiale. Cantante, musicista, attore, regista e produttore, il genio-folletto di Minneapolis (era alto solo 158 centimetri) dalla fine degli anni Settanta aveva frequentato e sapientemente mixato i più svariati generi musicali: dal soul al funk, passando con disinvoltura al jazz, al pop e al rock psichedelico, conquistandosi una folta schiera di fedelissimi fan.
Celebre per i suoi live trasgressivi, trascinanti e altamente spettacolari, Prince è stato definito in America “la risposta demoniaca a Michael Jackson”. Nelle sue canzoni ha parlato di sesso e libertà e ha istigato alla ribellione, riuscendo a costruire un personaggio irrgagiungibile e profetico, megalomane e anarchico, capace di creare attorno a sé un’atmosfera carica di mistero e di eros liberatorio. Le sue tormentate storie d’amore erano parte del suo mito.
La sua passione per la musica era ai limiti della bulimia. Ha sempre composto, arrangiato e suonato tutte le musiche dei suoi dischi, spesso passando da uno strumento all’altro. Si stimano circa 100 milioni di dischi venduti. Prince ha spesso alternato successi e cadute, incapace di accettare compromessi. Nonostante sia stato uno dei primi artisti a vendere musica online, ha avuto sempre un rapporto difficile con Internet e con i social network. Ha scritto anche successi prestati ad altri come “Nothing compares to you” che ha regalato il successo mondiale a Sinead O’Connor.
Ha vinto sette Grammy Awards, un Academy Awards, un Golden Globe e, nel 2004, il suo nome è stato scritto nella Rock and Roll Hall of Fame. Lo stesso anno la “ARC Rock on the Net” lo ha indicato come il primo miglior artista maschile pop degli ultimi 25 anni, mentre la rivista Rolling Stone lo ha piazzato al 27º posto nella classifica dei 100 migliori artisti di tutti i tempi.
Salutiamo l’icona pop degli anni ottanta con una delle sue frasi più significative: «Bisogna vivere una vita per capire la vita. I turisti ci passano solo attraverso…»










Il 28 gennaio alcune classi quinte del nostro istituto si sono recate al Supercinema di Castellammare di Stabia per assistere allo spettacolo teatrale “Ultima fermata, chi è di scena!”, all’interno di un’iniziativa per il Giorno della Memoria. In modo molto originale, il regista Christian Izzo ha voluto sottolineare che il dramma delle deportazioni volute dal regime nazista non colpì solo gli ebrei, ma anche gli zingari, i “femminielli” e le persone “speciali” come i due protagonisti dello spettacolo. La scena si apre sul vagone di un treno, chiaramente diretto ad un campo di concentramento, dove Michele e Michele, due fratelli autistici, giocano ad interpretare vari ruoli teatrali. I due ragazzi, interpretati da Alessandro Langellotti e dallo stesso Christian Izzo, non hanno percezione di quello che sta succedendo e credono di essere diretti a Roma per partecipare a uno spettacolo teatrale. È stata la madre (Laura Amalfi) a dire loro questa bugia per proteggerli, dopo aver tentato nascondendoli di evitare che venissero deportati. Con una dolcezza struggente, Christian Izzo ci descrive lo smarrimento dei due fratelli, l’allontanamento della loro mamma e la passione per il teatro in grado di trasformare un vagone destinato all’orrore in un palcoscenico brillante di luci. Lo spettatore è continuamente trasportato dal mondo dei due fratelli, in cui una semplice cassa può essere l’attrezzo di un mago, un deposito per oggetti di scena o addirittura un appartamento, alla struggente realtà. Quando si spengono le luci, espediente che il regista utilizza per sottolineare il distacco dal fantasioso mondo dei due protagonisti, lo spettatore si ricorda che il viaggio del treno sta continuando e che la meta è sempre più vicina. Grazie anche alla bravura degli attori, il pubblico ride quasi spensierato davanti ai riadattamenti dell’atto unico di Eduardo De Filippo “Pericolosamente” e de “Sik-Sik l’artefice magico”, ma avverte uno strano peso allo stomaco fin quando non ripiomba nella realtà insieme ai due Michele: una voce fuori campo gela le risate, zittisce i due fratelli minacciando di gettarli dal treno in corsa, inneggia alla bontà del Fuhrer che consente una morte degna a esseri indegni,e ricorda a tutti che la guerra non ammette dolcezza, sensibilità, amore. Neanche una madre può salvare i suoi figli dalla violenza cieca dei soldati, dei “cattivi”, come vengono considerati dai fratelli. In storia di solito si tende ad evitare di connotare i fatti in modo positivo o negativo, si cerca di riportare le vicende così come sono andate senza esprimere giudizi. A volte però non è possibile parlare di certi scempi definendoli semplici “fatti” e gli aggettivi ingenui dei bambini, come “cattivo” diventano il modo più semplice per esprimere l’orrore che proviamo. La conclusione dello spettacolo non è difficile da indovinare: il treno giunge a destinazione e probabilmente Michele e Michele moriranno presto. Ma forse è possibile trovare una consolazione in una frase più volte ripetuta nel corso della rappresentazione: “In teatro non ci sono soldati”. L’arte può essere un posto dove rifugiarsi per i deboli, gli isolati, gli oppressi, perché l’arte non conosce violenza né discriminazione. In teatro non ci sono individui considerati inferiori ad altri e, soprattutto, la violenza non è reale perché “a teatro non si muore mai”.


David Bowie, uno dei più grandi artisti britannici degli ultimi decenni, la cui musica ha cambiato la storia della musica mondiale, si è spento lo scorso 11 gennaio all’età di 69 anni dopo una coraggiosa battaglia con un male che lo attanagliava da un anno e mezzo. Una morte avvolta da un alone di mistero. Ad oggi resta sconosciuto il luogo dove il cantante ha vissuto i suoi ultimi istanti come restano ignote le modalità delle esequie. Tuttavia, una cosa è certa: David Bowie è uscito di scena da vera rockstar e senza clamori, come egli stesso desiderava. Con lui scompare un artista poliedrico che durante la sua carriera ha spaziato dal rock all’electro, componendo tracce musicali capaci di influenzare generazioni di artisti e far sognare, come “Space oddity”. Una morte sopraggiunta troppo presto, appena tre giorni dopo il suo compleanno coinciso con la pubblicazione del suo ultimo album:”Blackstar”; un album le cui tracce, rilette dopo la morte del cantate, sembrano ‘sussurrare’ ciò che sarebbe successo a breve. La morte del “Duca Bianco”, come lo stesso Bowie si definiva, ha riempito per giorni, e continua a riempire, le prime pagine dei giornali dell’intero globo ed ha riportato gli album dell’artista alle prime posizioni delle hit mondiali. Come Spotify riferisce, si è rilevata un’impennata del 22%, ad oggi, dello streaming di canzoni di Bowie. Sul “Duca” si potrebbero scrivere pagine e pagine, ma una cosa è certa: la sua figura è stata icona di innovazione e cambiamento per tutta la seconda metà del secolo scorso. Un artista in grado di sdoganare il concetto di omosessualità in anni in cui il mondo era ancora intento a trattare la disparità tra uomo e donna, capace di influenzare addirittura la moda diventando in breve tempo un modello da imitare. David Bowie non è morto, ma vivrà per sempre. Come una stella non muore mai, così lui continuerà a brillare nel firmamento della musica e ad essere guida per tutti coloro che vorranno essere “Rebel”.
