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  • AMORE SENZA LIVIDI: INCONTRO CON CHIARA NOCCHETTI

    AMORE SENZA LIVIDI: INCONTRO CON CHIARA NOCCHETTI

    Nella giornata di venerdì 9 novembre,  presso l’aula magna del nostro istituto, si è tenuto un incontro con la scrittrice Chiara Nocchetti, autrice di “Vico Esclamativo” e del recente “Amore senza lividi”. Tramite una serie di interviste riportate in prima persona, questo libro toccante racconta le storie di violenza domestica subite dalle donne del rione napoletano Sanità, poi riunitesi nell’associazione “Forti Guerriere” per tutelare e sostenere le donne in difficoltà perché vittime degli abusi dei loro compagni. All’incirca un anno fa, Fortuna Bellisario, di trentasei anni, residente proprio nel rione Sanità, è stata uccisa dal marito dopo ripetute violenze durate anni e anni.

    L’incontro, aperto da una bella esibizione dei ragazzi del nostro indirizzo musicale e conclusosi con le ultime domande degli studenti, è stato estremamente interessante e piacevole perché abbiamo avuto l’opportunità di conoscere non solo l’autrice Nocchetti, ma anche Chiara, la persona che si cela dietro il nome della scrittrice, dolce e forte insieme.  Si è presentata a noi una ragazza solare, palesemente grata delle attenzioni che le venivano rivolte e, cosa ancora più simpatica, capace di ignorare e di sdrammatizzare i nostri imprevisti problemi ‘tecnici’.

    Il libro rispecchia la sua personalità, perché con determinazione, grazia e dolcezza indaga spietatamente gli aspetti più degradanti di queste relazioni tossiche, raccontate cercando di “entrare con delicatezza nelle vite altrui”, perché purtroppo le ferite dell’anima sono quelle più difficili da trattare.

    Nelle ore trascorse insieme a Chiara Nocchetti abbiamo affrontato gli argomenti più disparati, dalla violenza di genere fin anche all’educazione sessuale nelle scuole. Lei ci ha ricordato infatti quanto essere nati dalla parte giusta del mondo sia solo una “botta di fortuna”,  e che, mentre noi parlavamo serenamente, decine e decine di persone, magari in Iran o in Afghanistan, venivano impiccate o torturate senza un valido motivo.  Per essere liberi, però, non basta vivere in uno Stato in cui certe leggi disumane, come quella che tutelava il delitto d’onore, sono abolite, ma bisogna anche essere coscienti ed indipendenti.

    Coscienti, perché anche se proveniamo da un ambiente familiare difficile dobbiamo essere capaci di “uccidere i nostri genitori”, nel senso metaforico e filosofico inteso da Freud  e cioè prendendo le distanze da loro e cercando di comprendere noi chi siamo e cosa vogliamo per la nostra vita. Questo vale anche in ambito sessuale, perché,  come ci diceva Chiara Nocchetti, quando ha dialogato con alunni di scuole difficili, si è trovata di fronte a diciottenni sessualmente attivi del tutto all’oscuro di determinate dinamiche che invece dovrebbero ben conoscere.  Ecco quindi l’importanza che l’autrice assegna al ruolo della scuola: essa, infatti, non è solo un’istituzione, un insieme di banchi e lavagne, ma “un ponte che ci collega al resto del mondo”. Ma come è importante studiare, lo è ancora di più lavorare. Il lavoro, da sempre, è ciò che nobilita l’essere umano, che gli permette di essere autonomo. Per questo molte donne spesso hanno paura di denunciare il proprio partner, perché sono prive di una rendita personale con cui mantenere i figli e hanno paura che questi possano essere strappati via da loro per decisione delle autorità, cosa che l’autrice ci ha chiarito essere un falso mito. Difatti i minori vengono allontanati solo quando anche la madre non può occuparsi di loro e, nel caso, è sempre previsto un futuro reintegro in famiglia.

    La cosa che più mi ha colpito di Chiara Nocchetti è stata la sua capacità di immedesimarsi negli altri e di cogliere le sfumature della realtà.  Niente può essere totalmente “bianco” o assolutamente “nero”: esistono anche le zone “grigie”, quelle difficili da cogliere.  L’averci spiegato che gli uomini che si sono macchiati di tante violenze sulle donne non erano cattivi a prescindere, “come i villain delle favole”, ma che avevano anch’essi alle spalle delle storie e delle infanzie difficili, è stata una cosa che ho particolarmente apprezzato.

    Si è parlato molto anche del fatto che in una relazione non si può parlare di colpe, ma di responsabilità, che non vanno addossate ad una sola persona, ma ad entrambe: perché purtroppo quasi nessuno si rende conto che “il principe azzurro” non deve essere necessariamente un fidanzato, ma chi è capace di far uscire fuori il nostro meglio.  Chi ci ama davvero non è colui che ci proibisce di fare qualcosa, ma chi ci apre nuove strade e non ci fa sciupare il tempo che la vita ci dona. Banalmente, quindi, possiamo essere noi stessi il nostro principe salvatore, o magari un’amica, un genitore, un professore, perché l’amore non è qualcosa di esclusivo per una singola persona, ma si moltiplica mille e più volte e con le sue multiformi accezioni occupa le numerose stanze del nostro cuore, che sono, come ha detto l’autrice citando Gabriel Garcia Marquez, “più numerose di quelle di un bordello”. 

    Dopo aver risposto alle nostre domande, Chiara si è offerta di dedicarci la lettura della preferita tra le storie del suo libro, “Bella da morire”, chiedendoci prima perché secondo noi una ragazza possa sentirsi lusingata quando un ragazzo le dice “tu sei mia”. Può sembrare una semplice dichiarazione d’affetto, una frase che ci fa sentire speciali; ma in realtà le parole, come lei ci ha spiegato,  definiscono i nostri pensieri e le nostre azioni. Ed è per questo che dobbiamo stare attenti a come le usiamo: una frase detta senza malizia e per pura abitudine può gravemente ferire o condizionare  qualcuno anche per anni.  Da questo discorso si evince la sua capacità di cogliere le fragilità altrui cercando per esse una soluzione, che spesso coincide con la terapia, a suo avviso. L’atteggiamento che la Nocchetti ci ha proposto nei confronti delle avversità non è vittimistico o proprio di chi ha deciso di rassegnarsi al dolore, ma quello di chi affronta il dolore a testa alta.

    Perché, come ci ha detto prima di salutarci,  “noi siamo un grande cielo e i nostri malesseri sono come le nuvole: prima o poi passeranno”.

       Chiara Cinquegrana, VAC

  • Interaktiver Tag der Gewalt gegen Frauen

    Interaktiver Tag der Gewalt gegen Frauen

    Immer wenn eine Frau für sich selbst kämpft, kämpft sie für alle Frauen.

    Der 25. November ist der internationale Tag für die Beseitigung der Gewalt gegen Frauen.

    Der Tag wurde nicht zufällig gewählt, dieses Datum wurde gewählt, um an 3 Schwestern zu erinnern, die Mirabal-Schwestern, die am Fuße eines Abgrunds mit offensichtlichen Folterspuren gefunden wurden.                                                                                                                    Sie waren von Agenten des Geheimdienstes des Diktators Rafael Leònidas Trujillo, der mehr als dreißig Jahre lang die Dominikanische Republik regierte, überfallen worden.
    Sie wurden getötet, als sie auf dem Weg waren, ihre Ehemänner im Gefängnis zu besuchen.
    Ihr Deckname war Las Mariposas.                                                                                                                                                                      Der Mord löste eine harte Reaktion der Bevölkerung aus, die zur Ermordung des Diktators und damit zum Ende der Diktatur führte.

    Das Datum wurde erstmals während des ersten International Feminist Gathering 1980 in Bogota, Kolumbien, begangen.                        Von da an gewann der 25. November einen zunehmend symbolischen Wert.

    Dies ist eines der häufigsten Probleme.
    Diese Geschichte wiederholt sich seit Jahren, aber dieses Thema wird erst seit kurzem offen behandelt, weil schwache Frauen, die Gewalt erleiden, nicht in der Lage sind, darüber zu sprechen und von der ersten Episode an zu berichten.                                                                    Aber die Hauptfrage ist: Warum passiert das?  Da der Mann immer dazu neigt, seine Macht über die Frau auszuüben und ihr alles zu berauben; schon dadurch erhält man psychische Gewalt.
    Beim kleinsten Fehler der Frau sind die Folgen offensichtlich, von psychischer Gewalt bis hin zu körperlicher Gewalt.

    Gewalt gegen Frauen ist auch auf die Revolution, auf einen gesellschaftlichen Wandel zurückzuführen.
    Der mit Männern verbundene Markt sieht Frauen als Bedrohung, daher Diskriminierung auch im Hinblick auf das Gehalt und nicht nur dieses; Frauen haben nicht die gleichen Rechte wie Männer.
    Viele berufliche Fähigkeiten werden unterschätzt, weil wir uns mit “Schönheit” beschäftigen, folglich entstehen Vorurteile, da die Ästhetik die Intelligenz in der heutigen Gesellschaft stark dominiert. Bevorzugen Sie Schönheit und lassen Sie die Denkweise aus.
    Der erste Schritt besteht daher darin, die Situation umzukehren, die Kultur zu ändern, in der der Mensch noch immer eine dominierende Stellung hat.

    Wir müssen sexuelle Gewalt oder geschlechtsspezifische Gewalt, jede Form von Aggression, Belästigung, Misshandlung, Bedrohung, Schaffung eines schweren Klimas, Erpressung, Verfolgung, die von einem Mann ausgeht und sich gegen eine Frau richtet, in Betracht ziehen: alle Verhaltensweisen, die nicht berücksichtigt werden der Wille der Frau, die wie jeder mit Rechten und Würde ausgestattete Mensch das Recht hat, zu jeder Idee oder jedem Vorschlag Ja und Nein zu sagen, ist von Natur aus gewalttätig.

    Eine andere Frage ist: Was kann die Frau tun?  Seien Sie mutig, bitten Sie um Hilfe, Sie müssen beim ersten Anzeichen handeln.    Sprechen Sie und zeigen Sie, dass dies weder die Person noch die Frau respektiert. Gewalt beginnt mit kleinen Schritten, und genau in diesem Moment muss der Einsatz gesetzt werden.

  • Dovresti smettere di esser donna

    Dovresti smettere di esser donna

    Te la cerchi.

    Parli troppo

    non sai stare al tuo posto

    ti intrometti sempre:

    dovresti smettere di rispondere.

     

    Te la cerchi.

    Pensi troppo alla tua carriera

    non gli dai attenzioni

    ti allontana il lavoro:

    dovresti restare a casa.

     

    Te la cerchi.

    Il tuo rossetto è troppo acceso

    sei seducente

    ti guardano in troppi:

    dovresti smettere di truccarti.

     

    Te la cerchi.

    Non lo soddisfi abbastanza

    lui è un uomo e ha i suoi istinti

    tu non li assecondi:

    dovresti essere più disponibile.

     

    Te la cerchi.

    Tu lo esasperi

    lui poi si stufa

    tu proprio non capisci:

    dovresti smettere di esser donna.

     

    Nel mondo che vorrei, non esiste la giornata contro la violenza sulle donne.

  • Discriminazioni di genere: le parole fanno la differenza

    Discriminazioni di genere: le parole fanno la differenza

    Il sessismo è molto più radicato nella nostra società di quanto alcuni fenomeni evidenti dimostrino, come ad esempio il divario salariale fra uomo e donna o la violenza di genere. In realtà, spesso agisce in maniera subdola, nascondendosi dietro espressioni e modi di dire che hanno origini molto antiche e rafforzano l’idea di inferiorità della donna, che rimanda all’antica organizzazione familiare e mentalità del patriarcato. Ne è un esempio il termine “signorina”, utilizzato per sminuire verbalmente la posizione occupata da una donna, esclusivamente in relazione al fatto che non abbia un uomo al suo fianco. Al contrario, alle donne sposate ci si riferisce con “signora”, titolo che implica maggior rispetto, ma sempre sulla base del legame con un uomo. Un’altra espressione particolarmente retrograda è, secondo noi, “angelo del focolare”, usata in passato in riferimento al ruolo di moglie e madre di una donna, che oggi ha assunto un’accezione dispregiativa.

    A questo proposito, Valeria Della Valle, direttrice del vocabolario Treccani, questo mese è intervenuta sul giornale La Repubblica per raccontare che negli anni ’70 si impegnò per eliminare dal vocabolario proprio quest’espressione offensiva. La studiosa ha voluto ricordare quest’episodio in occasione della recente petizione presentata da cento donne italiane per rimuovere dai dizionari tutti gli insulti di natura sessista comunemente rivolti alle donne. Della Valle ha fatto notare che eliminare parole come “troia”, “puttana”, “cagna” e “zoccola” equivarrebbe a commettere il suo stesso errore di giovane linguista: cancellare dal linguaggio scritto la storia della degradazione delle donne a meri oggetti sessuali non apporterebbe alcun miglioramento alla loro immagine presente. Piuttosto, è necessario conservarne il ricordo, in modo da acquistare consapevolezza riguardo al tipo di mentalità che ha partorito queste offese, poiché questa stessa cultura sopravvive oggi.

    A dimostrazione di questo, sul dizionario online Virgilio fra i sinonimi del termine “donna” troviamo parole come “sesso debole”, “signorina”, “donna di servizio”, mentre uno dei contrari è l’espressione “sesso forte”. Si arriva così a una sorta di paradosso: da una parte abbiamo la linguista Della Valle, impegnata a offrire alla donna una giusta rappresentazione attraverso il linguaggio, dall’altra un dizionario che descrive la donna secondo il tipico stereotipo di debolezza. Al di là di ciò che è giusto o sbagliato, questo duplice punto di vista dimostra il potere che la lingua detiene sulla questione della parità di genere: in un dibattito tanto vario e complesso, una parola può fare la differenza.

    Nella nostra generazione, ciò è valido soprattutto relativamente alla violenza di genere. Sui social ormai spopola l’hashtag #notallmen, cioè “non tutti gli uomini”, diventato di tendenza soprattutto in seguito alla notizia dell’uccisione della giovane Sarah Everard a Londra. Molti ragazzi, quando sentono parlare di violenza sulle donne, reagiscono con affermazioni del tipo: “Non tutti gli uomini sono dei molestatori: io non sono uno di loro e quindi non mi pongo il problema”. Di certo non realizzano che la questione va ben oltre il loro diretto coinvolgimento, fra l’altro tutto da verificare. Infatti, quest’espressione banalizza il fenomeno della violenza sulle donne perché diventa la difesa di un gruppo che di difesa non ha bisogno, in quanto la nostra società è già plasmata sulle esigenze degli uomini.

    Allo stesso modo, sono estremamente dannose anche le tipiche frasi da titolo di prima pagina, come: “Giovane ragazza stuprata da tre uomini per strada”. La voce passiva del verbo è diventata di uso comune per descrivere simili eventi; quando è associata a osservazioni sull’abbigliamento femminile o sul trucco, rinforza la tendenza a colpevolizzare le vittime di violenze e molestie, che sono invece innocenti.

    Risulta quindi evidente che per cambiare i meccanismi di una società come la nostra, che affonda le sue radici in secoli di storia, è necessario modificarne le fondamenta e dunque agire innanzitutto sul linguaggio.

    Arianna de Martino e Chiara Falanga, IIIA Classico

  • Quando la maternità è un danno

    Quando la maternità è un danno

     

    “Una donna se rimane incinta non può conferire un danno a nessuno e non deve risarcire nessuno per questo”, dichiara in un post su Facebook la pallavolista Lara Lugli. Ma cos’ha portato l’atleta a scrivere queste parole?

    Le vicende, a cui fa riferimento nel suo post la giocatrice, risalgono alla stagione 2018-19. Nel marzo 2019, infatti, Lara rimane inaspettatamente incinta. In seguito, la Lugli  comunica al club in cui militava al tempo, il Volley Pordenone, di essere in maternità e, quindi, di non poter proseguire la stagione, risolvendo il contratto come da prassi. Tutto sembra filare liscio fino a quando, dopo solo pochi mesi, la pallavolista perde il suo bambino per aborto spontaneo.

    La situazione peggiora quando, due anni dopo, Lara viene citata per danni dalla sua ex squadra. La giocatrice, infatti, aveva richiesto la corresponsione dello stipendio del mese di febbraio, per il quale lei aveva effettivamente lavorato.
    La società nega la richiesta all’ormai 41enne atleta e la cita per danni. Nella querela il presidente del club, Franco Rossano, spiega che la Lugli avrebbe violato il contratto firmato per quella stagione, “vendendo prima la sua esperienza con un ingaggio sproporzionato e poi nascondendo la volontà di essere madre”. Questa scelta avrebbe, secondo il presidente, portato la società a perdere punti sul campo e sponsor per la seguente stagione.
    A seguito di queste accuse, Lara Lugli ha deciso di denunciare l’accaduto con un post, quello citato all’inizio dell’articolo, nel quale spiega la sua posizione e le sue reazioni. “L’atto di citazione per i danni mi ha ferita profondamente”, dichiara l’atleta.

    La notizia è arrivata ovunque nel mondo, tanto da raggiungere una delle testate giornalistiche più conosciute, il New York Times, che ha scritto un articolo dedicato interamente alla storia della Lugli, nel quale, fra le altre cose, si mette in risalto il fatto che il nostro paese abbia “stereotipi profondamente radicati”.
    A seguito dell’accaduto molti si sono mossi in azioni solidali nei confronti della pallavolista. Tanti sono stati i messaggi di supporto rivolti alla vittima delle accuse, ad esempio quello del capitano della nazionale maschile Ivan Zaytsev. Nella sua lettera il giocatore, attualmente in forza al Kuzbass Kemerovo, si dice “totalmente dalla parte di Lara”. Anche il presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, ha scritto su Twitter che “invocare la condanna, perché in maternità, è una violenza contro le donne”. Un altro gesto di solidarietà verso la Lugli è quello dei molti pallavolisti, sia uomini che donne, che, al momento del saluto delle squadre nelle gare di Coppa Italia A-2, si sono mostrati con il pallone sotto la maglia.
    A favore di Lara Lugli si è mossa l’associazione Assist, che tutela e rappresenta i diritti delle atlete di tutte le discipline sportive. Per chiedere di intervenire sulla questione, l’associazione ha espresso la volontà di scrivere al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e al Presidente del Coni, Giovanni Malagò. “In questa spregiudicata iniziativa si annida il vero scandalo culturale del nostro Paese” sottolinea Assist. In accordo con la società Assist si è mossa anche Differenza Donna Ong, anch’essa impegnata nella tutela dei diritti delle donne. Le due associazioni hanno organizzato il progetto Save, per chiarire i diritti umani delle donne ed avere una risposta istituzionale riguardo alle loro violazioni.

    La storia di Lara Lugli non può passare inosservata. In attesa di una soluzione concreta a problemi come questo, ognuno di noi deve impegnarsi per mostrare il dovuto rispetto alle donne come professioniste. Solo in questo modo potremmo sradicare quegli stereotipi culturali a favore della parità di genere.

  • Il coraggio di Ipazia di Alessandria: una storia immortale.

    Il coraggio di Ipazia di Alessandria: una storia immortale.

    Ipazia nasce ad Alessandria d’Egitto tra il 355 e il 370 d.C. Suo padre, l’astronomo e matematico Teone, dirigeva la scuola neoplatonica di Alessandria, e alla sua morte Ipazia prenderà il suo posto. 

    Non abbiamo molte notizie riguardo la sua vita  né ci sono giunti i suoi scritti, poiché molti di questi sono stati incorporati ad opere di altri autori. Ipazia è stata una matematica e astronoma eccezionale; tra le sue opere ricordiamo il commento all’Aritmetica di Diofanto, all’interno del quale si trovano nuove soluzioni sviluppate da Ipazia a problemi risolti da Diofanto e problemi del tutto nuovi da lei formulati; ha commentato Le coniche di Apollonio di Pergamo e ha inserito nell’opera il Corpus astronomico, una raccolta di tavole astronomiche sui moti dei corpi celesti. Le vengono attribuite anche le invenzioni dell’ areometro, uno strumento usato per calcolare il peso specifico dei liquidi, e dell’ astrolabio piano, usato per calcolare il tempo e per stabilire la posizione del Sole, dei pianeti e delle stelle. Ipazia, però, è passata alla storia soprattutto per il suo amore verso la filosofia: in tanti venivano da lontano fino ad Alessandria per ascoltare le sue lezioni su Platone, Aristotele o qualunque altro filosofo. E’ stata anche molto influente in politica,  tant’è che si dice che i governanti, prima di prendere decisioni importanti su questioni pubbliche, si recassero da lei per avere un parere. 

    Alessandria era una città cosmopolita, poiché in essa convivevano popoli con origini, tradizioni, storia e credenze molto diverse. Ipazia ha vissuto il periodo in cui Teodosio ha ordinato la demolizione dei templi pagani di Alessandria, un momento storico in cui le tensioni tra pagani e cristiani si erano acuite sempre di più, fino a scatenare un conflitto che sarà la causa della morte della stessa donna. 

    Ipazia era accusata di aver istigato Oreste, il prefetto cittadino, a iniziare una persecuzione contro il vescovo Cirillo, che aveva cacciato gli ebrei dalla città. Cirillo le tese un agguato: alcuni monaci la sorpresero mentre tornava a casa, la caricarono su un carro, la trasportarono in una chiesa chiamata Caesareum e la fecero letteralmente a pezzi. Infine bruciarono le sue membra sul rogo. 

    La figura di Ipazia ha una grande importanza storica. La storia della sua morte, infatti, testimonia la battaglia che ha combattuto durante tutta la sua vita: non solo essere una studiosa donna, ma essere una studiosa, politica, filosofa consapevole delle sue capacità al punto di non piegarsi al  fondamentalismo, di non abbassare la testa per non vedere andare in fumo tutto il suo operato. Fare tutte queste cose insieme è complesso, farlo ed essere donna lo è ancora più. Ipazia, e in particolare la sua tragica morte, ricompare nel Settecento in una disputa tra i cattolici, che la consideravano una donna di facili costumi, e gli inglesi anglicani, che invece la ritenevano una vittima del fanatismo. In una delle sue opere Diodata Saluzzo Roero crea una “nuova Ipazia”, che si converte al cristianesimo e muore come santa; le rendono omaggio anche Marcel Proust, Umberto Eco e Hugo Pratt e molte associazioni femministe prendono il suo nome. Continua ad ispirare molti artisti, come Alejandro Amenàbar, regista del film “Agorà”, o Silvia Ronchey, autrice del libro “Ipazia- La vera storia”. 

    Durante il mese di marzo, in cui si celebra la giornata internazionale  della donna è importante ricordare quante hanno dovuto combattere per ottenere ciò che a noi ora sembra scontato e, in particolare, ricordare le donne straordinarie che hanno fatto e stanno facendo la storia. In alcuni paesi, ancora oggi le donne sono considerate un oggetto, utile solo per fare figli e svolgere le faccende domestiche. Ipazia ha dimostrato che la conoscenza libera le persone. Talvolta le espone alla malvagità dell’essere umano, che zittisce ciò che lo spaventa, ma riesce comunque a lanciare il pensiero critico e libero. Il vescovo Cirillo sarà riuscito a porre fine alla vita di Ipazia, ma non ha potuto fermare i suoi insegnamenti, che vivono ancora oggi tra le pagine di una storia lunghissima. 

  • Gitanjali Rao, la quindicenne che abbatte gli stereotipi

    Gitanjali Rao, la quindicenne che abbatte gli stereotipi

    Al giorno d’oggi molte  persone sono convinte che l’uomo debba sempre sovrastare  la donna, soprattutto in campo lavorativo.                                                                                                                                                          Eppure una giovanissima scienziata ha dato magnificamente testimonianza che questo stereotipo è decisamente da accantonare. Inoltre, ha dimostrato anche che la nuova generazione  non è formata solo da giovani superficiali  il cui pensiero va solo ai social.                                                                                             Dunque chi è la selezionata tra oltre  5.000 candidati che ha ottenuto il titolo di “Kid  of the year”  dal giornale “Time”?                                                                                                                                                                Gitanjali Rao è una ragazza di 15 anni che  ha utilizzato  la tecnologia per contrastare problemi come l’acqua potabile contaminata, la dipendenza da oppioidi e il cyberbullismo. Per giunta ha anche creato una comunità globale di giovani innovatori per risolvere i problemi in tutto il mondo.

    Nei primi anni di scuola primaria ha iniziato a pensare a come possiamo usare la scienza e la tecnologia per realizzare un cambiamento sociale.                                                                                                                         All’età di 10 anni disse ai genitori che voleva fare ricerche sulla tecnologia dei sensori di nanotubi di carbonio. Da lì ha capito che se nessuno avesse provveduto a quel progetto, ci avrebbe pensato lei.              La giovanissima scienziata non solo punta a salvare l’intero pianeta, ma mira anche ad aiutare i suoi coetanei e non.  È  lei, infatti, la mente che si cela dietro il progetto chiamato Kindly, un’app con un’estensione di Chrome in grado di individuare il cyberbullismo in una fase iniziale. Grazie alla tecnologia dell’intelligenza artificiale, ha realizzato  una codificazione di alcune parole che potrebbero essere considerate bullismo. Basta digitare una parola o una frase e l’app è in grado di capire se si tratta di bullismo. Si puo’ modificarla o inviarla come è. Quindi si può  ripensare a ciò che si sta dicendo in modo da sapere cosa fare la prossima volta. Un intelligente metodo per imparare dai propri errori. Hanno premiato Gitanjali anche  per l’incoraggiamento rivolto ai giovani a fare sempre meglio, Difatti ha detto: “Non cercare di risolvere ogni problema, concentrati solo su quello che ti eccita. Se posso farlo io, può chiunque altro.”       

     

  • Black Friday: il vero “venerdì nero” di cui nessuno ci parla

    Siamo giunti in quel periodo dell’anno che tutti noi aspettiamo. L’inverno è arrivato, Natale è alle porte, e, nonostante questa situazione particolare che stiamo vivendo, una pandemia che ha bloccato gran parte di attività ed eventi, non si ferma quello che tutti ormai conosciamo come Black Friday: una corsa all’ultima offerta, al prodotto più conveniente, al prezzo più stracciato. Una corsa che fa sicuramente bene all’economia, ma che quest’anno ha subito radicali cambiamenti, perdendo le sue tradizionali modalità. La chiusura totale di alcune regioni, infatti, la paura del contagio, il timore da parte della gente di incorrere in assembramenti,  limitano la frenesia che, negli anni scorsi, faceva piacere ad ogni commerciante. E la stessa folla di gente che affluiva nei vari centri commerciali e nei negozi di paesi e città, in questi giorni si sta “accalcando” su internet, sui siti dei grandi colossi che tutti noi conosciamo. Tutto è diventato, in questo modo, ancora più facile: basta un click e “quelle scarpe che tanto desideravo”, “quel telefono che da sempre sognavo”, arrivano direttamente a casa. Una comodità che spinge ancora più gente all’acquisto ma che, a mio parere, non porta sicuramente a quel profitto che dovrebbe caratterizzare un’economia equilibrata, andando ad acuire ancor più quegli squilibri economici che il Covid ha determinato in questi lunghi e difficili mesi. Ad ogni modo il Black Friday, seppur nella sua grande valenza a livello economico, viene ad essere uno di quei fenomeni che incrementa e favorisce quella costante frivolezza che connota noi esseri umani, facili prede del consumismo, che non ci chiediamo nemmeno quale sia l’origine di un nome così particolare e misterioso per tale ricorrenza. In effetti, il vero Black Friday, quello del 18 novembre 1910, non ha nulla a che vedere con le vetrine colorate e con i prezzi scontati di oggi. Quello sì che fu un “venerdì nero” per la storia dell’umanità: a Londra da poco si era venuti a conoscenza della decisione del Parlamento inglese di rifiutare la proposta di legge a favore del suffragio femminile. Ed è così che 300 donne decisero di far valere i propri diritti, di scendere in strada e manifestare, incamminandosi verso quella che era (e tuttora è) la sede del Parlamento. Una manifestazione pacifica, che ben presto si tramutò nel peggio: i gruppi di donne che si avvicinavano a Parliament Square iniziarono ad essere insultate e maltrattate dai numerosi astanti e vennero sottoposte a violenze e abusi anche da parte delle forze di polizia. “Abbiamo visto le donne uscire e tornare con occhi neri, nasi sanguinanti, contusioni, distorsioni e lussazioni”, affermò Sylvia Pankhurst, attivista e politica britannica che guidò il movimento delle suffragette femministe del Regno Unito. Delle donne coraggiose, forti, determinate, capaci di tutto pur di ottenere la propria libertà e i propri diritti, perfino di mettere a repentaglio la propria vita. Sì, perché due furono le donne che morirono per le conseguenze di quel drammatico evento. Secondo la storica Caroline Morrell, il giorno seguente i giornali “si sono astenuti quasi all’unanimità da qualsiasi accenno alla brutalità della polizia”, concentrandosi invece sul comportamento delle suffragette.

    La prima pagina del Daily Mirror mostrava una grande fotografia di una suffragetta a terra, colpita da un poliziotto, ma si cercò di spiegare la stessa foto facendo riferimento a un presunto crollo della donna per esaurimento. Lo stesso Winston Churchill, all’epoca ministro degli Interni, si rifiutò di indagare sulle accuse di brutalità della polizia. Il tutto si concluse, dunque, con una pesante sconfitta delle suffragette. Quello che doveva essere un modo di reclamare apertamente la propria dignità venne utilizzato dalla società maschilista del tempo come un’ulteriore offesa alla dignità stessa della donna. Basti pensare alla duplice umiliazione subita da Rosa May Billinghurst, “perché donna e perché disabile”: spinta in una strada laterale e solitaria, le vennero sgonfiate le valvole della sedia a rotelle, lasciandola così, sola, incapace di muoversi, di reagire. Si dovrà aspettare il 1918 per avere la prima, seppur limitata, apertura verso il voto femminile, e soltanto nel 1928 il suffragio verrà esteso a tutte le donne del Regno Unito. Eppure quel venerdì di novembre, seppur nel suo esito tragico, fu sicuramente fondamentale per il raggiungimento di questi obiettivi, perché è solo lottando che si può cambiare il corso della storia. Si sa: contrastare i pregiudizi, gli stereotipi e il maschilismo non è affatto semplice, eppure ogni singolo passo è fondamentale, ogni sconfitta è utile, e deve dare ancora più la forza di andare avanti. E queste donne, e in generale le donne, lo hanno fatto.

    Giuseppe Secondulfo

  • A model of willpower, dedication and determination: Misty Copeland

    A model of willpower, dedication and determination: Misty Copeland

    Hai mai sentito parlare di Misty Copeland? I love her.

    Mi è stata di grande aiuto e mi ha dimostrato quanto siano importanti la tenacia e la determinazione nel seguire i propri sogni.

    E’ afroamericana e ha iniziato a studiare danza a 13 anni, troppo tardi per chiunque voglia fare carriera nel settore. Eppure Misty ce l’ha fatta ed è diventata la prima étoile non bianca dell’American Ballet Theatre.

     

    Misty Copeland (34 years old) is one of the most famous ballerinas/dancer in the world but her life was very difficult because her family was very poor and she is black and muscular.

    She started studying ballet when she was 13 years old at Bradley’s school and she won her first national ballet contest and got her first solo role.

    In 2000, Misty became a member of the American Ballet Theatre and after 7 years, she became a soloist. Her career was an enormous success but she had many problems: she had to stop doing ballet twice for injuries and she developed an eating disorder to get a perfect body.

    But the Copeland persevered and in 2015 she made her debut in Swan Lake and she became the first African-American woman to be the principal dancer of ABT.

    She is also an actor and singer in musical and author of three books: An Unlikely Ballerina, Firebird and Ballerina Body.

    Last year, when Mattel created a Barbie doll inspired by Copeland she said: “It’s amazing to have a Barbie that is a black ballerina and she has muscles and is strong. It’s just really cool”.

     

  • Donne e lavoro: in una “relazione complicata”

    Donne e lavoro: in una “relazione complicata”

    Sfatiamo un mito, una volta e per tutte: la vicenda su cui si basa la celebrazione dell’8 marzo non è mai esistita. Il famoso incendio di una fabbrica americana del 1908 in cui si crede fossero bruciate vive decine di donne è un falso storico – non c’è mai stato. Non per questo, tuttavia, l’importanza di questa ricorrenza è da sminuire: anche se non in quel giorno specifico, è un dato di fatto che migliaia di donne sono morte per la rivendicazione di quei diritti basilari che erano loro negati. E negli ultimi decenni questo sacrificio pare aver dato i suoi frutti: diritto al voto, al lavoro, all’aborto, al divorzio, fecondazione assistita… Eppure, ancora non basta.

    PENULTIME IN EUROPADonne

    In Europa siamo i penultimi: lo dicono le statistiche. In Italia lavora una donna su tre, contro la situazione europea che ne vede almeno una su due farsi carico della propria famiglia. Al sud la situazione peggiora: appena il 30,3% della popolazione femminile ha un’occupazione. Più numerose sono le donne in carriera senza figli che quelle con bambini piccoli da accudire, complice la disorganizzazione del sistema scolastico italiano. È solo il 6% dei bambini, infatti, ad avere la possibilità di frequentare gratuitamente un asilo nido pubblico mentre i genitori lavorano, contrariamente a quanto accade in paesi come il Belgio e la Francia (rispettivamente il 30% e il 40%).

    Eppure una ricerca dell’Istat sul “conciliare lavoro e famiglia” mostra che le donne sono di gran lunga più capaci degli uomini di prendersi cura della casa e lavorare contemporaneamente. È, fondamentalmente, la possibilità ad essere negata. Le paghe sono di circa un quarto più basse di quelle dei colleghi maschi; raggiungere i posti gerarchicamente più alti è, poi, quasi un miraggio. Per non parlare delle difficoltà che sorgono in caso di maternità e i numeri sempre più alti di licenziamenti e molestie sul posto di lavoro: questo basta a scoraggiare molte donne dall’intraprendere una carriera, accontentandosi di lavori part-time o di restare in casa.

    INVESTIRE NELLE DONNE PER MIGLIORARE LO STATO

    Ancora una volta, sono i dati a mostrare quanto quest’atteggiamento sia nocivo non solo nei confronti dell’emancipazione femminile, ma anche per lo Stato stesso. Economisti e specialisti di tutto il mondo affermano che se una donna lavora il reddito familiare aumenta, e di conseguenza anche la ricchezza del paese. Se si investisse nei servizi sociali necessari a tutelare e garantire i diritti delle donne, dunque, a guadagnarci sarebbe tutta l’economia. Sembra un paradosso, rispetto a quanto accade attualmente.

    È questa, quindi, la “relazione complicata” della donna con il lavoro: alle donne il lavoro serve e al Paese servono le donne che lavorano. È in quel mare che passa tra il “dire” e il “fare” che, poi, va storto qualcosa.