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  • Iran: Il Silenzio Spezzato

    Iran: Il Silenzio Spezzato

    Il 2026 ha trascinato l’Iran in un vortice di violenza dove la geopolitica, fatta di attacchi aerei e strategie militari, colpisce duramente la quotidianità di migliaia di studenti. In un Paese isolato, i diritti che noi consideriamo scontati sono diventati il fulcro di una resistenza estrema che trasforma aule e piazze in simboli di incredibile coraggio. Comprendere ciò che accade oggi a Teheran e dintorni non è solo un dovere informativo, ma l’unico modo per dare voce a una generazione di giovani che, nonostante il terrore, non intende rinunciare al proprio domani.

    Guardando le immagini che giungono dal Medio Oriente, la prima sensazione è quella di una distanza incolmabile. Eppure, dietro i freddi titoli dei telegiornali e i resoconti dei conflitti regionali, batte il cuore di coetanei, famiglie e bambini la cui normalità è stata bruscamente spezzata. Oggi l’Iran non è più solo un quadrante strategico sulla mappa, ma un territorio dove il vivere comune è diventato un atto di sfida silenziosa, tra una crisi economica soffocante, restrizioni costanti e l’ombra di un conflitto che non sembra concedere tregua.

    L’intervento degli Stati Uniti ha aggravato la situazione. La tragedia si è consumata specialmente laddove i ragazzi dovrebbero sentirsi al sicuro: tra le mura scolastiche. Il 28 febbraio, il bombardamento della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab ha strappato la vita a oltre 160 bambine, portando il numero dei piccoli uccisi dall’inizio delle ostilità a quasi duecento. A questa violenza diretta se ne aggiunge una ancora più subdola: l’uso di sostanze tossiche negli istituti femminili. Centinaia di studentesse sono state ricoverate con sintomi gravi, dalle crisi respiratorie all’intorpidimento degli arti. Molte studentesse hanno ora il terrore di entrare in classe e le famiglie sono strette in una morsa atroce tra il desiderio di istruzione e la necessità di sopravvivenza dei propri figli.

    Per chi vive nelle città iraniane, l’esistenza è scandita da incertezze inimmaginabili. La sofferenza dei civili si manifesta nell’erosione dei servizi essenziali, nella scarsità di farmaci e in un’inflazione che rende il futuro una prospettiva nebulosa. Nonostante questa pressione, emerge con prepotenza la dignità di una popolazione che non smette di cercare spazi di espressione e di sperare in un cambiamento che rimetta al centro l’umanità.

    Osservare questi eventi significa confrontarci con una realtà in cui i diritti fondamentali sono il premio di una battaglia quotidiana. Leggere queste cronache è diventata una forma di solidarietà consapevole: è la decisione di non voltarsi dall’altra parte, mentre i nostri coetanei lottano per il diritto elementare di essere semplicemente giovani.

    La consapevolezza è il primo passo per non permettere che il silenzio cali su chi sta pagando il prezzo più alto di una crisi ancora lontana da una soluzione.

  • Montecitorio vuoto e l’esercizio reale del potere

    Montecitorio vuoto e l’esercizio reale del potere

    È ormai noto che il mondo si trova sulla soglia di un conflitto su scala globale a causa del libero arbitrio di due anziani che – invece di giocare a poker, dar da mangiare agli uccelli o, ancora meglio, trascorrere il resto dei loro giorni in una casa di riposo – hanno deciso di giocare a Risiko con le vite di miliardi di persone. Sembra lo facciano anche per poter gettare fumo negli occhi (o meglio, bombe) alla gente comune, in modo da distrarla dalle loro porcherie e violazioni di ogni codice etico. E non si parla solo di stupro o traffico di esseri umani, ma anche di molto peggio (tutto il materiale lo si trova negli “Epstein files” nei quali, indovinate, non ci sorprende trovare proprio uno dei due vecchi citati prima: Donald Trump).

    Furba la mossa del presidente americano di iniziare un conflitto mondiale per nascondere i propri peccati. Mi riferisco alla guerra scatenata lo scorso 28 febbraio da Stati Uniti e Israele che, arbitrariamente, hanno bombardato l’Iran violando il Diritto Internazionale e hanno ucciso il capo supremo Khamenei. La sua morte di certo non rattrista nessuno, ma ciò che non è giusto è la circostanza in cui è avvenuta: sotto le macerie di un edificio bombardato senza avviso da un attacco terroristico israelo-americano.

    La politica del presidente americano è dunque questa: sporcarsi le mani di altro sangue per coprire quello vecchio, proprio come canta l’artista partenopea Carola Moccia (in arte La Niña):

    D’ ‘e mmane ca’ s’hanno spurcat’
    Sulo atu sanghe ‘e po’ lavà

    (Sanghe, La Niña ‧ 2025)

    Mentre i leader europei fanno il loro lavoro – come ad esempio il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha chiarito la posizione della Spagna, distante il più possibile da questo atto di terrorismo nei confronti del popolo iraniano – la nostra premier Giorgia Meloni (donna, madre, cristiana e italiana) sfugge alle sue responsabilità. Ha dichiarato di non essere stata avvisata dell’attacco (nonostante la presunta amicizia con il presidente americano) e adesso fugge anche dal Parlamento, nel quale non si presenta. Gli unici mezzi di comunicazione scelti sono un’intervista al TG5 e alla stazione radio RTL. Ora, mentre gli italiani aspettano il suo ritorno ai doveri istituzionali, lei ci avvisa che l’Italia invierà armi e concederà l’uso delle basi USA in territorio italiano. Per farlo avrebbe però bisogno del consenso del Parlamento.

    Ammesso che riceva la maggioranza in Parlamento, come può assicurarci che l’Iran non attacchi anche noi? “Non siamo in guerra e non ci entreremo” dice: parole da buon oratore, ma prive di senso, poiché è logico che se forniamo le basi militari ai nemici di uno Stato, quest’ultimo potrà rivalersi distruggendole.

    La democrazia non può essere delegata a un’intervista o a un post sui social. Mentre Montecitorio resta un teatro vuoto, le basi militari italiane si preparano a diventare ingranaggi di una macchina bellica che non abbiamo scelto di attivare. Se la politica rinuncia al confronto parlamentare, rinuncia alla sua stessa funzione. Si tratta di rispetto per quella Costituzione che la premier cita spesso, ma che altrettanto spesso sembra dimenticare. Gli italiani hanno bisogno di rappresentanti che abbiano il coraggio di guardare in faccia il Paese, prima che sia il conflitto a bussare alle nostre porte.

    A questo punto, possiamo davvero chiamarla democrazia se il potere di vita e di morte viene esercitato fuori dalle sedi istituzionali? O siamo solo spettatori paganti di uno spettacolo gestito da altri?

    Antonio Cinquegrana

    IV A Linguistico