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  • Cresce il fenomeno degli hikikomori in Italia

    Negli ultimi anni in Italia si parla sempre più spesso di hikikomori, un termine giapponese che indica i giovani che scelgono di isolarsi dal mondo e di chiudersi in casa per lunghi periodi, rinunciando progressivamente alla scuola, agli amici e alla vita sociale. Questo fenomeno, nato in Giappone, oggi riguarda anche il nostro Paese e coinvolge un numero crescente di ragazzi.

    Secondo recenti studi, in Italia si stimano circa 200mila adolescenti in condizioni di ritiro sociale grave. Si tratta di ragazzi tra i 13 e i 18 anni che evitano il contatto con gli altri e passano la maggior parte del tempo chiusi nella propria stanza. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalle ricerche è che oggi il fenomeno riguarda soprattutto i ragazzi, in particolare tra 13 e 15 anni, con forme anche gravi di isolamento sociale, in percentuale più alta rispetto ai coetanei maschi. Gli esperti spiegano che tra le principali cause ci sono l’ansia, il senso di inadeguatezza e le difficoltà legate alla scuola. Molti adolescenti infatti vivono la scuola come un luogo di pressione e di confronto continuo con gli altri, da cui possono scaturire sentimenti di fallimento o di esclusione.

    File:散らかっている部屋.jpg - Wikimedia Commons

    Anche il contesto familiare e sociale può influire. Alcuni studi dimostrano che il rischio di isolamento è più alto nelle famiglie con minori risorse culturali o economiche. Inoltre, nelle grandi città il fenomeno sembra essere più diffuso rispetto alle aree interne, dove i ragazzi risultano meno esposti al ritiro sociale.

    Un altro dato preoccupante riguarda il benessere psicologico degli adolescenti: circa il 15,9% dei giovani manifesta sintomi importanti di ansia, panico o disagio, segnali che possono precedere forme più gravi di isolamento. Per questo motivo gli esperti sottolineano l’importanza di intervenire presto, attraverso il supporto delle famiglie, della scuola e degli psicologi. Parlare con i ragazzi, ascoltare le loro difficoltà e creare ambienti più inclusivi può aiutare a prevenire il ritiro sociale.

    Il fenomeno degli hikikomori ci ricorda che, anche in un mondo sempre più connesso grazie alla tecnologia, molti giovani si sentono soli o scelgono di isolarsi per evitare il disagio. Per questo è fondamentale non sottovalutare il problema e cercare soluzioni che aiutino gli adolescenti a superare questa fase e a sentirsi di nuovo parte della società.

    GIULIA MALVONE 3AC

  • CORONAVIRUS: mascherine Ffp2 e U-Mask non a norma

    CORONAVIRUS: mascherine Ffp2 e U-Mask non a norma

    Le mascherine che usiamo quotidianamente forniscono una reale protezione dal Covid-19?
    Ecco una delle tante domande che, da ormai molti mesi, si pone l’intera popolazione. Attualmente sono diffusi molti tipi di mascherine, tuttavia, negli ultimi tempi si predilige l’utilizzo di mascherine Ffp2 o Ffp3 poiché dotate di protezione individuale, analogamente vengono utilizzate anche mascherine chirurgiche monouso, mentre l’utilizzo di mascherine in tessuto ,ossia lavabili e riutilizzabili è meno diffuso considerando che non forniscono un’elevata protezione verso se stessi e verso gli altri. Di recente è esploso uno scandalo per quanto riguarda un lotto di mascherine Ffp2 certificate con il marchio CE 2163 dall’ente turco Universal Certification; tale azienda, dopo una serie di accuse, ha condotto dei test sui prodotti da un laboratorio spagnolo e da uno cinese, e pare proprio che molti prodotti non risulterebbero a norma. Dunque, tutta la marce precedentemente approvata dall’azienda, subirà ulteriori test. Fin a quando non si avranno maggiori informazioni è altamente sconsigliato l’utilizzo di mascherine Ffp2 con il timbro CE 2163, in quanto si ritiene che molte mascherine non hanno la capacità sufficiente di filtrare la particelle per essere considerate Ffp2.La domanda ora sorge spontanea: “Come posso evitare di acquistare mascherine non a norma?” E quali sono i luoghi dove vengono vendute maggiormente?Per evitare l’acquisto di queste mascherine è importante leggere la marcatura al di sopra della mascherina o sulla scatola; vengono vendute con prezzi ridotti maggiormente online, ma sfortunatamente si possono reperire anche all’interno di supermercati e farmacie.In questo particolare momento storico, la nostra salute deve avere l’assoluta priorità, si raccomanda di guardare accuratamente durante l’acquisto vari fattori come: la qualità della mascherina, il tipo di imballaggio, il numero di strati, la presenza di certificati e la provenienza.Il Ministero della Salute ,inoltre, ha deciso di sequestrare e ritirare dal mercato anche le mascherine ‘’U-Mask’’,conosciute anche come “le mascherine dei Vip” .Esse promettono l’utilizzo di un filtro auto-sanificante che sfrutta la biotecnologia per bloccare batteri e virus sulla superficie e distruggerli al suo interno; dopo una serie di analisi di laboratorio pare che la capacità di filtraggio della mascherina biotech con il filtro che dura dalle 150 alle 200 ore sarebbe del 70-80%, anziché del 98-99% ufficialmente dichiarato. Attendiamo maggiori informazioni per quanto riguarda la questione. E’ importante, in questo delicato momento , la diffusione di informazioni di questo tipo, in modo tale da allertare i cittadini circa le mascherine non a norma per garantire la salute comune!

  • Liliana Segre: siate la farfalla che vola sopra ai fili spinati

    Liliana Segre: siate la farfalla che vola sopra ai fili spinati

    Il 27 gennaio di ogni anno in tutto il mondo si celebra la Giornata della Memoria. Uno degli emblemi di questo struggente capitolo della storia dell’umanità è Liliana Segre, attualmente senatrice italiana, ma soprattutto una donna che ha vissuto sulla sua pelle le atrocità consumate oltre i cancelli di Auschwitz e che ha avuto la fortuna di sopravvivere. 

    Nel corso degli anni non è mai riuscita a perdonare le efferatezze dell’Olocausto, né tantomeno le ha dimenticate. Da testimone, non può che parlare della sua vita, ma ogni volta che riapre i cassetti della memoria e descrive accuratamente quegli anni, rievoca l’altra lei, la ragazzina scheletrita e sola dei campi di concentramento. La ragazzina che qualche volta, senza volere, compì atti che dopo anni diventarono rimorsi. I ricordi la tormentano e le provocano ancora dolori lancinanti all’anima. Liliana non riesce più a misurarsi con le tribolazioni, per questo ritiene giusto che sia giunta l’ora di ritirarsi da questi lunghi anni di testimonianza, grazie ai quali ogni volta ci ha portato con sé in un viaggio straziante attraverso il tempo, che ci ha sensibilizzati e ci ha regalato preziose lezioni di vita nate dal suo dolore.

    Liliana Segre si presenta come una donna “viva per caso”, pertanto non vuol trascorrere gli anni di vecchiaia che le restano a rivivere quei tempi, ma desidera godersi la famiglia che è riuscita a ricostruirsi e dedicarsi a se stessa. A distanza di decenni, infatti, non cerca più di reprimere quella povera creatura smarrita, ma vuol provare ad accoglierla in sé, proprio come se fosse “nonna di se stessa”. 

    Il suo incubo ebbe inizio alla tenera età di 8 anni, nel 1938, quando fu improvvisamente sradicata dalla sua infanzia di innocente bambina di una famiglia borghese di Milano. Come lei stessa ha raccontato, la sua storia iniziò a Premeno, a tavola con suo padre e i nonni paterni, in un sereno giorno di fine estate, e finì ad Auschwitz, in un inferno perenne. Quel giorno le fu detto che non poteva più tornare a scuola perché era stata espulsa e nessuno immaginava che quella terribile affermazione avrebbe segnato l’inizio del loro percorso verso il calvario. Per essere espulsi bisognava aver fatto qualcosa di grave e lei non capiva cosa avesse fatto di male. Suo padre le disse che c’erano delle nuove leggi, che le cose erano cambiate. Quel giorno scoprì di essere ebrea e dunque di essere “diversa” dagli altri. Scoprì che era stata proprio quella diversità a provocare la sua espulsione da scuola. Ad ottobre non rivide più né la sua classe né la sua maestra. Sembrava fosse stata dimenticata velocemente. Molti suoi compagni nemmeno si accorsero che il suo banco fosse vuoto e, a suo avviso, una delle cose più crudeli delle leggi razziali fasciste fu proprio quella di far sentire invisibili i bambini ebrei. 

    Cinque anni dopo, l’11 settembre 1943, iniziò la sua fuga. Prima partì con un fornitore della ditta tessile di suo padre che si offrì di aiutarli. Quando i tedeschi cominciarono a fare controlli sui documenti, fuggì di nuovo e andò a Castellanza, in provincia di Varese, a casa di un caro amico di suo padre. Purtroppo, non era al sicuro nemmeno lì e suo padre decise che dovevano andarsene dall’Italia, ma era già tardi. Insieme al suo tanto amato papà e a due cugini oltrepassarono il confine e andarono in Svizzera. Pensavano di esser salvi, ma furono rispediti senza pietà in Italia, perché una guardia di frontiera non credette al fatto che gli ebrei in Italia venissero perseguitati. Furono arrestati sotto gli occhi sghignazzanti delle guardie che, consegnandoli, li condannarono a morte. Aveva 13 anni quando lei e suo padre furono rinchiusi nel carcere di Varese, poi di Como e infine di San Vittore a Milano. 

    Il 30 gennaio 1944, Liliana partì dal terribile binario 21 della Stazione Centrale di Milano, dal binario che, come afferma nelle sue testimonianze, non è quello da cui si parte, ma quello da cui non si fa più ritorno. Il viaggio durò una settimana e fu terribile. Nessuno capiva cosa stesse accadendo, nei vagoni regnavano il silenzio, la paura e la disperazione. Una volta scesi dal treno, si ritrovarono catapultati in una distesa di neve anonima e gelida. Le uniche persone che li circondavano erano i prigionieri, i soldati, le guardie e i cani al guinzaglio. Le sembrava di stare in un film in cui il corso degli avvenimenti stava accelerando improvvisamente e non c’era nemmeno il tempo di comprendere gli eventi, tanta era la rapidità e la frenesia con cui si susseguivano. Liliana non sapeva che da quel momento non avrebbe più rivisto suo padre e sarebbe rimasta orfana. Fu destinata a lavorare in una fabbrica di munizioni, dove donne e ragazze come lei producevano bossoli per mitragliatrice e svolgere quel tipo di lavoro era una fortuna, perché non era esposta al freddo, ma era al coperto.

    Presto le sue condizioni psicofisiche crollarono. Liliana era sempre spiazzata, sbalordita e atterrita da quella crudeltà inaudita e che lei non aveva mai conosciuto prima, da quello che succedeva e che sarebbe potuto succedere da un momento all’altro. Non riusciva a realizzare cosa stesse accadendo. Con il passare dei giorni riuscì a smettere di piangere, ma iniziò a chiudersi in sé, non proferiva parola. Si ammutolì, ma nel suo cuore regnava l’inferno scatenato dalle mille facce del male che stavano mandando avanti quello sterminio e che sembravano non pentirsi dei loro atti ignobili. Non riusciva a dare un senso a ciò che le stava accadendo. Non le restava più niente se non il suo corpo macilento. Stringere amicizie era troppo difficile, perché la paura di morire per un passo falso o un’occhiata di troppo la stava trasformando in quello che i suoi carnefici volevano che fosse: disumana ed egoista. Non voleva instaurare rapporti con nessuno, non voleva amare nessuno, perché non voleva più soffrire. Non poteva sopportare altre perdite. Era quasi priva di speranza, ma in realtà non la perse mai completamente: non era nella sua indole e ne fu la prova il fatto che, benché tutti i giorni si trovasse dinnanzi ad un bivio tra vita e morte, lei non scelse mai la morte, come invece fecero tante altre persone, bensì lottò per tenersi stretta quello stralcio di vita che, come granelli di sabbia, purtroppo sentiva sfuggire tra le dita, ma che sperava non le venisse strappato mai.

    Durante quel periodo perse se stessa ed era assillata da una domanda a cui per anni non riuscì a dare una risposta: “perché?”. L’unica cosa a cui riusciva a pensare era che la sua unica colpa fosse quella di essere nata. Per quella colpa era stata umiliata profondamente. Si sentiva un animale ferito. Aveva perso la sua identità, era stata depredata di ogni cosa. Non esistevano più i nomi, ma numeri identificativi: il suo era 75190 e oggi riesce ancora a leggerlo sul suo braccio perché non si è mai cancellato, così come la sua memoria. Non sembrava più una ragazzina. Sembrava ormai senza sesso e senza età. La sua giovinezza era sfiorita e sembrava vecchia, non aveva più alcuna forma fisica e nemmeno le mestruazioni. E oggi ancora invita a non aver paura di pronunciare queste parole perché è in questo modo che si toglie la dignità ad una donna e Liliana, insieme alle altre donne, si sentiva proprio così: razziata della sua essenza umana e femminile. 

    Quasi al capolinea della sua prigionia, insieme a più di 50.000 prigionieri superstiti stremati, iniziò una marcia che durò mesi fino al campo di Malchow, in Germania, dove restò fino all’aprile del 1945. La cosiddetta “marcia della morte” di cui, purtroppo, non si parla molto, ma che era devastante. Bisognava marciare, spingendo una gamba davanti all’altra e non ci si poteva appoggiare al compagno vicino perché chi cadeva, veniva fatto fuori all’istante. Tenevano duro perché sul fondo del loro cuore tanto straziato giacevano ancora la speranza e l’amore incondizionato per la vita. Proprio durante quella marcia, dei soldati si spogliarono improvvisamente e gettarono le armi. Liliana a quel punto avrebbe potuto sparare. La tentazione di vendicarsi fu fugace, non prevalse e nel preciso istante in cui scelse la vita, diventò la donna libera e di pace che è ancora oggi. Allora non possedeva niente e nulla era certo, tranne una cosa: la consapevolezza di non esser come loro e di non voler perdere la sua umanità.

    Liliana è stata capace di dare un senso anche alla marcia della morte: in quei tempi tanto duri, ha constatato che la vita ci pone improvvisamente dinnanzi a una marcia inarrestabile, che deve convertirsi in una marcia per la vita in cui non bisogna fermarsi per alcun motivo, proprio come fece lei. 

    La liberazione arrivò il 1° maggio. Liliana era invasa da una felicità che ancora oggi non è capace di descrivere. Poté fare ritorno in Italia alla fine di agosto del 1945, in treno, ma con i vagoni aperti e il cuore un po’ più leggero, con gli occhi finalmente liberi da quello strato compatto di cenere e fumo che non le permetteva di poter godere dell’azzurro del cielo. Era estate e si celebrava la vita. 

    Lei, tuttavia, tacque per 45 anni. Non fu facile iniziare a testimoniare perché ricordare significava riascoltare l’assordante silenzio della gente che la circondava e che sembrava essersi estraniata dalla realtà, chiusa nella propria triste sfera di apatia morale. Liliana, profondamente delusa dalle persone, percepì la presenza di qualcosa che andava ben oltre il disinteresse: era l’indifferenza e si rivelò più dolorosa delle torture dei nazisti, della fame e del freddo. Persino la natura sembrava indifferente: al di là del filo spinato spuntavano i primi ciuffi d’erba verde, nonostante a poca distanza la morte e la distruzione regnassero sovrane.

    Ricordare le provocava dolore e il dolore cercava un irreperibile conforto. Capì, però, che non poteva continuare a reprimere i suoi sentimenti. Per superare la sua condizione, doveva farsi coraggio, tirarli fuori e affrontarli. Scoprì di averne tremendamente bisogno: necessitava di raccontare quell’abominio per tentare di guarire la sua anima ma anche per prevenire che gli altri potessero ammalarsi di quel terribile male che era l’odio. A 60 anni, quando diventò nonna, prese parola iniziando a parlare ai suoi nipoti e poi al pubblico. 

    Si è fermata solo adesso, all’età di 90 anni e ci lascia degli insegnamenti dal valore inestimabile da tramandare alle future generazioni, quando un giorno non ci saranno più testimoni. Uno degli insegnamenti più significativi è una testimonianza, proveniente dal campo di Terezin, in cui una bambina, prima di essere uccisa dai nazisti, disegnò una farfalla gialla che volava sopra ai fili spinati.

    Oggi Liliana è consapevole del fatto che la lotta contro l’odio, l’indifferenza e il razzismo è ancora lunga e che dovremo combattere molto per vincerla. 

    Oggi Liliana sostiene che sia indispensabile ricordare il male esercitato dagli altri per far sì che non venga replicato.

    Oggi Liliana, con ogni fibra di sé stessa, più di tutto crede che si può, una gamba davanti all’altra, essere sempre la farfalla che vola sopra ai fili spinati. 

  • 2021: l’anno dedicato a Dante

    2021: l’anno dedicato a Dante

    Sono trascorsi 700 anni dalla morte di colui che è senza dubbio l’emblema della cultura, della letteratura e della lingua italiana: Dante Alighieri. Il mondo intero, ma soprattutto il nostro Paese e in particolare la città di Firenze, in occasione di questa speciale ricorrenza celebreranno l’illustre poeta fiorentino attraverso più di 100 iniziative diverse che si avvicenderanno fino al 9 gennaio 2022. In quest’anno si vuole ricordare il sommo poeta – nonché padre del nostro idioma – per celebrarne tutto il suo splendore che indiscutibilmente è rimasto invariato nel corso dei secoli.

    A fare da apripista a queste commemorazioni celebrative ha cominciato il 1° gennaio scorso la Galleria degli Uffizi tramite l’omaggio di un’Ipervisione (immagini suggestive ad alta definizione organizzate in una mostra virtuale); per la prima volta, infatti, sono state presentate online ben 88 tavole realizzate a matita alla fine del XVI secolo dal pittore Federico Zuccari e che, prima d’ora, erano state esposte soltanto due volte al pubblico.

    Il giorno più importante indicato per celebrare questa grande personalità è indubbiamente la giornata del 25 marzo (che è la data più probabile dell’inizio del viaggio ultraterreno del fiorentino), ribattezzata come “Dantedì”. Sono previsti progetti di ogni genere (per la maggior parte accessibili a tutti perché gratuiti e in streaming sui vari siti) che vedranno alternarsi nella loro realizzazione musei, teatri, istituti e università e che abbracceranno ogni branca del sapere e della cultura: dall’architettura alla moda, dalla danza alla religione, dal teatro all’arte, dalla didattica alla linguistica e infine dalla filosofia alla scienza. Tutto ciò perché Dante, nel corso della sua vita, è sempre stato interessato ai vari campi del sapere e ha saputo destreggiarsi in ognuno di essi lasciandovi un segno indelebile. È incontestabile, infatti, che il nostro poeta, sin dall’alba della storia della cultura italiana, vive attraverso il suo forte carisma e attraverso la sua perpetua poesia.

    Per maggiori informazioni sulle iniziative visitare il seguente sito web:

    www.700dantefirenze.it

  • Le missioni militari italiane all’estero: guerra o pace?

    Le missioni militari italiane all’estero: guerra o pace?

    L’Italia a cui siamo abituati a pensare è un Paese pacifico, ormai libero da ogni sorta di guerre e conflitti, sia interni che esterni. In effetti c’è proprio un articolo della costituzione italiana (l’articolo 11) che manifesta il ripudio dell’Italia per la guerra come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ma è proprio così? La risposta è no. Sono 7340 i soldati italiani che, sparsi per il mondo, partecipano ad operazioni di ogni tipo, anche e soprattutto di guerra. L’Italia infatti, come esplicita lo stesso articolo 11, consente alla limitazione della propria sovranità, se ciò assicura la pace e la giustizia fra le Nazioni. Le operazioni a cui l’Italia partecipa sono pianificate da organizzazioni come l’ONU che operano proprio al fine del “pacekeeping”, cioè del mantenimento della pace. L’Italia, ad oggi, è coinvolta in 34 missioni in 25 Paesi. Il maggior dispiegamento di truppe si ha in Asia (il 46%) e, in particolare, nel Medio Oriente. Seguono poi l’Europa (34%) e l’Africa (20%), mentre il continente con più missioni operative è quello africano.

    È giusto impiegare tali forze per queste organizzazioni? Dipende. Tante di queste operazioni sono infatti svolte effettivamente senza l’impiego di armi e hanno cercato di aiutare popolazioni in difficoltà. Una di queste è l’Operazione Mare Sicuro, avviata il 12 marzo 2015 a seguito dell’evolversi della crisi libica. Essa prevede il dispiegamento di forze su 6 navi nella striscia di mare che collega l’Africa settentrionale alla Sicilia, al fine di controllare e tenere a bada il fenomeno dell’immigrazione clandestina, cercando di contrastare il traffico illegale di esseri umani. Operazioni del genere non fanno altro che bene all’Italia e agli altri Paesi, concentrando forze e mezzi per contrastare la criminalità che impera sia nel nostro Paese che all’estero. Il discorso risulta, invece, essere diverso quando si parla delle operazioni che ci sono state in Somalia e quella invece ancora attiva in Afghanistan. Quella contro i talebani in Afghanistan è una vera e propria guerra, che ha visto uccidere migliaia di persone; è questa la verità che si vuole nascondere alla popolazione comune. Alcuni parlano di 700 tra feriti e mutilati soltanto nel contingente italiano. E a gennaio di questo stesso anno un’operazione ha visto morire 60 civili innocenti, oltre a un capo talebano, vero obiettivo dei missili lanciati nell’area abitata di Shindand.

    L’operazione rientra nelle iniziative della missione “Sostegno Risoluto che va avanti da cinque anni e con cui la coalizione Nato sostiene di “contribuire ad addestramento, assistenza e consulenza delle Istituzioni e delle Forze di Sicurezza afghane, al fine di facilitare le condizioni per la creazione di uno stato di diritto, Istituzioni credibili e trasparenti e, soprattutto, di Forze di Sicurezza autonome e ben equipaggiate, in grado di assumersi autonomamente il compito di garantire la sicurezza del Paese e dei propri cittadini. A differenza della missione ISAF (cioè quella precedente in Afghanistan), i militari non sono coinvolti in azioni di combattimento.”

    Belle parole, obiettivi audaci, un intento onorevole. Peccato che, come abbiamo visto, parliamo di chiacchiere. E questo non è un caso isolato. Abbiamo bombardato la Serbia e il Kosovo, sganciato bombe in Libia, combattuto in Iraq; il tutto in un arco temporale che va dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Ha senso allora parlare di “missioni di pace”, di rispetto dell’articolo 11 della costituzione italiana? È questo un dibattito molto acceso, che vede opinioni contrapposte. C’è chi effettivamente pensa che la pace mondiale debba comportare dei sacrifici, dei genocidi, chi, invece, ritiene disumano agire compiendo del male per arrivare al bene. A questo punto la domanda diventa un’altra: “Il fine giustifica i mezzi?”. Machiavelli avrebbe senz’altro approvato. Rifletto sul fatto che forse anche Hitler la pensava allo stesso modo: Machiavelli parlava dell’abolizione della moralità per lo Stato e Hitler per il suo stato di “ariani” giunse addirittura a eliminare gli ebrei nelle camere  gas. Certo, sono esempi estremi; ma per me in guerra non ha senso parlare di bene, né individuale né dello Stato. Ce lo hanno dimostrato ben due guerre mondiali, una dopo l’altra. Ecco allora che la storia può veramente insegnare qualcosa. Peccato che l’uomo abbia breve memoria.

     

    Fonti: https://espresso.repubblica.it/internazionale/2013/07/05/news/non-diciamo-missioni-di-pace-1.56241; https://www.ana.it/category/filo-diretto-con-lafghanistan/

  • Restare in Italia o andare all’estero?

    Restare in Italia o andare all’estero?

    Noi ragazzi dello “Strappo”, durante il mese di Novembre, abbiamo effettuato circa 500 interviste rivolte ai ragazzi del nostro liceo “Pitagora – B. Croce”.

    Gli intervistati appartengono ad una fascia d’età compresa fra i 13 e i 19 anni. Abbiamo posto loro due domande inerenti al futuro universitario e lavorativo, le cui possibilità di risposta erano “Italia” oppure “Estero”.

    Le domande erano le seguenti:

    • “Dopo il liceo dove preferiresti proseguire gli studi?”
    • “E dove vorresti lavorare?”

    Le risposte ottenute sono state registrate e riportate su Excel; per quanto riguarda la prima domanda il 66% dei ragazzi preferisce restare in Italia, il 34% ha affermato di voler andare altrove … invece, per il lavoro, il 41% predilige l’Italia, la restante parte opta per l’estero.

    I dati riscontrati fanno evincere che l’Italia è più ambita solo per il proseguimento degli studi; ciò è conveniente e agevole per esempio dal punto di vista economico, però per maggiori sbocchi lavorativi si punta all’estero. In Italia, invece, le varie opportunità fornite non sono considerate abbastanza appaganti e gratificanti a tal punto da arrestare questa “fuga di cervelli” che ormai cresce vertiginosamente.

    “É più comodo restare qui, ma non ci sono presupposti, possibilità.”, “Vorrei davvero portare a termine i miei sogni nel mio paese, ma la qualità del lavoro non è la stessa.” Queste sono le risposte più comuni ricevute; dunque alla fine i laureati si convincono a trasferirsi oltre i confini perchè aspirano a una retribuzione superiore e a contratti a tempo indeterminato , specialmente per l’ambito tecnico-scientifico.

     

     

     

     

     

     

     

  • Come Mattarella salvò l’Italia

    Come Mattarella salvò l’Italia

    In un momento così critico per il nostro paese, i cittadini italiani versano, a loro volta, in uno stato di assoluta confusione. La sfiducia nei confronti della politica si fa sempre più alta. C’è una mancanza di prospettive, una penuria di uomini politici veri e coraggiosi, fermi nelle loro decisioni e pronti a realizzare progetti finalizzati al bene comune.

    Insomma, in questo clima delicato e ad alta tensione, sembra che l’unico che riesca a mantenere la calma sia il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ed è stato proprio lui a sconvolgere nuovamente l’Italia in questi ultimi giorni. O forse a salvarla.

    Lo scorso 27 maggio Giuseppe Conte, colui che avrebbe ricoperto la carica di Presidente del Consiglio del nuovo governo “giallo-verde”, ha rimesso l’incarico dopo un colloquio con lo stesso Mattarella. E da questo momento, l’Italia ha conosciuto il finimondo. Immediatamente l’opinione pubblica si è spaccata: da un lato quelli “contro Mattarella”, ossia i pentastellati e leghisti ferventi, che speravano finalmente in un loro governo, dalle pretese oggettivamente irrealizzabili, che hanno sfogato la loro rabbia sui social, accusando Mattarella di tutto (rasentando il ridicolo, addirittura di alto tradimento). Dall’altro i “pro Mattarella”, persone che lo hanno difeso e ne hanno giustificato la decisione.

    Stando a quanto proposto dalla coppia Salvini-Di Maio, il governo avrebbe avuto un orientamento economico e politico euroscettico, che avrebbe senza dubbio portato l’Italia a cercare un accordo per uscire dall’Europa. Si evince, dunque, come le accuse contro Mattarella siano infondate, in quanto il Presidente della Repubblica ha semplicemente ricoperto il suo ruolo di garante. Parla chiaro l’articolo 92 della Costituzione, secondo cui “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i Ministri”. Ma le menti degli assetati di potere hanno una vista troppo annebbiata per poter capire, ed è per questo che nelle ultime ore circola tra il M5S e la Lega l’idea dell’impeachment, ossia della destituzione di una carica politica per motivi abbastanza gravi.

    Ma la scelta di Mattarella potrebbe essere considerata salvifica per lo stato. Abile nel mantenere la calma, coraggioso nel prendere una decisione del genere, il Presidente ha mostrato di amare realmente il paese. Un’uscita dall’Europa avrebbe portato lo stato allo sfacelo, la ciliegina sulla torta della crisi italiana.

    L’accusa di Di Maio e Salvini non ha valide motivazioni, si basa su principi astratti, su fatti che non sussistono. Il problema dell’Italia oggi è la presenza di un’ignoranza nella politica, ignoranza dei principi costituzionali, specialmente da parte di uomini politici. Questo è il male peggiore da arginare, l’ignoranza, che spinge verso decisioni dannose per i cittadini e per il nostro paese.

     

    Dario Gargiulo IV A Classico

  • Si pedala come ad Amsterdam

    Si pedala come ad Amsterdam

    Dal 2018 anche l’Italia potrà pedalare in sicurezza grazie alla nuova legge sulla mobilità ciclistica, ispirandosi ai Paesi Bassi.

    Da tempo molti cittadini, e in particolare la Fiab (Federazione Italiani Amici della Bicicletta), spingevano per ottenere la legge sulla mobilità ciclistica. Ce l’hanno fatta! Lo scorso 21 dicembre questa legge è stata approvata dalla Commissione Trasporti del Senato.

    È stato un grande obiettivo che ci permetterà migliori condizioni di vita.
    L’inizio del primo articolo recita: “La presente legge persegue l’obbiettivo di promuovere l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto sia per le esigenze quotidiane sia per le attività turistiche e ricreative”. Questo significa che potremo utilizzare la bici non solo per fare una passeggiata all’aria aperta e divertirci, ma anche per i piccoli spostamenti quotidiani.

    L’utilizzo della bicicletta è un grande traguardo che porta tantissimi benefici in diversi ambiti. A cominciare dalla riduzione delle problematiche relative ai parcheggi delle auto, al traffico, agli incidenti stradali, all’inquinamento dell’aria, fino ad arrivare alla salute dei cittadini. È bene fare attività fisica, ma grazie alle bici possiamo farla anche mentre andiamo a fare la spesa, sicuramente più velocemente che a piedi. Inoltre ci saranno anche più posti di lavoro per la riqualificazione e la manutenzione delle bici. Notevoli benefici ci saranno, poi, per la vivibilità delle aree urbane, ma anche per le tasche dei singoli cittadini grazie ai minori consumi energetici.

    Secondo Paolo Ruffino, consulente dell’agenzia olandese Decisio (una società di ricerca che si occupa anche di sviluppo economico a partire dall’uso della bicicletta), bisognerebbe pianificare il territorio urbano partendo dall’ottica del ciclista. E siccome l’Italia ora dovrà pianificare piste ciclabili su tutto il suo territorio, con l’aiuto delle Regioni, è bene che si faccia consigliare dai ciclisti.

  • Il mio primo Natale napoletano

    Il mio primo Natale napoletano

    Ciao a tutti,

    sono in Italia da 4 mesi fa, e in questo momento della mia vita posso dire che fare questa esperienza  mi fa cambiare come persona e mi fa apprezzare tutto quello che ho già, e tutto quello che sto conoscendo e vivendo.

    Quando me hanno detto che venivo qua a Napoli, la gente me diceva però che a Napoli è pericoloso e la gente è strana. Però questa idea è sbagliatissima!!!. Qui ho trovato  gente maravigliosa, la gente che si preocupa per me anche se non ti conoscono bene, che ti riceve a braccia aperte e ti fa sentire parte di essi. E questa è la cosa più bella.

    Questo mese è un mese di feste e di stare insieme alla famiglia: questo mi fa mancare la mia. Però anche sono molto felice di trovarmi qua, perché l’Italia ha qualcosa di molto speciale a Natale che lo fa essere un paese unico, forse per il buon cibo o forse per il modo di vivere il  Natale: la gente sempre così allegra, gli artigianati per strade, i presepi fatti a mano etc. L’Italia è un paese magico in cui non manca nulla. Secondo me, me trovo nel migliore posto possibile.

    BUON NATALE a tutti

    P.s. Mi scuso per mio Italiano ma sono all’Italia da sittembre e sto estudiando Italiano da pochi mesi

     

    Paulina Torre Bores – studentessa  messicana di scambi internazionali individuali al Liceo Pitagora – B. Croce di Torre Annunziata, classe 3A linguistico

  • Una speranza che non muore

    Una speranza che non muore

    Un milione di anime hanno sperato in una vita migliore. Fuggiti dalle loro case distrutte dalla guerra o portate via dalla povertà, da terre lontane in tanti si sono diretti in Europa, pagando loschi individui per un rischioso trasporto via mare, senza nemmeno la certezza di farcela; sto parlando dei migranti, persone la cui unica colpa è aver sperato. Hanno visto i loro compagni morire e finalmente sono giunti finalmente in Italia, una tappa temporanea per poi fermarsi in Germania, Francia, Regno Unito e nei paesi del Nord Europa.

    Foto Roberto Monaldo / LaPresse 14-01-2012 Roma Interni Corteo "Accoglienza e solidarietà con tutti gli immigrati contro il razzismo" Nella foto Un momento della manifestazione Photo Roberto Monaldo / LaPresse 14-01-2012 Rome Demonstration against the racism In the photo A moment of demonstrationAlcuni li trattano con disprezzo e pensano: “Perché non siete rimasti a casa vostra?”. Io mi domando: tu cosa sceglieresti tra il vivere in un paese dilaniato da guerre e povertà, senza sapere se il giorno dopo riuscirai a mangiare o sarai ancora vivo o rischiare il tutto per tutto, sperando di farcela e abbandonando il tuo paese? Anch’io se fossi nei loro panni fuggirei. Sono persone come noi; come alcuni di noi sono cattivi così alcuni di loro lo sono. Mi piange il cuore e provo rabbia quando sento di omicidi e stupri; mi rammarico quando gli artefici sono dei clandestini perché mi rendo conto che il nostro paese non è in grado di controllare queste persone. L’Italia va avanti a fatica e ha difficoltà a gestire continui e crescenti flussi migratori. Altri paesi, come la Francia, hanno chiuso le frontiere; certamente noi non possiamo rispedire indietro i migranti su altre barche. La situazione sta degenerando. Ormai si parla sempre e solo di numeri, dati e statistiche e si perde di vista la componente umana. Non si riesce nemmeno a offrire ai migranti un lavoro onesto.

    L’Italia ha dimostrato di non sapercela fare. Ha bisogno di aiuto, un aiuto che dovrebbe venire dalla comunità europea, ridistribuendo i profughi in vari paesi, intervenendo per porre fine ai conflitti nei loro Stati e investire per debellare la povertà. La responsabilità è di tutti e tutti dobbiamo contribuire per risolvere il problema. Le persone non si abbandonano a un destino tragico ma si aiutano. La speranza non deve morire.