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  • “Salvezza: normalità o pazzia?”

    “Salvezza: normalità o pazzia?”

    Il giorno 30 gennaio, presso il teatro Di Costanzo-Mattiello di Pompei, si è tenuto un incontro moderato dalla dottoressa Andreana Ambrosino, Presidente dell’ Associazione nazionale magistrati della sottosezione di Torre annunziata, volto alla sensibilizzazione dei giovani su temi come il disagio, la fragilità, la speranza e la giustizia. Protagonisti dell’incontro lo scrittore Daniele Mencarelli, autore del libro “Tutto chiede salvezza” e il dottore Gianluca Guida, direttore dell’Istituto Penale Minorile di Nisida, che hanno esortato i ragazzi a riflettere su importanti temi, quali la salvezza collettiva o individuale raggiungibile attraverso le relazioni umane.

    Ad aprire l’incontro è stato Monsignor Tommaso Caputo, che ha elogiato Bartolo Longo, fondatore del teatro, che da 130 anni ospita rappresentazioni e convegni che promuovono valori come speranza e solidarietà verso i più deboli. A prendere la parola, poi, il magistrato Ambrosino che , citando il protagonista del romanzo di Mencarelli, ha fatto riflettere sull’importanza dell’empatia, della sofferenza e della diversità considerata troppo spesso pazzia. “La normalità ci fa sentire forti perché accettati, dunque non nasce  da bisogno personale. Il fallimento fa paura, ma serve poiché ci aiuta a crescere e ad affacciarci al mondo, quello vero, quello che ci aspetta. Ma che cos’è normalità, che cos’è follia?… Follia è non cedere mai, non smettete di fare domande ed  di essere curiosi”.

    Lo scrittore Mencarelli, in seguito, riferendosi al suo libro, in parte autobiografico, ha esaminato come la follia sia stata spesso l’interpretazione del bisogno umano di rispondere a domande come “Chi sono? Perché esisto? Perché moriamo?”

    L’autore afferma che la sua generazione non ha saputo trovare risposte adeguate, anzi, ha trovato rifugio nella medicina (TSO e in particolar modo nei manicomi), sebbene di patologico non ci fosse nulla.

    Infine, il dottor Guida ha esposto la causa per la quale i giovani sono portati a violare le regole, come se avessero bisogno di testimoniare la loro presenza tramite atti trasgressivi; ha classificato questi atteggiamenti come atti di  “devianza”. Questo disagio interiore non può essere placato con punizioni e proibizioni in quanto  ciò che chiedono i giovani è semplicemente NON PENSARE. Per questo spesso si ricorre agli psicofarmaci, i più usati Rivotril e Lirica, come unico mezzo per assopire il tumulto dell’anima e per annichilire la mente.

    Il dottor Guida ha citato due famose canzoni contemporanee, ossia “Farfalle” di San Giovanni e “5 gocce” di Irama, in cui entrambi i cantanti affermano di non provare più niente dentro e di voler restare da soli, al massimo con un po’ di Xanax. Queste canzoni non denunciano disagi propri solo di questi ultimi anni; ha citato anche  la canzone “Anna e Marco” di Lucio Dalla, che racconta la storia d’amore di due ragazzi, che, nonostante la loro visione pessimistica del futuro e le loro diversità, “Si guardano e si scambiano la pelle e cominciano a volare”. Purtroppo, il mondo in cui viviamo è un posto orrendo che mette alla prova ognuno di noi continuamente, ma può diventare meraviglioso “se giusto ai nostri occhi” come afferma la dottoressa Ambrosino. Inoltre, il titolo dell’incontro non a caso è “Alla ricerca della salvezza”, che sia interiore o esteriore, che sia individuale o collettiva non c’è differenza. La salvezza è unica e universale, ma per raggiungerla abbiamo bisogno di un aiuto, poiché “nessuno di salva da SOLO”. L’incontro si è concluso con alcune domande rivolte dai ragazzi provenienti da istituti di Poggiomarino, Torre Annunziata, Castellammare, Boscoreale, Sorrento e Meta.

     

  • “Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio

    “Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio

    “Borgo sud” è un  romanzo di Donatella Di Pietrantonio, di casa editrice Einaudi, pubblicato nel 2020 , che ha da subito riscosso molto successo, tanto da essere candidato al premio Strega 2021. È il continuo di un libro che mi ha appassionato molto, “L’Arminuta”, ma non ho riscontrato lo stesso piacere nel leggere questo. Probabilmente il mio sarà un parere insolito ma da questo libro mi aspettavo molto di più. Molti valori colti nella lettura del primo romanzo non sono riuscita a ritrovarli. Non mi è sembrata una storia coinvolgente ma un semplice racconto romanzato. Le protagoniste, chiuse nel loro ruolo, trasmettono sempre le stesse emozioni e sono intrappolate nelle loro vite. Tutto comincia quando Adriana bussa alla porta della sorella con un neonato tra le braccia e tanto scompiglio vitale. Non si vedono da un po’, e sua sorella nemmeno sapeva che lei aspettasse un figlio. Entrando nell’appartamento della sorella e di suo marito, Adriana, in fuga, portatrice di disordine, evidenzierà le mancanze del loro matrimonio. Nel corso di tutta la vicenda il personaggio di Adriana, sicuramente complesso e profondo, si mostra come una donna selvaggia e irrequieta, tendendo a ripetersi nelle azioni e a rendere la storia turbolenta ma anche monotona. Infatti gli avvenimenti che si verificano dipendono quasi sempre dal suo comportamento, dai suoi errori e dalle sue scelte. Non sono stata particolarmente colpita da questo libro non per la mancanza di significato o di messaggi trasmessi ma soprattutto per gusto personale. Giudicherei i fatti narrati come un susseguirsi di pericoli, vite disordinate, scomparse ed errori, tutto all’interno di una realtà abbastanza violenta e triste. Leggere storie di famiglie in cui si finisce per essere addirittura nemici aiuta, senza dubbio, a riflettere su quanto siamo fortunati a vivere una vita serena e agiata in famiglie unite e amorevoli. Significante è il rapporto tra le due sorelle, anche se ho preferito il modo in cui la scrittrice lo ha raccontato nel romanzo “L’Arminuta”, quando le ragazze affrontavano infanzia e adolescenza insieme prima di separarsi. Qui infatti la storia diventa più complicata e il loro rapporto sempre meno forte e sincero. L’autrice si sofferma principalmente su una serie di disgrazie, dolori e sofferenze, tralasciando i veri sentimenti familiari e utilizzando un linguaggio spesso poco sensibile e, anzi, brusco. Proprio questo modo di scrivere non mi ha permesso di entrare in empatia con i personaggi e di immergermi completamente nelle loro vite, confondendomi ancora di più, inoltre, con i numerosi salti temporali. Infatti i flashback risultano essere eccessivi e fastidiosi e invece di aggiungere tensione alla vicenda la rendono più noiosa e confusionaria. Anche il rapporto tra marito e moglie, in entrambe le coppie, viene trattato in maniera acida. Infatti nel caso di Adriana e Rafael, viene mostrato un amore tossico e violento che sfocia inevitabilmente in liti e fughe. Per la sorella e Piero, invece, l’amore è apparentemente quasi fiabesco, tra loro non ci sono problemi, mai una lite, mai un’incomprensione, anche se mancano i figli. Alla fine però, colpo di scena, il loro amore si scopre essere fatto di maschere, bugie e finti sentimenti. Un’altra certezza che viene meno. Piero infatti rivela alla moglie di essere omosessuale e di frequentare da mesi altri uomini. La fine di questo amore, raccontata all’interno di una serie di sventure, fa davvero rattristire il lettore, provocando sgomento e malinconia quasi da indurlo a interrompere la lettura. Un altro aspetto particolare è la continua alternanza spaziale tra Abbruzzo mare, Abbruzzo città, e le città oltre le Alpi, come Grenoble, dove la protagonista si era trasferita per lavorare. Questo forte attaccamento ai luoghi crea una sorte di ambiente chiuso, in cui è sempre presente il passato e da cui sembra impossibile staccarsi. Tutte queste piccole cose complessivamente non mi hanno fatto apprezzare molto la lettura del romanzo che sicuramente, rispetto al primo, consiglierei molto meno.

  • Cambiare l’acqua ai fiori: il cimitero come luogo di rinascita

    Cambiare l’acqua ai fiori: il cimitero come luogo di rinascita

    “Cambiare l’acqua ai fiori” è un romanzo di Valérie Perrin in grado di suscitare emozioni e di coinvolgere il lettore fino in fondo nella vita dei protagonisti. Fin dai primi capitoli la lettura risulta scorrevole e coinvolgente, fa provare una grande empatia che spinge a non staccarsi  mai dal libro. Una delle frasi iniziali mi ha colpito molto: “…tutti i cimiteri un giorno diventano giardini” e personalmente credo che racchiuda un po’ quel che è il messaggio del romanzo. I cimiteri, prima o poi, troveranno la persona giusta che riesca a prendersene cura e a farli rifiorire come giardini, così come la vita. Infatti quando sembra che tutto vada nel verso sbagliato e che non ci sia più alcuna cosa positiva per andare avanti, la vita ti pone di fronte a nuove esperienze, scelte e magari anche persone, che ti faranno rinascere dal dolore.  La protagonista, Violette, è una donna sposata con un uomo bellissimo, il cui amore per lei però svanisce subito dopo il matrimonio. Violette e il marito Philippe lavorano come guardiani di un passaggio a livello e sono genitori di Léonine, una splendida bimba, bella come il padre. Questa è l’unica gioia che  permette a Violette di andare avanti, finché una notte, mentre è in colonia con altre bambine, muore a causa di un sospetto incidente. Violette è dilaniata dal dolore, salutare la propria bambina che parte allegra con le amichette e apprendere la notizia della sua morte dai giornali non è per nulla una cosa semplice. Si chiude in se stessa, nemmeno il marito la capisce, anzi la considera pazza. La sua vita si riduce al passaggio a livello e alla cameretta di Léonine. Fin qui la scrittrice riesce a raccontare una storia dura, di perdita, di violenza e di abbandono con una delicatezza unica. Dopo il tragico evento, la donna conosce il guardiano del cimitero dove è sepolta la bambina e con lui instaura un legame indissolubile, tanto da prendere poi il suo posto insieme al marito. Grazie al suo lavoro riesce a incontrare tante persone, ognuna delle quali  si porta addosso ricordi, parole non dette e grandi sogni. Lei li ospita per il tempo necessario in casa sua con un sorriso e con garbo, usando parole di conforto e accogliendo i racconti di chi è lì per farsi ascoltare. Nel frattempo Violette è rimasta sola, abbandonata dal marito, di cui scopre poi una nuova identità. Quando si presenta da lei Julien, un poliziotto di Marsiglia, le cose nella sua vita cambiano. L’uomo è lì per chiedere che la madre, Irène Fayolle, morta da poco, possa essere sepolta nel cimitero di questo paese lontano, per essere vicino all’uomo che amava, Gabriel Prudent, che non era suo marito. Grazie a quest’incontro le loro vite, inaspettatamente, prendono una direzione diversa e così la vita di Violette trova di nuovo la luce, proprio come lei illumina il cimitero di Brancion en Chalon. Il romanzo è ricco di incontri; alcuni di questi incontri sono coincidenze, quelle strane coincidenze di cui la nostra vita è piena. Questo ci fa ricordare che la vita di ciascuno è la risultante degli incontri che ha avuto: tocca a ciascuno di noi stabilire quale peso dare a quell’incontro e se esso tirerà fuori il meglio o il peggio di noi , ma solo grazie a ciò avremo imparato qualcosa di più. Sembra esserci un accanimento contro la protagonista ma in realtà non è così; la scrittrice vuole trasmettere forza a tutte le donne, fornendo un esempio di donna sola e sfortunata che, contando solo su se stessa, riesce a convivere e a sopravvivere al dolore, mantenendo e riscoprendo la propria dignità di donna, senza soccombere e addirittura crescendo nella sofferenza.  Ciò che colpisce di più in questa storia è l’emotività della protagonista, mai uguale a se stessa, anche se resta sempre fedele alle sue idee e ai suoi valori. Dall’interno del cimitero la storia mi ha fatto ridere con personaggi divertenti ma soprattutto commuove, con storie di persone varie che fanno affiorare tanti ricordi e spingono a vedere la vita da diverse prospettive. Valérie Perrin riesce a comporre un inno alla vita, che è solo di passaggio, come i treni di Violette, sullo sfondo della morte. Dopo l’incontro con Julien emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti. “Nel tempo che collega cielo e terra si nasconde il mistero più bello”, scrive l’autrice, e mi ha fatto tanto riflettere questo epitaffio poiché molto spesso dimentichiamo che la morte fa parte della vita stessa e che i nostri defunti continuano, a modo loro, a manifestarci una presenza costante accanto a noi. Non ci lasceranno mai soli e qui, in terra, saremo sempre guidati da qualcuno in cielo. Alla fine questa splendida storia ci insegna che  l’unico modo per vivere davvero è aggrapparsi alla quotidianità, un passo alla volta, istante per istante. La protagonista parla ai morti, ai parenti, agli amici, ai gatti, ai fiori, a Dio. Tutte piccole cose che possono sembrare insignificanti ma danno senso alla vita. Non potendo cambiare il passato sceglie di vivere il presente. Perché leggere questo romanzo? Perché aiuta a capire cosa importa davvero nella vita, mettendo in discussione noi stessi e mostrando quanto delicata sia l’umanità.

  • ‘Il treno dei bambini’: Viola Ardone racconta la Napoli del dopoguerra

    ‘Il treno dei bambini’: Viola Ardone racconta la Napoli del dopoguerra

    Il libro è ambientato nella Napoli del 1946, nel periodo post-guerra. Narra la storia di un bambino di nome Amerigo Speranza, che lascia il suo “rione”, per salire su un treno che lo porterà lontano e forse verso un futuro migliore, dovendo però rinunciare all’affetto della madre, Antonietta Speranza. Il treno che conduce Amerigo verso  – come dicevano in quegli anni – l’alta Italia, viene definito dall’autrice, Viola Ardone, il “treno dei bambini” perché, in quel periodo, le donne comuniste organizzavano tali treni, che trasportavano gruppi  di bambini che venivano affidati alle famiglie dell’alta Italia, garantendo così  loro l’opportunità sia di una vita migliore rispetto a quella che erano abituati. La maggior parte della popolazione, però, non voleva che i propri figli salissero su quei treni, a causa delle voci che giravano sulla “fine” dei bambini che partivano: c’era chi diceva che i bambini venivano mangiati dai comunisti, chi invece pensava che tagliassero loro mani e lingua oppure che venissero fatti diventare delle saponette; altri invece  invitavano le donne a far salire i propri figli su uno di quei treni. Una tra le organizzatrici di questo progetto era Maddalena Criscuolo (personaggio realmente esistito) che convince Antonietta a far partire il figlio Amerigo. Una volta arrivati nell’alta Italia, il protagonista e i suoi compagni di avventura vengono affidati ognuno ad una famiglia. Amerigo si ambienta molto rapidamente, anche grazie alla sua tutrice, Derna, che lo inserisce subito nel suo nucleo familiare composto da Rosa, cugina di Derna, Alcide, marito di Rosa, e poi Rivo, Luzio e Nario, figli di Alcide e Rosa. Dopo un inverno trascorso in quel di Modena, Amerigo ritorna a Napoli, nel suo quartiere con un bagaglio di sogni e un nuovo “amico”: il violino che gli ha regalato Alcide. Può finalmente riabbracciare la madre Antonietta e tutti gli amici, eppure, con il passare del tempo, avverte sempre  più la mancanza di Derna e della famiglia di Rosa, e gli sembra strano che nessuna delle due gli abbia mandato alcun pacco o messaggio per mantenere i rapporti con lui, come era accaduto agli altri suoi amici. Viene però a scoprire, grazie a Maddalena Criscuolo, che in realtà Derna e Rosa gli avevano mandato molte lettere e pacchi contenenti cibo, ma che sua madre Antonietta non aveva voluto farglieli recapitare. Amerigo decide così di scappare via da casa per andare a vivere da Derna e solo dopo molti anni farà ritorno a casa, sciogliendo molti dei nodi ancora intricati della sua infanzia. 

     Il libro ha un finale toccante e commovente, non il “classico” lieto fine, e ciò lo ritengo un valore aggiunto. Devo ammettere che io personalmente non sono una grande lettrice, ma questo libro ha catturato tantissimo la mia attenzione e mi sono affezionata molto ai personaggi, principalmente ad Antonietta, la mamma di Amerigo. Mi sono piaciuti sia la storia narrata che il linguaggio mediante il quale l’autrice si è espressa, perché è semplice e scorrevole, non è troppo formale e ha quella nota, quella sfumatura di dialetto napoletano antico che, oltre a rendere ancora più realistica l’atmosfera, in un certo senso mi ha fatto sentire al sicuro e a casa. È un libro adatto a tutte le età e lo consiglio soprattutto a chi ha voglia di leggere una storia che non sia né troppo pesante né troppo infantile. 

    La parte che mi è piaciuta di più è stata  la quarta e ultima sezione del libro: l’ho apprezzata molto perché Amerigo, quando ritorna nel suo quartiere e ripercorre lentamente la sua vita a Napoli con il pensiero, rivisitando la casa dove la madre lo ha cresciuto e dove si è consumato anche il loro non-addio, riesce a comprendere le ragioni delle scelte drastiche sue e di “sua mamma Antonietta”, a risolvere tutto il passato e a far pace con Napoli, con i suoi cari e soprattutto con la sua coscienza.

    Ginevra Maria Napolitano 1A classico

  • ‘Le parole sono importanti’ : alla scoperta dell’etimologia con Marco Balzano

    ‘Le parole sono importanti’ : alla scoperta dell’etimologia con Marco Balzano

    Marco Balzano nasce il 6 giugno del 1978 a Milano ed è uno scrittore e insegnante di italiano. Pubblica il suo primo romanzo “Il figlio del figlio” nel 2010, per il quale vince il Premio Opera Prima all’ XI edizione del Premio Letterario Corrado Alvaro.
    Per l’editore Sellerio pubblica successivamente i romanzi “Pronti a tutte le partenze” e “L’ultimo arrivato”. Nel 2018 cambia casa editrice e pubblica con Einaudi editore il romanzo “Resto qui” e nel 2019 il saggio divulgativo “Le parole sono importanti”.
    Marco Balzano accoglie i lettori nel mondo dell’etimologia con lo stesso entusiasmo di quell’amico che ci obbliga a leggere il suo libro preferito. Descrive una sensazione che tutti noi abbiamo provato almeno una volta nella vita: la meraviglia di fronte ad una parola che nasconde un’infinità di significati. Quasi sembra rimproverarci per la scarsa attenzione che prestiamo all’etimologia, mettendoci di fronte a tutte le “possibilità” che un semplice vocabolo può darci, in particolare, la possibilità di comprendere meglio ciò che ci circonda.

    Per accompagnarci in questo viaggio, l’autore sceglie dieci parole di uso comune: divertente, confine, felicità, social, memoria, scuola, contento, fiducia, parola e resistenza. Grazie alle derivazioni latine e greche, riusciamo a scorgere punti di osservazione inesplorati e inaspettati. Chi l’avrebbe mai detto che la scuola, per gli antichi, fosse il luogo in cui tutte le fatiche e le preoccupazioni dovevano essere messe da parte per non ostacolare l’apprendimento? Sembra molto diversa dall’idea che oggi abbiamo della scuola e di molti altri luoghi, concetti e oggetti, di cui non conosciamo l’effettivo significato.

    Il saggio di Marco Balzano è tutto da scoprire, una lettura piacevole che, oltre ad entusiasmare il lettore, lo arricchisce culturalmente. Allo stesso tempo, è strumento rivelatore delle nostre debolezze.

    La meraviglia che proviamo di fronte alla scoperta dei significati “nascosti” di parole che usiamo quotidianamente è emblema della superficialità con cui viviamo, parliamo e ascoltiamo. Ci dimostra che ormai ci limitiamo ad associare una parola ad un unico e solo significato, un po’ come quando noi studenti traduciamo male il latino o il greco, solo perché non scendiamo a fondo nel testo. Marco Balzano dà al lettore l’opportunità di riscoprire l’importanza delle parole, anche di quelle che sembrano scontate.

    Dovremmo tutti cogliere questa opportunità, magari leggendo il libro, magari riflettendo di più su quello che studiamo. Quella noiosissima lezione di latino è cambiata da così a così, solo grazie all’etimologia delle parole; quanto potrebbe cambiare la nostra vita, la nostra istruzione, se imparassimo ad andare più a fondo?
    Le parole sono importanti, non possiamo permetterci di dimenticarlo.

  • “FAHRENHEIT 451”: ALI DI CARTA NEL FUOCO

    “FAHRENHEIT 451”: ALI DI CARTA NEL FUOCO

    “Fahrenheit 451” è un romanzo che si può definire diverso dagli altri. Innanzitutto racconta una vicenda ambientata nella nostra società, pur essendo stato scritto negli anni ‘50 del Novecento. L’abilità dell’autore, Ray Bradbury, è stata appunto quella di prevedere alcune nostre abitudini, come il costante uso dei social, dei media e degli apparecchi elettronici che ci allontanano totalmente dalla realtà e ci “teletrasportano” con la mente in un altro mondo, che portano all’insonnia e distruggono il pensiero. Attraverso queste macchine, inoltre, cambiano anche i comportamenti che abbiamo nei confronti degli altri: infatti la moglie del protagonista si estrania completamente da tutto ciò che è intorno a lei e inizia a diventare sempre più strana e scontrosa verso il marito. I libri sono il centro di tutto il racconto: sono ritenuti oggetti silenziosi che fanno paura per quello che contengono e per quello che possono raccontare. Bradbury dunque, descrive in modo negativo la nostra società e infatti il libro, di solito considerato uno strumento per aprire la mente e ampliare le conoscenze, è un oggetto vietato; il solo possederne uno potrebbe portare all’arresto o all’uccisione. Un’altra caratteristica del romanzo, forse quella fondamentale, è il totale rovesciamento della figura del pompiere, che non spegne gli incendi, bensì li appicca. E in particolare soggetti alle fiamme sono proprio i libri, considerati proibiti dalla legge. Una frase che colpisce è proprio: “ Il fuoco splende e il fuoco pulisce”, a indicare quanto la lettura faccia paura, solo perché in grado di ampliare i nostri orizzonti e farci conoscere cose più grandi di noi.

    Così in America, dove  la storia è ambientata, migliaia di case diventano roghi della cultura, una cultura incenerita. Solo Guy Montag, uno degli uomini della “milizia del fuoco”, riesce a tenere nascosti i libri che ruba nelle varie case in cui appicca gli incendi. La moglie però rovina tutto, denunciando le violazioni delle norme da parte del marito. L’uomo quindi si rifugia lungo il fiume, e conosce un gruppo di persone che custodiscono il patrimonio letterario dell’umanità imparando a memoria i libri, senza conservarne copie, per non infrangere la legge. Intanto la televisione comunica la falsa ma rassicurante notizia della sua morte durante l’inseguimento.

    L’idea di questo romanzo è nata dalla passione di Bradbury per i libri. Divenuto adolescente, egli rimase inorridito dal rogo dei libri perpetrato dal regime nazista e in seguito anche dalla campagna politica di repressione messa in atto da Stalin, “le Grandi purghe”, durante la quale numerosi poeti e scrittori furono arrestati e spesso giustiziati.  Nella sua giovinezza, Bradbury fu un testimone dell’età d’oro della radio. La transizione all’età d’oro della televisione iniziò all’incirca quando egli cominciò a lavorare sulle storie che l’avrebbero condotto a scrivere “Fahrenheit 451”. Bradbury vide i media come una minaccia alla lettura dei libri e alla stessa società, perché essi possono costituire una distrazione dalle questioni più importanti. In effetti anche gli scienziati di oggi sono preoccupati per l’uso massivo di Internet e dei social network, che allontana le persone e impedisce loro di comunicare guardandosi negli occhi. Di questo romanzo ho sicuramente apprezzato il messaggio che vuole trasmettere; la storia è certamente interessante e coinvolgente. Si legge tutto di un fiato, se non fosse per alcuni passi che rallentano il ritmo narrativo,con descrizioni e dialoghi a volte troppo lunghi. Non è uno dei miei libri preferiti, ma di certo mi ha fatto riflettere sull’effetto non sempre positivo che questi mezzi di comunicazione hanno soprattutto su noi ragazzi. Ci insegna che la cultura non deve essere messa in secondo piano e che leggere un libro è sempre un’esperienza insostituibile.

  • Un libro per sempre: Fedor Dostoevskij, Le Notti Bianche

    Un libro per sempre: Fedor Dostoevskij, Le Notti Bianche

     

    L’autore

    Fedor Dostoevskij nacque a Mosca l’11 novembre del 1821 e morì a San Pietroburgo il 9 febbraio del 1881 per enfisema polmonare. Di carattere allegro, venne educato dalla madre all’amore per la letteratura, per la musica e per la preghiera e nel 1846 scrisse Povera gente, all’insegna della lotta contro la povertà. Dopo aver frequentato circoli rivoluzionari, venne arrestato e condannato alla pena di morte, ma salvato un attimo prima di morire da un ordine dell’imperatore che cambiò la condanna in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Questa dura esperienza lo segnò fisicamente e moralmente.  Allontanatosi dalla carriera militare, si dedicò nuovamente alla letteratura scrivendo Il sosia. Purtroppo questo romanzo non ebbe successo. Le sue condizioni fisiche si aggravarono, fino alla morte. I suoi funerali furono accompagnati da una folla enorme. Dostoevskij è stato uno dei più grandi romanzieri e pensatori della storia: dalle sue opere emerge uno spirito di tolleranza religiosa e di indulgenza nei confronti dei criminali, a suo parere sfortunati e quindi più meritevoli di salvezza.

    Il romanzo breve: Le Notti Bianche

    Il romanzo breve intitolato Le notti bianche, considerato il capolavoro giovanile di D., fu pubblicato nel 1848: il titolo prende nome da un determinato periodo dell’anno in cui il sole tramonta dopo le 22 nella Russia del nord. Il tema è quello del sognatore romantico, dell’uomo così immerso nel proprio mondo ideale da trascorrere la sua vita in un paradiso di illusioni. Il libro è diviso in quattro parti; ogni capitolo, pur essendo breve, è di una profondità tale da farci immergere totalmente nella vicenda. Ci ritroviamo  di fronte a un uomo timido e introverso, ingabbiato nella sua visione ideale delle cose, un uomo che è trappola di se stesso e delle sue illusioni.

    Amico delle case, delle strade, del cielo, il protagonista non aveva nessuno con cui parlare fin quando in sogno gli apparve una dolcissima fanciulla. La vide da lontano, su un ponte, che piangeva affacciata alla ringhiera. Trovò il coraggio di farsi avanti, provò a superare quei muri che aveva intorno al cuore porgendole il braccio. Lei, Nasten’ka, accettò e insieme percorsero il tragitto di casa. A questo punto il protagonista era sommerso dalle emozioni. I due si diedero poi appuntamento alla notte seguente, ma solo se lui non si fosse innamorato di lei. Prima della quarta notte il protagonista, soffocando i sentimenti che provava per la ragazza, impose silenzio al suo cuore che urlava il nome di lei. Avrebbe voluto proteggerla, sposarla… Alla quarta notte, le rivelò tutto e le chiese di sposarlo. Lei in lacrime accettò, ma sapeva, purtroppo, che non era lui l’uomo che amava. I due, sorridendo e pianificando il futuro, iniziarono a dirigersi verso casa, ma …  proprio in quel momento l’uomo davvero amato da Nasten’ka fece ritorno. Così ella tornò dal suo amato, mentre il protagonista restò raccogliere i pezzi dei suoi sogni, del suo cuore, delle sue speranze, della sua anima. La conclusione del romanzo ci presenta un personaggio distrutto, inghiottito da quelle sabbie mobili che erano le sue stesse illusioni.

    L’ultima parte, ossia ‘’Il mattino’’, segna la fine della breve storia d’amore non ricambiata e mai vissuta.Si chiude con una lettera in cui la fanciulla si scusa, che il protagonista legge piangendo, rassegnandosi a riprendere la vita che ha condotto prima di conoscerla.

    ‘’Le notti bianche’’ di Dostoevskij è un romanzo tanto piccolo quanto grande: piccolo nelle dimensioni, ma grande in ciò che trasmette ai lettori. Nella storia dei due amanti c’è amore, solitudine, voglia di amare, di essere ascoltati; ci sono sogni, sconfitte e false vittorie… E’ un libro adatto a qualsiasi tipo di lettore, proprio perché in ognuno di noi c’è un sognatore che spera di dare vita ai propri desideri.

  • Intervista a Gigi e Ross e ad Oreste Ciccariello: la maledizione dell’acciaio

    Intervista a Gigi e Ross e ad Oreste Ciccariello: la maledizione dell’acciaio

    Il 15 febbraio 2019, una parte della nostra redazione ha partecipato alla presentazione del libro La maledizione dell’acciaio, scritto da Oreste Ciccariello e ideato da Gigi e Ross.

    Il protagonista, Massimo Mancini, decide di affrontare l’Italsider, l’avvelenato mostro di acciaio di Bagnoli che gli ha portato via il padre. Lo fa con le armi dell’uomo comune, studiando per laurearsi e per entrare nella commissione di bonifica dell’Italsider.  Nelle viscere del mostro , Massimo scoprirà segreti, complotti che mai avrebbe potuto immaginare. E poi la maledizione  gli cambierà la vita: l’acciaio avvelenato  gli entrerà dentro facendolo sentire mai così vivo e nello stesso tempo irrimediabilmente morto. La maledizione gli darà la forza per combattere  ad armi pari contro il mostro di acciaio. In un susseguirsi di rivelazioni, amicizie rovinate e amori mai finiti,  Massimo accenderà una luce nel buio e sarà il mare che inonderà la terra arida, vincendo una battaglia di una guerra purtroppo ancora molto lunga, perché da qualche parte un altro mostro sta già oscurando ogni debole fonte di luce.

    La libreria “Libertà” di Torre Annunziata, ci ha dato l’opportunità di intervistare gli autori del libro:

    -Qual è stata l’idea che vi ha spinto alla realizzazione di questo progetto?

    Ross:”Siamo stati spinti dall’ amore per Napoli e per Bagnoli; iniziammo a scrivere un progetto cinematografico, il cui scopo era quello di fare luce su un problema molto attuale che riguarda quelle zone, l’inquinamento.  Oreste è intervenuto nella sceneggiatura e ha deciso di  romanzare quella storia, arricchendola e impreziosendola”.

    -Scegliere di restare, come ha fatto Massimo (il protagonista), può essere un modo per noi ragazzi di curare la nostra terra?

    Oreste: ” E’ forse l’unico modo per curare la nostra terra. I supereroi sono quelli che restano non quelli che vanno via, come “l’amichevole Spider –man di quartiere “ che sceglie di restare nel suo quartiere. Dobbiamo restare qui per lottare per questa terra, per il bene della  città.”

    -Che importanza date alla lettura per la diffusione di temi così importanti come l’inquinamento?

    Gigi:” Si deve leggere sempre. Ciò che sappiamo lo abbiamo appreso  dalla lettura di testi. Per avere una buona formazione teatrale, abbiamo letto molto. Grazie al nostro lavoro leggiamo ancora e tanto, soprattutto copioni e sceneggiature. Importante è  anche informarsi utilizzando sia la stampa che le nuove tecnologie; bisogna guardarsi intorno e capire ciò che ci circonda, essere sempre curiosi.”

    -Sperate di smuovere e sensibilizzare l’opinione pubblica con questo libro?

    Ross: “Inizialmente, quando abbiamo scritto la sceneggiatura e il libro , non pensavamo che avesse un risvolto sociale. Ne siamo contenti perchè non era previsto. Speriamo che il testo abbia ampia diffusione non perché vogliamo avere successo, ma perché può contribuire al riscatto di queste zone abbandonate”.

    Oreste: “L’ intento non era quello di denunciare, ma siamo contenti  se  riesce a portare giustizia e a sollecitare interventi positivi.”

    -Quale consiglio potete dare a noi giovani di Torre Annunziata, che conviviamo con molte strutture fantasma?

    Gigi: “Come dice Catello Maresca nella prefazione”Non bisogna voltarsi dall’altra parte, ma  schierarsi dalla parte del bene , conoscere quello che ci circonda per cercare di affrontarlo ed evitate di sperare che qualcuno cambi le cose al posto vostro, incominciate voi.”

    Ross:” L’unica arma che abbiamo è conoscere. Più conoscete, più sarà facile affrontare la vita e rispondere a tutte le domande che vi faranno per mettervi in difficoltà. Se non conosci, invece, sarai messo  in difficoltà più spesso”.

    Oreste: “Voi che avete intrapreso la strada del giornalismo e avete la possibilità di parlare e di scrivere, martellate sempre, fatevi sentire”.

    Adesso, inaspettatamente, è Gigi a volermi fare una domanda:

    -Sarai giornalista un giorno?

    Io ho risposto che sarebbe il mio sogno.

    Dopo questa intervista, la voglia di lottare per la nostra terra, proprio come fa il protagonista , è aumentata. Non aspettiamo che qualcuno faccia il primo passo al posto nostro, dobbiamo essere noi a farlo.

  • Il romanzo “geniale” di Elena Ferrante

    Il romanzo “geniale” di Elena Ferrante

    “L’amica geniale”, primo volume di una tetralogia, è il titolo del romanzo scritto da Elena Ferrante e pubblicato nel 2011 dalla casa editrice “Edizioni EO”.

    Il romanzo è suddiviso in due parti: una prima parte che narra dell’infanzia delle due bambine protagoniste Elena e Lila e una seconda parte che narra dell’adolescenza delle bambine. Entrambe le parti si basano sull’amicizia che lega Elena e Lila e il forte legame che si crea del corso degli anni. Le loro strade iniziano a separarsi con l’inizio delle scuole medie, tuttavia le vite delle due ragazze continueranno ad intrecciarsi poiché l’una necessita dell’altra.

    Agli occhi di Elena, Lila è sempre un passo avanti: inizia le scuole elementari già in grado di leggere e scrivere; appassionata di lettura, trova sempre il modo per apprendere da ciò che legge e trovarsi sempre un passo avanti rispetto a Elena e a tutti i suoi coetanei. Ciò spiega anche il titolo del romanzo.

    All’interno del romanzo nulla è casuale o rilevante. Ogni elemento della narrazione, ogni luogo, oggetto descritto è un tassello essenziale per comprendere le condizioni di vita della gente dei quartieri più poveri di Napoli nel dopoguerra.

    ‘L’amica geniale’ è un romanzo caratterizzato da uno stile semplice e colloquiale e da una narrazione scorrevole, condotta in prima persona da Elena, una delle protagoniste, che mostra una Napoli alle prese con la ripresa economica e la condizione della donna nel secondo dopoguerra.

    Elemento fondamentale è, infatti, la condizione della donna all’interno di un rione e di un’epoca difficile; gli uomini sono gli artefici del destino delle donne che, in quanto tali, hanno il compito di svolgere le faccende domestiche senza la possibilità di ottenere un’educazione scolastica. Sono proprio la cultura e l’educazione, però, come sostiene la maestra Oliviero, che possono rendere le donne superiori all’uomo.

    Ciò che salta all’occhio del lettore è la violenza che caratterizza gran parte della narrazione, alla quale nessuno può sottrarsi né tanto meno reagire. I potenti detengono il potere, i poveri sono destinati ad essere sottomessi e a subire violenze immani. Violenza nei confronti della gente del rione, dei ragazzi più deboli e, in particolare, violenza nei confronti delle donne.

    Non si hanno notizie relative all’autrice: Elena Ferrante è uno pseudonimo utilizzato dalla scrittrice per mantenere l’anonimato.

    Ciò conferisce al romanzo un velo di mistero che, probabilmente, ha rappresentato uno dei motivi del grande successo ottenuto dal libro che è stato tradotto in numerose lingue.

     

  • “La Scugnizzeria”: cambiare Scampia con piccoli gesti

    “La Scugnizzeria”: cambiare Scampia con piccoli gesti

    Talvolta alle nostre orecchie giunge, quasi come un qualcosa di scontato, la frase “per cambiare il mondo bastano piccole cose”. E poi il pensiero stesso ci convince che anche queste piccole cose sono irrealizzabili, difficili, non ci spronano abbastanza, e le abbandoniamo lì.

    Questo tuttavia non è il caso di Rosario Esposito La Rossa. Designato Cavaliere del Lavoro dal Presidente Mattarella nel 2016, la sua onorificenza è legata anche al contributo nella lotta alla camorra. Un contributo che ha visto il suo punto più alto nella nascita di una libreria, “La Scugnizzeria”, che alcuni ragazzi del nostro liceo lo scorso 15 marzo hanno visitato.

    Dopo aver guidato i ragazzi in un giro veloce nel cuore di Scampia, proprio nei luoghi dove è nato e cresciuto, La Rossa ha aperto a loro la sua nuova realtà: una libreria, da lui definita una “piazza di spaccio di libri”, quasi a sminuire un termine che negli ultimi anni a Napoli ha sempre assunto un valore negativo.

    La libreria nasce grazie all’associazione Vo.Di.Sca. (Voci Di Scampia), fondata da La Rossa stesso e da sua moglie. All’interno di questa nuova struttura, che sorge da ormai più di un anno al confine tra Scampia e Melito di Napoli, tuttavia, non ci sono soltanto libri, ma anche una varietà di laboratori e progetti diversi: la “Timoniera”, ossia la stanza in cui “nascono” le copie dei libri editi dalla casa editrice legata all’associazione, la Marotta & Cafiero Editore; un “ospedale dei libri”, in cui si “rianimano” i libri ormai sfasciati o distrutti; un laboratorio teatrale e il laboratorio artistico Piergiorgio Welby, dedicato al pittore e artista italiano morto nel 2006 per una distrofia muscolare e da sempre in prima linea per la lotta al diritto all’eutanasia.

    Attraverso queste iniziative, La Rossa ha coinvolto molti giovani di Scampia, tentando di condurli sulla strada giusta, sulla strada della giustizia, che spesso i loro genitori ignorano o da cui preferiscono tenersi alla larga.

    Ma la spinta iniziale, che ha portato La Rossa a dedicarsi a tutto ciò, nasce da un tragico evento: la morte del cugino di Rosario, Antonio Landieri, un ragazzo disabile ucciso per sbaglio da un commando di cinque killer il 6 novembre del 2004. La morte di Landieri in qualche modo ha segnato Rosario, che da quel giorno non ha smesso un momento di lottare contro la camorra.

    E ancora oggi non smette. Rosario Esposito La Rossa è l’esempio di chi la camorra la combatte in maniera diretta, pragmatica. L’esempio di chi, lavorando come un semplice allenatore di calcio, sa condurre sulla retta via ragazzi che sembrano destinati a diventare criminali. Un esempio di uomo che, attraverso la semplicità, sa come cambiare un luogo, che da sempre non conosce giustizia.

    Dario Gargiulo IV A Classico