Tag: Napoli

  • Rapina da film a Napoli: svuotate le cassette di sicurezza, i banditi svaniscono nelle fogne

    Rapina da film a Napoli: svuotate le cassette di sicurezza, i banditi svaniscono nelle fogne

    “Sembrava una scena di un film, ma è successo davvero.” È con questa impressione che molti hanno commentato la rapina avvenuta il 16 aprile 2026 a Napoli, un episodio che ha attirato l’attenzione di tutta l’Italia per la sua dinamica inquietante.

    Tutto è accaduto nel quartiere del Vomero, una zona molto frequentata della città, dove un gruppo organizzato di rapinatori ha fatto irruzione in una banca in pieno giorno. I malviventi, armati e con il volto coperto, hanno rapidamente preso il controllo della situazione, bloccando clienti e dipendenti all’interno della filiale. In pochi minuti, un luogo normalmente considerato sicuro si è trasformato in uno scenario di paura e tensione. Le persone presenti sono state prese in ostaggio e costrette a rimanere ferme mentre i rapinatori agivano. In quei momenti si è temuto che la situazione potesse peggiorare, anche perché episodi di questo tipo possono degenerare rapidamente.

    File:Banca Italia Genova caveau.jpg - Wikimedia Commons

    L’arrivo delle forze dell’ordine ha però permesso di gestire la situazione: dopo attimi di grande preoccupazione, gli ostaggi sono stati liberati senza che nessuno rimanesse ferito. Questo è sicuramente uno degli aspetti più positivi della vicenda. A colpire maggiormente è stata però la modalità della fuga. Secondo le ricostruzioni, i criminali non sono usciti dall’ingresso principale, ma sarebbero riusciti a scappare attraverso un passaggio sotterraneo collegato alle fogne. Questo dettaglio rende evidente quanto il colpo fosse stato pianificato in anticipo: non si tratta di un’azione improvvisata, ma di un piano studiato probabilmente per settimane, se non mesi. La conoscenza della struttura della banca e dei percorsi sotterranei dimostra un livello di organizzazione elevato. Durante la rapina sono state forzate diverse cassette di sicurezza. Questo elemento aggiunge un ulteriore livello di gravità all’accaduto, perché al loro interno non si trovano solo soldi o oggetti di valore economico, ma spesso anche beni personali, documenti importanti o ricordi di famiglia. Per molte vittime, quindi, la perdita non è solo materiale, ma anche emotiva, e questo rende il danno ancora più difficile da accettare.

    Dopo l’accaduto è stata avviata una vera e propria caccia ai responsabili, che al momento risultano ancora in fuga. Le indagini sono in corso e si cerca di capire come sia stato possibile organizzare un’azione così complessa senza essere scoperti prima. Allo stesso tempo, l’episodio ha riacceso il dibattito sulla sicurezza, soprattutto in luoghi come le banche, che dovrebbero garantire un alto livello di protezione. Un episodio del genere porta a riflettere sui limiti dei sistemi di sicurezza attuali e sulla difficoltà di prevenire azioni così ben organizzate. Allo stesso tempo, evidenzia quanto sia complesso, per le forze dell’ordine, contrastare gruppi criminali capaci di pianificare ogni dettaglio. Possiamo quindi affermare che la rapina avvenuta a Napoli non è soltanto un fatto di cronaca, ma un episodio che va oltre. Da una parte mostra l’efficacia dell’intervento delle forze dell’ordine, che ha evitato conseguenze più gravi; dall’altra mette in luce la struttura e l’organizzazione della criminalità. È proprio questo contrasto a renderla una vicenda così forte: perché dimostra quanto la realtà possa essere, a volte, più sorprendente e inquietante di qualsiasi storia inventata.

    DI PALMA ANIELLO , RITA FERRIERO 3AC

  • Tragedia sul lungomare di Napoli: colpa di un paio di scarpe

    Tragedia sul lungomare di Napoli: colpa di un paio di scarpe

    Nella notte tra il 19 e il 20 Marzo, presso il lungomare di Mergellina, è successo qualcosa di assurdo, che ha sconvolto tantissime persone. Francesco Pio Maimone, ragazzo di diciannove anni, che si trovava nei pressi di un noto chioschetto della zona, è stato colpito  da uno sparo in pieno petto. Inutile la corsa in ospedale dove è giunto senza vita. Seppure può sembrare bizzarro, bisogna partire dalle scarpe che l’assassino calzava quella notte, che erano per lui il suo piccolo mondo. Egli si chiama Francesco Pio Valda, ha lo stesso nome della sua vittima ed è originario di una famiglia molto problematica: il padre camorrista tentò di uccidere la moglie nel momento in cui era incinta di lui e poi è stato assassinato nel 2013; suo fratello è in carcere per tentato omicidio. Crescere in un ambiente strettamente legato alla criminalità non può far altro che immettere nel ragazzo valori negativi di violenza e di prepotenza. Un camorrista non può permettersi di ricevere un torto, né tantomeno di mostrare timore verso un qualsiasi avversario. Un camorrista necessita che tutti ammirino le sue scarpe nuove, che gli chiedano quanto costino, che facciano domande sulla sua famiglia, a cui lui potrà rispondere ripescando un parente dal carcere e uno dal cimitero, magari morto in uno scontro tra clan.

    Ma torniamo alle scarpe.  Si è cercato di ricostruire le dinamiche dell’accaduto e si è arrivati alla conclusione che sia scoppiata una lite a causa di qualcuno che ha sporcato le costosissime scarpe dell’assassino. In questa lite, però, Maimone  non era minimamente coinvolto. Il ragazzo che ha estratto il revolver ha sparato prima in aria e poi ad altezza d’uomo. Francesco Pio è stato colpito al petto mentre mangiava noccioline con un paio di amici. Sognava di aprire una pizzeria e invece ha trovato la morte per colpa di un balordo. Un solo colpo che non gli ha lasciato scampo. Una volta arrivato in ospedale, i medici non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.

    Per i genitori, allora, sorge spontanea una domanda: “È sicuro lasciare i propri figli da soli per strada di notte? È giusto che debbano finire vittime delle circostanze?”. Il padre del ragazzo ucciso ha chiesto al Presidente Mattarella di aprire ‘uno spiraglio’ affinché i giovani di Napoli possano avere un futuro migliore, una vita diversa, perché questa vita non li porta da nessuna parte. E a noi ragazzi che viviamo in questa realtà così assurda, che studiamo per crearci un futuro solido, il pensiero che tutta la nostra vita potrebbe finire mentre ‘mangiamo noccioline con gli amici’ cosa ci provoca? Terrore, sgomento, indignazione, angoscia perch, pur essendo apparentemente  liberi di vivere la nostra vita, di crescere e fare le nostre esperienze, siamo in realtà prigionieri di un sistema  imposto dalla criminalità.

    Ci vorrebbe una maggiore presenza dello Stato, delle forze dell’ordine, soprattutto negli ambienti frequentati dai giovani, dove le risse posso nascere all’improvviso senza un reale motivo e sfociare in tragedia. Non è comprensibile che ci siano ragazzi che girano armati senza un controllo. Lo Stato dovrebbe affermare la sua presenza, far sentire il peso della sua autorità. Non dobbiamo permettere che le nostre strade si trasformino in un ‘Far West’.

  • Incontro con Lorenzo Marone

    Incontro con Lorenzo Marone

    Il giorno 13 marzo 2023, gli alunni che frequentano il quarto anno del Liceo Pitagora- B. Croce hanno avuto la possibilità di  dialogare con Lorenzo Marone, autore del testo “Le madri non dormono mai”.

    La lettura del romanzo proietta il lettore nella quotidianità dell’ICAM, una struttura di detenzione in cui vengono ospitate le prigioniere e i loro figli.

    Si ha la possibilità, così, di apprendere i dettagli su una realtà oscura di Napoli, quella del rioni più degradati e sulle  vite delle persone che li popolano. Ospiti dell’ istituto sono Amina, scappata dalla Nigeria, che per sopravvivere sarà costretta a prostituirsi; Melina, una bambina  che osserva il mondo e lo trascrive sul suo quaderno. Poi, tra le  detenute seguiamo in particolare l’inserimento nella struttura di Miriam che, per proteggere la vendita illegale di armi del marito, si ritroverà a rinunciare alla propria libertà e a negarla anche a suo figlio Diego.

    Diego è un bambino generoso che non si uniforma alla cultura della violenza del suo rione,  ma resta sensibile ed onesto anche nel carcere, che sarà per lui paradossalmente il luogo migliore per crescere.

    Attraverso varie modalità di espressione ,come la musica, il disegno, la scrittura e i power point, gli alunni hanno elaborato vari prodotti per illustrare le tematiche affrontate nel romanzo.

    Nel campo musicale si ha avuto la possibilità di approfondire l’importanza della figura genitoriale, facendo riferimento alla canzone di Coez “E Yo Mamma”, nella quale il cantante ringrazia la madre per essergli stato accanto e per aver ricoperto anche il ruolo del padre. Quindi come a Coez manca la figura paterna, così Diego, con il padre in carcere, si ritrova ad affrontare la vita accompagnato dalla sua forte mamma, che cercherà di proteggerlo lottando per lui. In effetti però, Miriam non gli dimostra apertamente il bene che prova nei suoi confronti,  ma cerca di insegnargli ad essere un “vero uomo” e quindi tenta di inculcargli valori quali il rispetto, la forza che non esercitano su Diego alcuna attrazione in quanto Diego possiede un animo sensibile e aperto alla fratellanza e alla solidarietà. Infatti nell’ istituto di pena trova la possibilità di mostrare veramente se stesso aiutato dalle relazioni sincere che stringe con gli altri bambini e con alcuni dei responsabili dell’ istituto.

    In ambito artistico e letterario, alcuni studenti si sono dedicati alla rappresentazione di Diego su un cartellone, disegnandolo all’interno dell’ICAM, con i relativi insulti impressigli sulla pelle ; si è  passato , poi, alla illustrazione  di un sequel che descrive la svolta di vita di Miriam, che dopo la dolorosa perdita del figlio decide di impegnarsi  a rendere nota presso altri giovani l’ esperienza tragica del figlio al fine di evitare che altri giovani subiscano la stessa sorte .

    Altri ragazzi si sono impegnati nel trascrivere le parole che più efficacemente esprimono il contenuto del romanzo. Le più utilizzate sono state  “rabbia” o “amore”  .

    Si sono poi cimentati nella ricostruzione del quaderno di Melina, immaginando quali parole i personaggi del racconto avrebbero trascritto in un loro diario. A Greta, la psicologa del carcere,  sono state accostate parole come “ascolto”, riconducibile alla sua stessa professione e “maternità”, in quanto madre delle detenute, del suo stesso padre ed anche, per un breve periodo, di un bambino in affido. Abbiamo appreso, inoltre, che l’autore ha aggiunto molte battute in dialetto  tra Greta e Miriam, in quanto gli psicologi spesso usano il dialetto per potersi avvicinare alle detenute.

    È importante ricordare che Lorenzo Marone, prima di cimentarsi nella scrittura del libro, ha visitato di persona l’ICAM  durante la pandemia causata dal Coronavirus e ha potuto osservare i meccanismi che vengono attivati all’ interno di questi istituti e le esperienze dei  vari ospiti.

    Ha descritto a noi ragazzi l’ICAM come un luogo finalizzato ad ospitare dei bambini, con le pareti decorate e disegnate con immagini di   dei cartoni animati, con le celle simili a piccole case e  con un parco arredato con le giostre con cui i giovani ospiti possono divertirsi. Anche se agli occhi dell’autore l’ istituto appare come un  asilo, tuttavia la presenza delle sbarre alle finestre, delle guardie e della obbligatoria chiusura delle stanze con l’arrivo della notte rivelano che si tratta di una struttura che limita la libertà delle persone. Inoltre, l’autore sostiene che i bambini, pur vivendo  in una situazione di reclusione, sono seguiti dagli psicologi e accompagnati nella crescita dalle loro mamme e dai pediatri. In effetti, lo stesso Diego all’interno del carcere si sente a “casa”, sente di avere una famiglia, mentre all’esterno sarà solo e costretto ad agire in modi non conformi alla sua personalità.

    Infine,  due ragazze hanno suonato e cantato “Il mio canto libero” di Lucio Battisti, testo che  celebra valori come l’ amore e la libertà.

    L’ incontro con Lorenzo Marone ha lasciato noi studenti molto soddisfatti perchè ci ha offerto la possibilità di conoscere quanta umanità autentica ci sia all’ interno delle persone che nella nostra società sono condannate e destinate ad una vita di sofferenza e di privazione.

     

  • ‘Il treno dei bambini’: Viola Ardone racconta la Napoli del dopoguerra

    ‘Il treno dei bambini’: Viola Ardone racconta la Napoli del dopoguerra

    Il libro è ambientato nella Napoli del 1946, nel periodo post-guerra. Narra la storia di un bambino di nome Amerigo Speranza, che lascia il suo “rione”, per salire su un treno che lo porterà lontano e forse verso un futuro migliore, dovendo però rinunciare all’affetto della madre, Antonietta Speranza. Il treno che conduce Amerigo verso  – come dicevano in quegli anni – l’alta Italia, viene definito dall’autrice, Viola Ardone, il “treno dei bambini” perché, in quel periodo, le donne comuniste organizzavano tali treni, che trasportavano gruppi  di bambini che venivano affidati alle famiglie dell’alta Italia, garantendo così  loro l’opportunità sia di una vita migliore rispetto a quella che erano abituati. La maggior parte della popolazione, però, non voleva che i propri figli salissero su quei treni, a causa delle voci che giravano sulla “fine” dei bambini che partivano: c’era chi diceva che i bambini venivano mangiati dai comunisti, chi invece pensava che tagliassero loro mani e lingua oppure che venissero fatti diventare delle saponette; altri invece  invitavano le donne a far salire i propri figli su uno di quei treni. Una tra le organizzatrici di questo progetto era Maddalena Criscuolo (personaggio realmente esistito) che convince Antonietta a far partire il figlio Amerigo. Una volta arrivati nell’alta Italia, il protagonista e i suoi compagni di avventura vengono affidati ognuno ad una famiglia. Amerigo si ambienta molto rapidamente, anche grazie alla sua tutrice, Derna, che lo inserisce subito nel suo nucleo familiare composto da Rosa, cugina di Derna, Alcide, marito di Rosa, e poi Rivo, Luzio e Nario, figli di Alcide e Rosa. Dopo un inverno trascorso in quel di Modena, Amerigo ritorna a Napoli, nel suo quartiere con un bagaglio di sogni e un nuovo “amico”: il violino che gli ha regalato Alcide. Può finalmente riabbracciare la madre Antonietta e tutti gli amici, eppure, con il passare del tempo, avverte sempre  più la mancanza di Derna e della famiglia di Rosa, e gli sembra strano che nessuna delle due gli abbia mandato alcun pacco o messaggio per mantenere i rapporti con lui, come era accaduto agli altri suoi amici. Viene però a scoprire, grazie a Maddalena Criscuolo, che in realtà Derna e Rosa gli avevano mandato molte lettere e pacchi contenenti cibo, ma che sua madre Antonietta non aveva voluto farglieli recapitare. Amerigo decide così di scappare via da casa per andare a vivere da Derna e solo dopo molti anni farà ritorno a casa, sciogliendo molti dei nodi ancora intricati della sua infanzia. 

     Il libro ha un finale toccante e commovente, non il “classico” lieto fine, e ciò lo ritengo un valore aggiunto. Devo ammettere che io personalmente non sono una grande lettrice, ma questo libro ha catturato tantissimo la mia attenzione e mi sono affezionata molto ai personaggi, principalmente ad Antonietta, la mamma di Amerigo. Mi sono piaciuti sia la storia narrata che il linguaggio mediante il quale l’autrice si è espressa, perché è semplice e scorrevole, non è troppo formale e ha quella nota, quella sfumatura di dialetto napoletano antico che, oltre a rendere ancora più realistica l’atmosfera, in un certo senso mi ha fatto sentire al sicuro e a casa. È un libro adatto a tutte le età e lo consiglio soprattutto a chi ha voglia di leggere una storia che non sia né troppo pesante né troppo infantile. 

    La parte che mi è piaciuta di più è stata  la quarta e ultima sezione del libro: l’ho apprezzata molto perché Amerigo, quando ritorna nel suo quartiere e ripercorre lentamente la sua vita a Napoli con il pensiero, rivisitando la casa dove la madre lo ha cresciuto e dove si è consumato anche il loro non-addio, riesce a comprendere le ragioni delle scelte drastiche sue e di “sua mamma Antonietta”, a risolvere tutto il passato e a far pace con Napoli, con i suoi cari e soprattutto con la sua coscienza.

    Ginevra Maria Napolitano 1A classico

  • Fridays For Future a Napoli: ambientalisti ipocriti?

    Fridays For Future a Napoli: ambientalisti ipocriti?

    Venerdì 27 settembre 2019 si è tenuto a Napoli il terzo sciopero contro il cambiamento climatico. È stata indubbiamente una giornata importante, durante la quale noi tutti abbiamo potuto protestare in modo pacifico contro l’inquinamento ambientale.  Per molti giornalisti questa manifestazione ha dimostrato il grande interesse dei giovani nei confronti dell’ambiente, il loro impegno  nel tentativo di salvare il pianeta.

    Tuttavia, a mio avviso la giornata non è stata per tutti uno sciopero “spontaneo e sincero”: migliaia di giovani erano scesi nelle strade per far sentire semplicemente la propria voce, mentre altri, finti ambientalisti, buttavano mozziconi di sigarette o bottiglie di plastica a terra sventolando cartelloni e striscioni.  Quindi, per molti, aderire a una manifestazione di protesta non ha significato altro che un’occasione per non andare a scuola e per fare un po’ di baldoria, solo per saltar le lezioni.

    Allora sorge spontanea una domanda: parlarne in classe, fare incontri con importanti ambientalisti, informarsi sui cambiamenti climatici e far svolgere temi o riflessioni agli alunni è davvero così efficace e importante? Per molti ragazzi si tratta di una manciata di frasi fatte e di false riflessioni introspettive, scritte per dimostrare ai docenti che i loro alunni si interessano di attualità; ma è solo una gran perdita di tempo.

    Non sto mettendo al bando i metodi che le scuole utilizzano per sensibilizzare i propri alunni, ma sto solo dicendo che alla fine quello che conta sono i fatti.  Posso anche capire che non a tutti stiano a cuore le tematiche ambientali; ma allora non devono fingere di  comportarsi come Greta.  Sarebbe stato più coerente, se proprio si voleva saltare la scuola, restarsene a letto a dormire.

    Non abbiamo bisogno di altra ipocrisia, perché di ragazzi veramente motivati  che possono fare la differenza ce ne sono tanti: ma se la manifestazione non si fosse tenuta durante la settimana non ci sarebbe stato certo lo stesso numero di partecipanti.

    Quindi concludo: manifestare è importante; cercare di cambiare ciò che è sbagliato è essenziale. Vogliamo avere un futuro e per questo dobbiamo lottare. Prego però tutti quelli che venerdì volevano solo perdere tempo, di non fare gli ambientalisti ipocriti l’anno prossimo. Restatevene a casa vostra, farete una figura migliore. So che riceverò molte critiche per quanto scrivo, ma – citando – il mio è solo un atto di libertà intellettuale, libertà di pensare criticamente e anche di dire alla gente ciò che non vuole ascoltare.

    Chiara Cinquegrana, 2A classico

  • Friday’s for Future: ciò che i politici non vogliono ascoltare

    Friday’s for Future: ciò che i politici non vogliono ascoltare

    Venerdì quindici marzo 2019: è la data in cui a Napoli – e in altre città italiane –  si terrà una manifestazione contro l’inquinamento ambientale ispirata alle tante iniziative proposte dalla giovanissima attivista svedese Greta Thunberg, per la salvaguardia del nostro pianeta.

    Migliaia di ragazzi scenderanno nelle strade partenopee per protestare, nella speranza che il grido di tutti i campani arrivi all’orecchio di chi, più potente di noi, può fare qualcosa per migliorare l’ambiente in cui viviamo. E’ un atto di protesta per far capire che vogliamo cambiare e salvare la nostra terra contro uno stato assente, dal quale esigiamo un concreto aiuto, perché non possiamo continuare a vivere in questo modo. Parliamoci chiaro: tutti sappiamo che la situazione in Campania è critica. Da anni la presenza di discariche abusive con depositi illegali di sostanze tossiche, come arsenico e metalli pesanti, è stata definita letale, per non parlare del parco nazionale del Vesuvio…Tutti sanno, ma nessuno fa niente.

    E in tutto ciò chi dovrebbe aiutarci a trovare una soluzione, da anni continua solo a peggiorare la situazione ignorando che i rifiuti tossici avvelenano il terreno e ciò che il terreno produce. A Caserta, per esempio, è stata scoperta la più GRANDE DISCARICA ABUSIVA D’EUROPA! E in questo losco giro si intrecciano gli affari di camorra e politica, si uniscono fino a diventare la medesima cosa, sotto la spinta del business e dell’interesse economico. Soldi sporchi, guadagnati a discapito delle povere persone che abitano in zone ormai ad alto rischio di crisi ambientale e non possono andare via. Altro esempio è la città di Acerra, che insieme ai comuni di Marigliano e Nola costituisce ormai il “triangolo della morte”. In questa zona il tasso di mortalità per tumori e malformazioni congenite è il più alto registrato in Italia. La causa di ciò è appunto lo smaltimento illecito di rifiuti speciali, spesso provenienti dalle industrie del Nord.

    Siamo stanchi di vivere abbandonati dallo Stato. Ormai anche l’aria che respiriamo è tossica e tutto può farci ammalare; ma scendendo per strada venerdì, grideremo affinché tutti possano sentirci. In fondo il nostro è solo un atto di libertà, libertà di dire ai politici ciò che non vogliono ascoltare.  E non importa se siamo solo ragazzi, perché Greta ci ha dimostrato che tutti, se abbiamo a cuore la nostra terra, il nostro ambiente, possiamo fare la differenza.  Ognuno di noi è indispensabile, più siamo a mobilitarci più aumentano le speranze di un cambiamento.  L’importante non è essere grandi di età, ma essere grandi ‘di mentalità’.

    Chiara Cinquegrana – 1A classico

     

  • Gioacchino Starace: “La danza è il mio mondo”

    Gioacchino Starace: “La danza è il mio mondo”

    “La danza è il mio mondo. Essa è una poesia in cui ogni parola è un movimento. Nel momento in cui respiri l’aria della sala da ballo e ancor di più del palcoscenico,capisci di non poterne più fare a meno. Ne hai bisogno come l’aria e più dell’aria. Le emozioni che si provano e si vivono su quelle tavole impolverate sono uniche e irripetibili. Non esiste nulla di più bello e potente!”

    Sono queste le parole rilasciate in una recente intervista dal danzatore emergente Gioacchino Starace, classe 1994,  nato a Pianura, un quartiere periferico di Napoli. Un ragazzo alto e dal fisico muscoloso,diplomato all’istituto per il turismo, Gioacchino coltiva la sua passione per la danza fin dalle scuole elementari, quando aveva una maestra la cui figlia era proprietaria di una scuola di danza privata. Accortasi del talento del bambino, la maestra cerca di convincerlo a fare una lezione di prova. Sebbene avesse capito che quello della danza era il suo mondo, Gioacchino non riceve, all’inizio, la spinta giusta per intraprendere gli studi di danza. Poi un suo compagno di scuola si iscrisse alla scuola privata e così ebbe il coraggio di farlo anche lui. Per Gioacchino all’inizio non era importante diventare  un ballerino professionista, l’importante era danzare. Ma per lui il destino aveva in serbo molte sorprese. Inizialmente ha studiato solo danza moderna e contemporanea e mai avrebbe pensato di diventare un ballerino classico, visto che considerava la danza classica troppo schematica e quasi costrittiva. Non avrebbe potuto esprimere la sua gioia ballando il repertorio. Ma il tempo e l’esperienza cambiano i pensieri. Infatti a 16 anni inizia a studiare danza classica con entusiasmo. Dopo qualche anno venne , in qualità di esaminatore, presso la scuola privata napoletana il ballerino Ugo Ranieri che , rendendosi conto del talento del ragazzo e ritenendolo particolarmente predisposto per la danza classica, propose di farlo studiare presso la scuola di ballo del “San Carlo”. Gioacchino iniziò un nuovo percorso, all’inizio faticoso in quanto l ‘ avvicinarsi alla danza classica in età “avanzata” rispetto a quella stabilita, prevede di recuperare il tempo e gli anni di esercizi perduti. Lo ha aiutato la grande forza di volontà e la consapevolezza di essere più indietro rispetto agli altri e perciò di dover lavorare di più sulle sue lacune con dedizione e profonda umiltà. Nel 2011 decide di partecipare al Festival della danza di Spoleto con una coreografia moderna. Vince la gara e attira l’attenzione di due membri della commissione: il Direttore della Scuola di Ballo di Stoccarda e la Direttrice della Scuola di Ballo di Roma e gli vengono offerte due borse di studio. Gioacchino decide di accettare quella di Roma che gli ha permesso di coltivare la sua passione per la danza senza chiedere nulla ai genitori e diplomarsi nel 2015.

    Dopo essersi diplomato, il ballerino inizia, purtroppo senza successo, le prime audizioni a Dresda, Zurigo e Losanna. Sebbene deluso e con qualche timore, approda a Milano alla Scala. Qui, come è stato affermato dal danzatore, chiese di fare un’audizione privata che superò brillantemente. Toccò “il cielo con un dito”, quando gli fu comunicato che da lì a un mese avrebbe iniziato a lavorare nel teatro. Così da due anni la sua vita a Milano è totalmente cambiata, una vita faticosa ma piena di soddisfazioni. Ha avuto , così, la possibilità,anche se giovanissimo, di collaborare con coreografi e ballerini di fama mondiale. Tra questi ricordiamo soprattutto Roberto Bolle che , in passato, lo invitò a danzare nel suo spettacolo “Cenone in D Maggiore” di Jiri Bubenicek. E proprio al fianco di Roberto Bolle che Gioacchino danzerà nello spettacolo del coreografo internazionale, innovatore e sostenitore  del genere del balletto drammatico, John Neumeier. ” Le Dame au camélias” è lo spettacolo che apre la stagione 2018 del Teatro milanese. Esso è tratto dal romanzo di Alexandre Dumas (figlio). musicato con le note struggenti di Chopin. Gioacchino interpreterà il ruolo di Gaston, amico fedele di Armand, cioè Roberto Bolle.

    La storia di Gioacchino  Starace dimostra come sia possibile realizzare un sogno senza molte aspettative, ma soprattutto  come sia importante la danza. Come ha egli affermato, la danza gli ha dato la possibilità di provare emozioni che mai avrebbe potuto provare. Grazie ad essa ha conosciuto maggiormente se stesso, è cresciuto e si è scoperto con la sua forza, determinazione e fragilità e ha avuto la possibilità di esprimersi in libertà. Gioacchino è un ragazzo che vive giorno per giorno, pieno di sogni per il futuro e che mette, soprattutto, l’anima nella sua danza. E alla domanda:”Come ti vedi tra 20 anni?”, lui risponde:” Forse ballerò o forse no. Non posso sapere cosa accadrà nella mia vita. Di certo  vorrei  sentirmi felice e non avere rimpianti”.

     

    Emma Forte V Ds.

  • Napoli e le sue due facce

    Napoli e le sue due facce

    Napoli“Napoli non è una semplice città, Napoli è un mondo”. Così il cantautore Marco Masini descrive il multiforme capoluogo partenopeo.

    Tutti parlano di Napoli, tutti danno giudizi o fanno critiche, ma neanche i suoi abitanti riescono sempre a decifrarne la realtà. I mille colori di Napoli passano dalle sfumature più scure e tristi a quelle più chiare e luminose che per fortuna sono molte.

    Una tra le risorse della città è sicuramente il popolo napoletano, da sempre ritenuto tra i più calorosi. Una dimostrazione del tipico spirito partenopeo si è avuta in questi giorni all’arrivo dell’attore britannico Kit Harington. Giunto a Napoli per un servizio fotografico per D&G è stato circondato da serenate, pizze e fan di ogni età che lo hanno accolto come se fosse un amico di sempre.

    Non è un mistero che questo e tante altre cose attirino il turismo, ultimamente in continua crescita nel capoluogo campano. I turisti amano addentrarsi nelle stradine di Napoli e conoscerne lo splendido passato. Ma come ogni cosa apparentemente bellissima l’antica Partenope ha due facce della stessa medaglia, costituite soprattutto dal centro città e dalle periferie. La realtà napoletana continua ad essere avvelenata dalla Camorra che chiede il pizzo e corrompe tanti ambienti. Sappiamo che la qualità della vita nei quartieri di Scampia o dell’entroterra è davvero molto bassa, a causa della radicata criminalità organizzata, ma troviamo piccole fette di paradiso sul golfo tra Capri e Sorrento. Purtroppo, molto spesso, i media si focalizzano sugli aspetti negativi di Napoli, raffigurandola come una bestia in gabbia che non riesce a liberarsi dalle catene della corruzione.

    Si dovrebbe saper pesare le cose e riportare tutto ciò che succede per far capire, soprattutto a chi non è del posto, cosa accade realmente a Napoli. Qui non esiste una verità assoluta e non si può affermare nettamente se si vive bene o male. Come afferma lo scrittore Erri De Luca, “Napoli è troppo esagerata per poterla misurare”.

  • Napoli in fondo alla classifica per la qualità della vita: è davvero così male?

    Napoli in fondo alla classifica per la qualità della vita: è davvero così male?

    Napoli: tra le città più belle e visitate dai turisti; eppure, secondo una classifica del Sole 24 Ore, è la penultima per qualità di vita.

    A Bolzano, a Trento si vive decisamente meglio, mentre è Taranto che quest’anno ha avuto la maglia nera. Questa l’ennesima conferma delle differenze tra Nord e Sud, radicate da secoli nella nostra cultura.


    Erri De Luca ribatte: “C’è qualità di vita in una città che vive anche di notte, con bar, negozi, locali aperti e frequentati, a differenza di molte città che alle nove di sera sono deserte senza coprifuoco”. Qualità di vita è poter mangiare cose deliziose ovunque a poco prezzo, è svegliarsi la mattina e riempirsi gli occhi dello spettacolo del golfo tra Capri, Sorrento e Posillipo, è il caffè napoletano, la pizza, la musica per strada, la cortesia e il sorriso quando entri in un negozio. “Per consiglio, nelle prossime statistiche eliminate Napoli, è troppo fuori scala, esagerata, per poterla misurare”, dice ancora De Luca.
    Napoli, come tutte le città di questo mondo, ha pregi e difetti. Il problema è che troppo spesso vengono mostrati al pubblico solo i difetti: la camorra, la droga, la disoccupazione e potremmo continuare l’elenco all’infinito. Napoli è fatta, però, anche e soprattutto di cose belle! E’ una città unica. I turisti, quando vengono, rimangono affascinati da architettura, storia, archeologia, monumenti, tradizioni, cibo, clima e da una posizione geografica mozzafiato.
    La realtà è che Napoli è spaccata in due. C’è il centro storico degradato con i ‘quartieri spagnoli’ e i rioni Sanità e Forcella, senza dimenticare le periferie, come Scampia, Barra e Ponticelli, dove si “concentrano” gli aspetti negativi della città. E c’è la città bene, quella del rione Chiaia, del Vomero, di Posillipo, dove le persone ‘perbene’ vivono in case eleganti, proprio alle spalle dei quartieri malfamati. C’è da precisare, però, che le persone oneste vivono non solo al Vomero, per fare un esempio, ma anche nei quartieri ‘peggiori’, e sono la maggioranza; una maggioranza, giustamente, stanca della generalizzazione e del “fare di tutta l’erba un fascio”, quando si parla di Napoli e dei napoletani.
    “La cosa grave”, dice Andrea Malaguti, giornalista de La Stampa, “è che queste due città non si vogliono incontrare. I ricchi non vogliono mai avere a che fare con i poveri. Ma se va avanti così la pagheremo tutti. La ricchezza sarà attaccata… Napoli è una città straordinaria e ferita e per curare queste ferite la repressione non basta. E nemmeno la prevenzione. Quelle ci sono. Sono le agenzie educative a mancare. E lì può intervenire solo la politica.”
    Sappiamo in che città viviamo. I risultati della classifica devono essere per noi solo una spinta a fare del nostro meglio per migliorare la nostra città, perché i turisti continuino a considerarla una delle città più belle del Mondo.

    Annamaria Iovene, III A classico

  • Real Madrid – Napoli, prima e dopo

    Real Madrid – Napoli, prima e dopo

    Tutti i tifosi del Napoli ricorderanno benissimo cosa è accaduto il 12 dicembre 2016. Siamo a Nyon, in Svizzera, ormai diventata casa dei sorteggi delle due massime competizioni continentali, la Champions League e l’Europa League.

    Ed ecco che, per un fatale scherzo del destino, lo scontro tra Davide e Golia si riaccende nelle sue migliaia di sfaccettature: non è raro infatti, nel mondo del calcio, trovare una corazzata contro una squadra non certo della sua caratura. Da una parte abbiamo loro, i Golia della situazione, i Blancos, o meglio i Galacticos, così chiamati per il loro gioco straordinario e appunto galattico, i campioni in carica e forse la squadra di club più forte al mondo: il Real Madrid. Dall’altro lato Davide, che non può affidarsi che a un miracolo, come nel famoso racconto: il Napoli. A pensarci è un vero e proprio scontro tra classi sociali: da un lato coloro che hanno nel loro nome “Real”, gli imperatori del calcio mondiale, e dall’altro una squadra che rappresenta tutto un popolo, un popolo controverso, ma che merita questa sfida.

    D’altronde nel capoluogo campano, il calcio è molto più di uno sport, magari per qualche fanatico è addirittura una specie di “religione”. E se per un buon cristiano è necessario andare in chiesa una volta alla settimana, di solito la domenica, così per questi uomini è necessario appunto sostenere il proprio “credo” ogni fine settimana.

    Neanche a dirlo, appena è stato scoperto il blasonato avversario, la città e il suo popolo hanno cominciato una lunga marcia per prepararsi, sicuramente con grande trepidazione alla sfida. Gli azzurri di mister Sarri hanno sicuramente infiammato la platea nel corso di questi mesi, a suon di goal e di grandi prestazioni, guidati da Dries Mertens, Lorenzo Insigne e Marek Hamsik, la bandiera, il capitano e forse il miglior giocatore dei partenopei.

    Il giorno della partita è stato il culmine dell’entusiasmo dei tifosi di fede azzurra: a Napoli la gente non poteva che parlare di quello che sarebbe accaduto la sera e la città era praticamente in festa; i più positivi pensavano al colpaccio, ad affondare Golia a casa sua. Purtroppo per i Napoletani e per tutto il calcio italiano ciò non è avvenuto. Dopo un improvviso quanto meraviglioso sigillo di Insigne la difesa azzurra è crollata ben tre volte sotto i colpi degli arrembanti Galacticos, guidati da “sua eccellenza” Cristiano Ronaldo. Il risultato al termine dei primi novanta minuti parla chiaro: Real 3, Napoli 1. Pare che, almeno per questa volta, Golia sia riuscito a battere Davide.

    Dal canto loro, i tifosi azzurri continuano a stimolare i loro beniamini  verso l’Impresa: battere i galattici tra le mura amiche per ben due reti a zero, se si vogliono evitare gli estenuanti supplementari o addirittura la roulette russa dei calci di rigore. L’obiettivo appare irraggiungibile, ma il popolo napoletano è pronto a spingere i suoi undici leoni contro gli alieni spagnoli. Questi ultimi si troveranno a giocare in un inferno calcistico, caratterizzato come quello dantesco da urla e lamenti, e i sessantamila del San Paolo proveranno a spaventare i blancos; ma tutto sommato anche quest’ultima pare un’impresa impossibile, visto che il Real è stato in grado di espugnare il Camp Nou di Barcellona, fortino degli altri alieni in casacca blaugrana.

    I sessantamila di Fuorigrotta allora dovranno obbligatoriamente guidare gli azzurri verso l’Impresa: d’altronde è stata persa una battaglia, ma non la guerra. Forse, come nel racconto, anche questa volta Davide avrà la meglio contro il galattico Golia?

    Gennaro Pesacane, 3A classico