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  • RIONE PESCATORI: A SCUOLA DI POESIA CON DANIELE MENCARELLI

    RIONE PESCATORI: A SCUOLA DI POESIA CON DANIELE MENCARELLI

    Sabato  4 maggio 2024, al Rione Pescatori, la 2B classico e la 2B scientifico hanno incontratolo lo scrittore Daniele Mencarelli per la presentazione del  suo ultimo libro: “Degli Amanti non degli Eroi” .

    Con l’autore si è parlato di poesia, di parole, di scrittura  e di sentimenti, ma  anche la musica di Pino Daniele e di  Lucio Dalla ha avuto un ruolo fondamentale nell’incontro.

    Mencarelli si è soffermato sull’importanza delle parole come strumento  per interpretare il mondo, per raccontare e per ringraziare.

    Parole in grado di  esprimere le sfumature dell’amore, sentimento  alla base di ogni cosa; parole capaci di dischiudere il misterioso universo delle emozioni.

    Lo scrittore ha parlato inoltre del differente  atteggiamento di  adulti e giovani verso la poesia e di quanto questi ultimi,  “affamati di parole”,  si stiano avvicinando ad essa sempre di più, riscoprendo le proprie fragilità senza temere di metterle in mostra.

    Leggendo poi  alcuni versi del suo libro e commentandoli  con i ragazzi,  ha spiegato quella che, secondo lui, è la differenza tra un rapporto “scolastico”  con la letteratura e un rapporto “vivo” e “acceso”.

    È  stato infine proposto un laboratorio di poesia agli studenti con l’invito a lasciarsi ispirare nella composizione di qualche verso dalla canzone “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla.

    Daniele Mencarelli ha esordito nel 2018 con il romanzo “La casa degli sguardi”.

    Nel 2020 esce “Tutto chiede salvezza”, finalista del Premio Strega e vincitore del Premio Strega Giovani da cui è tratta l’omonima serie Netflix.

    Dello stesso autore “Sempre tornare” e “Fame d’aria”, due romanzi che, come i precedenti, hanno una fortissima componente autobiografica.

    Teresa Oreste 2bc

  • Emozioni in versi

    Emozioni in versi

    Le parole hanno il potere speciale di dare forma ad emozioni, pensieri e sensazioni. In questo piccolo “canzoniere”, composto dagli studenti della 2 B Classico,  le parole si caricano di intensità,  colorano di emozioni il bianco della pagina, raccontano con delicate immagini  paure e speranze, mancanze e  attese, sogni e fragilità, svelando la  bellezza e la ricchezza custodite nel loro animo giovane e sensibile.

     

    Specchio

    di Benedetta Serpe

    Questi versi ti dedico,

    anche se tu, crudele come sei,

    regali solo lacrime e complessi

    all’anima mia.

    Guardando quei minimi problemi

    che agli occhi miei paiono enormi,

    mi rinchiudo e rifugio nei dubbi miei.

    Quella maschera di trucco,

    che nasconde ogni giorno

    le mie insicurezze

    e la vera me,

    è l’amante mia

    e, al contempo, la mia peggior nemica.

    Questo maledetto bisogno

    di essere accettata

    mi perseguiterà

    finché non avrò capito

    che la vera me

    non è colei che guardo

    ogni giorno allo specchio.

     

    Libertà

    di Asia Scognamiglio

    La libertà,

    un desiderio a me caro.

    Amo sentirmi libera di esprimermi

    libera di mostrami,

    libera di diventare,

    di essere,

    di correre veloce

    come un cavallo dal mantello nero

    che esprime forza,

    energia di desiderio,

    eleganza.

    I cavalli sono la libertà,

    quella libertà senza sella,

    senza padrone,

    ma solo con il desiderio

    di essere libero

    come mi sento io,

    sono loro che mi danno quelle ali

    che spesso mi mancano

    per spiccare il volo.

     

    Autunno

    di Serena Miranda

    Nel grigio di un mattino nuvoloso,

    un’emozione nuova mi rende curioso.

    L’immagine di un autunno dorato,

    appare come in un canto innamorato.

    Un fiore che appassisce,

    anche l’anima intenerisce.

    Gli alberi si spogliano

    e le loro foglie muoiono.

    L’aria fresca sfiora il mio viso,

    quando ormai il sole è già sceso.

    Il profumo della terra inumidita,

    dà ai sensi un’armonia infinita.

    Il colore che avvolge l’autunno,

    è il marrone del manto che copre il terreno.

    E così immagini e colori si uniscono,

    offrendo un paesaggio incantato

    che non resterà eterno.

     

    Amo il mare

    di Salvatore Ascione

    Amo il mare

    come il mare ama la riva

    Mi rivedo

    nella sua briosità

    Con il suo colore speciale

    la sensazione di volare

    nel blu che luccica di bianco

    quando il sole risplende

    Amo il mare

    È l’unico luogo

    in cui potrei restare

    senza la noia mortale

     

    Mare

    di Federica Salvatore

    Mare,

    la tua immensità

    genera in me tranquillità.

    Mare,

    la tua bellezza

    lenisce in me la tristezza.

    Mare,

    con il suono delle tue onde

    serenità attorno a me si diffonde.

    Mare,

    quando guardo il tuo colore blu

    la mia gioia sale e l’ansia va via.

     

    La spensieratezza

    di Adriano Orofino

    La spensieratezza è…

    un cielo azzurro senza nuvole,

    sotto il quale gioca un bambino

    in un prato fiorito,

    che perde ogni cognizione del tempo.

    Un tramonto incantevole al mare,

    che ti fa dimenticare tutto per un istante,

    le serate con gli amici in vacanza,

    stesi sulla sabbia a guardare il cielo stellato.

    La spensieratezza la vedo in quei momenti lì,

    che sembrano per un istante interminabili,

    ma che poi non tornano più.

     

    L’emozione di un goal

    di Alessandro Sansone

    Un popolo intero, una città,

    unita per un’unica passione.

    Il giocatore calcia il pallone…

    «Goooal!» ‒ urla il telecronista ‒.

    La passione di tutti i tifosi

    presenti allo stadio

    si trasforma in un sentimento

    di gioia incontenibile,

    come l’immagine di una madre

    che ha appena partorito suo figlio,

    come se dentro di essa

    fosse terminata un’attesa

    che non riusciva più a colmare.

    Il tutto, sotto uno splendido

    tramonto rosso fuoco.

    Rosso come la passione,

    la stessa passione che li ha spinti

    a non mollare mai

    e a crederci sempre,

    anche dopo le sconfitte.

     

    Tranquillità della notte

    di Silvia Matrone

    La notte

    tranquillità infonde,

    i ricordi  riaffiorano,

    osservando la luna e le stelle

    mentre il mondo dorme.

    Di quel blu profondo

    si colorano lieti e tristi pensieri.

    Mi guardo dentro,

    mi ascolto,

    una marea di emozioni

    rendono unico e malinconico

    questo istante.

    Mi assale il fruscio dei pensieri,

    distrugge il silenzio,

    ma quando guardo la luna,

    in quel preciso istante,

    tutto torna com’era.

     

    Tranquillità

    di Antonia Giugliano

    Un colore ed un’immagine,

    arancione come il tramonto:

    la notte sta per arrivare,

    il sole cala,

    lento.

    Io che resto a guardare,

    mi incanto ad osservare.

    Tranquillità m’ispira.

     

    Tempesta

    di Nicolò Graziano

    Sono triste,

    le lacrime bagnano i miei occhi.

    Non voglio essere consolato,

    mi calmo e prendo fiato.

    Una nuova lacrima solca la mia guancia,

    punge come la punta di una lancia.

    Anche il cielo è triste,

    urla, si sfoga,

    mostra la sua foga,

    le sue lacrime bagnano

    la mia finestra,

    sfiorano anche il mio viso.

    Perderà per un po’ il sorriso.

     

    Sogno

    di Fabio Cirillo

    Ho visto un giardino incantato.

    Era verde, tutto verde.

    E tu eri un albero ricco di foglie

    che coprivano i miei timori e le mie ansie.

    Tu c’eri, io lo so, ma non ti vedevo.

    Là un’immagine confusa nella luce

    si specchiava nella mia mente.

    Tu c’eri, ma io non ti vedevo.

    Sono qui, mamma, vieni e accarezzami…

     

    Mare

    di Denise Carmen Acunzo 

    Mare.

    Come era bello sperare

    sognare a riva

    mentre il sole moriva.

    Tra sussurri e grida

    il sogno svaniva

    intanto che l’estate finiva.

     

    Il rosa

    di Irene Pinto

    Il rosa non è solo un colore,

    ma un atteggiamento.

    Il rosa è una nuance particolarmente

    emozionale.

    Il rosa è emozione: stato d’animo,

    protezione, gentilezza e tranquillità.

    Il rosa è metafora della donna

    che il gentiluomo ama

    sinceramente.

    Il rosa è il più immateriale dei colori,

    sfuggente alla vivacità,

    ricorre con delicatezza.

    Il rosa è speranza

    che infonde

    sicurezza e ottimismo.

     

    Benvenuto autunno!

    di Antonio Diego Di Ronza

    L’arietta è frizzantina

    di sera e di mattina.

    Sarà la scuola che apre i battenti,

    i bimbi che entrano sorridenti.

    Sarà il cestino pieno di funghi

    o quei giorni non più così lunghi,

    o la pera che cade dal ramo,

    ormai è autunno: benvenuto, ci siamo!

     

    La serenità

    di Teresa Oreste

    Dopo la rabbia e la tristezza

    torna sempre la pace e la serenità

    che si prova quando si guarda

    il mare e le onde,

    quando il cielo torna blu

    o sentendo il rumore delle ruote

    che vanno sulla pista silenziosa.

    Torna la pace e torna il colore.

  • Bécquer: un mensaje de vida

    Bécquer: un mensaje de vida

    – RIMA XLIV –

    Como en un libro abierto

    leo de tus pupilas en el fondo;

    ¿a qué fingir el labio

    risas que se desmienten con los ojos?

     

    ¡Llora! No te avergüences

    de confesar que me quisiste un poco.

    ¡Llora! Nadie nos mira.

    Ya ves; yo soy un hombre… iy también lloro!

     

    Dos estrofas, ocho versos, comparaciones, paralelismos y gritos que se propagan desde el fundo más bajo del alma de un poeta… de Bécquer.

    Antes de todo, Gustavo Adolfo Bécquer, originario de Sevilla, fue, junto con Rosalía de Castro, una de las figuras más destacadas del Posromanticismo español.

    El poema mencionado anteriormente forma parte de su obra cumbre “Rimas”.

    Se trata de una de las recopilaciones más extraordinarias de la literatura universal, ya que tras su estilo rico y engañoso, pero sobre todo gracias a su inmensa sensibilidad y empatía, anticipó rasgos y temas de la literatura de finales del siglo, es decir, del Modernismo.

    De todas formas, la Rima XLIV, representa uno de los milagros de la literatura porque nos ayuda a comprender, en primera instancia, la compleja e innovadora figura de Bécquer, mientras que, por otro lado, nos echa una mano también a la hora de empezar a crecer y a ser conscientes de nosotros mismos.

    Para analizar mejor el poema, primero hace falta decir que se puede dividir en dos partes.

    En la primera estrofa Bécquer afirma que es imposible fingir estar contentos cuando lo único que querríamos hacer es llenar nuestros párpados de lágrimas y dejarnos llevar por la tristeza.

    Luego, en la segunda estrofa, el poeta anima al lector a llorar cuando crea que es necesario, con tal de desahogarse.

    De lo que se acaba de mencionar, se desprende que el tema central de esta rima es la tristeza que a menudo nos obligamos a reprimir.

    << Ya ves; yo soy un hombre… iy también lloro! >> en este último verso es posible encontrar la verdadera esencia del poema y sobre todo su conexión con el presente.

    En estas palabras se halla la sensibilidad de un hombre que a través de la poesía decidió mostrarse sin velos, sin temor y sin miedo.

    Esta rima constituye un  gran mensaje de vida que todos los seres humanos, en particular los  varones, deberían abrazar, ya que casi siempre los chicos están atemorizados de hablar o de hacer cualquier cosa, porque tienen miedo de que esto disminuya su virilidad y hombría.

    ¡Ya basta con estas tonterías y argumentaciones sin principio! La rima de Bécquer es la prueba del fracaso de la sociedad contemporánea y de sus ciudadanos.

    Si el poeta sevillano fue capaz de escribir estos versos, dejando una huella tan cercana a nuestro siglo, significa que se debería empezar a reflexionar sobre estos aspectos de la vida y sobre las verdaderas necesidades que la caracterizan.

    Por mucho que intentemos luchar contra este cierre mental, siempre habrá almas incapaces de entender los infinitos matices que forjan un individuo y hacen que sea único, de ahí que haga falta morder la bala y seguir protegiendo la esencia que nos hace brillar.

     

  • EMANUELE ALOIA: ARTE E POESIA PER PARLAR D’AMORE

    EMANUELE ALOIA: ARTE E POESIA PER PARLAR D’AMORE

    CHI È?

    Emanuele Aloia, giovane cantautore, trasmette le sue emozioni attraverso la musica. Compone dall’età di 13 anni, ma il successo l’ha raggiunto con “Il Bacio di Klimt” che è entrato nella Top Viral 50 di Spotify.

    Da sempre appassionato di arte e letteratura, nonostante la sua giovane età. Esprime il suo mondo attraverso melodie, che suscitano immense emozioni. È una risposta a coloro che definiscono i giovani “schiavi dei social” e incapaci di amare tutto ciò che concerne la cultura.

    ARTE E POESIA NELLE SUE CANZONI

    Il Bacio di Klimt

    Chiari i riferimenti all’arte e alla poesia nelle sue canzoni. Ne “Il bacio di Klimt” il giovane Aloia tratta il tema della solitudine e il senso di vuoto che si prova distanti da una persona pur provando, per questa, sentimenti molto forti. Le sue emozioni vivono attraverso poesie e quadri famosi.

    La solitudine diventa l’“Assenzio” di Degas.

    La ragazza amata diventa “tu che eri come colori e forme per Cézanne”.

    La lontananza dalla persona amata diventa “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale…”, di Eugenio Montale.

    “Siamo eterni come il Bacio di Klimt” ci proietta direttamente nel mondo dei due amanti stretti in quel loro abbraccio e in quel loro bacio che li unisce per l’eternità.

     “Tutti i girasoli adesso son fiori del male” rimanda alla raccolta di Baudelaire, nella quale i fiori sono la bellezza che solo l’arte sa realizzare e il male è il degrado della società.

    Girasoli

    È proprio al brano “Girasoli”, pubblicato precedentemente, che Aloia si riferisce quando parla dei girasoli visti come fiori del male…

    Come egli stesso afferma sul suo profilo Instagram, “Il fiore più romantico non è la rosa. Il fiore più romantico è il girasole, perché ha gli occhi solo per il sole. Passa tutta la sua vita a guardarlo, senza mai stancarsi, nonostante abbia la consapevolezza che non potrà mai appartenergli”.

    Naturalmente, anche qui non mancano riferimenti al mondo artistico. Ed ecco: i Girasoli di Van Gogh, I due Amanti di René Magritte, i fiori di Monet, Salvador Dalì e Stonehenge.

    L’urlo di Munch: nuovo brano in arrivo!

    Sul suo profilo Instagram Aloia dice: “C’è un’opera che fin da piccolo mi ha sempre affascinato, ogni volta sfogliavo le pagine del mio libro di arte e mentre la prof spiegava io la guardavo stregato chiedendomi che suono avesse quel grido: assordante, stridulo o addirittura armonioso. Mi sarebbe piaciuto riuscire a sentirlo. […] Oggi sono qui e riguardandolo in questi giorni riesco a sentire per la prima volta una voce, ed è la mia. […] Dare una melodia all’arte che si è sempre potuta basare principalmente sull’aspetto visivo. Il suono che ho dato all’urlo è l’ossimoro di ciò che probabilmente stiamo vivendo in questo momento storico. Ho provato a trasformare l’angoscia che sentiamo in speranza, in felicità.”.

    È l’urlo di Munch, un brano sicuramente strepitoso, disponibile dal 29 gennaio 2021.

  • 2021: l’anno dedicato a Dante

    2021: l’anno dedicato a Dante

    Sono trascorsi 700 anni dalla morte di colui che è senza dubbio l’emblema della cultura, della letteratura e della lingua italiana: Dante Alighieri. Il mondo intero, ma soprattutto il nostro Paese e in particolare la città di Firenze, in occasione di questa speciale ricorrenza celebreranno l’illustre poeta fiorentino attraverso più di 100 iniziative diverse che si avvicenderanno fino al 9 gennaio 2022. In quest’anno si vuole ricordare il sommo poeta – nonché padre del nostro idioma – per celebrarne tutto il suo splendore che indiscutibilmente è rimasto invariato nel corso dei secoli.

    A fare da apripista a queste commemorazioni celebrative ha cominciato il 1° gennaio scorso la Galleria degli Uffizi tramite l’omaggio di un’Ipervisione (immagini suggestive ad alta definizione organizzate in una mostra virtuale); per la prima volta, infatti, sono state presentate online ben 88 tavole realizzate a matita alla fine del XVI secolo dal pittore Federico Zuccari e che, prima d’ora, erano state esposte soltanto due volte al pubblico.

    Il giorno più importante indicato per celebrare questa grande personalità è indubbiamente la giornata del 25 marzo (che è la data più probabile dell’inizio del viaggio ultraterreno del fiorentino), ribattezzata come “Dantedì”. Sono previsti progetti di ogni genere (per la maggior parte accessibili a tutti perché gratuiti e in streaming sui vari siti) che vedranno alternarsi nella loro realizzazione musei, teatri, istituti e università e che abbracceranno ogni branca del sapere e della cultura: dall’architettura alla moda, dalla danza alla religione, dal teatro all’arte, dalla didattica alla linguistica e infine dalla filosofia alla scienza. Tutto ciò perché Dante, nel corso della sua vita, è sempre stato interessato ai vari campi del sapere e ha saputo destreggiarsi in ognuno di essi lasciandovi un segno indelebile. È incontestabile, infatti, che il nostro poeta, sin dall’alba della storia della cultura italiana, vive attraverso il suo forte carisma e attraverso la sua perpetua poesia.

    Per maggiori informazioni sulle iniziative visitare il seguente sito web:

    www.700dantefirenze.it

  • LA VOCE DEL CUORE DEGLI ADOLESCENTI

    LA VOCE DEL CUORE DEGLI ADOLESCENTI

    Giacomo Bertò è un ragazzo di 17 anni, frequenta il liceo classico Arcivescovile di Trento e quest’anno ha ricevuto il premio “Studente dell’anno 2020 Your Edu Action” grazie ad una lettera, scritta durante il  lock-down di marzo e dedicata alla scuola e a tutti noi studenti. Le sue parole sono giunte  sino al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale, con una lettera scritta di suo pugno, si è complimentato con Giacomo e gli ha augurato i migliori successi. Bertò ha suscitato anche la curiosità di diversi scrittori, quali Enrico Galiano ed Alessandro d’Avenia.

    Quest’ultimo rappresenta per Giacomo un modello e una grande fonte di ispirazione, poiché il suo sogno è quello di diventare insegnate e allo stesso tempo scrittore, proprio come d’Avenia.

    Il giovane studente, a settembre, ha pubblicato, infatti,  un suo libro “Jackyc’è”, che ha riscontrato molto successo, e ha aperto un suo blog, sul quale condivide tutti i suoi pensieri e messaggi di speranza rivolti a noi, suoi coetanei, per aiutarci a superare questo periodo che non dimenticheremo mai.

    Con la sua lettera, divenuta così famosa e condivisa quasi da tutti, Giacomo spiega cosa si cela dietro la parola “scuola”, quanto essa sia importante e cosa accade realmente in quelle quattro mura per noi ragazzi.

    “Cara scuola, come stai? Spero meglio di come sto io. Di come stiamo noi. In molti si dimenticano di chiederlo, di interessarsi a cosa provano gli studenti. Quasi avessimo deciso noi di separarci da te, dalla normalità quotidiana. Invece, mai come ora che non ti abbiamo più, ti rivogliamo indietro. Ti rimpiangiamo. Troppo tardi?”

    Giacomo, in questo primo pezzo della sua lettera, ci parla della “normalità quotidiana,” quella che a noi studenti manca tanto, quella normalità che spesso detestavamo e che sognavamo di stravolgere, perché sembrava troppo monotona a noi  adolescenti.

    “Cara scuola, sapessi come ti hanno rimpiazzata! La chiamano “didattica a distanza”. Al posto del professore uno schermo, una voce. Parlano e noi, connessione permettendo, ascoltiamo.”

    Mi ritrovo molto con quello che ha scritto Giacomo: con la Dad basta premere un pulsante e si diventa muti, basta perdere per un attimo la connessione e sei fuori dalla classe virtuale; non ci sono più le passeggiate con gli amici per tornare a casa, per tutto adesso c’è bisogno semplicemente di schiacciare un pulsante.

    “Cara scuola, prima ci lamentavamo delle troppe ore passate tra le tue mura, ora iniziamo quasi a sognarle. Ne capiamo il valore.”

    E’ proprio così, quante volte avrei desiderato dormire qualche ora in più piuttosto che svegliarmi e correre a scuola, per vedere sempre gli stessi compagni, gli stessi professori, gli stessi bidelli.

    Adesso, invece, come nessuno mai si sarebbe immaginato, ne capiamo il valore e rimpiangiamo tutto ciò. La scuola è condivisione, emozione, è il compagno di banco, il sorriso della bidella nell’atrio, sono le risate a crepapelle con i nostri compagni, i rimproveri e gli incoraggiamenti dei professori.

    Ormai possiamo vedere i compagni e i professori solo attraverso uno schermo.

    La Dad è un’ ottima soluzione per andare avanti in questo periodo , ma ci sta togliendo i momenti più belli della nostra vita scolastica.

    “Sei un mare di opportunità rubate.”

    La scuola offre tante possibilità culturali, riesce ad allargare i nostri orizzonti, grazie anche alle attività exstrascolastiche e ai viaggi di istruzione: tutto questo, purtroppo, viene sostituito adesso dal freddo schermo di un computer.

    “Cara scuola, non ci dimenticare. Prenditi, come sempre, cura di noi.”

     

     

     

     

     

     

     

  • LA POESIA: UN ANTIDOTO CONTRO IL MALE

    LA POESIA: UN ANTIDOTO CONTRO IL MALE

    Poesia: dal greco «ποίησις», creazione.  Dinanzi a questa parola, chiunque direbbe che la “poesia” è una produzione letteraria in versi, vincolata dai limiti di una classificazione storica o estetica o di una attribuzione individuale. Tecnicamente parlando, questa definizione è tanto giusta quanto sbagliata. ”Poesia” è tutto ciò che tocca l’animo, il cuore, che stimola l’immaginazione, è quell’uso del linguaggio che rende gli umani sensibili al fatto che parlino. È la capacità di suscitare una forte impressione nella mente e nella fantasia di chi legge o ascolta versi.

    Oggi ci sembra, però, impossibile che le parole da sole possano così tanto: può la scrittura di un poeta reggere al confronto di un grande film, di una video istallazione, di un videogame? Siamo immersi, infatti, in una realtà quotidiana in cui le parole perdono il loro significato, ma al contempo risulta indispensabile riuscire a riappropriarsene, in quanto la poesia costituisce una sorta di antidoto contro ciò che, odiernamente, incarna il male: l’omologazione, l’omofobia, il bullismo, la freneticità, l’inautenticità.  Durante le lezioni di italiano abbiamo potuto colmare questi noiosi giorni di quarantena, tuffandoci nei meandri della poesia e toccando, attraverso questa, tematiche importanti come l’amore, la solitudine, il vuoto. Abbiamo infatti scoperto e apprezzato moltissimo l’iniziativa dei ragazzi del liceo Calamandrei che si scambiano storie in versi e lo fanno via Instagram. Hanno creato appositamente un profilo per “spacciare” poesie, ballate, sonetti. Le firme sono dei più grandi autori, italiani e stranieri e a postarle sono i ragazzi della II H del liceo classico: nasce così “Poesiachemiguardi”. Come in un “Decamerone 4.0”, il gruppo si riunisce in un “luogo protetto”, la rete. Internet sostituisce la campagna fiorentina del Trecento, dove i ragazzi cantati dal Boccaccio si incontravano per sfuggire alla peste nera e si raccontavano storie. Tramite le letture delle poesie pubblicate quasi ogni giorno dai nostri coetanei, abbiamo constatato che leggere queste e lasciarsi trasportare dalla forza e dall’incanto, a volte oscuro dei versi, fa bene. Tra le tante belle poesie che abbiamo letto c’è quella intitolata “Vuoto” scritta da Emily Dickinson. La poetessa visse la maggior parte della propria vita nella casa dove era nata, ebbe modo di fare solo rare visite ai parenti di Boston, di Cambridge e nel Connecticut. La giovane donna amava la natura, ma era costantemente ossessionata dalla morte, vestiva solo di bianco in segno di purezza. Quando Emily aveva venticinque anni, decise di estraniarsi dal mondo e si rinchiuse nella propria camera al piano superiore della casa natale. Al momento della sua morte, la sorella scoprì nella camera di Emily 1775 poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo contenuti tutti in un raccoglitore. Tramite “Vuoto” la poetessa vuole dirci con poche ma parole forti, che nella vita in generale per risolvere un problema (per colmare un vuoto) devi ricercare la causa di questo (devi inserire ciò che l’ha causato). Se questo “vuoto” è colmato da espedienti che si ritengono buoni per risolvere il suddetto problema-vuoto (se lo riempi con altro), o comunque evitiamo di affrontarlo, il problema diverrà ancora più grave (“ancora di più spalancherà le fauci”), tant’è che potrebbe corroderci dentro. La migliore soluzione dunque è affrontare il problema direttamente risolverlo dalla base e non scappando da esso o tentando di colmarlo con inutili quanto futili espedienti (non si chiude un abisso con l’aria). Abbiamo scelto questa poesia perché ci sembra descrivere una situazione spesso ricorrente nella vita di tutti gli uomini: chi non ha mai cercato di non pensare, di evitare ciò che ci succedeva e che ci sembrava troppo grande da affrontare? Ognuno di noi sa da cosa è scaturito il vuoto che sentiamo e l’unico modo per farlo tacere è prenderlo e rimetterlo dove era, un po’ come un puzzle che hai finito e al quale, per scherzo, togli un pezzo, lo nascondi, ma poi non lo ritrovi più, certo puoi ritagliare un pezzo e colorarlo, modellarlo finché si incastra ma non sarà mai la stessa cosa, stonerà sempre. Anche in amore, al giorno d’oggi, si tende a sostituire una persona con un’altra, con il desiderio che quest’ultima possa colmare il vuoto, le mancanze che la prima ci ha lasciato.  A proposito dell’amore, ne riconosciamo ogni sua sfumatura nella poesia dello scrittore cileno Luis Sepulveda, “La più bella storia d’amore”, ispirata alla sua travagliata storia d’amore e di dolore con Carmen Yáñez. Sposatisi nei giorni felici di Salvador Allende, i due innamorati furono costretti a separarsi con l’avvento della dittatura di Pinochet. L’addio alla sua giovane amata fece sprofondare Sepulveda in un abisso profondo, immerso tra i perché, le mancanze e il vuoto incolmabile che seguì alla separazione. Il poeta iniziò allora a riempirsi la vita di cose da fare, per cercare di colmare quella voragine che c’era in lui, che gli divorava il cuore e che gli ispirò “La più bella storia d’amore”, in cui spiega che l’amore nasce con la stessa facilità con cui nasce una rosa o si morde la coda una stella cadente.. Sono molti i passeggeri che salgono e scendono dal treno della nostra vita, e ognuno di loro cambia una parte di noi stessi: c’è chi ci fa amare, chi soffrire, chi ci insegna ad saper perdonare, chi a saper apprezzare, chi ci fa del bene e chi ci fa del male e poi , quando non avremo più nulla da imparare, ognuno di questi scenderà dal nostro treno e noi torneremo nuovamente a dubitare di ciò che ci circonda, ma con un bagaglio sempre più ricco di esperienze. In amore, secondo il poeta cileno, sommare equivale ad unire due persone,le lega fino a fondere le loro anime e creare un equilibrio instabile,pronto a rompersi nel sottrarre,che ci lascia soli con noi stessi in un vuoto incolmabile,se non con ciò che l’ha causato. Capiamo il valore di ciò che abbiamo soltanto dopo averlo perso,quando ci accorgiamo che quella mancanza rende la nostra vita incompleta .È stato così che Sepulveda e Carmen Yáñez si sono rincontrati a distanza di venti anni da quello stesso addio, che li ha spinti a cercarsi e prendere la decisione di tornare a far parte ognuno della vita dell’altro. La poesia è tutto questo e anche molto di più, ed è proprio questa l’unica cosa che rimarrà invariata nel corso degli anni.Tutti noi siamo poeti ma dobbiamo solo trovare il coraggio sufficiente per esprimere noi stessi,metterci a nudo davanti ai nostri demoni.Tutti noi siamo vittime del silenzio.Il silenzio è una virtù,un dono,un valore ma anche un vizio,una debolezza,una cattiva abitudine.Lo temiamo e allo stesso tempo lo bramiamo.Fa parte di noi come noi facciamo parte di lui,ma la poesia rappresenta l’unica via d’uscita da questo lungo tunnel.In un mondo che cambia ripetutamente,ci troveremo cambiati e spaesati insieme a tutto quello che ci circonda, mentre  l’unica cosa che rimarrà invariata é la poesia,che non è morta e non morirà,perché essa è dentro l’essere umano e finché egli esisterà,finché proverà dei sentimenti,in un modo o nell’altro essa  farà parte della sua vita. La poesia è per l’anima e a volte le parole non bastano proprio per questo.

    Di Sarno Martina, Iovene Chiara, Izzo Martina 2B classico

  • La canzone: un legame indissolubile di musica e letteratura

    La canzone: un legame indissolubile di musica e letteratura

    canzoneE’ giunta l’ora dell’annuale appuntamento col festival di Sanremo, che è ormai arrivato alla sua sessantottesima edizione. Come ogni anno sarà un’occasione per riscoprire la bellezza della musica italiana. Nell’attesa di scoprire le canzoni che riserverà al pubblico e quale sarà il singolo che ne uscirà vincitore, si può tentare di analizzare i testi di alcune delle canzoni italiane più belle, al fine di svelarne l’enorme valore poetico e alcuni profondi significati che spesso non traspaiono a un ascolto superficiale, cercando di individuare “quel filo” che collega la musica alla letteratura.

    “In mezzo al mondo” di Biagio Antonacci

    In questo singolo si possono mettere in luce alcune affinità con la storia di Dante e Beatrice. Esso, infatti, esprime i pensieri di un ragazzo che non riesce a dichiarare i propri sentimenti alla persona di cui si è innamorato. Ma andando più nel particolare, ci sono alcuni versi particolarmente affascinanti che denotano questo rapporto. Ad esempio nella frase “Grazie a questo straniero sorriso ho capito che c’è il paradiso” l’autore paragona implicitamente la donna a un angelo, il cui serafico sorriso è capace di aprirgli le porte del paradiso, trasportandolo in un mondo trascendente, irreale, elevandolo quasi a uno stato di estasi. Questa visione ricalca quella del terzo stadio dell’amore descritto da Dante nella “Vita nuova”: la donna è un angelo, e l’amore che l’uomo prova per lei lo innalza fino a permettergli di ricongiungersi con Dio. Non a caso è proprio Beatrice la guida di Dante in paradiso, nella “Divina Commedia”. Solo grazie a lei il poeta può ottenere la salvezza.

    Un altro elemento interessante della canzone è l’incisiva espressione “In mezzo al mondo”, che nel ritornello si ripete tre volte; un numero particolarmente significativo nella poetica dantesca, in quanto richiama la Trinità. “In mezzo al mondo” indica però anche il posto in cui Dante “ritrova” Beatrice, dopo la morte di quest’ultima, cioè il Purgatorio (precisamente il paradiso terrestre, che si trova sulla cima della montagna del Purgatorio), che nella geografia dantesca si trova esattamente al centro dell’emisfero australe, circondato dalle acque dell’oceano.

    “Il regalo più grande” di Tiziano Ferro

    Questo brano deve in parte la sua notorietà e la sua bellezza a un verso che può essere considerato uno dei più dolci e romantici di tutta la musica italiana: “Vorrei donare il tuo sorriso alla Luna perché di notte chi la guarda possa pensare a te”. In queste parole viene espresso in maniera sublime il desiderio di un innamorato di esaltare iperbolicamente la propria amata, capace di consolare chiunque stia passando un momento buio (a questo fa riferimento l’espressione “di notte”), di elevarla fino alle stelle, di far conoscere a tutto il mondo la sua bellezza, a cui nessun uomo può rimanere indifferente. Essa presenta però delle somiglianze innegabili con una delle frasi più celebri del cantore d’amore per eccellenza, William Shakespeare, che si trova nella sua opera più famosa, “Romeo e Giulietta”: “Quando non sarai più parte di me ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle: allora il cielo sarà così bello che tutto il mondo si innamorerà della notte”.

    “La solitudine” di Laura Pausini

    Il tema di questa canzone, come suggerisce il titolo, è la solitudine; una solitudine provocata dall’abbandono della persona amata. E’ un tema originale e delicato, per nulla facile da trattare. Proprio per questo motivo essa può essere messa a confronto con “Solo e pensoso”, uno dei più conosciuti sonetti di Francesco Petrarca, uno dei pochi autori che ha avuto il coraggio ed è stato in grado di mettere al centro di una sua poesia questa tematica. Nel brano la percezione delle cose che circonda la persona sola assume una sfumatura mesta e malinconica, che rispecchia il suo stato d’animo: “il treno delle 7.30 […] è un cuore di metallo senza l’anima nel freddo del mattino grigio di città”, “A scuola il banco è vuoto”; così come i “monti e piagge/ e fiumi e selve” di Petrarca.

    La solitudine spinge poi a evitare le altre persone; “Sfuggi gli sguardi” dice il testo della canzone; mentre Petrarca scrive: “e gli occhi porto per fuggire intenti/ ove vestigio uman l’arena stampi./ Altro schermo non trovo che mi scampi/ dal manifesto accorger de le genti”. In entrambi i casi, infine, nonostante loro cerchino di restare soli, l’amore non li abbandona mai: nella canzone, ad esempio, si dice “tutte le idee si affollano su te”, in riferimento alla persona amata; Petrarca, dal canto suo, scrive: “Ma pur sì aspre vie né sì selvagge/ cercar non so ch’Amor non venga sempre/ ragionando con meco, ed io con lui”.

    “Il tempo non sente ragione” di Eros Ramazzotti

    Questo singolo è un’esortazione a godersi la vita e ad approfittare di ogni occasione offerta dal presente, perché non si ripresenterà un’altra volta. L’autore invita in particolare ad amare senza riserve. Per il suo contenuto la canzone può essere accostata alla celeberrima ode di Orazio, “Carpe diem”. Ciò si può riscontrare in alcuni dei versi più esemplificativi del testo: “C’è un amore per ogni stagione, l’importante è viverlo perché il tempo non sente ragione e passando lo ruberà. E c’è un treno per ogni stazione, che si ferma un attimo e che poi ripartirà”; “Vedi amico caro, fa presto che il frutto è raro: coglilo adesso o mai”. L’ultima frase mette in evidenza un’altra caratteristica in comune con l’ode oraziana, l’impostazione allocutoria: infatti entrambi si rivolgono direttamente a una persona, alla quale riservano il loro saggio consiglio.

    “Chiamami ancora amore” di Roberto Vecchioni

    In questa canzone, che è un vero e proprio inno all’amore, quest’ultimo viene considerato una forza capace di allontanare i mali della vita e del mondo. Ecco l’invito che nel testo viene rivolto alla persona amata: “chiamami ancora amore, chiamami sempre amore, che questa maledetta notte dovrà pur finire, perché la riempiremo noi da qui di musica e di parole”. Per questo motivo essa può essere accostata a uno dei carmi più intensi del “liber” catulliano, “Viviamo e amiamo”. Il senso più profondo di questa poesia, infatti, sta nel fatto che l’amore viene esaltato perché in grado di vincere attraverso i baci la paura della morte, ovvero la”nox […] perpetua” (notte perpetua) a cui fa riferimento Catullo, le critiche degli opprimenti moralisti, l’invidia e il malocchio. Allo stesso modo, nella canzone si afferma che “questa maledetta notte” può essere superata grazie a “musica e parole” d’amore.

    “Unica” di Antonello Venditti

    Questo testo, come suggerisce il titolo, intende celebrare l’unicità della persona amata, considerata speciale. Ed anche dopo la fine della relazione con questa donna “unica”, il protagonista della canzone continua a preoccuparsi per lei, e si chiede se ci sarà un altro uomo che possa farla sentire speciale come ha fatto lui, attraverso una serie incalzante di domande: “Tu, ora dove sei? Se vivi un’altra storia, con chi stai? Chi ti prenderà? Chi ti stringerà? Chi ti griderà: “Sei unica!”?”. Questo atteggiamento ricorda molto quello assunto da Catullo nel carme 8 della sua raccolta di poesie, in cui, sforzandosi di dire definitivamente addio a Lesbia e all’amore che prova per lei, fonti di profonda sofferenza interiore, rivolge alla donna amata questa serie di accorate domande: “Quis nunc te adibit? Cui uideberis bella? Quem nunc amabis? Cuius esse diceris? Quem basiabis? Cui labella mordebis?” (Chi ti verrà a cercare adesso? Chi ti troverà carina? Con chi farai oggi l’amore? A chi dirai: «Sono tua»? A chi darai i tuoi baci? A chi morderai le labbra?).

    “A te” di Jovanotti

    In questo romanticissimo testo vengono elencate tutte le qualità della donna amata e gli effetti da lei provocati nella vita dell’innamorato. L’infinita dolcezza e l’invocazione diretta alla persona amata, attraverso l’incisiva espressione “a te”, che si ripete per ben ventiquattro volte in tutta la canzone, che contraddistinguono questa canzone sembrano rifarsi all’inno a Venere, che si trova in apertura del poema “De rerum natura” di Lucrezio. Infatti il poeta latino si rivolge alla dea dell’amore attraverso il pronome “te” (oppure “tu”, “tibi”) dodici volte. Ma la poesia di Lucrezio è caratterizzata soprattutto dalla dolcezza e dall’armonia delle parole con le quali descrive i benefici che Venere, attraverso la sua opera, porta alla natura e all’umanità.

    La centralità della natura e della sua bellezza è poi un altro tratto in comune esistente tra le due opere. Nella canzone, ad esempio, si dice: “Le forze della natura si concentrano in te, che sei una roccia, sei una pianta, sei un uragano, sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano”; mentre uno dei passi più suggestivi del brano di Lucrezio recita: “tibi suavis daedala tellus/ summittit flores, tibi rident aequora ponti/ placatumque nitet diffuso lumine caelum” (per te la terra industriosa/ suscita i fiori soavi, per te ridono le distese del mare,/ e il cielo placato risplende di luce diffusa).

    “Il volo” di Zucchero

    In questo testo spicca sicuramente l’intensità del ritornello, che fa: “Sogno qualcosa di buono che mi illumini il mondo, buono come te… Che ho bisogno di qualcosa di vero che illumini il cielo , proprio come te”.  In queste parole si può rintracciare la stessa aspirazione a raggiungere qualcosa di autentico nella vita, lo stesso bisogno di assoluto, di eterno, la stessa ansia di trovare un approdo stabile nella propria esistenza, la stessa volontà di distaccarsi dalla vanità e dalla futilità delle cose terrene, che permeano i sonetti più intensi del Canzoniere di Francesco Petrarca.

  • Concorso INTEGRA: premiati due alunni del Liceo Pitagora-Croce

    Concorso INTEGRA: premiati due alunni del Liceo Pitagora-Croce

    “Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni.” E’ con questa famosissima frase di Francis Scott Fitzgerald che Celeste Napolitano esordisce, nel suo intervento alla cerimonia di assegnazione del premio letterario nazionale INTEGRA. Questo senso di “appartenenza”, come ci spiega il giurato, è strettamente legato al concetto di “integrazione”, parola chiave su cui si fonda tutta l’associazione “Integra”, che si occupa di progetti finalizzati al coinvolgimento della comunità nei percorsi di inclusione sociale di migranti e rifugiati. A spingere quest’associazione a bandire un concorso letterario nazionale è stata proprio la volontà di sensibilizzare le nuove generazioni alla tematica della diversità, soprattutto sul piano culturale. “Si è pensato di lasciare scrivere i ragazzi – come afferma il direttore del centro giustizia minorile Napoli Giuseppe Centomani – per fare in modo che essi vedano la diversità come un punto di partenza e ne facciano una ricchezza per colmare la mancanza e abbattere il pregiudizio.” La cerimonia di premiazione della sezione minori del premio letterario si è tenuta presso la sala convegni del Centro Europeo di Studi di Nisida, un luogo scelto non a caso. La splendida isola, infatti, in quanto sede dell’ istituto penale per minorenni di Napoli, incarna a pieno i concetti di diversità e di integrazione ed è per questo  che i 12 giovani vincitori, vi si sono recati oggi, 25 gennaio, per ricevere il loro premio. Il bando di concorso sanciva la possibilità di cimentarsi in una di tre differenti categorie: poesia,  narrativa breve e lettera. Tra i vincitori della sezione poesia, con il suo scritto “Uno stesso dolore”, Floriana Secondulfo è riuscita ad esprimere con tutta se stessa la raffigurazione del dolore conseguente ad una condizione di diversità. Quella, descritta dalla nostra compagna, non è però una diversità che separa, ma che, al contrario, riesce a scorgere l’uguaglianza nei sentimenti, universali e comuni a tutti gli uomini.  Particolarmente affascinato dalla poesia di Floriana, unico elaborato letto durante la cerimonia, rimane un altro giurato, Giuseppe Ferraro, docente dell’università Federico II, che tiene corsi di filosofia in carcere. “L’uguale è diverso” afferma il professore. “L’uguale e diverso è l’io, ognuno è io, ugualmente ad un altro e diversamente da un altro”, rimarcando la tematica portante di tutto il premio letterario. Per la categoria “narrativa breve” tra i vincitori, con “L’ultima meta”, Vincenzo Pinto che nel suo racconto definisce gli atteggiamenti di delinquenza “un’incapacità di scorgere valide alternative alla prepotenza”.  “L’intensità espressiva di un racconto lungamente sviluppato su significati di notevole spessore come il valore educativo dello sport, l’ostilità e i pregiudizi che nascono dal confronto in situazioni diversificate” ha spinto la giuria a selezionare l’elaborato del nostro compagno.  Al di là del premio materiale (un computer e una targa in ricordo della cerimonia), la vera vittoria per gli alunni è stata la soddisfazione di aver preso parte ad un concorso promosso da un’associazione impegnata nel sociale e di aver contribuito alla sensibilizzazione di tematiche così attuali quali l’integrazione e la diversità.

  • Riemergere

    Riemergere

    Riemergere

    Risa, schiamazzi
    tra le stanze di Oplontis,
    nella villa risuonavano i sussurri delle ancelle,
    poi un boato… e calò il silenzio…

    Ricoperto da una nube grigia
    tutto era buio, come in una notte senza stelle
    come in un giorno senza sole.

    Ora tutto tace, sepolto nella cenere
    tutto resta immobile, scolpito nella lava.

    Spunta un fiore, un fiore giallo,
    un fiore che con forza grida un messaggio al mondo:
    sotto quella schiuma di pietra
    Oplontis è pronta a riemergere.

    Ma il cielo è ancora cupo
    non ceneri, non lapilli
    ma ombre, fantasmi
    dei drammi di un popolo
    ferito nel suo orgoglio.