Tag: razzismo

  • Il cibo come non lo avevamo mai visto

    Il cibo come non lo avevamo mai visto

    Il suo nome è Pier Paolo Spinazzè, in arte “Cibo”, un ragazzo veronese con un sogno: utilizzare il cibo come mezzo per la diffusione d’amore e annullamento dell’odio. Pier Paolo è uno street artist che corre tra le strade di Verona e dintorni per ricoprire, proprio con il cibo, qualsiasi disegno che inciti all’odio razziale, principalmente scritte che inneggiano al fascismo, svastiche e croci celtiche, sparse su molte mura della sua amata città; e cosa c’è di meglio di un muffin goloso, fragole, una torta o un bel panettone? Ecco, questo è proprio il lavoro di Pier Paolo, che dedica parte della sua vita a questa bella opera civile, già dal 2008. Le sue parole sono semplici ma ad effetto: “Non faccio politica ma un’azione semplice, di decoro perché amo il mio Paese e penso che le città siano dei grandi musei e per questo voglio che siano belle. Ho ricevuto anche molte minacce ma non mi fermano, anzi mi stanno motivando sempre di più, perché l’odio e la paura vanno combattuti con la cultura”; questo è il suo insegnamento rilasciato nell’intervista ad Atribune.

    Pier Paolo, infatti, ha molti haters che spesso sono arrivati a minacciarlo, anche con gesti preoccupanti, come uno degli ultimi con una bomba carta posizionata sotto la sua auto. Molte delle persone alle quali non è gradita la sua arte sono anche funzionari pubblici, come afferma lo stesso artista, che spesso hanno provato a fermarlo e bloccarlo, utilizzando gli organi della Repubblica per promulgare odio. Inoltre, sfortunatamente, spesso i suoi murales vengono coperti, ancora una volta, dalla presunzione dell’ignoranza di coloro i quali non apprezzano il suo lavoro e deturpano le sue opere. In risposta a tutte queste persone Pier Paolo risponde: Mi infastidisce molto che i miei disegni vengano danneggiati, ma della stupidità ne ho fatto un plus! Il gesto di rovinare un murales non ha scusanti, è un’opera d’arte pubblica, perciò di tutti, non mia. Cosa faccio, allora? Vanificare l’odio con l’arma decisiva per chi non ha cultura: l’ironia! Il loro odio, un’abbondante dose di perseveranza, una discreta capacità tecnica, li dovrò ringraziare sempre, senza di loro sarei ancora a disegnare la domenica con gli amici. Perciò GRAZIE FASCY!” 

    Ecco la risposta carica di ironia e sarcasmo che Pier Paolo ha lanciato come formula risolutiva e ferma contro l’ignoranza di certe persone, che ha deciso di ignorare con una manciata di indifferenza, un pizzico di buona volontà e tanta ma tanta, tanta pazienza. Non si arrende davanti a nulla e continua il suo lavoro contento di diffondere cultura ed amore come antidoto ad un odio razziale che di questi tempi, dato il tempo trascorso dal regime nazista, dovrebbe essere ormai eliminato. Ma purtroppo non è così e nessuno agisce, ed è qui che Pier Paolo trova la forza per insistere e perseguire il suo sogno, senza mai fermarsi, girando di città in città, anche in altre zone d’Italia e d’Europa. Insomma “Cibo” è l’eroe di cui non sapevamo di aver bisogno.

  • Il calvario di Lamin: “Sparavano a chi non aveva più soldi”

    Il calvario di Lamin: “Sparavano a chi non aveva più soldi”

    Vivevo in Gambia, ma non lavoravo, allora ho detto a mia nonna ‘Vado in un altro Paese’”. È iniziato così il viaggio di Lamin Darboe, 20 anni, che ora vive e lavora a Torre Annunziata nella pizzeria “Casa Caponi”.

    Sono partito per la Libia su un camion. Il viaggio è stato difficile perché ho attraversato Paesi in cui c’era la guerra”. Il tragitto dal Gambia alla Libia è durato due mesi e Lamin doveva fermarsi spesso per cercare lavori occasionali che gli consentissero di racimolare il denaro necessario a proseguire il viaggio.

    Bisognava guardarsi anche dalla polizia” che rimandava indietro, nei Paesi di provenienza, coloro che provavano ad uscire dai confini. “Hanno sparato ad un mio amico davanti ai miei occhi, perché non aveva i soldi necessari per continuare il viaggio.”

    Per evitare la stessa sorte, Lamin e alcuni suoi compagni hanno deciso di continuare il percorso a piedi, superando le frontiere di diversi paesi e rischiando molte volte la vita.

    Giunti in Libia siamo arrivati a Grigaras, dove siamo rimasti per due mesi quasi senza mangiare, aspettando di poter salire su un gommone” L’imbarcazione non era adeguata per il trasporto di 150 persone. Fortunatamente tutti si sono salvati.

    Nel Marzo 2016, Lamin (aveva 17 anni) è sbarcato a Salerno e fu accolto dai Salesiani, in particolare da don Antonio Carbone, che lo ha aiutato a poi a trovare lavoro a Torre Annunziata, presentandolo ad Alessandro Pagano e a Vincenzo Auricchio, i proprietari della pizzeria.

    Qui lo abbiamo accolto con affetto, e in città tutti gli vogliono bene”, dicono.

    Lamin ha avuto un destino migliore di suo fratello, che in Europa non c’è mai arrivato. Ora il razzismo non lo spaventa poiché nella vita ha dovuto affrontare ostacoli ben più grandi. Gli resta un desiderio: andare in Gambia per riabbracciare la sua famiglia.

    Marilisa Paduano VB classico

    Miriam Avagnano VB classico

  • Liliana Segre: siate la farfalla che vola sopra ai fili spinati

    Liliana Segre: siate la farfalla che vola sopra ai fili spinati

    Il 27 gennaio di ogni anno in tutto il mondo si celebra la Giornata della Memoria. Uno degli emblemi di questo struggente capitolo della storia dell’umanità è Liliana Segre, attualmente senatrice italiana, ma soprattutto una donna che ha vissuto sulla sua pelle le atrocità consumate oltre i cancelli di Auschwitz e che ha avuto la fortuna di sopravvivere. 

    Nel corso degli anni non è mai riuscita a perdonare le efferatezze dell’Olocausto, né tantomeno le ha dimenticate. Da testimone, non può che parlare della sua vita, ma ogni volta che riapre i cassetti della memoria e descrive accuratamente quegli anni, rievoca l’altra lei, la ragazzina scheletrita e sola dei campi di concentramento. La ragazzina che qualche volta, senza volere, compì atti che dopo anni diventarono rimorsi. I ricordi la tormentano e le provocano ancora dolori lancinanti all’anima. Liliana non riesce più a misurarsi con le tribolazioni, per questo ritiene giusto che sia giunta l’ora di ritirarsi da questi lunghi anni di testimonianza, grazie ai quali ogni volta ci ha portato con sé in un viaggio straziante attraverso il tempo, che ci ha sensibilizzati e ci ha regalato preziose lezioni di vita nate dal suo dolore.

    Liliana Segre si presenta come una donna “viva per caso”, pertanto non vuol trascorrere gli anni di vecchiaia che le restano a rivivere quei tempi, ma desidera godersi la famiglia che è riuscita a ricostruirsi e dedicarsi a se stessa. A distanza di decenni, infatti, non cerca più di reprimere quella povera creatura smarrita, ma vuol provare ad accoglierla in sé, proprio come se fosse “nonna di se stessa”. 

    Il suo incubo ebbe inizio alla tenera età di 8 anni, nel 1938, quando fu improvvisamente sradicata dalla sua infanzia di innocente bambina di una famiglia borghese di Milano. Come lei stessa ha raccontato, la sua storia iniziò a Premeno, a tavola con suo padre e i nonni paterni, in un sereno giorno di fine estate, e finì ad Auschwitz, in un inferno perenne. Quel giorno le fu detto che non poteva più tornare a scuola perché era stata espulsa e nessuno immaginava che quella terribile affermazione avrebbe segnato l’inizio del loro percorso verso il calvario. Per essere espulsi bisognava aver fatto qualcosa di grave e lei non capiva cosa avesse fatto di male. Suo padre le disse che c’erano delle nuove leggi, che le cose erano cambiate. Quel giorno scoprì di essere ebrea e dunque di essere “diversa” dagli altri. Scoprì che era stata proprio quella diversità a provocare la sua espulsione da scuola. Ad ottobre non rivide più né la sua classe né la sua maestra. Sembrava fosse stata dimenticata velocemente. Molti suoi compagni nemmeno si accorsero che il suo banco fosse vuoto e, a suo avviso, una delle cose più crudeli delle leggi razziali fasciste fu proprio quella di far sentire invisibili i bambini ebrei. 

    Cinque anni dopo, l’11 settembre 1943, iniziò la sua fuga. Prima partì con un fornitore della ditta tessile di suo padre che si offrì di aiutarli. Quando i tedeschi cominciarono a fare controlli sui documenti, fuggì di nuovo e andò a Castellanza, in provincia di Varese, a casa di un caro amico di suo padre. Purtroppo, non era al sicuro nemmeno lì e suo padre decise che dovevano andarsene dall’Italia, ma era già tardi. Insieme al suo tanto amato papà e a due cugini oltrepassarono il confine e andarono in Svizzera. Pensavano di esser salvi, ma furono rispediti senza pietà in Italia, perché una guardia di frontiera non credette al fatto che gli ebrei in Italia venissero perseguitati. Furono arrestati sotto gli occhi sghignazzanti delle guardie che, consegnandoli, li condannarono a morte. Aveva 13 anni quando lei e suo padre furono rinchiusi nel carcere di Varese, poi di Como e infine di San Vittore a Milano. 

    Il 30 gennaio 1944, Liliana partì dal terribile binario 21 della Stazione Centrale di Milano, dal binario che, come afferma nelle sue testimonianze, non è quello da cui si parte, ma quello da cui non si fa più ritorno. Il viaggio durò una settimana e fu terribile. Nessuno capiva cosa stesse accadendo, nei vagoni regnavano il silenzio, la paura e la disperazione. Una volta scesi dal treno, si ritrovarono catapultati in una distesa di neve anonima e gelida. Le uniche persone che li circondavano erano i prigionieri, i soldati, le guardie e i cani al guinzaglio. Le sembrava di stare in un film in cui il corso degli avvenimenti stava accelerando improvvisamente e non c’era nemmeno il tempo di comprendere gli eventi, tanta era la rapidità e la frenesia con cui si susseguivano. Liliana non sapeva che da quel momento non avrebbe più rivisto suo padre e sarebbe rimasta orfana. Fu destinata a lavorare in una fabbrica di munizioni, dove donne e ragazze come lei producevano bossoli per mitragliatrice e svolgere quel tipo di lavoro era una fortuna, perché non era esposta al freddo, ma era al coperto.

    Presto le sue condizioni psicofisiche crollarono. Liliana era sempre spiazzata, sbalordita e atterrita da quella crudeltà inaudita e che lei non aveva mai conosciuto prima, da quello che succedeva e che sarebbe potuto succedere da un momento all’altro. Non riusciva a realizzare cosa stesse accadendo. Con il passare dei giorni riuscì a smettere di piangere, ma iniziò a chiudersi in sé, non proferiva parola. Si ammutolì, ma nel suo cuore regnava l’inferno scatenato dalle mille facce del male che stavano mandando avanti quello sterminio e che sembravano non pentirsi dei loro atti ignobili. Non riusciva a dare un senso a ciò che le stava accadendo. Non le restava più niente se non il suo corpo macilento. Stringere amicizie era troppo difficile, perché la paura di morire per un passo falso o un’occhiata di troppo la stava trasformando in quello che i suoi carnefici volevano che fosse: disumana ed egoista. Non voleva instaurare rapporti con nessuno, non voleva amare nessuno, perché non voleva più soffrire. Non poteva sopportare altre perdite. Era quasi priva di speranza, ma in realtà non la perse mai completamente: non era nella sua indole e ne fu la prova il fatto che, benché tutti i giorni si trovasse dinnanzi ad un bivio tra vita e morte, lei non scelse mai la morte, come invece fecero tante altre persone, bensì lottò per tenersi stretta quello stralcio di vita che, come granelli di sabbia, purtroppo sentiva sfuggire tra le dita, ma che sperava non le venisse strappato mai.

    Durante quel periodo perse se stessa ed era assillata da una domanda a cui per anni non riuscì a dare una risposta: “perché?”. L’unica cosa a cui riusciva a pensare era che la sua unica colpa fosse quella di essere nata. Per quella colpa era stata umiliata profondamente. Si sentiva un animale ferito. Aveva perso la sua identità, era stata depredata di ogni cosa. Non esistevano più i nomi, ma numeri identificativi: il suo era 75190 e oggi riesce ancora a leggerlo sul suo braccio perché non si è mai cancellato, così come la sua memoria. Non sembrava più una ragazzina. Sembrava ormai senza sesso e senza età. La sua giovinezza era sfiorita e sembrava vecchia, non aveva più alcuna forma fisica e nemmeno le mestruazioni. E oggi ancora invita a non aver paura di pronunciare queste parole perché è in questo modo che si toglie la dignità ad una donna e Liliana, insieme alle altre donne, si sentiva proprio così: razziata della sua essenza umana e femminile. 

    Quasi al capolinea della sua prigionia, insieme a più di 50.000 prigionieri superstiti stremati, iniziò una marcia che durò mesi fino al campo di Malchow, in Germania, dove restò fino all’aprile del 1945. La cosiddetta “marcia della morte” di cui, purtroppo, non si parla molto, ma che era devastante. Bisognava marciare, spingendo una gamba davanti all’altra e non ci si poteva appoggiare al compagno vicino perché chi cadeva, veniva fatto fuori all’istante. Tenevano duro perché sul fondo del loro cuore tanto straziato giacevano ancora la speranza e l’amore incondizionato per la vita. Proprio durante quella marcia, dei soldati si spogliarono improvvisamente e gettarono le armi. Liliana a quel punto avrebbe potuto sparare. La tentazione di vendicarsi fu fugace, non prevalse e nel preciso istante in cui scelse la vita, diventò la donna libera e di pace che è ancora oggi. Allora non possedeva niente e nulla era certo, tranne una cosa: la consapevolezza di non esser come loro e di non voler perdere la sua umanità.

    Liliana è stata capace di dare un senso anche alla marcia della morte: in quei tempi tanto duri, ha constatato che la vita ci pone improvvisamente dinnanzi a una marcia inarrestabile, che deve convertirsi in una marcia per la vita in cui non bisogna fermarsi per alcun motivo, proprio come fece lei. 

    La liberazione arrivò il 1° maggio. Liliana era invasa da una felicità che ancora oggi non è capace di descrivere. Poté fare ritorno in Italia alla fine di agosto del 1945, in treno, ma con i vagoni aperti e il cuore un po’ più leggero, con gli occhi finalmente liberi da quello strato compatto di cenere e fumo che non le permetteva di poter godere dell’azzurro del cielo. Era estate e si celebrava la vita. 

    Lei, tuttavia, tacque per 45 anni. Non fu facile iniziare a testimoniare perché ricordare significava riascoltare l’assordante silenzio della gente che la circondava e che sembrava essersi estraniata dalla realtà, chiusa nella propria triste sfera di apatia morale. Liliana, profondamente delusa dalle persone, percepì la presenza di qualcosa che andava ben oltre il disinteresse: era l’indifferenza e si rivelò più dolorosa delle torture dei nazisti, della fame e del freddo. Persino la natura sembrava indifferente: al di là del filo spinato spuntavano i primi ciuffi d’erba verde, nonostante a poca distanza la morte e la distruzione regnassero sovrane.

    Ricordare le provocava dolore e il dolore cercava un irreperibile conforto. Capì, però, che non poteva continuare a reprimere i suoi sentimenti. Per superare la sua condizione, doveva farsi coraggio, tirarli fuori e affrontarli. Scoprì di averne tremendamente bisogno: necessitava di raccontare quell’abominio per tentare di guarire la sua anima ma anche per prevenire che gli altri potessero ammalarsi di quel terribile male che era l’odio. A 60 anni, quando diventò nonna, prese parola iniziando a parlare ai suoi nipoti e poi al pubblico. 

    Si è fermata solo adesso, all’età di 90 anni e ci lascia degli insegnamenti dal valore inestimabile da tramandare alle future generazioni, quando un giorno non ci saranno più testimoni. Uno degli insegnamenti più significativi è una testimonianza, proveniente dal campo di Terezin, in cui una bambina, prima di essere uccisa dai nazisti, disegnò una farfalla gialla che volava sopra ai fili spinati.

    Oggi Liliana è consapevole del fatto che la lotta contro l’odio, l’indifferenza e il razzismo è ancora lunga e che dovremo combattere molto per vincerla. 

    Oggi Liliana sostiene che sia indispensabile ricordare il male esercitato dagli altri per far sì che non venga replicato.

    Oggi Liliana, con ogni fibra di sé stessa, più di tutto crede che si può, una gamba davanti all’altra, essere sempre la farfalla che vola sopra ai fili spinati. 

  • BIENVENUE À MARLY – GOMONT

    BIENVENUE À MARLY – GOMONT

    TITRE: Bienvenue à Marly – Gomont.

    DATE DE SORTIE: 8 juin 2016, disponible sur la plateforme Netflix.

    RÉALISATEUR: Julien Rambaldi.

    ACTEURS PRINCIPAUX: Marc Zinga (Seyolo Zantoko) ; Aïssa Maïga (Anne Zantoko) ; Médina Diarra (Sivi Zantoko) ; Bayron Lebli (Kamini Zantoko enfant) ; Kamini (Kamini Zantoko adulte).

    GENRE: Comédie dramatique.

    DÉCOR: Marly – Gomont, 1975.

    LANGUES: Français, Lingala.

    Le jeune Seyolo Zantoko, provenant du Zaïre, obtient son doctorat en médecine en France, où il veut travailler et faire venir sa famille, sa femme Anne et ses enfants Sivi et Kamini. Seyolo Zantoko fuit un pays dictatorial car comme tous les pères du monde, il rêve de donner à ses enfants un meilleur avenir. Quand Seyolo dit à sa femme qu’ils vont déménager, elle croit qu’ils iront à Paris mais, une fois arrivés, ils se retrouvent dans un petit village de quatre cents habitants, Marly – Gomont. De là naissent tous leurs problèmes.

    Les habitants de Marly – Gomont se montrent méfiants et impolis à l’égard des nouveaux venus. Pour cette famille africaine, vivre dans un petit village, se faire connaître et accepter n’est pas facile, parce qu’il y a un esprit très fermé et beaucoup de préjugés, puisqu’ils n’ont jamais vu des noirs. D’ailleurs, Sivi et le petit Kamini sont moqués de leurs camarades de classe ; Anne est désespérée parce qu’elle désire vivre dans une grande ville ; au contraire Seyolo ne perd pas espoir et fait de tout pour se faire connaître et apprécier.

    Ce film, tiré d’une histoire vraie, fait sourire et émouvoir, en traitant des sujets sensibles et complexes qui font aussi réfléchir : la discrimination et l’intégration sociale. De fait, cette dernière est difficile à réaliser à cause des préjugés déterminés par l’ignorance, la désinformation et la conviction qu’il n’existe qu’une seule réalité.

    Malheureusement, il y a encore aujourd’hui beaucoup de cas de racisme dans le monde et  c’est pour cette raison que nous conseillons de regarder ce film.

    Écouter un étranger, c’est comme voyager sans bouger.

     

    Annalaura Maresca, Giovanna Cirillo,

    VB – Linguistico.

  • BIENVENUE À MARLY-GOMONT

    BIENVENUE À MARLY-GOMONT

    TITOLO: Bienvenue à Marly-Gomont

    DATA D’USCITA: 8 giugno 2016, disponibile su Netflix.

    REGISTA: Julien Rambaldi

    CAST: Aïssa Maïga (Anne Zantoko), Marc Zinga (Seyolo Zantoko), Médina Diarra (Sivi), Bayron Lebli (Kamini Zantoko da bambino), Kamini (Kamini Zantoko da adulto).

    GENERE: commedia/drammatico

    AMBIENTAZIONE: Marly-Gomont, 1975

    LINGUE: francese, lingua lingala.

    Il giovane Seyolo Zantoko, di origini congolesi, si laurea in medicina in Francia, dove vorrebbe trovare un lavoro e portare con sé sua moglie Anne e suoi figli Sivi e Kamini, per poter dare loro un futuro migliore. Quando Seyolo comunica alla moglie di aver ottenuto una proposta di lavoro in Francia, questa fraintende e crede che andranno a vivere a Parigi. Una volta arrivati, Anne capisce di non trovarsi a Parigi ma in un paesino rurale, Marly-Gomont. È proprio da qui che inizieranno i problemi. La famiglia ha difficoltà a farsi conoscere ed accettare dagli abitanti di Marly-Gomont: hanno tanti pregiudizi e sono diffidenti, non avendo mai conosciuto degli stranieri. Anche i bambini subiscono delle derisioni da parte dei loro compagni di classe e Anne ha molti momenti di sconforto nei quali vorrebbe fare i bagagli e scappare da quel piccolo paesino che la fa sentire inadeguata. L’unico a non scoraggiarsi è Seyolo, il quale farà di tutto per farsi conoscere ed apprezzare dagli altri.

    Questo film, ispirato ad una storia vera, ci fa sorridere e commuovere, ma trattando un tema molto delicato e complesso come quello dell’integrazione sociale, difficile da realizzarsi soprattutto in un paesino di provincia, come Marly-Gomont, in cui regnano l’ignoranza e la disinformazione. La discriminazione sociale è un fenomeno molto complesso che trova radici nella paura del diverso e nella convinzione che esista unicamente un’unica realtà, la propria. Le tematiche trattate in questo film sono, purtroppo, ancora attuali ed è per questo che consigliamo di guardarlo.

    E ricordate… incontrare uno straniero è come viaggiare senza spostarsi.

    Giovanna Cirillo, Annalaura Maresca
    VB-L

  • Siamo davvero tutti uguali?

    Siamo davvero tutti uguali?

    La pena di morte consiste nell’uccisione  di un individuo in seguito ad una condanna. Essa ha radici molto antiche e tuttora viene usata in molti stati, come ad esempio gli Stati Uniti.

    Episodi di ingiuste uccisioni di marca razzista negli Stati Uniti d’America continuano a succedere. Sono recenti, ad esempio, i casi di George Floyd,  afroamericano ucciso il 25 maggio 2020 da un agente di polizia a causa di un presunto pagamento con una banconota contraffatta, oppure il caso ancora più fresco riguardante Brandon Bernard. Quest’ultimo è stato il condannato a morte più giovane degli Stati Uniti d’America negli ultimi 70 anni. L’uomo ha preso parte a un duplice omicidio nel 1999 a soli diciott’anni. Però si suppone che in realtà le due vittime siano morte prima dell’omicidio vero e proprio.

    Quella di Bernard è stata la prima esecuzione, dopo 130 anni, avvenuta durante le  elezioni presidenziali. È stata, inoltre, la nona esecuzione federale da quando Trump nel mese di luglio ha concluso una moratoria che si protendeva da 17 anni.

    Nel corso della storia persone bianche hanno commesso crimini ben più gravi di quelli citati sopra e hanno scontato la loro pena in maniera molto più lieve e senza esecuzione capitale. 

    È evidente che l’uccisione di quell’uomo non sia avvenuta per il reato da lui commesso anni fa e già scontato; d’altronde veniva ritenuto un detenuto modello. Queste sono le sue ultime parole prima dell’esecuzione: “Se questi sono i miei ultimi giorni, prego che le mie parole vivano per sempre… spero che la mia morte porti un significato diverso dalla distruzione e che si propaghi positivamente attraverso le generazioni”.

    In molti paesi la pena di morte si configura come uno strumento di discriminazione sociale e chi la sostiene in genere lo fa in nome di un’antica concezione ( “OCCHIO PER OCCHIO, DENTE PER DENTE”), ormai inaccettabile.

    Negli ultimi tempi stanno aumentando le persone contrarie alla pena di morte grazie all’impegno di diverse organizzazioni c. Ricordiamo che fin dal 1700 il  filosofo Cesare Beccaria nel suo breve saggio “Dei delitti e delle pene” sostenne l’abolizione della pena di morte.

  • Congresso USA sotto assedio: la discriminazione non esiste… Sarà vero?

    Congresso USA sotto assedio: la discriminazione non esiste… Sarà vero?

    È questa la tesi che, in alcune occasioni, viene portata avanti da persone che si cullano in una convinzione senza alcun effettivo fondamento. Da persone che concepiscono il razzismo solo come l’emarginazione assoluta operata negli anni 60 nei confronti degli afroamericani, o l’aggressione fisica motivata dal diverso colore della pelle, o gli insulti irripetibili verso chi è diverso che, tristemente, ancora oggi sentiamo. Questo è razzismo, di certo, ma si tralasciano, con grande superficialità, tutte le microaggressioni che la comunità nera, come ogni minoranza, è costretta a subire. Negli USA come in altre parti del nostro mondo occidentale. E a chi, ancora, liquida questi atti con un semplice eccesso di “politically correct”, esaminando gli eventi più recenti potrebbe rendersi conto che le differenze di atteggiamento che tanto furono condannate ai tempi di Rosa Parks, purtroppo, permangono ancora oggi.

    Ha fatto sicuramente scalpore la notizia di un gruppo di estremisti repubblicani che hanno fatto irruzione nel Congresso a Washington , ieri in occasione della giornata della proclamazione della vittoria di Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti: il complesso di Capitol Hill è stato preso d’assalto, con  4 vittime e 13 feriti, travolti dalla furia di un corteo che non avremmo datato più tardi dell’epoca dei Barbari, o che comunque non ci saremmo aspettati nel 21° secolo, in una delle più antiche democrazie occidentali. Ma il particolare che provoca più indignazione è l’atteggiamento di coloro che avrebbero dovuto evitare tutto ciò: il presidente uscente Trump, che prima osanna l’operato dei suoi e poi richiama alla pace e all’ ordine, e le autorità di polizia che, oltre a consentire l’accesso all’orda, hanno scattato anche selfie in maniera compiaciuta con quelli che non definirei nemmeno manifestanti.

    Perché sì, quella di ieri non è stata una manifestazione, a differenza delle proteste pacifiche che hanno caratterizzato i mesi scorsi organizzate dal movimento Black Lives Matter. Proteste di grande impatto e soprattutto  lecitè, nate per denunciare l’abuso di potere delle forze di polizia che causarono la morte di persone innocenti, come George Floyd e Breonna Taylor; ma al corteo in memoria di queste persone morte solo per la colpa di essere neri non fu riservato dalla polizia lo stesso atteggiamento bonario che abbiamo visto ieri. Lacrimogeni e proiettili adoperati da un sistema corrotto che ancora difende il privilegio bianco. Ieri un assalto al tempio della democrazia americana ad opera di persone bianche e per le persone bianche; nei mesi scorsi le manifestazioni pacifiche per dimostrare solidarietà alla comunità nera. Una concessa e incoraggiata, l’altra no. Quindi il razzismo esiste?

  • “I can’t breathe”

    “Please, I can’t breathe. My stomach hurts. My neck hurts. Everything hurts. … (I need) water or something. Please. Please. I can’t breathe, officer. … I cannot breathe. I cannot breathe”.  These agonising words were whispered by a 46-year-old black man while a white police officer pinned him to the ground while he was handcuffed accusing him of buying cigarettes with a counterfeit 20$ bill. The man: Mr. George Floyd was being suffocated by the police officer’s knee into the back.

    This tragic event happened on May 25 in Minneapolis (US) and a bystander video recorded the tragic incident.

    Protests against racist police brutality sweep across the United States and spread around the globe.

    Anti-racism protests have spread to Europe with protesters emphasising that racial profiling is not just an American phenomenon.

    Similar protests have also been held in the Netherlands, Germany, France, the UK and in Italy too.

    Hundreds of demonstrators are marching with different banners and claims in their hands such as: “Hands up, don’t shoot!” “We March for hope, not for hate,” and “I can’t breathe!”. But on the front line many banners are standing out with the slogan “Black lives matter”. But what does black lives matter mean?

    Black Lives Matter (BLM) is an international human rights movement, originating from within the African-American community, which campaigns against violence and systemic racism towards black people. BLM regularly holds protests speaking out against police brutality and police killings of black people, and broader issues such as racial profiling, and racial inequality in the United States criminal justice system. After George Floyds’ murder it has become anthem, a slogan, a hashtag, and a straightforward statement of fact.

    The message is central to the US protests happening right now. In my opinion “All Lives Matter” should be the right slogan because all races should join hands and stand together against racism that is the only virus that we will never eradicate. But why the problem still exists after centuries of struggles? The answer is called: “systematic racism” and it infects the very structure of our society. The deep racial and ethnic inequities that exist today are a direct result of structural racism: the historical and contemporary policies, practices, and norms that create and maintain white supremacy.

  • Sei cortometraggi, sei città: memoria degli attentati di Parigi

    Sei cortometraggi, sei città: memoria degli attentati di Parigi

     

    A distanza di due anni esatti dagli attentati terroristici del 13 novembre 2015, sei registi raccontano sei momenti di vita di migranti con sei cortometraggi in sei città diverse.

     

    Questa “web serie” è visibile proprio da lunedì 13 novembre su Repubblica Tv. Partecipa all’iniziativa AMITIE CODE, un progetto di sensibilizzazione sui migranti, sullo sviluppo e sui diritti umani attraverso cooperazioni locali, al quale aderiscono sei stati europei e otto città, tra le quali quelle dove sono stati girati i cortometraggi: Tolosa, Siviglia, Riga, Amburgo, Loures (Lisbona) e Bologna.

    Questi sei cortometraggi, di sei registi differenti, sono stati curati dalla Elephant Film, una casa di produzione indipendente nata a Bologna nel 2004. Durano circa dieci minuti ciascuno, sono tutti ambientati la sera del 13 novembre 2015 e trattano sei diverse tematiche riguardanti l’emancipazione sociale degli immigrati in ogni paese. Sono quelle problematiche che un migrante deve affrontare ogni giorno e che gli attentati inaspriscono solamente: l’accoglienza, soprattutto per i minorenni; le discriminazioni per sesso, razza, colore, linguaggio, religione o orientamento sessuale; la mancanza di un’urbanizzazione inclusiva dei migranti e un insediamento umano che sia partecipativo, integrato e sostenibile. Inoltre è necessario, ci ricordano questi corti, maggiore riguardo alla povertà, al vestiario, alle abitazioni, all’alimentazione e alle cure mediche dei migranti. Altra grave conseguenza agli attentati è stato il forte aumento di islamofobia, xenofobia e razzismo, che hanno ancora più difficili le situazioni dei migranti.

    Questi cortometraggi sono, quindi, finalizzati  a sensibilizzare tutti i cittadini e ad evitare che si faccia “di tutta l’erba un fascio”, come troppo spesso accade nella nostra società, ad eliminare discriminazioni razziali e disuguaglianze e, soprattutto, a comprendere meglio il punto di vista e la vera realtà dei Migranti, di cui molto spesso sentiamo parlare, ma che in realtà non conosciamo veramente.