Tag: scuola

  • Il mondo sostenuto da una cariatide

    Il mondo sostenuto da una cariatide

    Uomo del XXI secolo sei ferito e non riesci più ad essere uomo.
    Un po’ solo e incompreso, profondamente diffidente e sfiduciato, soffocato da una cappa d’inquietudine e di perenne insoddisfazione, ti sei disabituato a prenderti cura degli altri e anche di te stesso. Spesso, per te, proprio la schiena di chi crolla è un basolo da calpestare per continuare a percorrere la tua strada, e questo fa più male della caduta stessa. Ti comporti come se, in questo modo, potessi arrivare prima o essere migliore. Come se fermarti un attimo per tendere una mano all’altro e poi avanzare insieme ti sottraesse troppa forza o tempo. E siccome il tempo non va sprecato, vai di fretta, sempre. Perché così fanno tutti, perché così dev’essere. Altrimenti non sei al passo con gli altri e, inevitabilmente, vali meno.

    Uomo del XXI secolo corri e sei inarrestabile.
    Non sai più fermarti, ma non capisci nemmeno quand’è tempo di farlo. E se lo fai, è solo per riprendere fiato e ricominciare la tua corsa ostinata verso qualcosa che tu stesso stenti a riconoscere. Anzi, spesso non sai nemmeno di preciso a quale gara stai partecipando. Non sai per cosa stai correndo, cosa c’è ad aspettarti alla fine e se davvero esiste un traguardo da raggiungere. Sei turbato, ma corri comunque, perché tutti corrono. E prendi fiato, ma non ti fermi mai a respirare perché non ti è concesso e stai disimparando sempre più a farlo. Perché essere umano, in un mondo che trascura sempre più l’umanità, che predilige la massa a discapito del singolo, è sinonimo di fragilità, e la fragilità è un lusso che non ti puoi concedere durante la perversa frenesia che caratterizza i tuoi tempi. 

    Uomo del XXI secolo sei smarrito e proprio non riesci a ritrovarti.
    Sbagli tanto, ma non voglio credere che la cattiveria sia insita in te: forse sei soltanto un figlio disgraziato del tuo tempo e anche di quelli precedenti al tuo, che non sono poi così lontani. E, proprio allora, quando si è insinuato dentro di te il male di vivere, qualcuno ha compreso: i filosofi, i poeti, gli artisti ti avevano avvisato: ti avevano detto cosa ti avrebbe fatto del male e come ti saresti sentito. Durante il tuo cammino ti sei imbattuto in quegli spettri terribili del conformismo e dell’arrivismo e li hai preso per oro colato ma hai perso il controllo, sei diventato ateo e nichilista.

    Uomo del XXI secolo, sto parlando a te. 
    Senti: non adattarti al capitalismo, al materialismo, alla massificazione, all’individualismo. Tu sei molto di più. Ribellati alla morsa di ciò che ti paralizza e ti snatura, non farti spingere in basso e non accontentarti dell’inconsistenza e del vuoto. Non replicare il movimento di questi meccanismi atrofizzanti, vai oltre e spingiti al di là della tecnica, che è solo una parte della realtà. È indubbiamente necessaria e ne hai bisogno, ma il mondo è tanto altro e non può ridursi solo a questo e, soprattutto, non puoi continuare ad ignorare quel che è dentro di te, perché prima o poi scoppierà e non riuscirai a controllarne l’impeto. A nessuno più importa la tua anima. Tu, però, curala e non trascurarla. La razionalità e l’utilitarismo non andranno mai d’accordo con la passione ed il coraggio.

    Uomo del XXI secolo, so che non è tutto così semplice e ti capisco.  
    Capisco che è difficile condurre una vita scriteriata e che stenti a comprendere fino in fondo.  
    Capisco che non trovi più il tuo centro di gravità, che non riesci più a distinguere quel che è giusto da quel che è sbagliato e che non sai più come stai. Smetti, però, di subire il mondo passivamente e di rifugiarti negli allucinogeni esiziali e ingannevoli del tuo tempo; non arrenderti all’indifferenza e all’apatia, altrimenti nulla ti distingue da una macchina. 

    Uomo del XXI secolo, credo tu abbia bisogno di una massiccia dose di bellezza per disintossicarti da tutto il grigiore che da tempo offusca la tua vista. Esci da questa gabbia in cui sei intrappolato da un po’ e riscopri il mondo vero: appassionati, amalo e prenditene cura. Fai arte: dipingi, componi, leggi, scrivi. Anche se ti diranno che sogni troppo, che sei fuori dal mondo e che hai troppa fantasia per poter sopravvivere, tu non preoccuparti. Non può capirti chi non sente e non sogna come te. I disfattisti distruggono ciò che non possiedono, gli scettici stentano a credere a ciò che non comprendono: o è bianco o è nero. Tu, però, prova a dipingere anche loro coi tuoi colori: dimostragli che non si può ridurre tutto all’utile e alla pratica, perché ciò significa “viver come bruti”. Dimostragli che niente ha il potere di educarti ed elevarti davvero come fa una forma d’arte. Dimostragli che non si tratta di un marginale modo per dilettarsi, ma è soprattutto un mezzo per guardarsi dentro e costruirsi, è lo strumento per farsi uomini e per essere capaci di sentire, sentirsi e farsi sentire. Il potere ritemprante e catartico dell’arte è ineguagliabile, per questo è capace di resistere nel tempo e di rendere eterno chi l’ha praticata.

    Attraverso l’arte non si muore mai, ma si vive sempre.

  • “Un Professore”: perché fuori dagli schemi?

    “Un Professore”: perché fuori dagli schemi?

    Questa fiction racconta come un professore risolva i problemi quotidiani che travolgono i giovani d’oggi, utilizzando con talento le lezioni di  filosofia e mostrandosi sempre disponibile con gli allievi. Non mancano , poi, nella trama, riferimenti a storie sentimentali che vedono protagonisti gli alunni e lo stesso prof. La società di produzione Banijay riesce a portare in tv, con audacia e scioltezza, il tema dell’omosessualità.

    Il tutto si svolge nel liceo Leonardo da Vinci, di Roma; qui il Professore di filosofia, Dante Balestra, interpretato da Alessandro Gassmann, dopo anni di lontananza dalla famiglia, deve occuparsi di suo figlio Simone, in quanto la madre si è trasferita per motivi lavorativi a Glasgow. Dante a scuola crea un rapporto speciale con tutti gli alunni e utilizza in classe un metodo anticonformista d’insegnamento. Addirittura ospita il suo studente più difficile, Manuel, in casa ed inizia ad occuparsi di lui.

    La vita professionale e privata si confondono, e a ciò si aggiunge per il Prof.re Dante il ritorno della ex fidanzata Anita, che rende ancor più intrigante la storia. Nel frattempo Simone si innamora di Manuel e da qui in poi tutto ci lascia con il fiato sospeso e a travolgerci sono gli sguardi appassionati e fugaci dei due giovani. Il colpo di scena, poi, si ha quando Manuel confida a Dante che suo figlio Simone è nei guai a causa di Sbarra. Il professore, addolorato, impedisce al figlio di bruciare la libreria come ordinato dal criminale e lo fa reagire. A ciò si aggiunge la decisione del consiglio di classe di sospendere Dante per aver consegnato le chiavi dell’ istituto al figlio.

    Fa seguito la dura decisione di Anita che racconta a Manuel la verità su Jacopo: il bimbo, il fratello gemello di Simone, era morto quando aveva tre anni a causa della meningite. Manuel a questo punto prende due decisioni: quella di allontanarsi da Sbarra e quella di raccontare tutto a Simone.

    Simone, distrutto e addolorato, si imbottisce delle pasticche di Sbarra, perde il controllo della moto e sbatte contro dei cassonetti sotto la casa di Manuel e finisce in ospedale. A continuare a infondere il panico sono Sbarra e Zucca che provano a sequestrare Anita e Manuel, ma la polizia, chiamata da Dante, arresta i due malviventi. Dante preoccupato, per evitare la bocciatura di Simone e Manuel, propone alla preside di sottoporli ad esami ulteriori.

    Simone prende coraggio e accompagnato da Manuel decide di andare sulla tomba del fratellino morto. Infine Dante con la scusa di leggere un libro insieme ad Anita, trova il coraggio di chiederle di frequentarsi per davvero e a quel punto i due si baciano appassionatamente.

    Dante è il professore che tutti avremmo voluto avere, per la simpatia , per i suoi metodi alternativi di insegnamento e per il rapporto che riesce ad instaurare con gli alunni, anche con quelli più diffidenti ed introversi.

  • Lettera alla professoressa Tancredi

    Lettera alla professoressa Tancredi

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

    Cara prof.ssa Tancredi,

    ho riflettuto molto su quello che ha scritto e concordo sul fatto che questo non sia un anno sprecato e che non dobbiamo disperarci, non dobbiamo fare “le vittime” perché non ne trarremo niente alla fine.

    Noi giovani studenti possiamo dimostrare  di poter crescere, migliorare e superare ogni difficoltà e di poter trarre qualcosa di buono da questa tragica situazione.

    Quando è iniziata la didattica a distanza ammetto di essere stata felice per  non dovermi alzare presto la mattina,  per non fare una veloce colazione, per non dovermi preparare frettolosamente rischiando di dimenticare un libro o un quaderno a casa. Ho pensato che tutto sarebbe stato più facile, nascondendosi dietro le iniziali dei cognomi sul desk.

    Poi ho capito giorno dopo giorno che la didattica a distanza è molto di più, essa richiede una maggiore responsabilità, un serio impegno ed anche una nuova autonomia da parte degli studenti. Ho compreso che è fondamentale studiare soprattutto per se stessi e non per avere voti alti. 

    In questo periodo, in cui si sta combattendo una guerra contro un nemico invisibile che ci costringe a stare a casa, non dobbiamo arrenderci, perché non siamo soli ma abbiamo al nostro fianco la famiglia ed i professori, i quali ci consigliano sempre di utilizzare al massimo  questo periodo per studiare e approfondire gli argomenti che ci interessano. Così facendo credo che in questi mesi abbiamo studiato molto di più e soprattutto abbiamo scritto più di quanto eravamo a scuola in presenza, imparando anche ad usare il computer, sul quale ho creato delle mie cartelle personali in cui ho salvato tutti i miei lavori. 

    La didattica a distanza è stata anche un’occasione per conoscere meglio i nostri professori, che ci accolgono ogni giorno nelle loro case; con loro spesso  dialoghiamo apertamente e liberamente su quello che sta accadendo nel mondo; ci sostengono nei momenti in cui siamo più preoccupati e ansiosi cercando di infonderci coraggio e tranquillità. 

    E’ anche vero purtroppo che questa pandemia ci ha sottratto la vita sociale, i sorrisi, gli abbracci, i baci, gli incontri con amici e con parenti lontani, rendendoci più fragili psicologicamente. Ma dobbiamo resistere, essere forti e stringere i denti, dare il meglio di noi e combattere tutti insieme contro il Coronavirus, per poi rinascere più forti. 

    Professoressa Tancredi, le prometto che punterò al sapere ed aiuterò i professori e chiunque sia in difficoltà con la tecnologia e le auguro buon lavoro.

     

    Con affetto e stima

    Federica Esposito

     

  • E torneremo a riveder le stelle…

    E torneremo a riveder le stelle…

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

    Cara prof,

    vivere questa pandemia globale nel bel mezzo dell’adolescenza non è facile. Sentirsi all’improvviso completamente travolti da un’onda, come quando da piccoli si giocava in spiaggia con gli amici a chi prendeva l’onda più grande, per poi ritrovarsi catapultati sulla riva, proprio quando tutto stava andando per il verso giusto non è stato facile da accettare. Proprio un anno fa, l’11 gennaio veniva annunciato il primo focolaio in Cina e di questo virus, forse per fortuna, ne sapevamo davvero poco e mai avremmo immaginato quello che da lì a niente avremmo vissuto. Non è stato un periodo semplice: ho visto l’economia del mio paese sgretolarsi pian piano, commercianti urlare, madri piangere per via del lavoro, gli uomini della politica litigare fra di loro con il solo scopo di avere l’ultima parola senza rendersi conto della gravità della situazione, gli occhi di mio padre, di mio zio e mia zia, medici, preoccupati per davvero e quelli dei miei nonni che ho visto troppe poche volte. Processioni di bare di legno, che ornavano le strade del Nord Italia, suoni continui di sirene e campanili, a volte anche contemporaneamente. Gli occhi, quelli dei miei amici, forse i più tristi, un po’ come i mei, che potevo guardare solo attraverso un piccolo schermo rettangolare, che forse un giorno ringrazieremo perché in questo periodo la tecnologia, denigrata da tutti, ci è servita davvero a qualcosa. Seppur brava a nasconderlo, grazie alle mie doti teatrali, soprattutto durante il lockdown, ero triste, ma chi non lo è stato? Il sol pensiero di non sapere cosa l’indomani o addirittura il futuro mi avrebbe riservato, mi logorava dentro. Ogni giorno mi domandavo se era giusto che alla nostra età dovessimo vedere il mondo da una finestra, un balcone e non poterne scoprire ogni piccolissimo angolo e particolare e ciò mi ha procurato un senso di angoscia misto ad ansia per tutto quel periodo. La cosa che però più mi faceva riflettere era il modo in cui io e i mei amici stavamo affrontando questa situazione: siamo stai bravi, tantissimo e sono orgogliosa di far parte di questa generazione. Non abbiamo perso un anno, anzi, abbiamo imparato ad autogestirci senza che nessuno che dicesse cosa fare, nonostante la concentrazione fosse poca, nonostante fosse dura, nonostante i momenti no nonostante non avessimo un contatto fisico e reale con i nostri prof, ma solo virtuale. E’ toccato a noi buttarci nelle lezioni, saperci appassionare a ciò che i professori stavano dicendo, potevano essere semplici parole ma anche una gran lezione di vita utile per l’indomani e noi abbiamo saputo cogliere l’attimo, carpe diem, dicevano i nostri vecchi amici latini, senza farci distrarre da niente, sfidando noi stessi di riuscire ad imparare in ogni circostanza. Un periodo dedito ad una grande introspezione personale: mi sono guardata dentro, più volte, ho scavato nel mio piccolo io interiore e ho scoperto passioni, hobby, come poter occupare tanto tempo e quanto sia brutta la nullafacenza. Ho capito chi voglio davvero bene e chi ne vuole a me. Ho imparato a pensare a riflettere, a fermarmi un attimo, perché troppo abituata ad una vita frenetica sempre fuori casa. Ho riscoperto quanto sia bella la famiglia e l’armonia che si crea tra i diversi membri; quanto sia importante un abbraccio, un bacio, una carezza, un semplice sguardo tra due persone. Di quanto molto spesso noi ragazzi tendiamo ad ignorare le regole, perché considerate inutili. Oggi se non avessimo rispettato almeno queste poche regole, chissà in quale situazione peggiore di questa ci ritroveremmo. Ho imparato che la mia vita è basata principalmente su tre colori, rosso, giallo e arancione e, sull’attesa ogni due settimane di un nuovo DPCM, proprio come i miei nonni aspettavano ansiosamente il carosello, del quale puntualmente non capisco nemmeno una parola. In tutta questa situazione, credo sia inutile vederci solo del marcio, abbiamo avuto ed abbiamo tutto il tempo ancora oggi di poterci concentrare su noi stessi, con l’augurio di poter poi un giorno ritornare a vivere, per davvero, e come dice il buon Dante di riuscire ‘a rivedere le stelle’!

  • Cara professoressa Tancredi…

    Cara professoressa Tancredi…

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

    Cara professoressa Tancredi,

    questo non è un anno sprecato. Non lo è perché in questo brutto periodo che tutto il mondo sta vivendo, io sto imparando a triplicare i miei sogni e le mie aspettative sul mondo. Mi alzo la mattina ed è sempre tutto uguale: sveglia alle 8.00, 5 ore di videolezioni, pranzo, studio, cena e si ripete tutto il giorno dopo, come in un loop temporale. Vista come l’ho appena descritta, sembrerebbe davvero che la mia vita non abbia più alcun senso o scopo, ma dal mio punto di vista non è così. Questa routine la rompe ogni giorno mio fratello, che magari viene a disturbarmi mentre faccio latino; o mio padre che mette Cremonini a tutto volume quando lo sente alla radio; o il mio migliore amico che mi tiene compagnia con delle interminabili videochiamate. Non è tutto finito, non è tutto brutto là fuori. Non sono mai stata una persona ottimista: la situazione è quella che è e io, ora come ora, non posso cambiare le cose. Ma la cosa che riesce a tenermi veramente viva è la speranza che un giorno rideremo di tutto ciò: non vedo l’ora di poter vedere i volti e i sorrisi delle persone, di ritornare a scuola e condividere il banco con i miei compagni, di  respirare finalmente senza preoccupazioni. La vita termina nel momento in cui lo decidiamo noi. Come ha detto lei, “la realtà si cambia immaginandola” e io non credo ci sia motivazione più giusta da dare a noi studenti.

    Il periodo Covid l’ho sempre visto come una realtà alternativa, nella quale qualcuno, da lassù, ci ha costretti a vivere. Io non farò di questa realtà la mia esistenza. Per quanto riguarda la didattica a distanza, ormai ho imparato a farci i conti. La possibilità di ritornare a scuola si affievolisce sempre di più, ma io continuerò a sperarci fino alla fine. I professori molte volte fannoparagoni tra la didattica a distanza e quella in presenza: questa non è scuola. La scuola non è stress, ansia, o lacrime. “State a casa e quindi non avete niente da fare, potete riempire il vostro tempo studiando”, avrò sentito questa frase troppe volte da quando stiamo sperimentando la DaD. Molte idee dei miei insegnanti non le condivido,quindi mi è difficile vedere il mondo con i loro occhi. Lei ha detto una cosa fondamentale: “Non si studia per un voto, ma per sé stessi”. Io studio per diventare importante, per fare la differenza come le persone che ammiro, per i miei genitori, per il mondo, poiché ha bisogno di quante più menti pensanti è possibile. Non mi va di limitarmi a un voto, di essere ricordata per quel 4 in matematica perché magari quel giorno non ho potuto studiare.

    Non ci è concesso piangere, essere deboli, o crollare. Ma non si dev’essere per forza forti: siamo giovani a cui è stata tolta la libertà di abbracciare un amico e, se sono costretta a stare a casa, la mia priorità non sarà studiare, ma magari chiamare quell’amico così lontano. Tante persone hanno perso i propri cari, molti non possono più abbracciarlo quell’amico; ma io, finché posso, lo farò. 

    Non è facile entrare nella mente di un adolescente, lo so bene, ma provare a capirci è più semplice del previsto.

    Carla Auricchio 2A classico

  • Lettera a una professoressa sulla DAD

    Lettera a una professoressa sulla DAD

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

    La didattica a distanza è ormai da tanto tempo l’unico modo di fare scuola che gli studenti italiani hann0. All’inizio ci sembrava un gioco: ricordo ancora il primo giorno di videolezione della mia vita, perché mi sono preoccupata di essere vestita come se fossimo in classe, di avere la camera in ordine e ho chiesto alla mia famiglia di non entrare per tutta la durata delle lezioni. E’ bastato poco perché l’entusiasmo della novità svanisse, lasciando spazio a tanti quesiti che ancora non hanno risposta. La professoressa Tancredi ha iniziato la sua lettera dicendo: “Non è un anno sprecato!”. Ha ragione a ricordarcelo, perché spesso noi ragazzi confondiamo la sensazione di incertezza con quella di perdere tempo. 

    “Incerto” è l’aggettivo giusto per descrivere questo anno. Non ho mai sentito tanto il peso del tempo, mai fino ad ora. Dopo il 31 di agosto non vedevamo nulla, come non abbiamo visto nulla dopo il 6 gennaio. Siamo in balìa delle date e, al di là di quelle, c’è l’ignoto.

    La didattica a distanza è una sfida difficile da affrontare, soprattutto perché ci sarebbero più motivi per mollare che motivi per avere coraggio e spesso mettersi a studiare dopo una giornata di videolezioni risulta molto faticoso. Sentiamo il peso di un programma che sappiamo essere troppo lungo per portarlo a termine in breve tempo, delle spiegazioni che non arrivano chiare come al solito e anche dei risultati sempre più deludenti da noi raggiunti. Per quanto riguarda me, ho la costante sensazione che per ogni argomento che studio manchi qualcosa, un dettaglio che non potrò più cogliere, un senso di incompletezza talvolta irritante. 

    La professoressa Tancredi ci ha lanciato un messaggio di incoraggiamento, ci ha chiesto di combattere e di essere ottimisti, ma non è l’unica che ci prega di farlo. Durante questo anno sono cambiate tante cose;  infatti ora il “vivere alla giornata” è quasi un’utopia. Ho iniziato a pensare seriamente a cosa vorrei fare ed essere nella vita e nella mia mente si fa sempre più spazio l’idea che questi saranno gli ultimi anni qui; la voglia di cambiare aria è forte e rappresenta il vero motivo per cui provare a migliorare ogni giorno.

    Questo che vivo è stato e continua ad essere un periodo in cui tante verità vengono a galla perché sì, forse è vero che sappiamo nasconderci dietro agli schermi, ma sono proprio le cose che nascondiamo a caratterizzarci. I rapporti umani sono più complessi, anche se devo constatare che la colpa è soprattutto nostra, poiché la sincerità e l’onestà non sono sempre il nostro forte. Probabilmente non lo sono mai state, perché le parole non fuoriuscivano dalla nostra bocca con la stessa facilità con cui lo fanno ora da un cellulare. A distruggerci, credo, non è l’ansia scolastica, perché c’è sempre stata, ma il fatto che ormai l’individualità di ognuno è messa da parte per lasciare spazio a decisioni poco ponderate e talvolta imposte proprio da noi ragazzi. Rivendichiamo la “scuola vera”, senza però pensare che la scuola siamo noi e che, quasi sicuramente, veri non lo siamo mai stati, perché ci limitiamo a rimproverare, giudicare e accusare invece di ascoltare e tentare di comprendere. Oltre questo dannato schermo ci sono persone che, fino a poco tempo fa, si sono guardate negli occhi. Per affrontare al meglio la Dad, quindi, dovremmo seguire sia i consigli della professoressa Tancredi, sia quelli che lo scrittore Enrico Galiano ha lasciato nel suo libro “L’arte di sbagliare alla grande”, che abbiamo letto durante le vacanze di Natale poiché ci è stato assegnato dalla professoressa di italiano.

    In uno degli ultimi capitoli, il professore Galiano chiede ai suoi alunni di “essere persone nonostante”. Ecco, dobbiamo smetterla di dire: “Se non fossimo in DaD” e pensare più cose come: “Nonostante siamo in DaD”.

    Nonostante siamo in DaD, confido nella speranza che da questo periodo impariamo a mettere tutto in discussione, soprattutto noi stessi, perché torneremo a guardarci negli occhi e non ci saranno più schermo e tastiera che tengano. Solo noi.

  • Reset con Covid: informazione, ambiente, pandemia, pregiudizi.

    Reset con Covid: informazione, ambiente, pandemia, pregiudizi.

    Nel pomeriggio del 10 dicembre 2020, una rappresentanza di ragazzi del liceo Pitagora- B. Croce ha partecipato al webinar “Reset con Covid: informazione, ambiente, pandemia, pregiudizi”. Lo scopo di questa iniziativa è stato la riflessione sui temi dell’informazione e dell’ecosostenibilità in rapporto all’epoca storica che stiamo vivendo, un periodo segnato dalla pandemia da Covid-19. In particolar modo l’attenzione è stata rivolta al problema delle fake news e al modo in cui la sostenibilità ambientale sia stata messa da parte dall’epidemia che ha travolto il mondo. Tuttavia si è discusso anche sul  problema della parità di genere, argomento affrontato da numerosi ospiti partecipanti all’evento. 

     

    Uno dei primi interventi è stato quello di Derrick de Kerckhove, il quale, coerentemente con gli ideali per i quali ha sempre combattuto, ha sottolineato l’importanza di una  conciliazione tra il tema dell’ecosostenibilità e quello della tecnologia. In passato, proprio grazie ad un’idea di de Kerckhove, sono stati installati sui ponti del fiume Sarno 5 QR code. Attraverso questi codici si può accedere ad una serie di informazioni sul fiume curate dai ragazzi e dalle associazioni operanti sul territorio. Le nuove tecnologie devono, quindi , essere utilizzate coscienziosamente in ogni ambito al fine di favorire un progresso ecosostenibile.

     

    De Kerckhove ha, poi, presentato i suoi studenti del Politecnico di Milano, protagonisti di uno degli interventi più significativi del dibattito. I ragazzi, a partire dal mito di Icaro, hanno affrontato il tema del progresso che, per essere tale, non deve trascurare la salvaguardia dell’ambiente. L’avvicinamento di Icaro al Sole e la tragedia che ne consegue rappresentano il superamento del limite tra uomo, innovazione e natura. Sottolineando il legame intercorrente tra i problemi sociali, quelli di salute,  e quelli climatici ed economici, i ragazzi hanno evidenziato la necessità di trovare un equilibrio attraverso i tre obiettivi da loro proposti: be effective, ossia essere efficaci nelle nostre azioni, stop polluting, quindi smettere di inquinare e infine start producing, iniziare a produrre, sempre nel rispetto del pianeta. A sostegno di queste idee sono stati presentati alcuni  progetti, tra i quali O-CITY, un’iniziativa che si impegna nella costituzione di un sistema chiuso, in cui l’energia è prodotta dagli stessi consumatori. Viene proposto infine un nuovo assetto delle città, in cui i servizi di prima necessità si trovano a meno di 15 minuti a piedi da ogni abitazione, per limitare l’utilizzo dei mezzi e di conseguenza l’emissione di anidride carbonica.

     

    A seguire, è intervenuto Enrico Bellini, rappresentante di Google, che ha ribadito l’importanza dell’impegno delle grandi aziende come quella da lui rappresentata nella lotta all’inquinamento. Bellini si è soffermato sugli obiettivi raggiunti dall’azienda nel 2007, in cui Google è diventata una grande azienda carbon-neutral e nel 2017, ha raggiunto 100% di energia rinnovabile in ogni operazione. 

     

    Giovanna Maggioni, rappresentante di AudiOutdoor, ha sottolineato l’efficacia delle affissioni pubblicitarie nella lotta al cambiamento climatico.

    Daniela D’Aloisi, ingegnere della fondazione Ugo Bordoni, ha poi ribadito l’importanza di una digitalizzazione che coinvolga il cittadino e che sarebbe stata certamente d’aiuto anche alla sanità durante il primo lockdown. 

    Alberto dal Sasso, rappresentante della IAA, ha delineato i cambiamenti delle comunicazioni conseguenti alla digitalizzazione e l’importanza dell’interscambio generazionale nell’ambito del progresso.

    Maria Eleonora Lucchin, portavoce di Mediaset, ha invece puntualizzato l’impegno della sua azienda durante la pandemia, in particolare nel settore dell’informazione, a cui sono stati dedicati numerosi spazi all’interno del palinsesto. 

     

    Infine significativo è stato l’intervento di Angelo Mazzetti, delegato di Facebook, il quale ha evidenziato il legame tra la piattaforma e le fake news e la necessità di agire affinché le notizie circolanti siano verificate ed affidabili.

     

    Hanno partecipato al dibattito anche Gaetano Di Giuseppe, Giampiero Gramaglia (Scuola di giornalismo di Urbino), Francesco Angelo Siddi, Simona Sala (Rai Radio Uno), Antonio Parenti e il presidente Andrea Riffeser Monti.

     

    Alla fine è stato proiettato il video prodotto dal nostro istituto nell’ambito del progetto #40forlife  sulla discriminazione di genere e sulla violenza contro donne. Il breve filmato è stato molto apprezzato dai partecipanti al convegno per il messaggio che lancia alle nuove generazioni: non c’è amore se ci sono odio , violenza e  prevaricazione.

    Noi ragazzi ci siamo sentiti particolarmente coinvolti in questa iniziativa così vicina ai nostri interessi e aperta alla conoscenza di prospettive  che possono cambiare il nostro futuro. Come sostengono Le Nazioni Unite nell’Agenda 2030 che non è possibile uno sviluppo ecosostenibile in una società che pullula di discriminazione, violenza, abusi, instabilità economica e mancanza di giustizia, così è fondamentale la sensibilizzazione delle nuove generazioni alle problematiche ambientali  affinché possiamo  confidare in un futuro migliore per la società e per il nostro pianeta.

     

    Miriam Avagnano, Marilisa Paduano VB classico

  • Il Liceo Pitagora-B.Croce sulla “nave della legalità”

    Il Liceo Pitagora-B.Croce sulla “nave della legalità”

    Il 22-23-24 maggio, sei ragazzi del nostro Liceo hanno partecipato alla manifestazione tenutasi a Palermo  in onore delle vittime della mafia. Durante il percorso hanno incontrato esponenti della politica italiana, tra cui il Presidente della Repubblica  Mattarella, il ministro dell’istruzione Bussetti e il presidente del consiglio  Conte.

    Tra le vittime, sono stati ricordati per l’ impegno profuso, lo spirito di sacrificio e il grande senso dello Stato i magistrati G. Falcone e P. Borsellino.

     

  • XIII edizione del Premio Elia Rosa

    XIII edizione del Premio Elia Rosa

    In occasione del premio Elia Rosa, la mattina del 31 maggio si è tenuta l’inaugurazione della Sala d’incisione del Liceo Pitagora-B.Croce, alla sede succursale Cristo Re. Una sala che sarà messa a disposizione di tutte le scuole italiane che ne fanno richiesta, in attuazione di un protocollo d’ intesa firmato dall’ assessore regionale alla pubblica istruzione della  Campania, dott. Lucia Fortini,dalla direttrice generale dell’ ufficio scolastico regionale, dott. Luisa Franzese ,dalla direttrice del conservatorio Martucci di Salerno, dott. Imma Battista e dal consigliere  delegato della Città Metropolitana, dott. Marrazzo.

    Ad accompagnare l’evento ottima musica da parte dell’orchestra dell’indirizzo musicale e di Jacopo Rosa, figlio del sassofonista a cui si dedica  il premio Elia Rosa. E’   intervenuto alla cerimonia anche Sal Da Vinci.

    “L’iniziativa,- afferma il preside, prof. Benito Capossela,- rappresenta il prosieguo di un impegno fortemente sostenuto dal sassofonista Elia Rosa a favore degli studenti privi delle possibilità economiche per fare musica. Siamo orgogliosi di aver reso possibile questo progetto nel Mezzogiorno, partendo dal nostro Liceo”.

    Nel corso della cerimonia è stato presentato l’inno per la manifestazione della bonifica del fiume Sarno, “Munno”, scritto dal professore Aniello Misto.

    La sera dello stesso giorno si è invece tenuta la XIII edizione del premio internazionale Elia Rosa.

    A condurre la serata Dino Piacenti, di Radio Marte, con l’intervento di Pio Luigi Piscicelli, attore della fiction “Braccialetti rossi” e la partecipazione di Maurizio Rosabella e Michele Losciale.

    Sul palco, oltre le esibizioni delle quattro scuole finaliste del concorso, si sono alternati grandi artisti nazionali ed internazionali. Tra questi i Migrantes e Jacopo Rosa che con il suo gruppo ha presentato l’inedito “Le cose che non ti ho detto”. Ospiti della serata l’ artista peruviano Jeoge Pardo,vincitore del Latin Grammy, Toy Esposito e Tullio de Piscopo.La serata si è conclusa con uno spettacolo di fuochi pirotecnici ma soprattutto con la musica protagonista sul palco con Sal Da Vinci e con l’esibizione di due colonne della musica italiana Tony Esposito e Tullio De Piscopo che hanno coinvolto con cori e balli un pubblico per nulla scoraggiato dalla impietosa pioggia che non ha risparmiato la kermesse torrese. A coclusione della serata, la giuria del concorso presieduta da Gianni Conte, voce solista dell’orchestra italiana di Renzo Arbore, ha premiato l’orchestra dell’ I.S.I.S. “Moscati” di Sant’ Antimo, diretta dal maestro Donato De Simone.

  • Restare in Italia o andare all’estero?

    Restare in Italia o andare all’estero?

    Noi ragazzi dello “Strappo”, durante il mese di Novembre, abbiamo effettuato circa 500 interviste rivolte ai ragazzi del nostro liceo “Pitagora – B. Croce”.

    Gli intervistati appartengono ad una fascia d’età compresa fra i 13 e i 19 anni. Abbiamo posto loro due domande inerenti al futuro universitario e lavorativo, le cui possibilità di risposta erano “Italia” oppure “Estero”.

    Le domande erano le seguenti:

    • “Dopo il liceo dove preferiresti proseguire gli studi?”
    • “E dove vorresti lavorare?”

    Le risposte ottenute sono state registrate e riportate su Excel; per quanto riguarda la prima domanda il 66% dei ragazzi preferisce restare in Italia, il 34% ha affermato di voler andare altrove … invece, per il lavoro, il 41% predilige l’Italia, la restante parte opta per l’estero.

    I dati riscontrati fanno evincere che l’Italia è più ambita solo per il proseguimento degli studi; ciò è conveniente e agevole per esempio dal punto di vista economico, però per maggiori sbocchi lavorativi si punta all’estero. In Italia, invece, le varie opportunità fornite non sono considerate abbastanza appaganti e gratificanti a tal punto da arrestare questa “fuga di cervelli” che ormai cresce vertiginosamente.

    “É più comodo restare qui, ma non ci sono presupposti, possibilità.”, “Vorrei davvero portare a termine i miei sogni nel mio paese, ma la qualità del lavoro non è la stessa.” Queste sono le risposte più comuni ricevute; dunque alla fine i laureati si convincono a trasferirsi oltre i confini perchè aspirano a una retribuzione superiore e a contratti a tempo indeterminato , specialmente per l’ambito tecnico-scientifico.