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  • Tra animazione e filosofia: Bojack Horseman è più di una semplice serie tv

    Tra animazione e filosofia: Bojack Horseman è più di una semplice serie tv

    Qual è il modo migliore di vivere la propria vita? La nostra esistenza ha davvero senso? Nel corso della storia, in molti hanno provato a rispondere a domande come queste. Si è ispirato alla questione anche Raphael Bob-Waksberg, creatore della serie “Bojack Horseman”, che ha tentato di dare, nel suo show, una risposta al quesito. Bojack Horseman descrive la vita dell’omonimo protagonista, in una luccicante Hollywood parallela abitata da animali antropomorfi che vivono in sintonia con gli esseri umani. Il nostro protagonista è un cavallo attore che ormai si è lasciato alle spalle il suo periodo d’oro in cui recitava in una sitcom di successo e ora rimpiange la sua vita precedente fra droghe, alcool e sesso occasionale. Sin dai primi passaggi dello show ci accorgiamo come la vita di Bojack sia ormai allo sbaraglio, nonostante lui cerchi di trovarvi un senso. In effetti, la serie racconta il percorso che il nostro attore dovrà percorrere per trovare un senso alla propria esistenza. Dunque, se la vita è davvero priva di senso, come dovremmo rapportarci ad essa?

    Un primo elemento risolutore può essere individuato nella continua distrazione. Tutti i principali personaggi della serie sembrano inizialmente vivere in uno stato di continua distrazione dalla vita quotidiana: Princess Carolyn, la gatta agente di Bojack, è costantemente impegnata nel lavoro che le assorbe la maggior parte del suo tempo e le impedisce di soffermarsi sui suoi reali problemi, Todd, migliore amico di Bojack, sembra essere felice solo quando ha un’attività o un hobby da svolgere, che sia avviare il proprio business, scrivere musica, associarsi a misteriosi gruppi religiosi o altro, Mr. Peanutbutter, labrador collega e amico del protagonista, è sempre alla ricerca di una minima distrazione.  Infine abbiamo Bojack stesso, la cui vita è un susseguirsi di distrazioni, tanto leggere, come il rivedere costantemente gli episodi della sua vecchia sitcom, quanto pesanti, quali l’abusare di alcol e droghe o il lanciarsi in serate sfrenate alla sola ricerca di una donna da portare a letto e abbandonare l’indomani.
    In effetti, il primo a individuare le distrazioni come una possibile via d’uscita ai problemi della vita fu il filosofo e matematico francese Blaise Pascal nel XVII secolo.
    Più che un modo di risolvere i problemi, però, Pascal vedeva il distrarsi come una via di fuga. Egli infatti sosteneva che, essendo posto in una condizione in cui non può conoscere a pieno sé stesso e il mondo, l’essere umano contempla la propria condizione tragica. Un meccanismo di autodifesa che l’uomo attua, dunque, è ciò che Pascal definisce “divertissement”, la continua distrazione per non pensare a sé stesso e alla frustrazione che caratterizza la propria esistenza. In questa condizione di impotenza, l’unico modo per conoscere davvero sé stessi e trovare un senso alla vita è quello di rivolgersi alla religione. Tuttavia, in una Hollywood in cui Dio sembra essere scomparso da tempo, la religione non è un’opzione valida. Cosa fare dunque? Per Bojack, la soluzione è chiara: tornare a distrarsi. Ma, attraverso una serie di eventi e flashback, la serie ci indica che la distrazione non è un’opzione valida. Lo fa attraverso gli esempi di Sarah Lynn e Secretariat: la prima, giovane popstar che anni addietro aveva recitato insieme a Bojack nella sua sitcom e che lo vede come una figura paterna, muore di overdose; il secondo, ex cavallo da corsa, idolo del Bojack bambino, muore suicida a seguito di una vita altrettanto costellata di delusioni e vizi. Il consiglio che Secretariat dà al protagonista durante la sua infanzia descrive appieno la sua filosofia di vita: “non smettere di correre, non guardarti mai alle spalle”.

    Arrivato a un punto in cui crede di non avere più nulla, Bojack si rende conto che non ha ancora perso, e mai potrà perdere, la sua libertà. È nel suo colloquio con l’amica Diane al termine della prima stagione che Bojack arriva alla conclusione che non c’è nessun “profondo” nel quale le persone sono buone. Ciò che ci descrive sono le azioni che noi facciamo. Tuttavia, nonostante a primo impatto il nostro protagonista rimanga sconfortato dal realizzare ciò, col tempo comprende di non essere totalmente condannato: la speranza è quella di cambiare. Egli ha la libertà di farlo. È qui che Bojack realizza che è tutto nelle sue mani: essendo completamente responsabile delle azioni, può decidere di diventare un cavallo migliore.
    Durante il dialogo fra Bojack e Diane emerge il chiaro riferimento al pensiero del filosofo francese Jean-Paul Sartre. Egli sosteneva, infatti, che ognuno di noi sia condannato ad essere libero. Per il filosofo, l’uomo deve fare assegnamento solo su di sé per decidere della propria condotta: egli è pienamente responsabile di ciò che è e di ciò che diventa. In quest’ottica in cui l’esistenza precede l’essenza, dunque, l’uomo rappresenta la somma dei suoi atti e delle sue scelte. Comunque, a differenza di Sartre, che propone una visione tragica della condizione umana, arrivando al punto in cui tutto appare superfluo e privo di significato, lo show apre a un’ulteriore speranza.

    Quando Bojack chiede a Mr. Peanutbutter cosa l’ha aiutato a sopportare il ricovero del fratello, egli risponde che ha trovato conforto nel comprendere che in effetti nulla ha realmente importanza. Il nostro protagonista riceve lo stesso consiglio da Cuddly Whiskers, ex autore di Hollywood ritiratosi a seguito dell’insoddisfazione provata nel mondo del cinema: “Vincere un Oscar non ha senso. Nulla ha senso. Solamente dopo che rinunci a tutto puoi cominciare a trovare un modo per essere felice”.
    Nelle parole dei due personaggi menzionati in precedenza si evince un richiamo allo scrittore e filosofo francese Albert Camus e al suo concetto dell’assurdo. Secondo Camus, l’universo è irrazionale e privo di significato, ma gli esseri umani continuano a cercare un senso nella vita: questa contrapposizione dà vita all’assurdo. Una volta realizzato ciò, l’uomo ha avanti a sé tre scelte: suicidarsi, affidarsi a una religione o a un ideale, o abbracciare l’assurdo. Camus indica quest’ultima soluzione come unica ragionevole. Ciò che resta all’uomo di fare, è accettare la vita per ciò che è e continuare a ribellarsi contro di essa. Simbolo di questa lotta è l’eroe greco Sisifo, il cui caso è trattato dal filosofo nel saggio “Il mito di Sisifo”. Camus individua questo personaggio come eroe dell’assurdo in quanto rappresenta la condizione umana di dover lottare continuamente contro il senso di futilità dell’esistenza. Sisifo è infatti condannato dagli dei a spingere ogni giorno un masso fino alla cima di un monte solo per vederlo rotolare nuovamente alla base. Eppure, l’eroe trova un senso alla propria vita proprio in questa continua lotta. Il saggio termina: “Bisogna immaginare Sisifo felice”.

    Tornando a Bojack Horseman, nella serie abbiamo chiari esempi di come le tre strade per sfuggire all’assurdo di Camus possano manifestarsi nella vita di tutti i giorni. Secretariat, una volta fatti i conti con l’assurdità della vita, decide di suicidarsi. Per Princess Carolyn, il lavoro è come una religione, al quale dare tutta sé stessa. 

    Ma sono Mr. Peanutbutter e Whiskers che riescono veramente a trovare un senso alla vita nella lotta contro l’assurdo. Anche il nostro protagonista, ovviamente, cerca un modo per affrontare l’apparente futilità della vita. Per questo tenta la prima strada immaginata da Camus, quella del suicidio abbandonando lo sterzo della sua auto mentre è alla guida. Sopravvissuto quasi per miracolo, davanti ai suoi occhi si para la risposta al dilemma: una mandria di cavalli selvatici che corre verso l’orizzonte. In loro, Bojack vede l’eroe che Camus ritrova in Sisifo e trova la risposta che cercava da tempo.

    Dopo aver esposto i problemi e le soluzioni menzionate in precedenza, la serie descrive il travagliato percorso di Bojack verso il cambiamento e l’accettazione di sé stesso, fatto più di bassi che di alti. Per questo bisogna fare un salto all’ultima stagione della sitcom, momento di grande scombussolamento per il nostro protagonista. Nella prima parte della stagione ci accorgiamo di come Bojack abbia effettivamente fatto progresso. Dopo aver trascorso diversi mesi in un centro di riabilitazione, l’ex attore sembra una persona nuova e inizia una nuova vita. Comunque, nonostante tutto, Bojack non ha realmente fatto i conti con le conseguenze delle sue azioni, ed è a metà della stagione che queste gli si parano davanti. Tentando di difendersi agli occhi del grande pubblico, il cavallo rilascia un’intervista disastrosa che lo porta ad essere odiato da tutti e addirittura a ricevere minacce di morte. Inevitabilmente, ricade nel baratro delle dipendenze, mandando in fumo tutti i progressi fatti fino a quel momento. La situazione precipita definitivamente quando, sotto effetto di stupefacenti, entra nella sua vecchia casa forzando la porta, mettendola a soqquadro e buttandosi in piscina dove finirà per annegare.

    Nel penultimo episodio, che si svolge “tra la vita e la morte”, Bojack è in uno stato di incoscienza in cui immagina di essere a cena con tutte le persone importanti per lui ma che sono morte, fra i quali ritroviamo la popstar Sarah Lynn e il cavallo Secretariat. Finita la cena, uno alla volta, i commensali si esibiscono in uno spettacolo che richiama la loro vita e il modo in cui sono morti, al termine del quale si suicidano a uno a uno. Arrivato il suo turno, anche Bojack sembra destinato alla stessa fine. Eppure non muore.
    Se la morte di Bojack sarebbe stata una conferma del fatto che egli non può cambiare, la serie ci riporta in un’ottica ottimista. L’ultimo episodio si apre infatti con il cavallo, ormai ripresosi dalla serata precedente, su un letto di ospedale ma ammanettato. Successivamente vedremo Bojack che, diversi mesi dopo, esce dal carcere con un permesso per assistere al matrimonio di Princess Carolyn. Qui ci rendiamo conto di come tutti i personaggi principali della serie abbiano avuto un cambiamento e abbiano cominciato a vivere la propria vita, cosa che fa riflettere il protagonista. Ma è nell’ultimo confronto fra i due protagonisti della serie, Diane e Bojack, che troviamo il finale ottimista della serie.

    Mentre guardano le stelle, i due ormai ex amici si parlano probabilmente per l’ultima volta nella loro vita. Bojack chiede scusa a Diane per tutto il male che le ha fatto. Diane dal canto suo gli racconta di essere andata avanti: ha sofferto molto a causa sua, ma è riuscita a fare i conti col suo passato e ad accettarlo nonostante tutte le difficoltà che continua ad affrontare. E anche se a lui sembra impossibile, spera e crede che anche Bojack ci riuscirà. Nonostante il cavallo non sia dello stesso avviso, tanto che commenta: “La vita fa schifo e poi si muore”, alla fine, riesce a trovare speranza nelle parole di Diane, che chiudono perfettamente le sei stagioni della serie in un finale ottimistico:

    “Qualche volta. Qualche volta la vita fa schifo, ma continui a vivere”.

     

     

  • ‘Mare fuori’: le ragioni di un successo

    ‘Mare fuori’: le ragioni di un successo

    È praticamente impossibile nelle ultime settimane non aver sentito parlare di Mare Fuori, la serie prodotta dalla Rai che spopola tra tutti i giovani. Per ora è composta da tre stagioni ed è proprio l’ultima, uscita a inizio febbraio su RaiPlay, ad aver consacrato la fiction come prodotto di punta della Rai, riuscendo a guadagnare l’attenzione di tantissimi giovani in tutta Italia, nonostante l’uso prevalente del dialetto napoletano. La serie è infatti ambientata nell’Istituto Penitenziario Minorile di Napoli ed è intorno al capoluogo campano che sono ambientate le storie dei detenuti, i grandi protagonisti della storia. Ma allora di chi e cosa parla Mare Fuori e quali sono le ragioni di un successo così grande?

    La trama

    Tutto comincia quando Filippo Ferrari e Carmine Di Salvo vengono arrestati e si trovano a condividere la stessa cella in carcere, ma i due sembrano non avere niente in comune. Filippo, che è figlio di una famiglia benestante di Milano ed è una giovane promessa del pianoforte, si trovava a Napoli con i suoi migliori amici e, in seguito a un incidente che vede la morte di uno di loro, viene incastrato dagli altri come unico colpevole. Carmine, figlio di una delle più importanti famiglie camorriste di Napoli, dalla quale però vorrebbe staccarsi per diventare parrucchiere, viene arrestato per l’uccisione di Nazario Valletta, anche lui figlio di un noto camorrista. Nonostante l’inizio della convivenza sia difficile, i due col tempo diventano amici e si fanno forza a vicenda contro il gruppo capitanato da Ciro Ricci, che ha preso di mira i due ragazzi. Le vicende di questi personaggi danno il via a una lunga serie di avvenimenti che coinvolgeranno sempre chiunque stia loro vicino. Infatti con il passare degli episodi usciranno tanti nuovi detenuti, tutti con storie complesse, molte volte provenienti da realtà molto dure che vengono rappresentate con notevole attenzione, tanto che  alcune scene possono sembrare talvolta esagerate. A gestire l’IPM e a provare a far capire ai ragazzi che è possibile cambiare e staccarsi dal proprio passato ci sono la direttrice Paola Vinci, il comandante della polizia penitenziaria Massimo Esposito, l’educatore Beppe Romano e le guardie. Anche di questi adulti viene raccontata la  storia prima che inizino a lavorare nel carcere.

    Le ragioni del successo

    La causa di tanto interesse verso Mare Fuori è da attribuire a un mix di tanti fattori. Innanzitutto è stato aiutato dalla distribuzione in streaming al pubblico. La serie infatti nel giugno 2022 è stata aggiunta al catalogo Netflix, proponendola di più al pubblico non solo italiano, ma anche internazionale; le prime due stagioni sono state in classifica nella top 10 delle serie più viste per 18 settimane. A essere ben riuscita è anche la colonna sonora, composta da Stefano Lentini, con canzoni orecchiabilissime. La prima è la sigla ‘O mar for, cantata da Matteo Paolillo, che nella serie interpreta Edoardo Conte. La canzone riprende proprio i temi della serie, parlando del riscatto, della speranza e dell’importanza di non rinunciare ai propri sogni. Ce ne sono altre di canzoni cantate sempre da Matteo Paolillo nella serie, con l’ultima uscita in occasione della terza stagione che in una sua versione alternativa è cantata da Clara, nella serie Crazy J e figlia della famosa cantante Chiara Iezzi. Anche questa canzone ha avuto un grande successo subito dopo la sua uscita, tanto da passare anche nelle radio. Altro motivo per cui la serie funziona sono i personaggi, tutti giovani e al centro di storie coinvolgenti per il loro pubblico. Non ci vuole molto ad affezionarsi all’amicizia di Carmine e Filippo, che con il tempo diventano quasi fratelli, e alla storia dell’amore di Carmine per Nina e sua figlia Futura. Ciò vale anche per i cattivi come Viola, che incarna con i suoi piani diabolici  l’antagonista perfetta, l’affascinante Edoardo Conte, che nonostante la sua indole cattiva mostra il suo lato dolce alla giovane Teresa, scrivendo per lei addirittura una poesia. E anche fuori dalla serie gli attori ci tengono molte volte a dire che il loro cast è come una grande famiglia, tutti uniti e pronti ad aiutarsi per le scene anche più difficili. L’abbiamo visto anche al Festival di Sanremo, dove sono stati invitati tutti quanti come ospiti e hanno cantato insieme la famosa sigla. Anche strutturalmente la serie funziona e non annoia, grazie all’uso di climax narrativi che tengono sempre sulle spine gli spettatori. Anche quelli che potrebbero sembrare momenti di calma piatta si concludono con grandi colpi di scena. E poi c’è il grande sfondo di tutta la storia, la città di Napoli. Una città che sa punire e lascia poco scampo. Però fuori c’è il mare, e ai detenuti questo basta per sperare. Una serie che sembra essere quasi impeccabile e che difficilmente dimenticheremo, visto l’annuncio ufficiale di altre tre stagioni.

     

     

     

  • COME LE SERIE TV CI CONDIZIONANO

    COME LE SERIE TV CI CONDIZIONANO

    Sono ormai molteplici le serie tv riguardanti la vita di noi adolescenti e alcuni dei problemi tipici della nostra età. Ne sono un esempio Euphoria, Skam Italia,  Elite ed altre ancora. Anche se le trame sono diverse, c’è un elemento che le accomuna tutte: gli attori e le attrici hanno quasi dieci in anni in più dei personaggi che interpretano.

    Può sembrare un dettaglio di minima importanza, ma in realtà è uno dei principali fattori scatenanti del calo di autostima di molti giovani. Questo perché, come è giusto che sia, il corpo di un adulto non può essere paragonato a quello di un adolescente che è nel pieno della pubertà e che, probabilmente, non ha neanche terminato il suo periodo di sviluppo. Ma nonostante questa ovvietà, le serie tv sono intasate dalle immagini di queste vere e proprie divinità dello schermo che hanno il potere di influenzare i loro spettatori.

    Per la maggior parte dei giovani la risposta può essere di due tipi: o la questione non sussiste perché essi non danno peso all’aspetto degli attori oppure si rendono conto che ciò che stanno osservando non è reale e, anche se possono esserne leggermente condizionati, ciò non costituisce un problema per la loro personale stima.

    E gli altri? Che ne è della fetta di adolescenti che non riesce a stare bene col proprio corpo? E’ di loro che dovremmo ricordarci e del fatto che ignorano qualsiasi linea di confine fra finzione e reale, perché a essi non interessa conoscere l’età dell’attore o altro: tanto, per la considerazione che hanno di loro stessi, non saranno mai abbastanza, né ora né quando saranno adulti.

    Parliamoci chiaro: i veri adolescenti non sono i personaggi rappresentati. E questa realtà fa soffrire coloro che tutti i giorni lottano contro disturbi alimentari che sono acuiti dalla vista di un ideale di bellezza quasi irraggiungibile.

    Secondo uno studio dello scorso aprile promosso dall’unità dei farmacisti della provincia di Roma, in Italia tre milioni di persone soffrono di un disturbo alimentare, il 96% sono donne. Oltretutto, i giovani che hanno dai 15 ai 24 anni, a causa dell’anoressia, corrono un rischio di mortalità 10 volte maggiore dei loro coetanei.

    Non voglio gridare al bodyshaming o alla discriminazione, assolutamente: siamo semplicemente una società in continua crescita che, mano a mano che passano gli anni, si rende conto degli aspetti della nostra realtà che andrebbero limati.  Non dico di eliminare serie tv come quelle sopraelencate, ma di cominciare a produrne di più verosimili, per farci sentire rappresentati appieno. Ce ne sono già alcune, come  “Stranger things”, ma il loro numero è nettamente inferiore rispetto a quelle in cui i protagonisti sono sempre perfetti, tonici e invidiabili.

  • STRAPPARE LUNGO I BORDI: I TANTI MODI IN CUI LA VITA PUO’ ESSERE IMPERFETTA

    STRAPPARE LUNGO I BORDI: I TANTI MODI IN CUI LA VITA PUO’ ESSERE IMPERFETTA

    Il ritmo incalzante, la battuta sempre dietro l’angolo o l’accattivante accento romano che caratterizza la narrazione: tutti fattori che hanno permesso alla serie “Strappare lungo i bordi” di scalare a velocità impressionante le classifiche della piattaforma Netflix, sua produttrice. Il successo è stato tale da sbaragliare i tanti altri prodotti internazionali delle ultime settimane, rendendo la serie di Zerocalcare la più guardata in Italia a partire dal giorno stesso del suo rilascio: una chiusura d’anno decisamente vantaggiosa per la piattaforma streaming, con una piccola perla che non andrebbe assolutamente persa. È evidente che l’ingente fetta di utenti che conosceva già l’autore e le sue opere ha apprezzato ed amato questo suo esordio nel mondo dell’animazione; ha fatto la sua parte, però, anche chi, avendolo scoperto solo ora, ne è stato rapito fulmineamente.

    La serie riprende alcune vicende già affrontate nel primo albo realizzato dal fumettista, “La profezia dell’armadillo”, che egli stesso trae da esperienze realmente vissute. Qui si cela uno dei punti di forza della serie, che ha permesso a chiunque l’abbia guardata di identificarsi in essa almeno un po’: Zero, trasposizione animata dello stesso autore, basa la narrazione sul suo modo di affrontare una serie di situazioni in cui tutti possono riconoscersi, specialmente le generazioni più giovani: un brutto voto a scuola che si trasforma in una riflessione esistenziale sul proprio peso nel mondo, la scelta impossibile di un film da vedere come sintomo di un’insoddisfazione latente nei confronti della vita o, cardine della serie, un amore adolescenziale.

    Questa moltitudine di mini-drammi quotidiani gravitano attorno al filone principale ossia il motivo per cui Zero, insieme ai suoi amici Sarah e Secco, intraprende il viaggio in treno. La ragazza con cui si frequentava a diciassette anni, Alice, ha deciso di porre fine alla sua vita e i tre si stanno recando a Biella, sua città natale, per il suo funerale. Il momento in cui la vicenda si chiarisce, ovvero l’ultimo episodio, è sicuramente il più profondo della serie: Zero è dilaniato da un silenzioso dolore, perché si sente estremamente colpevole dell’accaduto ed è convinto che se fosse stato più presente nella vita di Alice sarebbe riuscito ad evitare la sua morte.

    A sciogliere i dubbi del protagonista interviene Sarah che, con fare impetuoso, lo mette inevitabilmente di fronte alla realtà: nessuno è consapevole della complessità dell’altro e nessuno ha quel potere assoluto di cambiare le cose a cui Zero teme di venir meno fin da piccolo. L’amica, che per la prima volta nella serie assume una voce propria e non quella di Zero che la imita, contribuisce ad aumentare ancora di più il divario tra le tragedie che il protagonista era convinto di vivere ogni giorno e la vicenda di Alice. Quest’ultima testimonia, come detto, che ognuno è imprevedibile e assolutamente diverso da come appare. Si smonta progressivamente la convinzione del protagonista che la vita si conduca “strappando lungo i bordi”, seguendo un ordine cosmico già stabilito a cui niente potrà recare cambiamento.

    La prima parte della serie, segnata dallo stile di scrittura irriverente dell’autore e decisamente comica per tutta la sua durata, non fa intuire sicuramente la possibilità di un epilogo antitetico. Nonostante ciò, è ugualmente geniale su tutti i fronti: conosciamo anche un altro aspetto della personalità di Zero, ossia la presenza costante della sua coscienza, personificata sotto forma di un armadillo che è oggetto dei continui interrogativi e delle ansie del protagonista. Pertanto, in contrasto con la sua natura riflessiva a livelli estenuanti, l’Armadillo non rivela verità, ma agisce diretto e pragmatico dando a Zero quella spintarella che spesso non è capace di darsi da solo. E, nella parte finale, lo lascia alla sua personale catarsi, nella quale deve comprendere che spesso non gli è concesso comprendere.

    “Le persone so’ complesse: hanno lati che non conosci, hanno comportamenti mossi da ragioni intime e insondabili dall’esterno. Noi vediamo solo un pezzetto piccolissimo di quello che c’hanno dentro e fuori. E da soli non spostiamo quasi niente. Siamo fili d’erba, ti ricordi?”

  • Squid Game: cosa ha da insegnarci

    Squid Game: cosa ha da insegnarci

    Squid Game è la serie tv del momento. Ha appassionato milioni di persone, posizionandosi al primo posto nella top ten di programmi più visti su Netflix, tanto che è in arrivo la seconda stagione.

    Protagonista di questa prodigiosa serie tv è  Seong Gi-hun, uno scommettitore d’azzardo divorziato che ha bisogno di una grande quantità di denaro per curare la madre malata e ottenere la custodia della figlia. Per questo motivo accetta di partecipare a un misterioso gioco per vincere il montepremi di 45,6 miliari di ₩ (won).  Il programma consta di una serie di giochi per bambini, come il tiro alla fune o “un, due , tre stella”:  ma ciò che rende il tutto crudele e raccapricciante è il fatto che chi perde pagherà con la vita. La sfida si trasforma quindi in una lotta all’ultimo sangue.

    Spesso noi occidentali tendiamo ad avere dei pregiudizi nei confronti delle produzioni orientali, ma la novità di Squid Game è proprio questa: nonostante sia abbastanza violento e crudo, ha attirato l’attenzione del vastissimo pubblico mondiale, scavalcando le note serie tv americane che dominano il paesaggio di Netflix.

    Ora, la domanda che tutti dovremmo farci è: Squid Game ci insegna qualcosa? Si tratta solo di nove episodi di pura follia o … c’è molto altro?

    La risposta è più sorprendente di quanto ci si possa aspettare. Nel 2020 l’Ocse ha indicato la Corea del Sud come la decima potenza mondiale per il PIL. Questo ha comportato un vero e proprio boom economico del paese con l’aumento della ricchezza di una parte della popolazione, a cui purtroppo si è contrapposto il crescente e sempre più preoccupante divario fra persone povere e persone agiate. Abbiamo l’abitudine di idealizzare il continente sudcoreano, forse perché lo paragoniamo al Giappone, ma dobbiamo comprendere che la vita lì è diventata molto più cara, un lusso vero e proprio che in molti fanno fatica a permettersi. Sono tante le persone costrette a richiedere prestiti per poter tirare avanti. Purtroppo, spesso non sono in grado di restituire le cifre a loro prestate e per questo l’impossibilità di pagare i debiti è una delle cause principali di suicidi. Ebbene, “Squid Game” rappresenta lo specchio di tutto ciò, la chiave che ci permette di entrare in un mondo completamente diverso da quello in cui viviamo, stimolando la nostra attenzione verso tematiche a noi sconosciute o poco note. Oltretutto alcuni personaggi ci aiutano a comprendere la vita degli immigrati in Corea del Sud, come il pakistano Abdul Alì che decide di giocare al rischioso programma per poter mantenere la sua famiglia, dato che a causa del suo datore di lavoro non percepisce lo stipendio da molto tempo.

    E’ importante soffermarci su un altro insegnamento che possiamo carpire da “Squid Game” : non dobbiamo mai smettere di credere costantemente nei nostri progetti, anche se nessuno sembra comprenderli. Questo perché il suo creatore, Hwang Dong-hyuk, ha dovuto aspettare ben tredici anni prima che qualcuno si interessasse alla sua serie tv e la producesse. Infine, possiamo dire che la serie ha anche uno effetto pratico: non essendo ancora stata doppiata in italiano ci dà l’opportunità di esercitarci con il listening in inglese o perché no, in coreano e ci induce a visionare altre pellicole straniere sottotitolate.

    Purtroppo, come spesso accade per  i prodotti streaming e cinematografici che si fanno portatori di contenuti forti e violenti, sono stati molti i preoccupanti episodi di emulazione delle sanguinose sfide da parte di alcuni ragazzi. I loro genitori, di conseguenza, hanno richiesto a Netflix di rimuovere “Squid Game” per la sua influenza negativa sui minorenni. E ’d’obbligo, però, sottolineare che questa serie non è il prodotto più scandaloso presente sulla piattaforma. Basti pensare ai film per adulti prodotti da Netflix stesso e che sono alla portata di chiunque. Certamente non possiamo dire che questa serie tv sia adatta ad ogni tipo di pubblico: contiene scene molto forti, immagini di omicidi, linguaggio volgare. Ed è sicuramente poco raccomandabile a coloro che non sono capaci né di approfondire i contenuti con cui si interfacciano né a scindere la finzione dal reale.  Ma va detto che i genitori possono imporre un parental control se ritengono che i loro figli siano facilmente influenzabili.

    Ogni serie tv, film o cortometraggio ha dietro di sé la passione e l’impegno di chi ha lavorato per realizzarli. Chiedere di censurare ed eliminare alcune scene o annullare l’intero progetto è irrispettoso e bisogna prima considerare i diversi aspetti del problema. Ora, è chiaro che ognuno può avere le proprie opinioni, ma c’è una netta differenza fra il non apprezzare la visione di un contenuto e il richiederne la rimozione perché eccessivo. La critica ha accettato e apprezzato film come “The human centipede” o “Megan is missing”; definire “estrema” la visione di “Squid Game”, allora, è indice di una scarsa conoscenza del genere cinematografico “disturbante”, a cui la serie chiaramente non appartiene.

     

    Chiara Cinquegrana, IV A CLASSICO

  • SKAM ITALIA: LA SERIE DEI GIOVANI

    SKAM ITALIA: LA SERIE DEI GIOVANI

    “Skam Italia” è una serie trasmessa per la prima volta su Timvision nel 2018, ma, in realtà, nasce nel 2015 come webserie norvegese. Solo in seguito ha dato origine a remake in tutto il mondo: Germania, Francia, Stati Uniti, Olanda, Belgio, Spagna e Italia. Nel 2019 ha vinto il premio come miglior serie tv italiana e a un solo giorno dall’uscita su Netflix si è aggiudicata il primo posto nella top 10 delle serie più viste dal pubblico.

    La serie si incentra sulle vicende di alcuni ragazzi che frequentano un liceo di Roma. Le quattro stagioni, che hanno a loro volta protagonisti diversi, ci mostrano i vari aspetti dell’adolescenza e i diversi problemi dei ragazzi nella società in cui viviamo. Si affrontano tematiche importanti come, ad esempio, l’omosessualità, che seguiamo nella seconda stagione dal punto di vista di un ragazzo di nome Martino, che scopre di essere gay, ma, all’inizio, non vive bene questa situazione per timore del giudizio degli altri. Un’altra tematica importante è il problema della diversità di origine e religione, che ci viene raccontata nella quarta stagione da Sana, una ragazza  musulmana che, pur di rispettare la propria religione, dovrà affrontare diversi momenti di incomprensione con le sue amiche.

    Nel seguire questa serie all’inizio ero un po’ scettica. Non credevo nella capacità di trasmettere tanta realtà; poi, pian piano, episodio dopo episodio, mi sono ricreduta. Sono riuscita a ritrovarmi in vari aspetti di alcuni personaggi e a riflettere sull’importanza di questi nostri anni d’oro, che stanno svanendo sotto i nostri occhi. Questa serie tv contribuisce quindi, a mio avviso, a mostrare il vero volto del mondo adolescenziale. Troppe volte ci sentiamo dire che l’adolescenza è un periodo fatto di rose e fiori, che i problemi che si affrontano sono solo sciocchezze e che siamo noi ad ingigantirli. Skam ha dato la prova che non tutti i nostri malumori sono sopravvalutati, che anche noi affrontiamo la vita vera e che non si tratta di semplici sciocchezze.

    È stato proprio questo che ha appassionato di più gli spettatori, in quanto, forse per la prima volta, si è cercato di comprendere noi giovani, di trattare dei sentimenti che ci dominano e dei pregiudizi, figli della nostra società, che ci assalgono, cercando di far comprendere cosa si cela dietro ogni nostra azione e decisione.

    Martina Carbone, IIIA classico

  • La regina degli scacchi: una risalita dal fondo

    La regina degli scacchi: una risalita dal fondo

    “La regina degli scacchi” è una serie televisiva lanciata da Netflix, tratta dal romanzo di Walter Tevis con l’originale titolo “The Queen’s Gambit”, che allude ad una mossa di apertura scacchistica, argomento centrale della serie. La storia è quella di Beth Harmon, una bambina di otto anni che vive in orfanotrofio e che, sin da tenera età, inizia a giocare a scacchi. Imbattutasi per caso in quel gioco, ne diventa poi ossessionata: per lei rappresenta uno spiraglio di luce fra le tenebre che avvolgono la sua vita. Beth apprende prodigiosamente sin da subito tattiche complesse e inventa strategie rivoluzionarie per la vittoria. Purtroppo, però, gli ostacoli non sono mai assenti in ogni storia che si rispetti. Nel tempo, Beth sviluppa una dipendenza da alcool e tranquillanti, che molto spesso ha rovinato intere carriere.

    Lo scenario dell’adattamento televisivo, dominato dall’attrice Anya Taylor Joy, è quello di una realtà americana in cui gli uomini hanno le redini della vita quotidiana e le donne vengono sempre lasciate dietro le quinte. Proprio per questo Beth brilla di luce propria: è una donna ormai indipendente, capace, con una mente a dir poco geniale. La sua competizione, la sua mancanza di freni, l’ingenuità e il suo ostinarsi a non arrendersi di fronte alle numerose difficoltà che la investono, ne fanno un personaggio a tutto tondo. Lei e la sua scacchiera, oltre ad essere le uniche vere protagoniste, sono anche una dimostrazione di quanto sia importante la disciplina e la riflessione. Prima di raggiungere il meritato successo Beth ha dovuto combattere contro i demoni interiori che la tormentavano, poi contro il maschilismo degli anni ‘60 e, infine, contro le sue stesse dipendenze. Assistiamo ad una vera crescita morale e psicologica della protagonista: nel primo episodio è una bambina impaurita e inconsapevole, nell’ultimo è ormai una donna realizzata che tiene testa agli uomini.

    La storia di Beth Harmon potrebbe essere commentata con i versi di Fabrizio De André in “Via del Campo”: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Solitamente è chi parte dal fondo a raggiungere le vette più alte e questo è decisamente il caso di Beth.

    Oltre ad essere un’ottima serie televisiva, “La regina degli scacchi” è anche un invito per tutti a non arrendersi: la vita ha sempre qualcosa di fantastico in serbo per chi lotta con tenacia, anche se il destino gli rema contro.