Autore: Simone Miccio IV A classico

  • La riforma Valditara dei Licei vista dai nostri professori

    La riforma Valditara dei Licei vista dai nostri professori

    L’ anno scolastico è giunto al termine e quale modo migliore per celebrarlo che scoprire che cosa ci riserverà il prossimo. Per gli studenti che entreranno per la prima volta al liceo le novità saranno importanti, a cominciare dalla modifiche ai programmi contenute nelle nuove direttive sui licei del ministero dell’istruzione. Vediamone un paio che hanno destato maggior scalpore.

    1) I Promessi Sposi

    In primis, l’eliminazione della lettura integrale dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni al secondo anno, che verrebbe limitata al programma di letteratura al quarto. Secondo i promotori della riforma, questo servirebbe a restituire l’opera alla sua cornice storica, l’Ottocento, rendendone però lo studio limitato a pochi capitoli selezionati. Sostituti del Manzoni al biennio dovrebbero essere autori contemporanei come Italo Calvino, Pierpaolo Pasolini, Stephen King, Alberto Moravia, Fedor Dostoevskij e J.R.R Tolkien.  Secondo i promotori, questo avvicinerebbe i più giovani alla lettura con opere da loro più sentite e maggiormente comprensibili, mentre i Promessi Sposi sarebbero secondo i riformatori“troppo difficili” e “un classico non più contemporaneo”. Insomma pare proprio che il romanzo nazionale per eccellenza secondo i nostri politici non abbia più nulla da dire alle nuove generazioni ed è meglio che si avvii al pensionamento. Vediamo cosa ne pensano alcuni docenti di italiano del nostro liceo.

    “Professoressa Flauto, dicono che i Promessi Sposi siano un classico superato, lei è d’accordo?”

    Fl. ” I classici sono sempre contemporanei perché hanno un’ universalità applicabile a tutte le epoche. Manzoni infatti ambienta il romanzo nel Seicento per non incorrere nella censura, ma sta parlando all’ Ottocento. E quindi a volte dice ‘così va il mondo… ehm … così andava il mondo al tempo degli spagnoli.’

    E allo stesso mondo continua a parlare anche alla nostra epoca. Bisogna chiarire cos’ è un classico; un classico non è qualcosa di incartapecorito, ma la struttura da cui deriva tutto.”

    Il ministro Valditara sostiene però che per avvicinare alla lettura i più giovani si dovrebbero leggere i romanzi novecenteschi e contemporanei, più vicini ed accessibili, come Calvino, Tolkien…

    Fl. ” Ma i Promessi Sposi sono il primo romanzo italiano ed è la base di tutto quello che è venuto dopo. Nei Promessi Sposi c’è tutto, è universale. E quindi leggendo i Promessi Sposi i ragazzi hanno la possibilità poi di imparare a leggere tutto. È un insegnamento narratologico. Questo non vuole dire che non bisogna leggere il romanzo del Novecento; ma senza Manzoni non ci sarebbero stati gli altri, sui cui cardini tradizionali il Novecento italiano ha poi rinnovato e introdotto nuove forme. Non si può non leggere. Senza leggere Manzoni, Calvino non lo capirai mai…”

    E dunque per lei i Promessi Sposi possono avvicinare gli studenti alla lettura ed appassionarli?

    Fl. ” Ma certo. Quella è la storia delle storie, bellissima. Non possiamo smantellare un sistema che ha prodotto tanti geni nella nostra scuola…”

    Dunque non lasciare la via vecchia per quella nuova?

    Fl. ” Non dobbiamo pensare di non rinnovarci. Ma cambiare magari la modalità di lettura dei Promessi Sposi… Non si tratta di tradizione!” 

    Invece, la professoressa Maviglia, ironizzando, mi dice che “forse la provvidenza ci ha abbandonati. ” Secondo lei la riforma è un grosso sgarbo a noi e a Manzoni.

    Perché prof?

    Mav. ” Perché si finisce con il semplificare troppo la vita dello studente e non educarlo all’ università che non fa sconti.”

    L’ opera di Manzoni è ancora  attuale?

    Mav. ” Certo. I valori dei Promessi Sposi e della Provvidenza sono fondamentali, valori a cui aggrapparsi nei momenti difficili della vita. Rischiamo di non educare le nuove generazioni ai valori cristiani, che possono insegnare molto anche ai laici. La letteratura insegna la vita. Abbiamo ritrovato l’episodio della colonna infame in pandemia… è un grosso errore.

    2) La riforma della storia

    Ci sono poi anche cambiamenti sull’ insegnamento della storia. La geo-storia del biennio non ci sarà più e sarà ripristinato l’ insegnamento distinto di storia e geografia. Ma a fare discutere sono state soprattutto alcune direttive, come quella che vorrebbe l’ esclusione delle storie delle altre civiltà dai programmi  e la celebrazione della superiorità della storia occidentale. 

    Prof Ivan Corrado, che ne pensa dello smembramento della geo-storia?

    ” Io penso che la geografia sia una materia importantissima e andrebbe studiata come si deve al liceo. Sono favorevole ad abolire la geo-storia e ridare valore alla geografia. Quello su cui sono profondamente contrario sono le nuove indicazioni nazionali per quanto riguarda storia che non hanno né capo né coda”.

    Perché?

    ” Questa centralità dell’ occidente è molto problematica. Per quanto sia vero che il 90% della storia a scuola è quella occidentale va anche detto che è impossibile capire lo sviluppo dell’ Occidente senza paragonarlo a quello degli altri continenti. Quindi un accenno alla storia della Cina, del Giappone e della colonizzazione dell’ Africa andrebbe fatta. Questa impostazione eurocentrica è quindi miope, retrograda e del tutto sbagliata.”

    E della direttiva circa la centralità della storia politica su quella economica e demografica?

    ” Anche lì ci sono secondo me dei problemi perché la storia demografica, industriale e culturale influenza la storia politica. Quindi studiare solo quella politica rischia di creare confusione negli studenti. Poi in filosofia secondo me ci sono problemi ancora più grandi. Hanno detto che in quarta si dovrebbe arrivare fino a Nietzsche e in quinta dedicarsi solo ai filosofi del novecento. Quindi si dovrebbe fare in un’ anno dal Rinascimento a Nietzsche. È impossibile studiare tutti i filosofi di questo periodo in un anno perché sono molto complessi. È follia. E quindi non resterebbe che selezionarne alcuni e tagliare il resto. Questo  sarebbe  un grande impoverimento dell’ offerta formativa. “

    Dunque queste sono le direttive di un governo che finalmente rinnova programmi vecchi di un secolo oppure il tentativo in malafede di inficiare la capacità delle nuove generazioni di comprendere la diversità e relazionarsi con problemi complessi? Ai posteri il giudizio.

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    Quale l’eredità di Giancarlo Siani?

    La comunità torrese si è riunita per capirlo, in un evento a palazzo Criscuolo. Quattro ragazzi del liceo Pitagora sono stati invitati al convegno. Questo il racconto del pomeriggio.

    Di Simone Miccio

    Il corso di Torre Annunziata è già rumoroso e vibrante di vita quando è appena cominciato il pomeriggio di questa giornata dal torpore settembrino. Voci, degli schiamazzi, qualche passante curiosa affacciandosi allo stretto ingresso di Palazzo Criscuolo, sede storica del comune. Vi si accalca qualche decina di persone, ci sono studenti, autorità, tanti “incravattati”, si riconosce il sindaco. Oggi, 19 settembre, si tiene un evento in occasione dell’anniversario della nascita di Giancarlo Siani, corrispondente del Mattino nei primi anni Ottanta dalla città della Madonna della Neve, che venne trucidato dalla camorra a colpi d’arma da fuoco, reo di aver indagato troppo sugli affari della malavita nella città campana. Quest’anno sono 40 anni dalla sua uccisione e l’amministrazione comunale ha deciso di organizzare una serie di eventi per commemorarlo, di cui questo è l’aprifila.

    Sul tavolo lungo e stretto dei relatori, tanti i nomi illustri dell’ambiente giudiziario, alcuni dei quali lavorarono al caso di quel giovane giornalista ucciso.

     C’è il magistrato Giovanna Ceppaluni, che ricorda la grande mole di lavoro che il processo le procurò, “il faldone di carte che inondava quotidianamente il suo ufficio” e la pressione della stampa, dell’opinione pubblica. “Si è in seguito scoperto”, afferma, “che il fatto che probabilmente lo condannò morte fu un articolo da lui scritto pochi mesi prima, in cui ipotizzava che dietro l’arresto del boss torrese Valentino Gionta, accaduto a Marigliano, ci fosse lo zampino proprio del clan del luogo, i Nuvoletta”. Era vero, e di mezzo c’era addirittura Totò Riina, ma c’era un solo problema: i Gionta e i Nuvoletta erano alleati e l’articolo di quel giornalista scomodo era un affronto troppo grande all’ onore delle due famiglie. Non poteva esserci pietà. La Ceppaluni elogia il giornalista per le sue capacità investigative, le sue intuizioni; “Siani aveva capito che per trovare la camorra si dovevano seguire i soldi per la ricostruzione post-terremoto, che in quegli anni avevano inondato la regione”, e grazie ai quali la criminalità locale stava compiendo il suo salto di qualità.

      Presente è anche Armando d’Alterio, il pm che, negli anni ’90, riaprì il caso Siani, riuscendo a dare dei nomi ai mandanti del delitto e a farli condannare.

    Nella piccola e gremita stanza degli specchi lo ascoltiamo mentre ricorda gli anni passati a lavorare al dossier, definendoli “i più belli della sua vita”. Ci parla della sua applicazione per il caso e di come ad un certo punto prese la foto di Siani dal fascicolo e la portò a lungo con sé nel portafoglio, per ispirarsi e infondersi coraggio, per poi riporla al proprio posto solo a condanne avvenute. Un piccolo esempio di come il ricordo di Giancarlo possa essere d’ispirazione, una spinta a non cedere alla criminalità organizzata che, come ricorda Nunzio Fragliasso, il procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, è tutt’altro che sconfitta in città, anzi. Ma più degli affari che la camorra continua a fare, più discreta ma non per questo indebolita rispetto al passato, a preoccuparlo è il velo di omertà e indifferenza che avvolge tuttora la cittadina. Ricorda la vicenda di Maurizio Cerrato, ucciso nel 2021 in città per un posto auto. Ma ancor peggio, rievoca il ricordo di cosa accadde l’anno successivo, quando fu organizzata una messa in suo suffragio aperta a tutta la cittadinanza; non solo nessuno si presentò, neanche un esponente dell’amministrazione comunale (che di lì a poco sarebbe stata sciolta per infiltrazione camorristica), ma addirittura in tutte le abitazioni circostanti la chiesa, le persone chiusero le imposte: nessuno voleva sentire né vedere. Riconosce poi che qualcosa è stato fatto dalla nuova amministrazione, ma che occorre un segno di discontinuità più forte rispetto al passato, più azioni concrete e meno celebrazioni.

    L’evento è concluso dal sindaco, Corrado Cuccurullo, che ribadisce l’importanza del ricordo del giornalista, a cui la stessa mattina è stato anche dedicato un nuovo asilo nido in città. Dopo un po’ di sana propaganda sull’impegno dell’amministrazione per la comunità, il primo cittadino annuncia che il comune investirà un terzo dell’avanzo dell’anno scorso per l’installazione di nuove telecamere e che è nei piani della giunta l’abbattimento di palazzo Fienga, ex-residenza dei Gionta in città. Lo stabile, definito in passato “il municipio della camorra” è da anni sotto sequestro e attualmente versa in stato di abbandono. Al suo posto verrà costruita una piazza della legalità e il sindaco propone di collocarci anche il nuovo commissariato di polizia: “…sarebbe bello se fosse intitolata a Siani e a tutte le altre vittime della criminalità organizzata”, dichiara. Cuccurullo poi rilancia anche la riqualificazione più ampia dell’intero quadrilatero delle carceri, rione da anni abbandonato a sé stesso e deposito di armi, droghe e rifugio per latitanti. “Il progetto c’è già ed è bellissimo”, ci dice “ma costa trentasette milioni e non abbiamo una lira. Serve il supporto di tutte le altre istituzioni per restituire il rione alla città”.

    Segnali di cambiamento che arrivano da una città che prova a voltare pagina oppure l’ennesima chimera, di un posto che, in fondo, non ha mai smesso di essere fortapàsc? Non possiamo saperlo, ma di certo è qualcosa. E più che mai quest’oggi siamo consapevoli dell’importanza di ricordare l’azione di Siani, di quel giovane sempre sorridente che decise di fare il “giornalista giornalista” e che spese la vita per la ricerca della verità. Come ha detto il gip Maria Concetta Criscuolo, “Dobbiamo scrivere ciò che lui non ha potuto scrivere. Solo così potremmo dare senso al suo sacrificio”.

    Simone Miccio, 4 A classico

  • In viaggio per Francesca Albanese e la Palestina: Reportage

    In viaggio per Francesca Albanese e la Palestina: Reportage

    Il bus procede spedito tra le colline e sembra quasi che annaspi quando la pendenza della salita diventa eccesiva. Campi sezionati, verdi e giallo paglia, si stagliano in lontananza ed ormai dobbiamo aver raggiunto una certa altezza dato che abbiamo una discreta visuale sulla terra d’Irpinia. Il mezzo è quasi al completo, dentro qualcuno si è appisolato, c’è chi è al telefono, lasciando intravedere una cover con la bandiera palestinese, mentre taluni parlano di politica o storia: c’è un signore che critica vivacemente la globalizzazione e parla di quanto Trump non conti realmente nulla rispetto alla potenza cinese, un altro più giovane che racconta con passione la curiosa storia degli ugandesi che si convertirono all’ebraismo ma che furono poi respinti da Israele in quanto neri. Si percepisce uno spirito entusiasta nell’aria fresca dell’aria condizionata, una certa trepidazione e soprattutto la speranza che si arrivi il prima possibile a destinazione. Quasi dimenticavo, ci stiamo dirigendo ad Ariano Irpino, per presenziare ad un incontro con Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, in quella che è la sua città natale, dove presenterà il suo nuovo libro “Mentre il mondo dorme”.  Siamo partiti da Torre Annunziata alle 16 circa di un caldo pomeriggio di mezza estate, con noi anche il senatore Orfeo Mazzella, che ci tiene, come tutti, ad incontrare e supportare Francesca. L’idea di andare a quest’evento è venuta in seguito all’organizzazione di alcune piccole manifestazioni tenutesi alla libreria Libertà di Torre Annunziata in cui tanti volenterosi hanno letto estratti da alcune opere palestinesi, da autrici in particolare, per contribuire a diffondere e tramandare la letteratura di questo martoriato popolo, per farlo sopravvivere attraverso la sua cultura, di fronte a chi cerca di spazzarla via, negando che un popolo palestinese sia mai esistito. In molti hanno risposto all’iniziativa dei titolari della biblioteca, Rosaria e Fabio, di andare a vedere e supportare la persona che più si è spesa per difendere i diritti dei palestinesi in questi ultimi anni.

    Ecco, finalmente il bus rallenta, attorno a noi palazzine popolari immerse tra i pini e sulla sinistra il palazzetto dello sport che ospiterà la conferenza. Subito penso a due cose: la prima è come faccia una cittadina desolata come Ariano a ritrovarsi una così grande e bella struttura pubblica, che noi in provincia di Napoli possiamo solo sognare; la seconda è una certa sorpresa nel vedere una lunga fila con centinaia di persone che aspettano ad entrare. Non mi aspettavo un’ affluenza così alta. Quando finalmente riusciamo ad entrare lo sbalordimento diventa ancora più grande nel vedere il palazzetto così gremito di persone, quasi a raggiungere la capienza massima (tra gli spettatori c’è chi dice sia duemila, chi tremila..). Dopo aver acrobaticamente accaparrato un posto ci mettiamo in attesa, attorno a noi un chiacchiericcio piuttosto rumoroso si leva dalla folla, sul campo protezione civile, polizia (ci sono molti controlli di sicurezza, Albanese è sotto scorta) e qualche figura istituzionale, che scherzano tra di loro, si salutano. Poi ecco che appare Francesca e subito è ricevuta da un grande applauso, che risuona scrosciante nel palasport, le bandiere palestinesi che sventolano qua e là.  L’evento inizia, di fianco ad Albanese c’è anche Moni Ovadia, attore e uomo di teatro ebreo, da sempre attivo nella difesa dei diritti umani e fermo nella condanna alle politiche criminali di Israele in Palestina. Prima che i due ospiti inizino a parlare, interviene il sindaco per consegnare a Francesca le chiavi della città, in virtù dei suoi meriti. Il discorso del primo cittadino mi colpisce, non è la solita insipida fanfara istituzionale, ma un forte ed energico intervento da vero leader. Il giovane politico non va per le leggere e parla chiaramente di genocidio, invita al boicottaggio e fa anche un appello alla Meloni, il cui governo è sempre rimasto un fedele e servile alleato di Israele, nonché grande fornitore di armi al suo esercito, affinché cessi il suo supporto allo stato sionista e alle sue politiche di terrore.

    Finalmente si inizia. La conferenza dura quasi due ore ed è esaustiva ed interessante in tutte le sue parti. Nei suoi interventi Moni Ovadia non parla per mezzi termini, si scaglia convintamente contro il governo d’Israele e le sue politiche genocidarie, definendo la storia del popolo eletto “una grande bufala” e il sionismo “la rovina della storia ebraica” ed è efficacissimo e veritiero quando afferma che Albanese porta con sé il fardello della verità. L’ attore è parte di quel grande movimento internazionale di ebrei critico con Israele e il genocidio palestinese che si è espresso recentemente in un grande congresso a Vienna. Ovadia è autentico nei suoi interventi, afferma di star aspettando questo momento di rivalsa contro il sionismo da decenni e ogni sua pomposa sentenza è un urlo di esasperazione, contro Israele, contro il genocidio, contro il silenzio ignobile degli intellettuali italiani dinanzi ad esso, contro l’isolamento a cui dice di esser sottoposto nella pubblica opinione in quanto ebreo anti-sionista. Con la sua età, la barba e il capo canuto dà quasi l’impressione di essere uno degli antichi patriarchi del popolo ebraico, deluso e irato per la direzione che parte della sua gente ha intrapreso. Il palasport trema quando grida “si fottano i moderati!”.

    La Albanese invece parla con toni molto più calmi ma non diversamente fermi nella condanna al genocidio. Dice che le si “accappona la pelle” quando sente dire che Israele è l’unica democrazia del medio oriente, in quanto uno stato etno-nazionalista non è per natura democratico per tutti. Parla molto di dati che sciorina a memoria, come fosse la lista della spesa, dimostrando grande competenza e passione in quel che fa. Difende la sua imparzialità che, afferma, “in un contesto del genere non può essere equidistanza”, parla di, come affrontato nel suo ultimo discussissimo rapporto, l’economia capitalista e il consumismo non consapevole favoriscano il genocidio e afferma di non sopportare gli indifferenti, di aver rotto anche tante amicizie per questa ragione (ci pensa poco dopo Ovadia a rincarare la dose, affermando laconicamente che “gli indifferenti verranno condannati e giudicati”). Francesca, con la sua sagoma retta, i capelli nero pece, un po’ ricorda una professoressa della vecchia scuola, di quelle severe ma giuste. Mi dà l’impressione che il suo lavoro non sia altro per lei che mettere ordine nel caos delle cose, un’azione naturale e fondamentale come svolgere un’operazione matematica; non sopporta che questo mondo sia così ingiusto, brutale e insensato e questa sua insofferenza sottile le si legge talvolta nel timbro della voce, in qualche espressione del volto in cui sta come a dire nel sottotesto “ma è poi possibile che la gente non capisca?”, ma mai sfociando nella rabbia o alzando la voce, esercitando sempre una certa compostezza, accompagnata anche da una discreta timidezza.

    Sul finale si finisce a parlare di paura; Albanese ha ricevuto molte minacce, per le sue inchieste è trattata in modo ostile addirittura da molte istituzioni, come il governo statunitense che le ha recentemente imposto delle sanzioni personali. Francesca ammette di avere paura ma, citando Falcone in un momento dalla forte carica emotiva, dice “il problema non è avere paura. Il problema è quanto la paura ti condiziona e io ho deciso di non farmi condizionare.” Il pubblico si alza, pioggia di applausi per due minuti. Il palasport è unito in un solo coro, quello per Francesca.

    Usciti dal palazzetto, attendiamo per un po’ fuori al bus. Qualcuno ha portato una gigantesca pastiera su cui tutti ci fiondiamo, ormai è sera inoltrata, parliamo, ridiamo, c’è chi dibatte animosamente sui nuovi controversi orari del Pitagora. Persone diverse, che hanno storie, sensibilità diverse, unite però dall’insofferenza, dalla consapevolezza che questa volta non possiamo farci scivolare tutto addosso, rimanere indifferenti, chiusi in noi stessi e nel nostro egoismo da privilegiati, che qualcosa va fatto, che dobbiamo levare le nostre voci, ne va della nostra umanità; in questo, stasera mi sento un po’ meno solo. Ci sentiamo tutti quanti meno soli.

    Mentre scrivo, rileggo l’autografo e la dedica di Francesca che sono riuscito ad ottenere al firmacopie dopo l’evento: “In questo mondo alla rovescia, resistenza e umanità! Sempre.

    Simone Miccio

  • Israele  in un vicolo cieco: il suo governo ne gioisce

    Israele in un vicolo cieco: il suo governo ne gioisce

     

    poco più di un anno è trascorso da quel 7 ottobre. L’operazione “diluvio al-aqsa” di Hamas provocò quel giorno una mattanza di 1200 morti e 250 ostaggi da parte israeliana. La storia la conosciamo: il 26 ottobre l’IDF (Israele Defense Forces) inaugurò la sua operazione di terra contro la striscia di Gaza, con nome accomodante e pacifico: spade di ferro. Da quel momento il conflitto non è mai cessato (eccetto per una breve tregua alla fine del novembre scorso) e, anzi, è andato sempre più ad esacerbarsi, coinvolgendo progressivamente nuove fazioni da ogni angolo del Medio oriente tanto che ora Israele ha ben sei fronti più o meno aperti: quello a Gaza, quello in Libano contro Hezbollah, contro le milizie scite degli Houti in Yemen, verso altri gruppi sciiti sparsi per Iraq e Siria e infine con l’Iran.

    In questa caotica e intricata situazione sembra non esserci una fine, né tantomeno delle prospettive di pace. Come è stato possibile giungere a tal punto? Sorprenderà il lettore sapere che questa matassa di conflitti ha sotto un lurido interesse politico: e il bandolo della matassa porta il nome di Benjamin Netanyahu.

    Un Matusalemme del potere con qualche problema giudiziario

    È dalla metà degli anni ’90 che, a fasi alterne, questo signore tiene le redini del governo di Israele. Netanyahu ne ha passate tante ma è sempre riuscito a mantenersi a galla e a tenere saldo il suo approccio alla politica. Sarà facile immaginare che, come ogni politico navigato che si rispetti, Ben ha collezionato un invidiabile numero di accuse di frode, corruzione e altro ancora. A quanto pare, il numero di anni al potere è direttamente proporzionale a quello dei capi d’accusa che si accumulano (in Italia abbiamo fatto molta esperienza in tal senso). Ora, è successo che per fuggire da questi piccoli problemi con la giustizia Bibi abbia anche tentato, pochi mesi prima dello scoppio della guerra, di fare una riforma della giustizia per indebolire il ruolo della Corte suprema e politicizzarla sempre più. Per fare ciò aveva anche creato il governo più a destra della storia dello stato ebraico, appoggiandosi alla partecipazione di elementi etno-nazionalisti, come il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir.  La riforma, che ha spaccato in due fazioni il paese e che ha provocato per mesi partecipatissime proteste, avrebbe provocato non solo uno sbilanciamento dei poteri nelle istituzioni israeliane (a favore ovviamente dell’esecutivo) ma anche una possibile emanazione di leggi ad personam (leggi fatte per favorire un individuo) che avrebbero potuto alleggerire il peso dei processi contro il primo ministro.

    Dopo il 7 ottobre questi progetti di legge sono stati accantonati per un ovvio cambio di priorità, ma ciò non toglie che è tuttora negli interessi di Netanyahu mantenere in  piedi il suo governo per l’immunità parlamentare che può garantirgli di sfuggire ai processi che lo riguardano; e qual è Il modo migliore per continuare a esercitare il potere? La guerra continua.

    Le responsabilità istituzionali nel 7 ottobre e il mantenimento del potere

    Se la guerra finisse domani a cosa andrebbe incontro il governo di Netanyahu? Probabilmente, avrebbe i giorni contati. Innanzitutto, perché è un governo di unità nazionale, alcune fazioni ne hanno cominciato a far parte in seguito al 7 ottobre, mentre altre si sono date all’astensione di guerra, per conferire stabilità al paese nell’emergenza nazionale. Ma, finita l’emergenza, anche il governo unitario è destinato a scomporsi od andrebbe comunque incontro a delle forti polemiche riguardanti l’attacco di Hamas. Come ha potuto Mr. Sicurezza (così si era presentato alle elezioni) permettere tutto questo? Ma, soprattutto, davvero non si poteva evitare? Il governo e gli apparati di sicurezza non ne sapevano niente? La risposta è no.

    Al contrario della versione ufficiale del governo, sappiamo oggi che i servizi segreti di Israele, il Mossad, sapessero di movimenti sospetti di unità militari all’interno della striscia di Gaza. In un report datato 19 settembre 2023, vengono descritte le esercitazioni di Hamas per attaccare kibbutz, rapire civili e militari. Dato che gli apparati militari sapevano, è molto probabile che notizie di ciò fossero anche arrivate alla politica. Quindi, perché non è stato fatto nulla? Di certo sappiamo che Israele è un paese sempre all’erta, che ha enormi problemi di sicurezza e deve ritrovarsi a gestire numerose beghe che spesso ne determinano la sopravvivenza. Pertanto, è possibile che un rapporto del genere sia passato inosservato, come uno tra tanti, a cui non si è dato il giusto peso. Questo comporterebbe comunque delle responsabilità, anche politiche. Difatti, nel suo governo ultra-nazionalista, era per Bibi vitale mantenere l’appoggio dei coloni stanziatisi illegalmente in Cisgiordania, nei territori palestinesi, in grado di foraggiarli con centinaia di migliaia di voti. In questa visione, si andrebbe ad inserire il totale concentramento di forze militari e politiche nell’ambito della West Bank e dello scontro con il nemico simbolo per eccellenza, l’Iran. Da cui, il totale disinteressamento verso Gaza e Hamas. Se aggiungiamo poi la rivalità in corso, favorita dallo stesso Netanyahu, tra servizi segreti preposti agli esteri (il Mossad) e quelli agli interni (lo Shin Bet) e, di conseguenza, una mancanza di coordinazione tra essi, necessaria per prevenire attacchi di questo genere, la frittata è fatta.

    Le malelingue, poi, si spingono a dire che il tutto sia stato direttamente favorito da Netanyahu; ma poco ci fidiamo dei complottisti. Tuttavia è vero che l’attacco, e le operazioni militari che ne sono conseguite, abbiano effettivamente rafforzato l’esecutivo ed unito gran parte della popolazione contro un nemico comune (o, per meglio dire, più nemici). Insomma, fino a quando la guerra continuerà, Bibi potrà dormire sogni tranquilli.

    Gli sviluppi più recenti

    I risultati militari ottenuti dall’ Idf sono ambigui: da un lato, è vero che molte teste sono cadute, gerarchi sia di Hamas che di Hezbollah (recentemente anche i leader delle rispettive organizzazioni, Sinwar e Nasrallah); dall’altro si ha la percezione di essere entrati in un vicolo cieco, dove si raggiungono delle vittorie tattiche ma senza alcuna strategia sensata.

    A Gaza, le operazioni hanno quasi raggiunto il loro primo anniversario, ma la disgregazione di Hamas è ancora lungi dall’essere avvenuta. L’esercito bombarda, lancia operazioni di ogni genere, avanza, compie ritirate “strategiche”. Il tutto con un costo di oltre 40.000 vittime civili, che hanno fatto sospettare il genocidio, e con solo una parte degli ostaggi che è ritornata a casa (ne restano a Gaza un centinaio, la metà delle quali è data per deceduta).

    In Libano, dove la guerra si è estesa a settembre, non si sono verificate grandi avanzate al momento e si sta anche correndo il rischio di inimicarsi molte cancellerie occidentali che finora erano state fedeli allo stato ebraico. Nel sud del paese è infatti attiva da molti anni l’operazione Onu “Unifil” alla quale partecipano paesi come Germania, Francia, Spagna e Italia ( il nostro paese ha uno dei contingenti più numerosi, 1200 soldati). Queste nazioni, da anni impegnate nell’area per pacificarla e favorire accordi diplomatici tra le parti, si sono ritrovate spiazzate dall’invasione di Israele. L’Idf ha, in diverse occasioni, utilizzato le basi Onu come scudo e addirittura attaccandole in alcuni casi, provocando qualche ferito. L’obbiettivo è, secondo alcuni, quello di far allontanare dei testimoni scomodi, che intralciano le operazioni militari. Mentre i rapporti con l’Europa si fanno sempre più tesi, non è da escludere che la corda con gli Stati Uniti, che finora hanno rimpinzato di armi gli israeliani, prima o poi finisca col spezzarsi.

    Insomma si ha la sensazione di assistere ad un conflitto che non ha né capo né coda, in cui la guerra non è un mezzo ma il fine ultimo per cementificare il potere. La società civile occidentale vede con sempre maggior sfavore le azioni di guerra nell’area. Molte proteste e manifestazioni si stanno sollevando e il rischio corso dallo stato ebraico è anche quello di una crisi di popolarità e legittimazione. Rende chiara la situazione una frase del giovane giornalista, ebreo italiano, Davide Lerner, in riferimento alle proteste alla Columbia University della scorsa primavera: “Per i nonni dei miei compagni Israele era Davide. Per loro era diventato Golia”.

    Simone Miccio 3A classico

     

    Fonti dei temi più caldi dell’articolo consultabili liberamente online:

    – I dubbi sulla genesi del caos: Israele sapeva in anticipo dell’attacco di Hamas. I dubbi sulla genesi del caos; Inside Over, di Andrea Muratore, 18 giugno 2024.

    – Israele sapeva del piano di Hamas: Israel army knew of Hamas’s plans on 7 october, report finds; Middle East Eye, di MEE staff, 18 giugno 2024.

    – Il fallimento dell’intelligence israeliana: Military Intelligence alert system poorly maintained in lead up to october 7; The Times of Israel, di Toi Staff, 7 luglio 2024.

     

     

  • USA 2024: TRUMP VS HARRIS. ANALISI DEL DIBATTITO.

    USA 2024: TRUMP VS HARRIS. ANALISI DEL DIBATTITO.

    Chi scommette sul declinio degli Stati Uniti d’America non può negare il rilievo di questa nazione, né tantomeno l’influenza che essa esercita nel mondo in ambito sociale, culturale e politico. Gli USA sono il terzo paese al mondo per superficie e popolazione e, indiscutibilmente, la prima economia mondiale e il più forte esercito tra tutti. Nonostante la loro supremazia non sia incontrastata come lo era 20 anni fa, questo paese è leader nella finanza, nella ricerca, nell’informatica, nella farmaceutica, nella produzione di energia e petrolio, in vari comparti industriali ed ha un tasso di crescita che noi europei possiamo a malapena sognare. Per questo le elezioni che ivi si svolgono sono estremamente importanti per noi; la vittoria di un candidato su un altro deve essere di nostro interesse poiché tutto ciò che accade al nostro ingombrante alleato ha ripercussioni anche sulla cara vecchia Europa, e non solo. Basti pensare al fatto che l’elezione di Trump nel 2016 ha inaugurato per molti quell’ ondata internazionale di populismo che noi conosciamo molto da vicino e che tuttora perdura. E quando lo stesso uomo si ripresenta per la terza volta alle elezioni ancora più agguerrito di prima, con un’avversaria che potrebbe diventare la prima donna presidente e con una nazione in cui il dibattito non era così aspro e polarizzato da decenni, è chiaro che il dibattito presidenziale assume un grande valore, non solo per gli accaniti appassionati di politica. Pertanto, per chi non è rimasto sveglio la nottata del 10 settembre a guardarlo e non ha avuto il tempo di recuperarlo in differita, ecco un’analisi del dibattito tra Donald Trump e Kamala Harris.

    Trump ha avuto dalla sua quella di confrontarsi con la vicepresidente che ha guidato assieme a Biden il paese per quattro anni. È risaputo, parlare dai banchi dell’opposizione è sempre più facile, soprattutto per chi deve confrontarsi con chi ha dovuto affrontare due guerre, un ritiro dall’ Afghanistan preparato dai propri predecessori e una crisi inflazionistica che non si vedeva dagli anni ’80. Ed è proprio sull’economia che si è concentrata buona parte del dibattito. Su questo tema, Harris ha potuto rivendicare buoni risultati: una consistente crescita del pil, dell’occupazione, una ripresa del settore industriale e centinaia di miliardi di investimenti grazie ad una piano varato nel 2022. Trump ha però basato i suoi interventi sull’attaccare l’attuale presidenza come la peggiore della storia, per aver rovinato l’economia ed aver fatto schizzare l’inflazione (quest’ultimo tema, molto sensibile per l’americano medio, dato che lo vive in prima persona). Ha dichiarato di aver costruito durante la sua presidenza (con forse un pizzico di megalomania) la più forte economia che gli Stati Uniti avessero mai visto e che può rifarlo se verrà rieletto. Sul come può farlo, il tycoon non si è mai pronunciato, eccetto solo per aver detto innumerevoli volte di voler innalzare poderosamente dazi doganali a destra e a manca, per proteggere l’economia americana. Sul resto, ha ripetuto in più occasioni di aver un piano, a cui le persone dovranno fare affidamento per le sue doti di grande imprenditore. La Harris, al contrario, sin dal primo intervento è stata ben più concreta, proponendo, ad esempio, una deduzione fiscale di 50.000$ alle piccole imprese nascenti, una tassa per miliardari e grandi corporazioni per sostenere il debito e dichiarando un no all’imposizione di nuovi dazi, che, ha sostenuto, costeranno in media 4000$ l’anno a famiglia; ha detto quindi di voler continuare a concentrarsi su investimenti, forza lavoro, alla collaborazione con gli alleati. Inoltre ha cercato di rendersi empatica con la “middle class” (classe media) in cui ha rivendicato, a differenza del suo avversario, di essere nata e cresciuta e di volerla sostenere, tra le altre cose, con 6000$ di sussidi alle famiglie durante il primo anno di vita del bambino.

    “The Donald” ha poi cercato di affondare da subito sul tema dell’immigrazione, uno dei suoi cavalli di battaglia. Ha denunciato la grande crescita del fenomeno migratorio durante l’ultima presidenza democratica che ha portato “milioni e milioni di persone negli Stati Uniti, che hanno rubato il lavoro ad afroamericani ed ispanici”(strizzando l’occhio a due importanti minoranze storicamente democratiche ma che, negli ultimi anni, soprattutto nel caso degli ispanici, si stanno sempre più spostando verso ambienti repubblicani, in quanto generalmente più conservatori dei bianchi). Per non farsi mancare niente, ha poi collegato la crescita del fenomeno migratorio ad un complotto dei democratici per far entrare negli Stati Uniti persone che poi sarebbero obbligate a votare proprio il partito dell’asinello. Ha poi sottolineato la correlazione tra aumento della criminalità e fenomeno migratorio (non si è fatto scrupoli a dichiarare che gli immigrati sono principalmente criminali). Quando il presentatore gli ha fatto presente che la sua affermazione sull’aumento della criminalità negli USA fosse falsa, lui ha proseguito, imperterrito, sul tema, talvolta rendendosi ridicolo, come quando ha detto che gli immigrati mangino i cani e i gatti dei cittadini americani. Ancora una volta il presentatore è dovuto intervenire, specificando che tale affermazione fosse una menzogna; il tycoon ha risposto che l’aveva visto in TV.

    La Harris, a contrario, ha cerato di evitare il tema, per lei un tabù: l’amministrazione democratica lo ha effettivamente gestito in maniera ambigua e fallimentare. Tuttavia, ha marcato molto su quello della sicurezza, ricordando più volte il suo passato da procuratrice della California, in cui si distinse per un atteggiamento duro contro trafficanti di armi e droga. Ha poi cercato di stuzzicare Trump sugli eventi del 6 gennaio 2021 (in cui sostenitori del tycoon assaltarono in massa il Campidoglio di Washington dopo un tweet del loro leader), ricordando a tutti gli elettori come sia considerato, anche da alcuni suoi passati collaboratori, un vero e proprio pericolo per la democrazia e allo stesso tempo una barzelletta per il mondo intero. L’uomo si è trovato in difficoltà nel controbattere ma continuando a negare un suo coinvolgimento nei fatti di quel giorno.

    Quando il dibattito è divagato sulla politica estera, l’ex presidente ha potuto nuovamente tacciare l’amministrazione democratica di incompetenza, sostenendo che se lui fosse stato presidente, nel 2022 Putin non avrebbe mai invaso la Russia e che, se venisse rieletto, farebbe cessare la guerra in un attimo. Ancora una volta, non si è espresso sul come, ma ha incalzato la Harris definendola marxista e odiatrice di Israele. L’avversaria ha invece da subito confermato il sostegno alla resistenza ucraina, nel più ampio quadro di un’Europa orientale minacciata dalle fauci dello tsar (ancora una volta, rivolgendosi direttamente a parte degli ascoltatori, in questo caso quelli di origine polacca). Ha poi confermato il sostengo ad Israele, facendo riferimento ad una generica proposta a due stati (su questo tema era in passato più radicale, ha col tempo moderato le sue posizioni).

    Harris ha poi ribadito diverse volte come l’avversario sia una minaccia per il diritto all’aborto che, l’anno passato, è stato abolito a livello federale dalla corte suprema più conservatrice di sempre, in parte nominata dallo stesso Trump: in seguito a ciò ben venti stati hanno potuto vietarlo, con molti altri che lo hanno fortemente limitato. Il tycoon si è nuovamente trovato alle strette e ha tentato di dire che lui fosse favorevole all’aborto e che si fosse limitato a restituire agli stati la libertà di decidere sul tema. Ha invece più volte accusato la sfidante di voler sequestrare tutte le armi dei cittadini americani (come noto, diritto caro ai più negli USA). Harris ha seccamente negato, rassicurando gli elettori che anche lui e il suo vice sono possessori di armi (e probabilmente spezzando il cuore a milioni di progressisti).

    L’ultima parte dello scontro è stata dedicata allo scottante tema della sanità, in cui Trump ha tentato di porsi come strenuo difensore delle assicurazioni private, accusando la sua sfidante di volerle vietare (cosa ovviamente falsa e anacronistica). Sull’ Obamacare, riforma del sistema sanitario per renderlo più accessibile ai più poveri varata durante la presidenza Obama, l’imprenditore ha detto di avere un piano migliore e meno costoso (lascio al lettore indovinare: lo avrà spiegato, questo piano?).

    Purtroppo il dibattito si è dimostrato del tutto inadeguato sul tema del cambiamento climatico, dedicandogli solo un paio d’ interventi. Harris ha potuto rivendicare la grande mole di denaro per la transizione ecologica spesa durante l’ultimo mandato; ma, di fatto, non ha proposto nulla, dichiarandosi anche favorevole al fracking, un sistema di estrazione del petrolio particolarmente aggressivo ed estremamente inquinante (cambiando di nuovo opinione rispetto al passato, quando dichiarava di volerlo vietare; troppo grandi sono gli interessi che ci girano attorno). Trump invece non ha praticamente neanche avuto la decenza di parlarne, limitandosi a dire che vuole un’aria e un ambiente più puliti, non si capisce come dato che ha più volte sminuito l’energia solare e definito le centrali a carbone come “normali”.

    L’appendice della discussione riassume al meglio i due profili differenti: i candidati dovevano fare un ultimo breve intervento che ha poi rappresentato la sintesi della prestazione dei due. Kamala Harris si è rivolta direttamente all’elettore, non solo democratico ma anche indipendente, repubblicano moderato; ha detto che nella sua campagna c’è posto per tutti, ha fatto riferimenti alla sua vita personale, alle sue origini nella classe media, ha cercato di mettere sul banco proposte, di esercitare empatia sullo lo spettatore rivolgendosi direttamente ad esso con un tono moderato ma entusiasta allo stesso tempo. Significativa la frase, in merito all’avversario, “ l’unica cosa di cui non sentirai parlare è di te, dei tuoi bisogni, dei tuoi sogni…” Trump ha proseguito come aveva cominciato, con un tono aspro e sprezzante, uno sguardo duro, spesso rivolto alla stessa vice presidente, chiedendole perché non avesse già fatto tutte le cose che ha promesso, ma quasi mai parlando del proprio di programma.

    Del dibattito si è detto che Kamala Harris  è risultata nettamente vittoriosa e ciò sarà sicuramente importante per la sua campagna; ma se i fatti degli ultimi anni ci hanno insegnato qualcosa, dovremo stare molto attenti ad assegnare già la vittoria alla democratica. Trump, nonostante sia indietro nei sondaggi, ci ha abituati a ribaltoni finali e sottovalutarlo sarebbe un grave errore. Il paese è radicalmente diviso e solo il futuro potrà annunciarci l’esito del voto.

     

  •   Autonomia differenziata: analisi di un disastro

      Autonomia differenziata: analisi di un disastro

    Il 26 giugno è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale la legge “recante disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario”, nota come ‘autonomia differenziata’.

    Il nostro presidente del consiglio Giorgia Meloni ne parla in questi toni trionfalistici: “L’autonomia differenziata è un provvedimento che unisce l’Italia, che combatte le disparità, che rende la nazione più forte e più giusta su tutto il territorio nazionale”. Le opposizioni si sono invece schierate nettamente contro al provvedimento, tanto che hanno indetto un referendum abrogativo che ha subito raccolto oltre 500.000 firme. Elly Schlein, leader del Partito Democratico, principale forza di opposizione, ha affermato che “Giorgia Meloni si definisce patriota, ma sta varando una legge che spacca l’Italia”.

    Verrebbe da chiedersi cos’è davvero questo provvedimento che sta tanto polarizzando il dibattito politico e che, se entrerà effettivamente in vigore, cambierà radicalmente il sistema del nostro paese, con una visione regionalista quasi mai applicata in oltre 160 anni d’Italia unita. Questa legge ci racconta molto di noi, tanto che nel suo lungo iter di approvazione è stata caratterizzata da ipocrisia, miopia e squisita incompetenza: la storia di un paese.

    In cosa consiste?

    L’autonomia differenziata è una legge ordinaria che prevede l’attuazione del titolo V della Costituzione, risalente al 2001, in merito alla possibilità da parte delle regioni di chiedere particolari forme d’autonomia in 23 materie, tra cui rientrano: sport, ambiente, cultura, infrastrutture, trasporti, ma anche addirittura energia, protezione civile, tutela della salute, rapporti con l’UE ed istruzione. Insomma, nel calderone c’è praticamente dentro di tutto. Ogni regione può chiedere autonomia su alcune ( o tutte) queste materie dopo negoziazioni fatte con lo stato centrale. Quindi, potenzialmente, per fare un esempio, il Piemonte potrebbe essere autonomo in materia di energia, le Marche in materia di trasporti e ambiente e la Calabria sull’istruzione (ecco spiegato il nome autonomia differenziata). La durata dell’autonomia è di 10 anni, al termine dei quali dovrebbe esserci un rinnovamento automatico di essa.

    La legge prevede, per 14 delle 23 materie, dei livelli essenziali di prestazioni (LEP) che costituiscono dei livelli minimi di servizi che devono essere forniti ai cittadini in merito alle materie eventualmente richieste dalle regioni, ma che non sono ancora stati individuati per l’oggettiva difficoltà di farlo.

    Per ogni funzione delegata alla regione, lo stato dà dei soldi ad essa che provengono dal gettito nazionale incassato nella regione stessa. Quindi si tratta di cosa ben diversa dal federalismo dove ci sono direttamente delle imposte regionali, tracciabili e con possibilità di verifica. Cosa che non prevede la legge in analisi.

    Le voci dei sostenitori e dei contrari

    La legge è stata approvata dall’attuale maggioranza governativa composta da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. Era però caldamente voluta soprattutto dalla Lega di Salvini, partito erede della Lega Nord che negli ’90 combatteva per l’indipendenza della Padania (ossia l’area più ricca del paese, dall’ Umbria in su). Abbandonati i propositi secessionisti, la Lega ha capito che era più facile distruggere dall’interno lo stato piuttosto che abbandonarlo e ha cominciato da anni una battaglia per le autonomie regionali. Secondo costoro, la legge porterà ad una maggiore efficienza degli enti locali, più consapevoli delle sfide dei territori, per evitare sprechi e responsabilizzare le amministrazioni più inefficienti, incoraggiandole a una gestione più oculata delle risorse (con riferimento alle regioni del centro-sud).

    I contrari, essenzialmente le opposizioni ma anche diverse regioni (anche alcune guidate dalle forze di maggioranza hanno espresso perplessità, come ad esempio la Calabria) sostengono, innanzitutto, che la riforma spaccherà la nazione in due, favorendo il settentrione. Infatti le regioni che chiederanno l’autonomia sono al momento due, Lombardia e Veneto, le due regioni più ricche d’Italia che attualmente pagano all’erario più soldi di quanti ne ricevono.

    Attualmente, infatti, le risorse vengono in parte ridistribuite ai territori più poveri (essenzialmente il meridione), che dispongono di pessimi servizi pubblici. Con l’entrata in vigore dell’autonomia queste regioni potrebbero ricevere ancora meno risorse che le renderebbero forse invivibili. I LEP che dovrebbero garantire il livello minimo di servizi ai cittadini non sono sufficienti a tranquillizzare i contrari, dato che la riforma ne prevede l’istituzione ma non il finanziamento. Non è chiaro quindi come lo stato finanzierà le regioni che saranno sotto i livelli minimi, dato che si ritroverà con molte meno risorse nelle tasche, perché trattenute dalle regioni più ricche. Quindi, in sostanza, le alternative saranno due: aumentare la pressione fiscale (a danno anche delle regioni più ricche che volevano trattenere maggiori risorse) o aumentare il già gravoso debito pubblico.

    Inoltre se le regioni più ricche chiedessero l’autonomia su temi come l’istruzione, potrebbero offrire agli insegnanti e ad altri dipendenti pubblici stipendi più alti rendendo le loro regioni più attrattive, ma a discapito dei territori meno ricchi che non potrebbero fare la stessa cosa. Insomma i divari tra Nord e Sud, già presenti e molto profondi, si andrebbero ulteriormente ad acuire. A detta di molti, il peggioramento delle condizioni del meridione potrebbe portare, nel lungo periodo, a un esodo di massa di cittadini verso il settentrione contribuendo ulteriormente a spopolare una parte del paese già in crisi demografica. Inoltre è anacronistico pensare alla responsabilizzazione delle amministrazioni, dato che le regioni non sono individui o aziende, ma territori, con storie diverse, geografie diverse, demografie diverse. È impensabile credere che una regione come la Calabria, montuosa e scarsa di risorse, possa raggiungere i livelli economici della Lombardia, pianeggiante e al centro dell’Europa, vicina a tutti i centri di rilievo produttivo.

    Come affermato dal governatore della Puglia Emiliano in un’intervista sulla Repubblica, “… venuto meno il principio solidaristico che i più ricchi aiutano i più poveri attraverso la fiscalità nazionale, viene meno l’unita della nazione”.

    Un’analisi critica

    Come dimostrato, la riforma è davvero scritta male. Molto male. E potrebbe mettere a soqquadro un sistema già fragile e inefficiente di per sé. Il trasferimento di funzioni alle regioni comporterà l’apertura di nuovi organi burocratici e istituzionali che si andranno ad aggiungere a quelli statali già esistenti, il che comporterà spese sempre maggiori. La riforma potrebbe sabotare non solo alcuni territori, ma tutta l’Italia, andando a creare un arzigogolato sistema in cui le regioni si fanno a gara per accaparrarsi più risorse e cercare di mantenere alta la loro attrattività. L’economia di certo sarà messa in difficoltà da sempre maggiore burocrazia, con ogni regione che potrebbe avere leggi diverse su molteplici temi. Un territorio non si arricchisce con l’autarchia ma se riesce a scambiare risorse facilmente con l’esterno; e questo è un dato di fatto.

    Inoltre i temi su cui l’autonomia viene concessa sono troppo ampi; la maggior parte di essi deve rimanere necessariamente in mano al governo centrale. È inconcepibile che possano essere trasferite materie come l’istruzione (potremmo avere 20 sistemi scolastici differenti), o altri di strategia nazionale, se non addirittura sovrannazionale, come porti, aeroporti, energia, rapporti con l’UE. C’è davvero il rischio di creare 20 microstati in conflitto tra loro. Mentre si  cerca una sempre maggiore integrazione con gli altri paesi europei, per rispondere a sfide di portata globale sempre più complesse, l’Italia fa passi indietro, dissezionando il suo territorio. In tal modo è impossibile costruire strategie sul lungo periodo.

    Peraltro, la riforma cozza profondamente con l’altra promossa in questi mesi dal governo, quella sul premierato, che ha l’obbiettivo di centralizzare e aumentare i poteri del presidente del consiglio. Che utilità ha rafforzare questi poteri se le facoltà ancora in mano al governo nazionale potrebbero essere soltanto esercito, polizia e poco altro? Questo è sintomo di grande miopia politica da parte della Meloni, che in fondo probabilmente ha fatto questa riforma solo per un accordo fatto con la Lega e non ne è davvero convinta. Basti pensare che fino a poco tempo fa voleva abolirle le regioni, come dimostrato da un progetto di legge da lei presentato nel 2014. Insomma tanta ipocrisia (anche se pure le opposizioni non ne sono pulite, dato che fino a poco tempo fa ne erano in parte favorevoli).

    In conclusione, l’autonomia differenziata, se verrà effettivamente applicata, cambierà prepotentemente il nostro sistema paese e di conseguenza anche alcuni aspetti delle vite di ognuno di noi. Il problema sta nel capire se lo farà in meglio o in peggio; le basi che si stanno ponendo non sono di certo rassicuranti.

    Simone Miccio 3a classico