Categoria: Cronaca

  • Ponticelli, l’omicidio di Fabio Ascione: quando la violenza diventa condanna

    Ponticelli, l’omicidio di Fabio Ascione: quando la violenza diventa condanna

    Nel quartiere di Ponticelli, situato presso la periferia est di Napoli, il rumore dell’alba non ha portato un nuovo inizio, ma un tragico epilogo. Fabio Ascione, ragazzo di appena vent’anni, è stato ucciso in strada durante le prime ore del mattino, in un episodio di inspiegabile violenza che ha lasciato sgomenta un’intera comunità.

    Una dinamica ancora da chiarire tra pochi istanti di violenza

    Secondo le prime ricostruzioni effettuate dagli inquirenti, il tragico episodio sarebbe accaduto in pochi attimi, in una zona specifica del quartiere dove la vita notturna si intreccia spesso con le ultime ore della movida e con il rientro a casa dei giovani. Fabio si trovava nei pressi di un’attività commerciale quando sarebbe stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco esplosi da più persone sopraggiunte rapidamente sul posto. L’azione sarebbe stata fulminea: un avvicinamento, l’esplosione dei colpi e la fuga immediata dei responsabili. Una dinamica tipica degli agguati urbani che, quando si verificano in contesti come quello di Ponticelli, lasciano dietro di sé non solo una scena del crimine, ma soprattutto una lunga scia di profondi interrogativi.

    I soccorsi e la corsa disperata verso l’ospedale

    Subito dopo l’agguato, i soccorsi sono intervenuti con tempestività, trasportando d’urgenza il ventenne in ospedale in condizioni apparse fin da subito estremamente critiche. Ogni istante si è trasformato in una lotta contro il tempo, una corsa affannosa nella speranza di strappare il giovane un destino che, purtroppo, si è rivelato ineluttabile. Nonostante gli enormi sforzi del personale sanitario, le ferite riportate erano troppo gravi: il decesso è sopraggiunto poco dopo il ricovero. In poche ore, quella che era iniziata come una notte qualunque si è trasformata in una tragedia destinata a propagarsi rapidamente, dal quartiere all’intera città, fino a occupare le pagine della cronaca nazionale. Per chi lo conosceva, il passaggio dalla speranza allo sconforto è stato improvviso, lasciando un senso di vuoto difficile da colmare.

    Le indagini e le prime ipotesi degli investigatori

    Le forze dell’ordine hanno avviato immediatamente le indagini, con l’obiettivo di ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto. Gli inquirenti stanno passando al vaglio testimonianze, filmati di videosorveglianza e ogni elemento utile per identificare i responsabili e chiarire il contesto in cui è maturato l’omicidio. Tra le ipotesi al momento esaminate, emerge quella di un’azione riconducibile a dinamiche criminali radicate nel territorio. Non si esclude, inoltre, che il giovane possa non essere stato il bersaglio diretto dell’agguato. Una possibilità che, se confermata, renderebbe l’omicidio ancora più inquietante, delineando uno scenario in cui la violenza si manifesta in modo indiscriminato, colpendo anche chi si trova casualmente nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

    Ponticelli, tra fragilità strutturali e tensioni sociali 

    Ponticelli è da molteplici anni un quartiere segnato da forti contrasti: accanto a realtà quotidiane fatte di relazioni, lavoro e vita di comunità, persistono condizioni di disagio sociale, marginalità giovanile e la presenza, in alcune aree, di fenomeni legati alla criminalità organizzata

    Non si tratta soltanto di episodi isolati di cronaca nera, ma di un contesto complesso, in cui le opportunità per i giovani spesso si intrecciano con rischi concreti e con la mancanza di alternative solide. In questo scenario, episodi violenti come quello che ha coinvolto Fabio Ascione non vengono percepiti come eccezioni, bensì come segnali di una fragilità più profonda, che periodicamente riemerge e lascia segni duraturi nella comunità.

    Il volto di una vittima “ordinaria” e il dolore della comunità

    La reazione del quartiere è stata immediata e intensa. Chi conosceva Fabio lo descrive come un ragazzo come tanti, legato all’amicizia, alla quotidianità e a una vita semplice, priva di legami con contesti criminali strutturati.  Proprio questa normalità ha reso la tragedia ancora più difficile accettare. Il dolore si è diffuso rapidamente, trasformandosi in silenzio, incredulità e rabbia. Quando la vittima è percepita come “una persona qualunque”, la distanza tra chi osserva e ciò che accade si annulla: la vicenda non appare più lontana, ma diventa improvvisamente concreta, vicina, possibile.  La storia di Fabio Ascione non si esaurisce nella cronaca dell’agguato né nelle indagini in corso. Va oltre i fatti, oltre le ricostruzioni investigative e si trasforma in una riflessione collettiva

    Resta una domanda aperta e attuale, che attraversa l’intera comunità: come può una città proteggere i propri giovani quando la violenza si manifesta in modo così rapido, imprevedibile e indiscriminato? 

    È proprio in questa domanda, ancora sospesa, che si concentra il senso più profondo della vicenda: non solo il dolore per una vita spezzata, ma anche l’urgenza di interrogarsi su un equilibrio sociale che, in alcuni territori, continua a mostrarsi fragile e vulnerabile.

    Roberta De Rosa IV E Scientifico

  • Un battito imperfetto

    Un battito imperfetto

    di Federica Piccolo ed Emiliana Maresca, III AC

    Incompetenza dei medici o errore casuale? Questa è la domanda che rimbomba tra i corridoi dell’ospedale Monaldi di Napoli, dove era stato ricoverato il piccolo Domenico, di soli due anni. Ma che cosa è successo? Il bambino, affetto da cardiomiopatia dilatativa, aveva urgente bisogno di un trapianto di cuore. A dicembre 2025 arriva la notizia che riaccende la speranza nei cuori della famiglia: era stato individuato un cuore compatibile direttamente da una struttura sanitaria a Bolzano, dove il 23 dicembre era stato espiantato da un donatore. Purtroppo, quella che sarebbe dovuta essere la più grande gioia per Domenico e la sua famiglia, si è trasformata in una terribile tragedia, in quanto l’organo è arrivato in parte danneggiato. Secondo quanto ricostruito, l’équipe medica di Napoli avrebbe iniziato l’intervento senza il box omologato per il trasporto dell’organo, necessario per mantenere una temperatura controllata. Inoltre, relativamente a quanto è emerso, i sanitari di Bolzano avrebbero riempito il contenitore per il trasporto con del ghiaccio secco invece di utilizzare il ghiaccio naturale. In aggiunta, non sarebbero state eseguite le dovute precauzioni: l’organo non sarebbe stato mantenuto a 4°, come previsto dalle normative, ma sarebbe stato esposto a temperature molto più basse, circa -78°. Questo ha “bruciato” i tessuti del cuore per congelamento.

    Al momento dell’espianto, sembra che non sia stato verificato se il nuovo cuore da impiantare fosse sano: quando l’errore è stato accertato, era ormai troppo tardi per tornare indietro . Da quel giorno, Domenico è rimasto in vita solo grazie all’ECMO (ossigenazione extracorporea a membrana), una macchina che sostituisce le funzioni di cuore e polmoni.Le notizie più recenti, risalenti a questi giorni (metà febbraio 2026), sono purtroppo negative:L’ultima speranza sfumata: Il 17 febbraio era stata segnalata la disponibilità di un nuovo cuore compatibile proveniente da Bergamo. Tuttavia, dopo un consulto tra i massimi esperti nazionali, è stato stabilito che Domenico non era in grado di reggere un nuovo intervento.

    Una vita per una vita?

    A volte sembra ironica la tragicità della vita: nei giorni scorsi, infatti, è emerso che quel cuoricino che Domenico non ha potuto ricevere è stato trapiantato in un altro bambino, suo coetaneo, all’ospedale Papa Giovanni XXIII, nella notte fra il 18 e il 19 febbraio. L’organo è stato espiantato da un bimbo di tre anni, morto per una leucemia, ed è stato donato a un altro bambino, risultato primo nella lista nazionale d’urgenza in attesa del trapianto. Un sospiro di sollievo per i cari di questo bambino che è stato più fortunato del piccolo Domenico.

    Intervista alla mamma

    In una recente intervista a “È sempre carta bianca”, Patrizia Mercolino, la mamma del piccolo Domenico, ha raccontato la straziante battaglia di suo figlio e l’enorme dolore provato, ma allo stesso tempo una grande determinazione a non perdere le speranze. Purtroppo la situazione è precipitata nelle ultime ore. Nell’intervista, emerge un ritratto del profilo di Domenico, bambino dolce, socievole, con una grande voglia di vivere. Prima del tragico intervento, Domenico conduceva una vita quanto più possibile simile a quella dei suoi coetanei: “Mio figlio faceva la vita di tutti i bambini. Aveva una terapia, ma io cercavo di fargli fare una vita normale”, racconta Patrizia. Oggi, di quella quotidianità restano solo i ricordi e un vuoto incolmabile: “Mi manca molto la sua voce. I suoi baci, i suoi abbracci”. Anche se il trapianto avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una rinascita, da subito Patrizia ha provato una strana angoscia: “Avevo l’ansia nello stomaco, un brutto presentimento”. Nonostante l’accaduto, Patrizia non ha mai puntato il dito contro i medici: “Con i medici c’è lo stesso rapporto che c’è sempre stato. Non ho mai messo in dubbio la professionalità del primario che ha operato mio figlio, ma è la fiducia e la serenità che mancano”. Patrizia rivolge un pensiero anche alla famiglia del donatore: “ “Sono vicina alla mamma così coraggiosa che ha donato il cuore di suo figlio morto al mio, anche se poi non è servito a nulla”. Nonostante la consapevolezza della tragedia imminente, la mamma rifiutava di arrendersi: “Mio figlio mi dà la forza. Dentro di me so cosa può succedere, ma una mamma non è mai preparata veramente. Finché mio figlio respira è vivo e io non lo lascio. Non mi voglio arrendere, voglio concentrarmi sulla lotta per trovare una soluzione”.

    La fiaccolata.Il 19 febbraio 2026 si è tenuta a Nola, la città della famiglia, una fiaccolata per il piccolo Domenico, dopo che è arrivata la conferma dell’impossibilità di un secondo trapianto. Più di un centinaio di persone si sono riunite in piazza Duomo nonostante la pioggia battente con palloncini rossi a forma di cuore, fiaccole, candele, e un grande striscione con la scritta: “per il nostro guerriero”. La Diocesi di Nola ha accompagnato l’evento con parole toccanti: “Il piccolo Domenico è una parola che Dio dice a tutti no. Vogliamo tutti trarre una lezione di vita dalla vita del piccolo e fragile fratello”. con questa fiaccolata, la comunità ha voluto far sentire la propria presenza alla mamma.

    La speranza perduta

    Qual è il detto? La speranza è l’ultima a svanire… fino a ieri. Ieri, infatti, la città di Napoli è stata colpita dalla terribile notizia alle 9.20 del mattino: Domenico non ce l’ha fatta. Come redazione del giornale facciamo le condoglianze a tutti coloro che volevano bene a Domenico e in particolare alla mamma che continuerà a battersi affinché suo figlio ottenga giustizia. Proprio per questo motivo, la mamma in una recente intervista ha dichiarato: “Ora è un angioletto, ma non dovremo mai dimenticarlo. Anche per questo creeremo una fondazione a lui intitolata, per aiutare i bambini che si trovino nelle sue stesse condizioni”.

    Il nostro augurio è che il ricordo di un bambino a cui è stata negata la possibilità di continuare a vivere faccia rumore, non si spenga lentamente nel silenzio.

  • Un pomeriggio di mobilitazione pacifica si trasforma in un assalto

    Un pomeriggio di mobilitazione pacifica si trasforma in un assalto

    Nel cuore del quartiere Libertà di Bari, il 21 settembre 2018, si verificò un episodio di violenza squadrista, nei confronti di manifestanti, i quali presero parte ad un corteo, organizzato da associazioni e movimenti antifascisti contro la presenza di sedi di estrema destra nel quartiere. 

    Una volta terminata la manifestazione un gruppo di circa 30-40 militanti di CasaPound, usciti dalla loro sede chiamata “Kraken”, aggredirono con cinghie, bastoni e tirapugni un piccolo gruppo di manifestanti.  

    « Ci hanno inseguito, rincorso e ci hanno aggredito con mazze e cinghie, ho visto anche una catena »

    Nel 2022, è iniziato il processo nei confronti di questi militanti e solo il 12 febbraio 2026 esso si è concluso.

    Il risultato? I 12 militanti di CasaPound sono stati condannati per la riorganizzazione del partito fascista con pene comprese tra un anno e mezzo e due anni e mezzo.  

    Questa sentenza è la prima in Italia a colpire il movimento non solo per un singolo atto di  violenza, ma per la riorganizzazione dell’ormai disciolto partito fascista, in nome della legge Scelba.

     La sentenza del giudice è stata chiarissima: quella di Bari non era una semplice sezione politica, ma una “cellula” che operava con metodi squadristi, utilizzando la violenza come lotta politica. 

    La legge Scelba, ancora in vigore, è una legge italiana emessa nel secondo dopoguerra. Essa vieta la riorganizzazione del partito fascista e punisce l’apologia di fascismo (Art. 4) e chi organizza manifestazioni e pubbliche riunioni che richiamano principi e gesti del disciolto partito fascista (Art. 5). La sentenza, quindi, non colpisce solo i responsabili dell’aggressione, ma conferma la chiusura definitiva della sede “Kraken” di Bari. 

    Al di là delle condanne individuali, la sentenza di Bari traccia un solco profondo nella giurisprudenza italiana: per la prima volta, la Legge Scelba viene applicata in modo così netto. La sentenza non restituisce solo giustizia alle vittime di quel 21 settembre, ma ribadisce un principio fondamentale: in democrazia la violenza non può mai essere considerata uno strumento di confronto politico 

  • Il delitto di Garlasco: un caso senza risposte?

    Il delitto di Garlasco: un caso senza risposte?

    Il delitto di Garlasco, uno dei casi di cronaca nera più clamorosi e controversi degli ultimi vent’anni in Italia, continua a suscitare interesse non solo per la brutalità riscontrata nell’omicidio, ma anche per le numerose incertezze e i molteplici interrogativi che hanno caratterizzato le indagini e il processo giudiziario.

    L’omicidio e le prime fasi delle indagini

    La giovane ventiseienne Chiara Poggi, laureata in economia, venne trovata senza vita nella villetta presso cui abitava con la famiglia a Garlasco, in provincia di Pavia, la mattina di lunedì 13 agosto 2007. Secondo quanto emerso dalle prime indagini che furono condotte, Chiara era stata colpita a morte da un oggetto contundente mai ritrovato e, siccome aveva aperto la porta di casa spontaneamente al suo assassino, molti inquirenti ritennero che quest’ultimo fosse una persona di cui la vittima si fidava o che conosceva. A dare l’allarme e a trovare il corpo fu l’allora fidanzato Alberto Stasi, studente di economia all’Università Bocconi di Milano, che fu fin da subito identificato come il primo sospettato, nonostante le sue dichiarazioni di innocenza e l’alibi fornito.  Secondo la sua deposizione, infatti, egli lavorava al computer per la redazione della tesi di laurea la mattina del delitto, ma ci furono molti errori commessi e diverse operazioni inappropriate compiute dagli inquirenti che cancellarono alcuni dati essenziali e gli accessi alla memoria di archiviazione.

    Tuttavia, durante le indagini emersero diversi elementi che alimentarono i sospetti nei suoi confronti. ​ Innanzitutto, nonostante la scena del crimine fosse caratterizzata da una notevole presenza di sangue, le scarpe di Stasi risultarono estremamente pulite, sollevando alcuni dubbi sulla sua versione dei fatti. Inoltre, furono trovate tracce di DNA sotto le unghie di Chiara che contenevano dei marcatori maschili non attribuibili con sicurezza all’imputato: per alcuni è possibile che corrisponda ad almeno due profili maschili sconosciuti.

    L’arresto e il lungo iter giudiziario

    Dopo due assoluzioni in primo e secondo grado, la Cassazione annullò la precedente sentenza del 2013, ordinando l’esecuzione di nuovi accertamenti e indagini, tra cui l’accurata analisi del materiale genetico. Nonostante i test non abbiano fornito dei risultati tangibili e decisivi, nel 2014 Stasi fu condannato a 24 anni di reclusione, successivamente ridotti a 16 anni con rito abbreviato. La condanna divenne definitiva nel 2015, senza un vero movente, ma attribuendo l’efferato delitto a un probabile effetto d’ira. Le richieste di revisione del processo, l’ultima presentata il 7 febbraio 2025, sono state tutte respinte poiché giudicate come “irricevibili” dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

    Le nuove svolte e i dubbi persistenti: si tratta di un errore giudiziario?

    Nonostante la dura condanna di Stasi, il caso non è mai stato considerato definitivamente chiuso: grazie alle nuove perizie e tecnologie in ambito scientifico, si è riaperto il dibattito sulle modalità dell’omicidio e sul possibile errore commesso nello svolgimento delle indagini iniziali e durante la raccolta delle prove, suggerendo che il materiale genetico ritrovato sarebbe stato analizzato in modo inadeguato. In particolare, l’attenzione si è concentrata su alcune impronte digitali, che ora potrebbero essere attribuite a nuovi sospettati, e su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, il cui DNA è stato confrontato con le tracce trovate sulla scena del crimine. Tuttavia, quanto accaduto non ha portato a una revisione della condanna di Stasi, ritenuto da molti innocente e vittima di uno dei più gravi errori giudiziari italiani, e il mistero del delitto di Garlasco resta irrisolto, con l’unica certezza che Chiara Poggi non potrà mai avere giustizia se la verità non emergerà e se non verrà finalmente eseguito un accurato lavoro di revisione.

    Roberta De Rosa  – III E scientifico

     

  • Il femminicidio di Giulia Cecchettin e la condanna di Filippo Turetta

    Il femminicidio di Giulia Cecchettin e la condanna di Filippo Turetta

    Filippo Turetta è stato condannato all’ergastolo per il femminicidio dell‘ex fidanzata Giulia Cecchettin, uccisa l’11 novembre dello scorso anno. La sentenza, emessa il 3 dicembre dalla Corte d’Assise di Venezia, ha confermato le accuse a suo carico, ma ha escluso le aggravanti dello stalking e della crudeltà. Il giovane, a cui è stata inflitta la massima pena stabilita, ha ascoltato tutto ciò con occhi chiusi, mostrandosi quasi impassibile e mostrando di ritenere giusta la sentenza ricevuta.

    Tuttavia, il suo avvocato Giovanni Caruso non si è arreso fino al giorno del processo: ha cercato invano di smontare la tesi dell’accusa e di evitare la condanna all’ergastolo al suo assistito, sostenendo che l’aggressione di Turetta fosse causata non dalla crudeltà ma da un “cortocircuito” emotivo e che Giulia non aveva davvero paura di lui poiché, ammettendo ciò, non avrebbe acconsentito a incontrarlo la sera in cui fu uccisa.

    Infatti, i due ragazzi in precedenza avevano avuto una relazione, poi interrotta per i 15 motivi che Cecchettin aveva elencato nel suo diario. Ciò, però, faceva arrabbiare Filippo, che non poteva assolutamente accettare una situazione simile ed essere un semplice amico, accontentandosi di vederla occasionalmente. La sera del delitto Turetta aveva invitato Giulia a salire in auto con lui con l’intento di trascorrere del tempo insieme, mentre lei era ignara di quello che sarebbe stato il suo tragico destino. Non dando più notizie, il mattino seguente si diffuse subito la notizia della scomparsa. Le ricerche iniziarono dopo la denuncia presentata dai familiari con la speranza di ritrovarli il prima possibile e sani e salvi.

    Gli investigatori ricostruirono così i movimenti dell’auto del giovane fino alla frontiera con l’Austria e successivamente in Germania, acquisendo in seguito un video risalente all’11 novembre dove Filippo aggrediva e caricava forzatamente in auto Cecchettin nella zona industriale di Fossò, in provincia di Venezia. Una settimana dopo, fu trovato il corpo di Giulia in un dirupo della val Caltea, in Friuli, coperto da sacchi di plastica. Il giorno successivo Turetta venne arrestato in Germania, confessando fin da subito di averla uccisa, per poi essere condotto nel carcere di Montorio a Verona. Qui, durante il primo interrogatorio, spiegò nei dettagli il delitto compiuto e le motivazioni, facendo emergere il risentimento per la fine della relazione: «Ho ucciso Giulia perché non voleva tornare con me, provavo risentimento, rabbia, non lo so…. Sentivo di aver perso per sempre la possibilità di tornare insieme. Ho percepito la possibilità di perdere il rapporto. Volevo tornare assieme a lei, soffrivo molto e provavo risentimento verso di lei».

    Il significato delle parole di Turetta e del femminicidio 

    Dalle parole appena citate di Turetta emerge il pensiero ancora molto comune, legato ad una radicata cultura patriarcale e maschilista, per cui il ruolo dell’uomo è superiore a quello della donna, su cui ha un diritto assoluto. Tale idea ha causato l’ennesima vittima, un’altra delle tante ragazze che non potrà più conseguire i suoi obiettivi e vivere spensieratamente. Giulia Cecchettin, come ogni altra donna vittima, non è simbolo di un semplice e tragico femminicidio. È la rappresentazione e la conseguenza di un sistema patriarcale, è la manifestazione di un amore malato, tossico e una cronica ossessività, che culmina con le percosse e, nel peggiore dei casi, con l’omicidio, alimentato dalla gelosia e da un’eccessiva possessività.  O forse come ha detto sua sorella Elena Cecchettin, “Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere, è un omicidio di Stato perché lo Stato non ci tutela e non ci protegge”.

    Il dolore del padre di Giulia e il valore della giustizia

    Il padre di Giulia,Gino Cecchettin, intervistato dopo la lettura della sentenza, ha espresso il suo  pieno dolore come genitore e ha risposto a chi gli ha chiesto se un giorno perdonerà Filippo Turetta che : “La capacità di perdonare o ce l’hai per dono di madre natura, o la conquisti raggiungendo un livello talmente alto da fare un salto di qualità come persona. lo questo salto non l’ho ancora fatto. Per questo mi è difficile anche solo immaginare il perdono”.

    Egli ha poi dichiarato di non dover dire nulla al giovane, poiché ha compreso la sua natura di narcisista, già confermata da vari esperti, e perché “dal momento che Giulia non c’è più, nessuna sua risposta potrebbe darmi conforto”. Il suo intervento, che è stato di fondamentale importanza, ci fa porre una domanda cruciale: la giustizia o un ergastolo può davvero risarcire una perdita così grande? Quanto può essere “giusta” una condanna quando quello che si perde è una vita e una figlia?

    Nessuna pena o compensazione economica è abbastanza. La giustizia non può riparare, in questo caso, il danno subito e non deve limitarsi a una semplice pena da scontare. Anzi, deve favorire e determinare un cambiamento culturale e collettivo profondo. Solo in questo modo non ci saranno più altre Giulia Cecchettin perché, come ha detto sua sorella Elena, “È facile rinchiudere in cella per sempre una persona lavandosene le mani e dicendo di aver fatto giustizia…se non iniziamo a prendere sul serio la questione, tutto ciò che è stato detto su Giulia, che doveva essere l’ultima, sono solo parole al vento”.

    Roberta De Rosa  – III E scientifico

     

     

     

  • Napoli, vite spezzate: quando la violenza diventa una tragedia quotidiana

    Napoli, vite spezzate: quando la violenza diventa una tragedia quotidiana

    Napoli è una città che di giorno appare affollata di turisti, di sguardi curiosi e di voci che si mescolano tra loro, con il sole che illumina i suoi stupendi vicoli. Tuttavia, appena cala la notte, il suo volto cambia. Dietro la quiete apparente, si nasconde una realtà violenta, che in meno di venti giorni ha provocato molteplici vittime. Emanuele Tufano, Santo Romano, Arcangelo Correra, sono solo gli ultimi nomi che si aggiungono a una lista lunga, impossibile da ignorare, testimoniando una tragedia che si ripete costantemente. Una violenza che è inarrestabile e che sembra non avere età. Le vite di questi giovani strappate prematuramente in circostanze drammatiche sono lo specchio di un fenomeno ben più profondo: una generazione che cresce in contesti difficili, con poche alternative e un futuro che sembra sempre più incerto. Una gioventù che spesso vede nella criminalità organizzata, nella “paranza”, una via d’uscita o un destino inevitabile.

    Il primo dei tre omicidi si è verificato nella notte tra il 23 e il 24 ottobre, quando Emanuele Tufano, quindicenne del rione Sanità, è stato ucciso con un colpo di pistola alla schiena, forse mentre cercava di fuggire. La causa della sua morte è un conflitto tra bande, una “guerra tra paranze” che, ancora una volta, ha stroncato la vita di un adolescente. La dinamica dell’omicidio ha portato alla luce un dato allarmante: a Napoli, procurarsi una pistola è ormai facile e alla portata di qualsiasi giovanissimo. Ciò testimonia l’incalcolabile disponibilità di armi sul territorio, utilizzate da molti ragazzi per risolvere dei conflitti banali con il sangue.

    Pochi giorni dopo, si è consumata l’ennesima tragedia. Durante la notte tra il 1 e il 2 novembre, a San Sebastiano al Vesuvio, è stato ucciso Santo Romano, un ragazzo di appena 19 anni e un abile calciatore che aveva già mostrato la sua passione per la vita e per quei sogni che non potrà più raggiungere. La morte è stata provocata da un proiettile al petto al culmine di una lite scaturita da una semplice scarpa calpestata. Ancora una volta, una vittima innocente della stessa motivazione e dinamica futile che solo un anno fa, a Mergellina, aveva causato lo scoppio di una rissa terminata con la morte di Francesco Pio Maimone, un ragazzo di soli 18 anni, completamente estraneo a qualsiasi contesto criminale, che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Di recente, ancora spari e paura: Arcangelo Correra è il nome di un altro diciottenne colpito da un’aggressività insensata che sta segnando Napoli. La tragedia è avvenuta alle prime luci dell’alba del 6 novembre in una piazza adiacente a via dei Tribunali, una delle zone più turistiche della città.  Arcangelo, che stava trascorrendo una serata con alcuni suoi amici, è stato colpito gravemente da un colpo di pistola partito accidentalmente dall’arma che maneggiava il cugino e, purtroppo nonostante sia stato trasportato d’urgenza in ospedale, è deceduto intorno alle ore 11 dello stesso giorno.

    Cosa accomuna queste tragedie?

    Non si tratta solo della giovane età delle vittime, ma anche della dinamica e della motivazione che le provoca che sembra divenire quasi una routine: la disponibilità di armi. Il loro uso è ormai normalizzato e un qualcosa di quotidiano, essendo considerate l’unica vera soluzione di un conflitto, che potrebbe essere risolto con un semplice dialogo. Basta un litigio, un’offesa verso il proprio ego, una scarpa calpestata, e si arriva a un colpo di pistola che cancella in un attimo il futuro di un giovane, come se la vita umana fosse un semplice gioco. Dietro ogni pistola ci sono le fragilità di una città che risulta impotente di fronte all’assenza di opportunità concrete per i ragazzi, in cui però è emersa in modo visibile una richiesta di cambiamento radicale forse mossa dal dolore e dalla rabbia che ha scosso le coscienze. Ne è un esempio la manifestazione che ha avuto luogo sabato 9 novembre a Napoli in Piazza del Gesù, dove hanno partecipato migliaia di persone e tante associazioni. “Basta con la violenza”, “Non siamo numeri”, “I nostri sogni sono più forti” sono alcune delle frasi pronunciate non solo da chi ha perso un figlio, ma anche da chi, come tanti noi giovani, è stanco di vivere nella paura e si rivolge dunque alle istituzioni affinché si intervenga con politiche sociali efficaci. Durante questa riflessione collettiva, si è giunti ad un’importante consapevolezza: l’indifferenza non è un’opzione e una soluzione.

    La lotta per un futuro senza paura

    Dopo queste tragiche vicende, è fondamentale porsi queste domande: Riusciremo a tradurre tutto questo dolore che ci ha scosso in un cambiamento reale? Riusciremo a costruire una città dove i ragazzi possano finalmente crescere liberi dalla paura e con la possibilità di scegliere un futuro diverso?

    Sicuramente, la violenza inaudita e inspiegabile che ha colpito nelle ultime settimane Emanuele, Santo, Arcangelo, e tanti altri, come Maimone e il musicista Giogiò, non deve essere solo un episodio isolato e archiviato. Al contrario, ciò deve essere una vera e propria occasione e un punto di partenza per avviare un cambiamento profondo e radicale.  Non possiamo permettere che la morte di questi ragazzi diventi l’ennesima tragedia dimenticata e l’ennesimo capitolo di una storia che si ripete senza mai giungere a una fine. Non possiamo più ignorare l’infinita sofferenza di chi ha perso un figlio in modo violento e far finta di vivere in una realtà in cui la vita dei giovani sembra non avere più valore e in cui il rumore degli spari è più forte delle voci che chiedono un futuro diverso.  Napoli non deve più abbandonare dei ragazzi in balia di un futuro incerto, fatto di codici e linguaggi aggressivi che sembrano essere le uniche opzioni, perché ogni volta che una pistola è estratta e la rabbia prende il sopravvento, la società perde. È tempo di reagire, di restituire ai giovani la speranza di una vita migliore, fatta di opportunità reali e non di illusioni, di costruire una città dove il dialogo, la comprensione e la solidarietà siano gli strumenti per risolvere le difficoltà, dove sia presente la certezza che la violenza non sarà mai una giusta risposta perché ogni vita spezzata è una ferita profonda che non si rimargina mai.

    Roberta De Rosa  – III E scientifico

     

  • Setta nel cuore di Palermo: “Li ho liberati da Satana”

    Setta nel cuore di Palermo: “Li ho liberati da Satana”

    Si ritiene che la motivazione dietro la strage di Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, dove un imbianchino di 54 anni ha ucciso la moglie 31 enne e i due figli maschi, Kevin di 16 anni ed Emanuel di 3, sia stata la convinzione che la sua famiglia fosse posseduta dal demonio, portandolo a ricorrere a un esorcismo. Una figlia di 17 anni della coppia si è salvata ed è stata trovata dai militari in stato confusionale, rivelando che il padre si è alzato nel cuore della notte affermando che in casa c’era il demonio. Il delitto è avvenuto nella notte tra venerdì e sabato e nella serata di domenica è scattato il fermo sia per l’uomo, che aveva avvertito i carabinieri e confessato dopo essersi fatto arrestare nel vicino paese di Casteldaccia, che per una coppia di conoscenti che sarebbero stati i suoi complici. Il corpo della donna, Antonella Salamone, di 31 anni, è stato trovato carbonizzato nel giardino di casa. Il rituale dell’esorcismo sarebbe stato estremamente violento, con i due figli strangolati con una catena. L’assassino è stato identificato come un fanatico religioso che apparteneva alla comunità evangelica locale. Avrebbe torturato il figlio più piccolo, di appena tre anni, prima di togliergli la vita. Si è appreso che la famiglia era in gravi difficoltà economiche e che il marito maltrattava la moglie, originaria di Novara. Secondo la testimonianza della terza figlia, che è riuscita a salvarsi, il padre si sarebbe svegliato di notte in preda a turbe demoniache, pronunciando frasi come: “Li ho liberati da Satana”.


  • LA PROTESTA PER IL PRONTO SOCCORSO DI BOSCOTRECASE

    LA PROTESTA PER IL PRONTO SOCCORSO DI BOSCOTRECASE

    Sabato scorso, tra Torre Annunziata e Boscotrecase, è stata organizzata una protesta che per dimensioni e portata ha pochi precedenti nel nostro territorio negli ultimi anni. Tra le 1000 e le 2000 persone sono scese in strada per chiedere la riapertura del pronto soccorso  di Boscotrecase e, più in generale, dell’intero ospedale, quasi del tutto chiuso al pubblico essendo, dal marzo 2020, un covid center. La grande struttura fu destinata a questo utilizzo all’inizio della pandemia, quando aveva una ragione di esistere un presidio interamente dedicato ai malati di covid. Tuttavia oggi ci siamo lasciati da diverso tempo l’emergenza alle spalle ma, nonostante questo, il nosocomio boschese sembra voler rimanere ancorato al passato, avendo quasi tutti i suoi reparti (e soprattutto il pronto soccorso) chiusi al pubblico. I cittadini hanno cominciato a domandarsi la ragione di queste scelte negli scorsi mesi, quando molti avrebbero auspicato un totale ritorno alla normalità. Tuttavia è dalla fine di dicembre che la rabbia degli abitanti dell’area è esplosa a seguito di uno spiacevole episodio. L’antivigilia di Natale una bambina di tre mesi di Trecase, colpita da una crisi respiratoria, è stata portata all’ospedale di Boscotrecase, dove però è stata respinta per mancanza del pronto soccorso. È poi deceduta nel tragitto per l’ospedale più vicino, quello di Castellamare di Stabia. La notizia si è diffusa  nei giorni successivi, palesando il malcontento dei cittadini dell’area per la precaria situazione sanitaria. Sono state organizzate diverse proteste e quella che ha avuto la maggior portata è stata appunto quella di sabato scorso. Centinaia di persone si sono riunite in un grande corteo che da piazza Nicotera, nel centro di Torre Annunziata, è arrivato all’ospedale di Boscotrecase, dove è stato installato un presidio stabile. Numerosi striscioni e cartelloni ribadivano l’importanza di un’efficiente sanità pubblica, sancita dall’articolo 32 della Costituzione, che evidentemente è spesso disatteso. Al corteo erano presenti tante persone stanche della situazione,  riguardante non solo l’ospedale in particolare, ma di tutta la gestione del territorio vesuviano, dove i disservizi sono all’ordine del giorno. Alcuni hanno espresso il malcontento con rabbia, intonando talvolta cori contro personalità di spicco della politica campana, De Luca e Casillo in particolare, accusati di nascondersi dietro menzogne e promesse non mantenute. Insomma tante persone  ritengono sia sbagliato non fornire assistenza sanitaria di primo soccorso a un’area di 100.000 abitanti (considerando il territorio che va da Terzigno a Torre Annunziata), densamente popolata, in cui gli ospedali più vicini sono ad oltre 10 km di distanza. Associazioni, movimenti e semplici cittadini stanno tentando di far sentire la loro voce, affermando che ”… è arrivato il momento di dare dignità al nostro territorio. Ci saremo ancora e saremo sempre più numerosi, fino a quando non ci sarà dato il rispetto che come cittadini ci spetta di diritto”. E chissà che queste voci non smuovano finalmente qualcosa in consiglio regionale.

    Simone Miccio 2Aclassico

  • COSPITO, CHI È E PERCHÉ È DIVENTATO UN CASO

    COSPITO, CHI È E PERCHÉ È DIVENTATO UN CASO

    Nato a Pescara nel 1967, Alfredo Cospito è ritenuto uno degli elementi di spicco del mondo anarchico italiano.

    Redattore del foglio anarchico rivoluzionario Kn03 (la formula chimica del nitrato di potassio, uno degli elementi per creare un fumogeno), che non circola più dal 2008, con la compagna Anna Beniamino – detenuta nel carcere romano di Rebibbia – ha creato un gruppo, che proprio da quella pubblicazione prendeva il nome. Dagli investigatori è considerato uno dei leader della Fai, la Federazione anarchica informale, movimento composto da vari gruppi dediti all’intimidazione armata rivoluzionaria e ritenuto dagli inquirenti un’associazione per delinquere con finalità di terrorismo.  Cospito è in carcere già da 10 anni, accusato di svariati attentati, ma ciò che ha scaldato l’opinione pubblica e giudiziaria è che sia stata disposta per lui la detenzione in regime 41-bis, una misura detentiva che prevede la reclusione in isolamento, senza alcun contatto con l’esterno.

    Cospito è il primo anarchico a finire al 41-bis, misura disposta lo scorso maggio per quattro anni. Dopo aver portato avanti un lungo sciopero della fame contro il regime di carcere duro e l’ergastolo ostativo, il Tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto il ricorso della difesa e l’anarchico rimane tuttora al 41bis.

    Sul caso Cospito è intervenuto anche il parlamentare Giovanni Donzelli, accusando alcuni deputati del Pd di aver incoraggiato il detenuto, dopo una visita nel carcere di Sassari. A riportare a Donzelli il contenuto di alcune conversazioni il sottosegretario Delmastro, attualmente rinviato a giudizio dal Gup di Roma nell’ambito del procedimento che lo vede accusato di rivelazione del segreto d’ufficio.

    Il caso in questione ha sollevato una serie di dubbi, di natura giuridica e morale, sulla efficacia e anche sulla legittimità di una pena che, seppure riservata ai reati gravi, sembra ledere ogni diritto umano e sembra venir meno al principio costituzionale della rieducazione del condannato.

    COSA PENSANO GLI ITALIANI DEL CASO COSPITO E DEL CARCERE DURO?

     Noi studenti della VASA del “Liceo Pitagora- Croce” abbiamo deciso di trascorrere una giornata nel magnifico e vivace centro di Napoli, per un’intervista-sondaggio, mirata a testare non solo la reale portata mediatica del caso, ma anche la conoscenza della legge in questione e del dibattito da essa scaturito, ovvero a quale principio dovrebbe rispondere una pena giudiziaria.

    Abbiamo posto ben 7 domande. Di seguito sono riportati i grafici e i dati delle persone intervistate, che mostrano (in percentuale) le risposte alle nostre domande.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Dal nostro sondaggio siamo riusciti a ricavare delle informazioni molto importanti, che permettono di capire l’opinione dei cittadini in merito ad interrogativi importanti.

    Il primo relativo alla finalità della pena giudiziaria. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di essere a favore di pene giudiziarie che abbiano sempre e comunque una finalità “riabilitativa” ed “educativa”; una minima parte, invece, che una pena giudiziaria è semplicemente un provvedimento “punitivo” e che sia giusto, pertanto, commisurare la pena al reato.

    Il secondo relativo più specificamente alla introduzione del 41Bis. La domanda che abbiamo deciso di porre è:

    “la disposizione dell‘ordinamento penitenziario italiano introdotta dalla legge 10 ottobre 1986, n. 663, che prevede un particolare regime carcerario (per la rigidità delle prescrizioni carcerarie è anche noto come “carcere duro”),nonché più comunemente chiamata “41 Bis”, è giusta o no?” Il 25% degli intervistati si è dichiarato non a conoscenza di questa disposizione, mentre alcuni hanno risposto con secco “Sì”, chiarendo ovviamente le loro motivazioni, non sempre supportate però da una chiara visione della sua finalità, così come una buona percentuale che ha risposto: “solo in alcuni casi”

    Proprio per questo abbiamo deciso di porre una domanda importante:

    “La legge può corrispondere ad un bisogno di vendetta?”, le risposte sono state tutte uguali, cioè: NO. Allo stesso modo hanno risposto alla domanda provocatoria “Pensi sia giusta e legittima la pena di morte?”. Da ciò deduciamo che la maggior parte delle persone del nostro paese non chiede alla legge di vendicare il dolore, ma ben altro. E seppure, talvolta, confusa dai rumori mediatici, da cui estrapola spesso solo notizie superficiali, certamente non appare insensibile al tema del diritto alla conservazione della dignità umana.

                                    Marco Maia, VA SA

     

     

  • 6th May 2023: there was nothing more special than the coronation of King Charles III.

    6th May 2023: there was nothing more special than the coronation of King Charles III.

    Everyone knows that Charles III has been crowned a recently in front of 4 billion spectators at Westminster Abbey.   Thousands of people were expected to line the Mall and the areas around Buckingham Palace to catch a glimpse of the coronation procession  and 2,000 guests attend the ceremony at Westminster Abbey. Unfortunately I was at school and I was doing my Math test so I could just imagine how a modern monarchy was  able to revamp a medieval ritual into something accessible to a younger, more diverse United Kingdom. Anyway  it’s normal  that every coronation is an important moment for all British citizens and the Britain itself.  I did my research  and I discovered there are a lots of symbolic items related to this historical moment and it  is packed with tradition  in Westminster such as the “Stone of Scone” also known as the Stone of Destiny, it is an oblong block of sandstone with a cross carved into one surface and iron rings at each end to help with transport. It is located under the Coronation Chair that will host King Charlesd III and that  was used for the inaugurations of Scottish kings hundreds of years ago, seized from Scotland in 1296 by King Edward I of England and its first use was to crown a Scottish king in 840 AD. Since then, about 60 kings and queens have sat upon it during their coronations in the famous Coronation Chair and later it was immortalised by William Shakespeare. Another important item is the king’s crown, made of a solid gold, a foot tall, capped with velvet, lined with ermine and encrusted with rubies, amethysts, sapphires, topazes, tourmalines and a garnet. It’s heavy nearly 5 pounds . After the coronation we’ll see the king wearing it once in a year, only for special events because it is too heavy and the king doesn’t want to look with his wealth. The crown was named after St Edward the Confessor and it has been used to crown English and British monarchs since the 1300s. A new version of this crown was made in 1661, because the old one got melted down during the Civil War. The king  held the Sovereign’s Orb in his right hand and  two scepters during the service. The most significant and “strange thing” was the anointing. The archbishop of Canterbury  poured consecrated oil from a 17th-century golden ampulla into a 12th-century spoon. The oil is harvested from the Mount of Olives in Jerusalem. (This time it’s vegan, but in past coronations it reportedly contained additives from the glands of small mammals and the intestines of whales.) He was anointed probably in three places — hands, breast and head.

    There are also many legends related to the king’s coronation but as we can see everyone is talking about a hooded mysterious figure apperead in the background of a video shared on social media. Who’s under these dark clothes? Why is he wearing something so strange during an incoronation? Is he a reaper?

    Everyone associated this to the appereance of the death and others talked about it with the strangest theory! Fortunately someone clarified saying it is only a member of a clergy but we are not sure and the mystery goes on….

    Anyway the only thing I can say is : “Long life to the King” and a regert came to mind: I wish I had been there!