Tag: Attualità

  • L’economia prima della vita

    L’economia prima della vita

    La COP26 è la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021. Da quasi tre decenni l’ONU riunisce quasi tutti i Paesi della terra per i vertici globali sul clima. Quando ci fu la COP21 nel 2015 che si tenne a Parigi, successe qualcosa di epocale: tutti i Paesi accettarono di collaborare per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi, puntando a mantenerlo a 1,5 gradi. Inoltre i Paesi s’impegnarono ad adattarsi all’ impatto dei cambiamenti climatici e a mobilitare i fondi necessari per raggiungere questi obiettivi. Nasceva l’Accordo di Parigi. I Paesi concordarono che ogni cinque anni avrebbero presentato un piano aggiornato che rifletteva la loro massima ambizione possibile in quel momento. A causa della pandemia il vertice è stato rimandato di un anno, ma a Glasgow i Paesi si sono incontrati con piani aggiornati di riduzione delle proprie emissioni. Per come tutto si è concluso, la conferenza si può definire fallimentare. Per salvare il pianeta dal riscaldamento globale si è assistito all’ennesimo processo: molte parole, molte promesse, molto circo, solito accordo insufficiente. India, Cina, Sudafrica, Bolivia e Arabia Saudita hanno detto no alla “rinuncia” all’utilizzo del carbone, ma sarà solo “diminuzione”. Stati Uniti e Unione Europea non hanno voluto concedere ai paesi più vulnerabili una struttura di finanziamento per i danni causati da eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico. Intanto il riscaldamento globale cresce avviandosi verso livelli insostenibili. Si allontana l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura terrestre a 1,5 gradi.

    La storia è sempre la stessa. Le lacrime del presidente di turno, le mani nei capelli dei negoziatori, le proteste degli attivisti, le rassicurazioni dei politici che garantiscono che sì, si poteva fare di più ma qualcosa è stato fatto. I Paesi ricchi si accontentano degli accordi presi, ma non per tutti sono convenienti. Per alcuni Paesi (specialmente i poveri) se non si prendono subito dei provvedimenti concretamente efficaci, sarà la fine. Infatti anche se i Paesi più poveri sono quelli che inquinano di meno, sono i più soggetti alle conseguenze catastrofiche dei cambiamenti climatici. Ma non bisogna pensare che le conseguenze dei cambiamenti climatici riguardino soltanto questi Paesi lontani da noi, bensì anche luoghi appartenenti alla nostra penisola, come Venezia e i vari arcipelaghi, spariranno sommersi dall’innalzamento dei mari. L’Italia è uno dei posti più belli del mondo, ma la sua bellezza, la sua cultura e la sua storia sono a rischio e noi abbiamo il dovere di preservarla. Gli animali, la natura, il pianeta, ci stanno chiedendo aiuto da molti anni ormai e le loro voci non possono essere messe a tacere per sempre, ma vanno ascoltate. Noi giovani vogliamo un futuro pulito e prospero.

     

    Aida Piscicelli 2A classico

  • COP26, EMISSIONI ZERO: UN FUTURO POSSIBILE?

    COP26, EMISSIONI ZERO: UN FUTURO POSSIBILE?

    La Conferenza delle Parti, o COP26, è l’incontro di quasi tutti i Paesi del Mondo per i vertici globali sul clima, presieduto quest’anno dal Regno Unito a Glasgow in Scozia.

    La COP26 ha tre obiettivi principali: il primo è quello di azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050 e puntare a limitare l’aumento delle temperature a 1,5°C; il secondo mira alla salvaguardia delle comunità e degli habitat naturali; il terzo consiste nella mobilitazione di finanziamenti per ottenere quanto prefissato. Per raggiungere questi tre obiettivi c’è bisogno soprattutto della collaborazione di tutti i Paesi sviluppati, cercando di fare il prima possibile.

    Il 31 ottobre scorso a Glasgow ha avuto inizio l’ultima conferenza ONU per discutere dell’eliminazione del carbone dai processi di industrializzazione;  purtroppo si è ottenuta solo una riduzione di questo e il problema del surriscaldamento della Terra resta una responsabilità esclusiva dei governi che dovranno autoregolamentarsi. Questo è accaduto a causa principalmente degli Stati Uniti e dell’Unione Europea i quali non hanno concesso una struttura di finanziamento per favorire lo sviluppo industriale di Paesi emergenti, evitando loro il ricorso all’uso di energie inquinanti. Inoltre anche la Cina e l’India hanno ridotto le possibilità di realizzazione degli obiettivi della COP26 poiché hanno cercato il compromesso, firmando il patto solo se tutti gli Stati avessero fatto un passo indietro sui combustibili fossili. In questo modo ne hanno tratto vantaggio anche altri Paesi quali l’Arabia Saudita, l’Australia e la Russia.

    Un altro problema, tra i maggiori, riguarda la mobilitazione finanziaria che prevede il superamento dei 100 miliardi l’anno, già confermato, arrivando alla cifra di 600 miliardi di dollari entro il 2025, come promesso già nel 2009 a Copenaghen; per il reperimento dei soldi ci sarà bisogno, dunque, dell’aiuto dei Paesi sviluppati che dovranno raddoppiare il loro sostegno economico passandolo da 20 a 40 miliardi di dollari all’anno. Purtroppo su questo punto non è ancora stato trovato un accordo se non quello di avviare un programma di lavoro di due anni utili ad identificare le esigenze dei Paesi in via di sviluppo.

    Anche l’obiettivo dell’adozione della Roadmap per la riduzione delle emissioni climalteranti al 2030 è stato rinviato di un anno, con la speranza di trovare un accordo per il taglio del 45% delle emissioni di CO2 rispetto al 2010 per raggiungere l’azzeramento completo entro metà secolo.

    A conferenza terminata, la giovane ambientalista svedese Greta Thunberg espresso il suo commento:

    “Ecco un breve riassunto: bla, bla, bla”.

    Aggiungendo:

    “Il lavoro continua fuori da queste sale”

    E promette che mai si arrenderà.

    Giorgia Cannavacciuolo 2A classico

  • A STEP AWAY FROM FREEDOM

    A STEP AWAY FROM FREEDOM

    Nowadays, we always hear or read from the social media news about the sea as a place where people can find a redemption from a life. Unfortunately sometimes the sea betrays and instead of becoming in a safe place it turns into an abyss of death and pain.

    There was a sensational discovery in Herculaneum ruins in the last days: a skeleton came to light one step from the seashore. It was probably a 45-year-old man escaping from the terrible 79 A.D.  Vesuvius eruption. All around full of gas and lava. Everyone tried to run away from that natural disaster. The archiologists and scientists say that the bones are red because of his blood, since he had been burnt by the magma. The eruption in a few minutes overwhelmed the whole city, and people thought the sea could be their only chance for freedom.

    This discovery made us think the many migrants who try to save themselves and look for freedom across the sea. They, as in 79 A.D. catastrophe, hope to regain freedom by travelling in overcrowded boats to get to Europe. The Sea can save and kill at the same time, becoming the tomb of many people. However, the sea is still considered a step away from freedom.

    VA classico

  • Pandemia e solitudine ispirano un successo di Powfu

    Pandemia e solitudine ispirano un successo di Powfu

    Questa pandemia non solo ha cambiato le nostre abitudini ma anche le nostre emozioni. Il non potersi incontrare, la mancanza di contatto e tutte quelle restrizioni e problematiche che ci vietano di vivere una vita quantomeno normale, sicuramente suscitano nuove emozioni e ci mettono davanti a  situazioni nuove da affrontare.

    E’ proprio su questo che il rapper e cantautore canadese, Powfu, pseudonimo di Isaiah Faber, ha scritto “When the hospital was my home”, una canzone che egli stesso definisce come “una delle più tristi mai scritte”. Per la stesura del testo ha tratto ispirazione da diverse esperienze da lui vissute ma, in particolare, dal film “A un metro da te” (film del 2019 diretto da Justin Baldoni che parla di due ragazzi, Stella e Will, affetti da una malattia che li porta ad avvicinarsi e ad innamorarsi, ma la terapia per Will non avrà gli esiti da lui sperati e ciò lo porterà ad allontanarsi da Stella). Il film ha aiutato Powfu a scrivere questa canzone dal punto di vista di una persona che vive in un ospedale, costretto ad essere lì non per propria volontà ma per necessità . Alla prima strofa della canzone c’è questa frase che avvia alla comprensione deii sentimenti e delle emozioni provate da una persona che, purtroppo, non può condurre una vita normale e serena:

     

    Traduzione

    I’m sick and it s**ks and my friends barely visit   –    Sono malato e fa schifo e i miei amici vengono a malapena a trovarmi

    Every week that goes by, end up feelin’ more distant   –    Ogni settimana che passa, finisco per sentirmi più lontano

    Cried so many times, tryna chip away my fear       –           Ho pianto così tante volte, provo a far sparire la mia paura

     

    Il messaggio che arriva è quello di un ragazzo che non può lasciare il suo letto d’ospedale, cosa che lo fa sentire lontano dai suoi amici che non possono essere con lui nei momenti più bui e che, pertanto, riesce  solo a ridurre ma non a rimuovere la paura di quanto, da solo, si ritrova ad affrontare.

    Dalla prima strofa si giunge, poi, al ritornello:

    Traduzione

    It’s okay to say goodbye                                                                                  Va bene dire addio

    But I hate saying goodbyes                                                                             Ma odio dire addio

    Would you stay here longer?                                                                      Rimarresti qui più a lungo?

    Sorry I’m not stronger                                                                                Mi dispiace, non sono più forte

     

    Ogni frase del ritornello può essere oggetto di una duplice interpretazione, dal momento che l’ascoltatore, in base alla propria sensibilità, può scegliere di leggerla ora dal punto di vista del ragazzo malato ora da quello del suo amico. In questi quattro versi il ragazzo malato chiede al suo amico di stare più a lungo con lui e si scusa per non essere abbastanza forte da sconfiggere la malattia. Allo stesso tempo il suo amico chiede al compagno malato di resistere ancora un po’ e si scusa dicendo di non essere stato abbastanza forte da stare al suo fianco per tutto il tempo, perché è difficile guardare un amico soffrire senza poter fare nulla.

    Questa canzone riflette pienamente ciò che stiamo vivendo. Ciò che questa pandemia ha comportato è il dover vivere situazioni tristi senza un punto di ritorno; ha causato un blocco delle nostre emozioni, dovuto al non poter vedersi con le persone più care e al non poter interagire con il mondo che ci circonda. Tuttavia è sempre importante guardare fiduciosamente avanti e sperare che questa situazione surreale, che stiamo tuttora vivendo, termini quanto prima trascinandosi dietro tutte le situazioni negative che ha generato.

  • L’esplosione degli eSports: ma cosa sono?

    L’esplosione degli eSports: ma cosa sono?

    Da un po’ di anni il Comitato Olimpico Internazionale ha iniziato ad interessarsi al mondo degli eSports. Di cosa si tratta?

    Con il termine eSports si indicano le competizioni di videogiochi di livello professionistico, che vanno dal genere strategico a quelli che simulano la realtà. Negli ultimi anni l’interesse verso questo mondo è cresciuto notevolmente, grazie anche al coinvolgimento di numerose celebrità ed eventi che hanno attirato milioni e milioni di persone con un conseguente impatto economico. Infatti solo nel 2020 ci sono state competizioni con montepremi di più di 20 milioni di dollari! Tra i titoli più famosi ci sono sicuramente i giochi che simulano il calcio: Fifa e Pes. Quest’ultimo è un vero e proprio campionato mondiale in cui videogiocatori di tutto il mondo si affrontano 11vs11 in un campo da calcio virtuale. Un esempio di questi campionati è presente in Italia con squadre eSport finanziate da vere squadre di calcio!

    Ma il gioco che in assoluto ha fatto esplodere il mondo eSports è  League of Legends. Si tratta di un gioco  di strategia in cui due squadre di cinque potenti campioni si affrontano per distruggere la base degli avversari. Durante il campionato mondiale 2020 questo gioco ha raggiunto il picco di 46 milioni di spettatori simultanei, ottenendo, così, la targa di evento eSport più visto dell’anno!

    In tanti si chiedono, tuttavia, se gli eSports si possano considerare un vero e proprio sport.

    In Italia, l’attuale presidente del Coni Giovanni Malagò durante un’intervista risalente al 19 Novembre del 2017 dichiarò:  “Pensare che gli eSports siano veri e propri sport è una barzelletta, e non riusciranno mai ad essere considerati disciplina olimpionica!”. Probabilmente non aveva tenuto conto dell’evoluzione alla quale si andava in contro. A solo quattro di distanza da quella sua affermazione, infatti, gli eSports sono considerati veri e propri sport e i videogiocatori professionisti sono atleti a tutti gli effetti. Ora manca soltanto il passaggio a disciplina olimpionica, tentativo che sarebbe dovuto andare a segno già nelle Olimpiadi di Tokyo 2020, purtroppo annullate per via della pandemia, ma ci si aspetta un debutto nelle Olimpiadi del 2028 che si terranno a Los Angeles.

  • Il Politicamente Corretto: quando è forma, quando è sostanza

    Il Politicamente Corretto: quando è forma, quando è sostanza

    L’espressione politically correct (in italiano politicamente corretto) è un’espressione linguistica nata nell’America degli anni Trenta del XX secolo, in un momento storico in cui il paese era fortemente insidiato dal sentimento dell’odio razziale. In particolare negli ambienti universitari liberali dell’epoca, nasceva il bisogno di una comunicazione esente da pregiudizi verso ogni tipo di minoranza e che fosse improntata al rispetto della diversità. Il politicamente corretto mira quindi all’eliminazione di stereotipi negativi e di preconcetti spesso veicolati tramite il linguaggio. Tuttavia, soprattutto negli ultimi decenni, una errata interpretazione del politically correct ha portato progressivamente la società ad averne una considerazione falsata: la pressante attenzione al parlato ha avuto come conseguenza la percezione di una limitazione alla possibilità di esprimere liberamente le proprie idee; ma, come l’origine di questo tipo di comunicazione suggerisce, il fine ultimo è quello di esprimersi nel rispetto delle categorie di cui si parla. Difatti, in particolare sui social, troviamo questa espressione al centro di discussioni in cui il politicamente corretto è il bavaglio che si contrappone alla libertà di espressione. Tale argomentazione è stata proposta recentemente da Donald Trump e dai suoi sostenitori, dopo che il leader repubblicano è stato privato di tutti i suoi profili social da ogni sorta di piattaforma, in conseguenza del suo incoraggiamento all’invasione di Capitol Hill da parte di manifestanti armati attivatisi in suo favore.

    Tuttavia non è facile rispettare il politically correct in quanto chi si esprime ha bisogno di informazione e conoscenza. Ad esempio, la trattazione errata di alcuni argomenti da parte della stampa, soprattutto legati alla questione gender, si muove in una direzione opposta a questo atteggiamento. Il recente caso di cronaca di Paola e Ciro, largamente trattato dalla stampa nazionale, ha acceso i riflettori sull’insufficiente preparazione da parte dei mass media per la trattazione di tali argomenti.

    Altra obiezione a contrasto del politicamente corretto è il considerarlo una semplice forma di perbenismo, alimentato non dal senso di rispetto, ma da mera adeguazione alla massa, che sfocia quindi in un comportamento ipocrita. Seppure sia importante assumere un atteggiamento rispettoso nei confronti di tutti, si rischia di degenerare se non si tiene conto del contesto delle diverse situazioni. Un esempio calzante è sicuramente la recente rimozione da alcune piattaforme di streaming online di celebri film come Via col vento e Grease, ritenuti discriminatori da più punti di vista. L’azione si configura come estrema nell’applicazione del principio del politicamente corretto in quanto il contesto in cui questi film vanno ad inserirsi viene messo in secondo piano rispetto all’opinione pubblica attuale; ma è assai sbagliato guardare al passato con gli occhi di oggi, poiché i valori della società mutano nel tempo.

    In conclusione, il politicamente corretto non è altro che una forma di rispetto. Potremmo concludere con le parole della giornalista e conduttrice radiofonica Loredana Lipperini: “Non è censurando, allontanando o ritentando l’esperienza fallimentare del politically correct che si ristabilisce un equilibrio ormai perduto di vista. Semmai, vigilando: e dunque, entrando nel mondo dei simboli per osservarli e riconoscerli. Per renderli, forse e finalmente, innocui.”

     

    Adele Russo, Gianluca Fiordoro V A classico

  • Discriminazioni di genere: le parole fanno la differenza

    Discriminazioni di genere: le parole fanno la differenza

    Il sessismo è molto più radicato nella nostra società di quanto alcuni fenomeni evidenti dimostrino, come ad esempio il divario salariale fra uomo e donna o la violenza di genere. In realtà, spesso agisce in maniera subdola, nascondendosi dietro espressioni e modi di dire che hanno origini molto antiche e rafforzano l’idea di inferiorità della donna, che rimanda all’antica organizzazione familiare e mentalità del patriarcato. Ne è un esempio il termine “signorina”, utilizzato per sminuire verbalmente la posizione occupata da una donna, esclusivamente in relazione al fatto che non abbia un uomo al suo fianco. Al contrario, alle donne sposate ci si riferisce con “signora”, titolo che implica maggior rispetto, ma sempre sulla base del legame con un uomo. Un’altra espressione particolarmente retrograda è, secondo noi, “angelo del focolare”, usata in passato in riferimento al ruolo di moglie e madre di una donna, che oggi ha assunto un’accezione dispregiativa.

    A questo proposito, Valeria Della Valle, direttrice del vocabolario Treccani, questo mese è intervenuta sul giornale La Repubblica per raccontare che negli anni ’70 si impegnò per eliminare dal vocabolario proprio quest’espressione offensiva. La studiosa ha voluto ricordare quest’episodio in occasione della recente petizione presentata da cento donne italiane per rimuovere dai dizionari tutti gli insulti di natura sessista comunemente rivolti alle donne. Della Valle ha fatto notare che eliminare parole come “troia”, “puttana”, “cagna” e “zoccola” equivarrebbe a commettere il suo stesso errore di giovane linguista: cancellare dal linguaggio scritto la storia della degradazione delle donne a meri oggetti sessuali non apporterebbe alcun miglioramento alla loro immagine presente. Piuttosto, è necessario conservarne il ricordo, in modo da acquistare consapevolezza riguardo al tipo di mentalità che ha partorito queste offese, poiché questa stessa cultura sopravvive oggi.

    A dimostrazione di questo, sul dizionario online Virgilio fra i sinonimi del termine “donna” troviamo parole come “sesso debole”, “signorina”, “donna di servizio”, mentre uno dei contrari è l’espressione “sesso forte”. Si arriva così a una sorta di paradosso: da una parte abbiamo la linguista Della Valle, impegnata a offrire alla donna una giusta rappresentazione attraverso il linguaggio, dall’altra un dizionario che descrive la donna secondo il tipico stereotipo di debolezza. Al di là di ciò che è giusto o sbagliato, questo duplice punto di vista dimostra il potere che la lingua detiene sulla questione della parità di genere: in un dibattito tanto vario e complesso, una parola può fare la differenza.

    Nella nostra generazione, ciò è valido soprattutto relativamente alla violenza di genere. Sui social ormai spopola l’hashtag #notallmen, cioè “non tutti gli uomini”, diventato di tendenza soprattutto in seguito alla notizia dell’uccisione della giovane Sarah Everard a Londra. Molti ragazzi, quando sentono parlare di violenza sulle donne, reagiscono con affermazioni del tipo: “Non tutti gli uomini sono dei molestatori: io non sono uno di loro e quindi non mi pongo il problema”. Di certo non realizzano che la questione va ben oltre il loro diretto coinvolgimento, fra l’altro tutto da verificare. Infatti, quest’espressione banalizza il fenomeno della violenza sulle donne perché diventa la difesa di un gruppo che di difesa non ha bisogno, in quanto la nostra società è già plasmata sulle esigenze degli uomini.

    Allo stesso modo, sono estremamente dannose anche le tipiche frasi da titolo di prima pagina, come: “Giovane ragazza stuprata da tre uomini per strada”. La voce passiva del verbo è diventata di uso comune per descrivere simili eventi; quando è associata a osservazioni sull’abbigliamento femminile o sul trucco, rinforza la tendenza a colpevolizzare le vittime di violenze e molestie, che sono invece innocenti.

    Risulta quindi evidente che per cambiare i meccanismi di una società come la nostra, che affonda le sue radici in secoli di storia, è necessario modificarne le fondamenta e dunque agire innanzitutto sul linguaggio.

    Arianna de Martino e Chiara Falanga, IIIA Classico

  • Il riscatto di Torre Annunziata non è un’utopia: noi giovani ci crediamo

    Il riscatto di Torre Annunziata non è un’utopia: noi giovani ci crediamo

    “Io resto ogni volta ammirato del vostro impegno, della vostra scuola, delle iniziative e del fatto che voi ci crediate.” 

    Questa è la bellissima frase, pronunciata dal dott. Alessandro Pennasilico in occasione dell’incontro “Giornalista Giornalista”, tenutosi venerdì 23 aprile e che descrive appieno lo spirito con cui è stato affrontato; noi alunni abbiamo discusso per ben due ore insieme a lui, all’onorevole Paolo Siani e al procuratore generale Armando D’Alterio, affrontando problematiche significative che affondano le proprie radici nella storia della nostra città e che ancora oggi la logorano: l’inquinamento, la dispersione scolastica, l’illegalità, l’uso di droga tra i giovani, il fenomeno dei “muschilli”, ma anche l’abusivismo edilizio, l’usura, il racket, l’omertà, la criminalità organizzata e la malavita.

    A loro abbiamo fatto domande che noi, a nostra volta, ci ponevamo da tempo e a cui faticavamo tanto a rispondere. Abbiamo ascoltato con attenzione e curiosità le risposte, abbiamo provato a imprimere nella nostra memoria tutto ciò che ci veniva detto e ne abbiamo fatto tesoro. Di tanto in tanto ci siamo sentiti attraversati da brividi e i nostri occhi sono diventati lucidi, perché quelle risposte sono state in netta antitesi coi crimini che vengono commessi ogni giorno nella nostra città e che ci angosciano molto. Quelle “persone pulite” ci hanno fatto intravedere la possibilità di un riscatto, di soluzioni che non sembravano più un’utopia: tutti noi abbiamo provato l’emozionante forza dell’onestà.

    Ecco, quindi, la voglia di lavare le offese perpetrate contro Torre Annunziata: da decenni è ferita da molte umiliazioni. In particolare, ricorrono due tipi di offese: una che può sembrare piccola e poco significativa, ma quasi inevitabile e, perciò, molto frequente, è quella che subiscono le nostre madri quando noi figli siamo costretti ad andar via perché purtroppo da questa nostra città non possiamo ricevere molto. Consapevoli di ciò, col cuore a pezzi, ci lasciano andare altrove. 

    L’altra offesa è quella che mette all’angolo, umiliandoli, tutti i cittadini onesti e pacifici che continuano a vivere in questa triste realtà torrese. L’esempio più terribile è quello di un uomo perbene a cui viene strappata barbaramente la vita con una pugnalata dritta al petto, a causa di una sedia sgangherata imposta con prepotenza come segno di occupazione di un territorio pubblico. La legittima intolleranza di sua figlia, che potremmo definire semplicemente senso di giustizia, ha scatenato la furia dei carnefici del suo papà e così quello è stato l’ultimo giorno in cui la ragazza ha incrociato i suoi occhi “azzurri, anzi, azzurrissimi”. Noi tutti sappiamo che non bisogna mai voltarsi dall’altra parte quando si incontra una sedia come quella, ma sappiamo anche che questa è una partita senza fine, di cui dobbiamo essere “soggetti attivi” e non “spettatori”. Dovremo, quindi, rimuovere ancora tante altre “sedie”!

    Durante l’incontro, noi non abbiamo ricevuto solo risposte, ma molto di più: ci siamo sentiti come se ci fossero state iniettate massicce dosi di coraggio, forza e speranza, proprio come un vaccino. Ci è stata ridata la voglia e la forza di risollevare la tanto, troppo vessata Torre Annunziata, di liberarla dalla ferocia della criminalità, che come un ferro rovente ogni giorno la marchia a fuoco dinnanzi al resto del Paese. 

    La nostra città, nel corso degli anni, è stata resa quasi completamente invivibile ed è sempre più difficile scegliere di restarvi. Si è ammalata gravemente e la sua cura siamo noi giovani armati del sistema di artiglieria pesante più potente in assoluto: la nostra fiducia nel riscatto. Noi ci crediamo e proprio per questo non vogliamo subire, ma scegliere, sempre e comunque.

  • CORONAVIRUS: mascherine Ffp2 e U-Mask non a norma

    CORONAVIRUS: mascherine Ffp2 e U-Mask non a norma

    Le mascherine che usiamo quotidianamente forniscono una reale protezione dal Covid-19?
    Ecco una delle tante domande che, da ormai molti mesi, si pone l’intera popolazione. Attualmente sono diffusi molti tipi di mascherine, tuttavia, negli ultimi tempi si predilige l’utilizzo di mascherine Ffp2 o Ffp3 poiché dotate di protezione individuale, analogamente vengono utilizzate anche mascherine chirurgiche monouso, mentre l’utilizzo di mascherine in tessuto ,ossia lavabili e riutilizzabili è meno diffuso considerando che non forniscono un’elevata protezione verso se stessi e verso gli altri. Di recente è esploso uno scandalo per quanto riguarda un lotto di mascherine Ffp2 certificate con il marchio CE 2163 dall’ente turco Universal Certification; tale azienda, dopo una serie di accuse, ha condotto dei test sui prodotti da un laboratorio spagnolo e da uno cinese, e pare proprio che molti prodotti non risulterebbero a norma. Dunque, tutta la marce precedentemente approvata dall’azienda, subirà ulteriori test. Fin a quando non si avranno maggiori informazioni è altamente sconsigliato l’utilizzo di mascherine Ffp2 con il timbro CE 2163, in quanto si ritiene che molte mascherine non hanno la capacità sufficiente di filtrare la particelle per essere considerate Ffp2.La domanda ora sorge spontanea: “Come posso evitare di acquistare mascherine non a norma?” E quali sono i luoghi dove vengono vendute maggiormente?Per evitare l’acquisto di queste mascherine è importante leggere la marcatura al di sopra della mascherina o sulla scatola; vengono vendute con prezzi ridotti maggiormente online, ma sfortunatamente si possono reperire anche all’interno di supermercati e farmacie.In questo particolare momento storico, la nostra salute deve avere l’assoluta priorità, si raccomanda di guardare accuratamente durante l’acquisto vari fattori come: la qualità della mascherina, il tipo di imballaggio, il numero di strati, la presenza di certificati e la provenienza.Il Ministero della Salute ,inoltre, ha deciso di sequestrare e ritirare dal mercato anche le mascherine ‘’U-Mask’’,conosciute anche come “le mascherine dei Vip” .Esse promettono l’utilizzo di un filtro auto-sanificante che sfrutta la biotecnologia per bloccare batteri e virus sulla superficie e distruggerli al suo interno; dopo una serie di analisi di laboratorio pare che la capacità di filtraggio della mascherina biotech con il filtro che dura dalle 150 alle 200 ore sarebbe del 70-80%, anziché del 98-99% ufficialmente dichiarato. Attendiamo maggiori informazioni per quanto riguarda la questione. E’ importante, in questo delicato momento , la diffusione di informazioni di questo tipo, in modo tale da allertare i cittadini circa le mascherine non a norma per garantire la salute comune!

  • La protesta dei riders: che cosa significa davvero acquistare con un click?

    La protesta dei riders: che cosa significa davvero acquistare con un click?

    Fin dai primi tristi momenti della pandemia e anche ora che siamo in zona rossa, quando restare tassativamente a casa sembra quasi una condanna definitiva, a squarciare il grigiore delle giornate che si ripetono uguali, sono solo  loro, i riders.

    Non è difficile, infatti, immaginare quanto l’economia e le modalità d’acquisto siano potute radicalmente cambiare con l’avvento del virus, provocando una progressiva e subdola perdita di contatto e di umanità anche nel mondo del lavoro e in particolare, in quei settori che a noi acquirenti sembrano i più semplici e veloci, quelli in cui con un click otteniamo in tempi brevissimi tutto quello che possiamo desiderare. Ma cosa si nasconde dietro questo “semplice” click? È davvero tutto così leggero e rapido come appare ai nostri occhi? A quanto pare no, non per i nostri “riders”. Moderni cavalieri (secondo la traduzione letterale) che, incuranti della pioggia, del vento e del contagio, a cavallo dei loro  “destrieri”,  consegnano a domicilio tutto ciò che la necessità o la fantasia più sfrenata rendono improcastinabile e necessario alla sopravvivenza ai tempi del coronavirus, tra le mura della nostra casa.

    Appaiono fugaci e veloci, professionali, più o meno gentili ed anche piacevolmente colorati con i loro zaini e cappellini coordinati, a conferma dell’unica certezza di questo periodo di totale precarietà: il rispetto dei tempi di consegna! Così, se la pandemia descrive intorno a noi un mondo di incertezze e di speranze sbiadite, scarsamente rinvigorite da un programma vaccinale che stenta ad eseguirsi in una modalità davvero risolutiva, possiamo, però, esser piacevolmente rassicurati dalla certezza che quanto abbiamo ordinato arriverà nel tempo e nel modo richiesti.

    Ciò che invece non sappiamo è che dietro questa puntualità e dietro la possibilità di essere riforniti di qualunque cosa direttamente a casa nostra, ad ogni ora del giorno e della notte e persino di domenica, si cela un quadro lavorativo oscuro e carico di sfruttamento.

    Senonché, gli scioperi proclamati nell’ultima settimana di marzo, a stretto giro, dai dipendenti di Amazon e dai riders, hanno infranto anche l’ultima nostra certezza, imponendoci finalmente di riflettere su quanto quel nostro semplice click, ripetuto anche più volte in un solo giorno, possa aver determinato conseguenze economico-lavorative davvero imponenti, che ricadono direttamente sulla vita di tanti lavoratori. Scopriamo, così, che termini come “Gig Economy” e “App Economy” – piattaforme online di food delivery- o anche come “riders”, mascherano, con il loro appeal esotico, situazioni di sfruttamento caratterizzate da precarie condizioni di sicurezza, inadeguatezza retributiva, ritmi di lavoro e turnazioni non controllate e sfiancanti, a carico di quelli che possono essere ormai definiti “braccianti metropolitani”. Scopriamo così che nostri i “moderni cavalieri” devono definirsi, più prosaicamente, dei ciclofattorini, il cui contatto con il datore di lavoro viene gestito, tramite un’applicazione e un pc, sin dall’incarico, conferito a seguito di un mero contatto telefonico. Ogni tipo di interazione e contatto umano vengono azzerati: tutto quel che conta è che i riders abbiano una bici o sappiano guidare un motorino e che dispongano di uno smartphone.

    La situazione che appare ai nostri occhi potrebbe far pensare alla classica figura del fattorino che tradizionalmente consegna la pizza ordinata telefonicamente il sabato sera alla nostra pizzeria di fiducia o, ancora più romanticamente, alle immagini di quei film americani degli anni Cinquanta con il teenager che, percorrendo gli ampi viali che separano le villette a schiera, lancia con millimetrica precisione il quotidiano sull’uscio della porta. D’altra parte, non era forse questa la Gig Economy, intesa come l’economia collegata ai “lavoretti”  di quei giovani studenti che sceglievano nel tempo libero di impegnarsi per emanciparsi dalla famiglia?

    La realtà lavorativa dei riders odierni, è, invece, ben diversa. Il loro datore di lavoro non è il singolo esercizio commerciale, il nostro simpatico e paterno pizzaiolo di fiducia, ma una piattaforma online di food delivery, di consegna di cibo a domicilio che, abilitando interazioni fra produttore e consumatore, garantisce consegne h24 , secondo meccanismi differenziati ma del tutto virtuali. Conoscendo meglio il meccanismo che governa tale rete di lavoro, già possiamo renderci meglio conto del fatto che manca una reale tutela e attenzione nei confronti dei lavoratori che vi sono coinvolti. Ne è dimostrazione il fatto che essi hanno recentemente protestato contro l’Accordo  firmato il 16 settembre scorso  fra AssoDelivery e il solo sindacato UGL (Unione Generale del Lavoro), accordo che costituisce il primo contratto collettivo nazionale di categoria che ha, però, riconosciuto ai riders solo talune garanzie ed indennità, ma che non li ha inquadrati come lavoratori subordinati, non garantendo loro le fondamentali tutele previste per i dipendenti, come ad esempio le ferie e la malattia, benché il loro lavoro appaia del tutto eterodeterminato.

    A quest’onda di rivendicazioni sindacali hanno preso parte anche, per la prima volta, i dipendenti di Amazon. “I drivers arrivano a fare anche 44 ore di lavoro settimanale e molto spesso per l’intero mese. Si toccano punte di pacchi consegnati al giorno, ma nessuna verifica dei turni di lavoro. Nessuna contrattazione né confronto con le organizzazioni di rappresentanza sui ritmi imposti”. Sono queste le parole dei sindacati, che, come un vero e proprio grido di denuncia, ci aprono gli occhi di fronte a quello che potremmo definire il fallimento di tutte le conquiste che in termini di dignità e sicurezza del lavoro, ci hanno consegnato le lotte sindacali del secolo scorso. I dati ci sveleranno se e in quale misura i consumatori abbiano aderito all’appello dei sindacati di non effettuare prenotazioni ed acquisti nella giornata della protesta e solo il tempo ci darà una risposta sul risultato di queste nuove lotte. Intanto, si apre ai nostri occhi uno spunto di riflessione importante che ci permette di renderci realmente conto della gravità di tali condizioni lavorative. Ci auguriamo che tale consapevolezza collettiva possa realmente portare alla fine di questo tipo di modalità di lucro che invece di agevolare i dipendenti che ogni giorno realizzano un guadagno con il loro lavoro, li sfrutta e li espone progressivamente. Ci fa ben sperare, da questo punto di vista, l’accordo concluso da Just Eat con i sindacati, per l’assunzione, come lavoratori dipendenti, di circa 4000 riders.