Tag: Coronavirus

  • Pandemia e solitudine ispirano un successo di Powfu

    Pandemia e solitudine ispirano un successo di Powfu

    Questa pandemia non solo ha cambiato le nostre abitudini ma anche le nostre emozioni. Il non potersi incontrare, la mancanza di contatto e tutte quelle restrizioni e problematiche che ci vietano di vivere una vita quantomeno normale, sicuramente suscitano nuove emozioni e ci mettono davanti a  situazioni nuove da affrontare.

    E’ proprio su questo che il rapper e cantautore canadese, Powfu, pseudonimo di Isaiah Faber, ha scritto “When the hospital was my home”, una canzone che egli stesso definisce come “una delle più tristi mai scritte”. Per la stesura del testo ha tratto ispirazione da diverse esperienze da lui vissute ma, in particolare, dal film “A un metro da te” (film del 2019 diretto da Justin Baldoni che parla di due ragazzi, Stella e Will, affetti da una malattia che li porta ad avvicinarsi e ad innamorarsi, ma la terapia per Will non avrà gli esiti da lui sperati e ciò lo porterà ad allontanarsi da Stella). Il film ha aiutato Powfu a scrivere questa canzone dal punto di vista di una persona che vive in un ospedale, costretto ad essere lì non per propria volontà ma per necessità . Alla prima strofa della canzone c’è questa frase che avvia alla comprensione deii sentimenti e delle emozioni provate da una persona che, purtroppo, non può condurre una vita normale e serena:

     

    Traduzione

    I’m sick and it s**ks and my friends barely visit   –    Sono malato e fa schifo e i miei amici vengono a malapena a trovarmi

    Every week that goes by, end up feelin’ more distant   –    Ogni settimana che passa, finisco per sentirmi più lontano

    Cried so many times, tryna chip away my fear       –           Ho pianto così tante volte, provo a far sparire la mia paura

     

    Il messaggio che arriva è quello di un ragazzo che non può lasciare il suo letto d’ospedale, cosa che lo fa sentire lontano dai suoi amici che non possono essere con lui nei momenti più bui e che, pertanto, riesce  solo a ridurre ma non a rimuovere la paura di quanto, da solo, si ritrova ad affrontare.

    Dalla prima strofa si giunge, poi, al ritornello:

    Traduzione

    It’s okay to say goodbye                                                                                  Va bene dire addio

    But I hate saying goodbyes                                                                             Ma odio dire addio

    Would you stay here longer?                                                                      Rimarresti qui più a lungo?

    Sorry I’m not stronger                                                                                Mi dispiace, non sono più forte

     

    Ogni frase del ritornello può essere oggetto di una duplice interpretazione, dal momento che l’ascoltatore, in base alla propria sensibilità, può scegliere di leggerla ora dal punto di vista del ragazzo malato ora da quello del suo amico. In questi quattro versi il ragazzo malato chiede al suo amico di stare più a lungo con lui e si scusa per non essere abbastanza forte da sconfiggere la malattia. Allo stesso tempo il suo amico chiede al compagno malato di resistere ancora un po’ e si scusa dicendo di non essere stato abbastanza forte da stare al suo fianco per tutto il tempo, perché è difficile guardare un amico soffrire senza poter fare nulla.

    Questa canzone riflette pienamente ciò che stiamo vivendo. Ciò che questa pandemia ha comportato è il dover vivere situazioni tristi senza un punto di ritorno; ha causato un blocco delle nostre emozioni, dovuto al non poter vedersi con le persone più care e al non poter interagire con il mondo che ci circonda. Tuttavia è sempre importante guardare fiduciosamente avanti e sperare che questa situazione surreale, che stiamo tuttora vivendo, termini quanto prima trascinandosi dietro tutte le situazioni negative che ha generato.

  • CORONAVIRUS: mascherine Ffp2 e U-Mask non a norma

    CORONAVIRUS: mascherine Ffp2 e U-Mask non a norma

    Le mascherine che usiamo quotidianamente forniscono una reale protezione dal Covid-19?
    Ecco una delle tante domande che, da ormai molti mesi, si pone l’intera popolazione. Attualmente sono diffusi molti tipi di mascherine, tuttavia, negli ultimi tempi si predilige l’utilizzo di mascherine Ffp2 o Ffp3 poiché dotate di protezione individuale, analogamente vengono utilizzate anche mascherine chirurgiche monouso, mentre l’utilizzo di mascherine in tessuto ,ossia lavabili e riutilizzabili è meno diffuso considerando che non forniscono un’elevata protezione verso se stessi e verso gli altri. Di recente è esploso uno scandalo per quanto riguarda un lotto di mascherine Ffp2 certificate con il marchio CE 2163 dall’ente turco Universal Certification; tale azienda, dopo una serie di accuse, ha condotto dei test sui prodotti da un laboratorio spagnolo e da uno cinese, e pare proprio che molti prodotti non risulterebbero a norma. Dunque, tutta la marce precedentemente approvata dall’azienda, subirà ulteriori test. Fin a quando non si avranno maggiori informazioni è altamente sconsigliato l’utilizzo di mascherine Ffp2 con il timbro CE 2163, in quanto si ritiene che molte mascherine non hanno la capacità sufficiente di filtrare la particelle per essere considerate Ffp2.La domanda ora sorge spontanea: “Come posso evitare di acquistare mascherine non a norma?” E quali sono i luoghi dove vengono vendute maggiormente?Per evitare l’acquisto di queste mascherine è importante leggere la marcatura al di sopra della mascherina o sulla scatola; vengono vendute con prezzi ridotti maggiormente online, ma sfortunatamente si possono reperire anche all’interno di supermercati e farmacie.In questo particolare momento storico, la nostra salute deve avere l’assoluta priorità, si raccomanda di guardare accuratamente durante l’acquisto vari fattori come: la qualità della mascherina, il tipo di imballaggio, il numero di strati, la presenza di certificati e la provenienza.Il Ministero della Salute ,inoltre, ha deciso di sequestrare e ritirare dal mercato anche le mascherine ‘’U-Mask’’,conosciute anche come “le mascherine dei Vip” .Esse promettono l’utilizzo di un filtro auto-sanificante che sfrutta la biotecnologia per bloccare batteri e virus sulla superficie e distruggerli al suo interno; dopo una serie di analisi di laboratorio pare che la capacità di filtraggio della mascherina biotech con il filtro che dura dalle 150 alle 200 ore sarebbe del 70-80%, anziché del 98-99% ufficialmente dichiarato. Attendiamo maggiori informazioni per quanto riguarda la questione. E’ importante, in questo delicato momento , la diffusione di informazioni di questo tipo, in modo tale da allertare i cittadini circa le mascherine non a norma per garantire la salute comune!

  • La protesta dei riders: che cosa significa davvero acquistare con un click?

    La protesta dei riders: che cosa significa davvero acquistare con un click?

    Fin dai primi tristi momenti della pandemia e anche ora che siamo in zona rossa, quando restare tassativamente a casa sembra quasi una condanna definitiva, a squarciare il grigiore delle giornate che si ripetono uguali, sono solo  loro, i riders.

    Non è difficile, infatti, immaginare quanto l’economia e le modalità d’acquisto siano potute radicalmente cambiare con l’avvento del virus, provocando una progressiva e subdola perdita di contatto e di umanità anche nel mondo del lavoro e in particolare, in quei settori che a noi acquirenti sembrano i più semplici e veloci, quelli in cui con un click otteniamo in tempi brevissimi tutto quello che possiamo desiderare. Ma cosa si nasconde dietro questo “semplice” click? È davvero tutto così leggero e rapido come appare ai nostri occhi? A quanto pare no, non per i nostri “riders”. Moderni cavalieri (secondo la traduzione letterale) che, incuranti della pioggia, del vento e del contagio, a cavallo dei loro  “destrieri”,  consegnano a domicilio tutto ciò che la necessità o la fantasia più sfrenata rendono improcastinabile e necessario alla sopravvivenza ai tempi del coronavirus, tra le mura della nostra casa.

    Appaiono fugaci e veloci, professionali, più o meno gentili ed anche piacevolmente colorati con i loro zaini e cappellini coordinati, a conferma dell’unica certezza di questo periodo di totale precarietà: il rispetto dei tempi di consegna! Così, se la pandemia descrive intorno a noi un mondo di incertezze e di speranze sbiadite, scarsamente rinvigorite da un programma vaccinale che stenta ad eseguirsi in una modalità davvero risolutiva, possiamo, però, esser piacevolmente rassicurati dalla certezza che quanto abbiamo ordinato arriverà nel tempo e nel modo richiesti.

    Ciò che invece non sappiamo è che dietro questa puntualità e dietro la possibilità di essere riforniti di qualunque cosa direttamente a casa nostra, ad ogni ora del giorno e della notte e persino di domenica, si cela un quadro lavorativo oscuro e carico di sfruttamento.

    Senonché, gli scioperi proclamati nell’ultima settimana di marzo, a stretto giro, dai dipendenti di Amazon e dai riders, hanno infranto anche l’ultima nostra certezza, imponendoci finalmente di riflettere su quanto quel nostro semplice click, ripetuto anche più volte in un solo giorno, possa aver determinato conseguenze economico-lavorative davvero imponenti, che ricadono direttamente sulla vita di tanti lavoratori. Scopriamo, così, che termini come “Gig Economy” e “App Economy” – piattaforme online di food delivery- o anche come “riders”, mascherano, con il loro appeal esotico, situazioni di sfruttamento caratterizzate da precarie condizioni di sicurezza, inadeguatezza retributiva, ritmi di lavoro e turnazioni non controllate e sfiancanti, a carico di quelli che possono essere ormai definiti “braccianti metropolitani”. Scopriamo così che nostri i “moderni cavalieri” devono definirsi, più prosaicamente, dei ciclofattorini, il cui contatto con il datore di lavoro viene gestito, tramite un’applicazione e un pc, sin dall’incarico, conferito a seguito di un mero contatto telefonico. Ogni tipo di interazione e contatto umano vengono azzerati: tutto quel che conta è che i riders abbiano una bici o sappiano guidare un motorino e che dispongano di uno smartphone.

    La situazione che appare ai nostri occhi potrebbe far pensare alla classica figura del fattorino che tradizionalmente consegna la pizza ordinata telefonicamente il sabato sera alla nostra pizzeria di fiducia o, ancora più romanticamente, alle immagini di quei film americani degli anni Cinquanta con il teenager che, percorrendo gli ampi viali che separano le villette a schiera, lancia con millimetrica precisione il quotidiano sull’uscio della porta. D’altra parte, non era forse questa la Gig Economy, intesa come l’economia collegata ai “lavoretti”  di quei giovani studenti che sceglievano nel tempo libero di impegnarsi per emanciparsi dalla famiglia?

    La realtà lavorativa dei riders odierni, è, invece, ben diversa. Il loro datore di lavoro non è il singolo esercizio commerciale, il nostro simpatico e paterno pizzaiolo di fiducia, ma una piattaforma online di food delivery, di consegna di cibo a domicilio che, abilitando interazioni fra produttore e consumatore, garantisce consegne h24 , secondo meccanismi differenziati ma del tutto virtuali. Conoscendo meglio il meccanismo che governa tale rete di lavoro, già possiamo renderci meglio conto del fatto che manca una reale tutela e attenzione nei confronti dei lavoratori che vi sono coinvolti. Ne è dimostrazione il fatto che essi hanno recentemente protestato contro l’Accordo  firmato il 16 settembre scorso  fra AssoDelivery e il solo sindacato UGL (Unione Generale del Lavoro), accordo che costituisce il primo contratto collettivo nazionale di categoria che ha, però, riconosciuto ai riders solo talune garanzie ed indennità, ma che non li ha inquadrati come lavoratori subordinati, non garantendo loro le fondamentali tutele previste per i dipendenti, come ad esempio le ferie e la malattia, benché il loro lavoro appaia del tutto eterodeterminato.

    A quest’onda di rivendicazioni sindacali hanno preso parte anche, per la prima volta, i dipendenti di Amazon. “I drivers arrivano a fare anche 44 ore di lavoro settimanale e molto spesso per l’intero mese. Si toccano punte di pacchi consegnati al giorno, ma nessuna verifica dei turni di lavoro. Nessuna contrattazione né confronto con le organizzazioni di rappresentanza sui ritmi imposti”. Sono queste le parole dei sindacati, che, come un vero e proprio grido di denuncia, ci aprono gli occhi di fronte a quello che potremmo definire il fallimento di tutte le conquiste che in termini di dignità e sicurezza del lavoro, ci hanno consegnato le lotte sindacali del secolo scorso. I dati ci sveleranno se e in quale misura i consumatori abbiano aderito all’appello dei sindacati di non effettuare prenotazioni ed acquisti nella giornata della protesta e solo il tempo ci darà una risposta sul risultato di queste nuove lotte. Intanto, si apre ai nostri occhi uno spunto di riflessione importante che ci permette di renderci realmente conto della gravità di tali condizioni lavorative. Ci auguriamo che tale consapevolezza collettiva possa realmente portare alla fine di questo tipo di modalità di lucro che invece di agevolare i dipendenti che ogni giorno realizzano un guadagno con il loro lavoro, li sfrutta e li espone progressivamente. Ci fa ben sperare, da questo punto di vista, l’accordo concluso da Just Eat con i sindacati, per l’assunzione, come lavoratori dipendenti, di circa 4000 riders.

  • E torneremo a riveder le stelle…

    E torneremo a riveder le stelle…

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

    Cara prof,

    vivere questa pandemia globale nel bel mezzo dell’adolescenza non è facile. Sentirsi all’improvviso completamente travolti da un’onda, come quando da piccoli si giocava in spiaggia con gli amici a chi prendeva l’onda più grande, per poi ritrovarsi catapultati sulla riva, proprio quando tutto stava andando per il verso giusto non è stato facile da accettare. Proprio un anno fa, l’11 gennaio veniva annunciato il primo focolaio in Cina e di questo virus, forse per fortuna, ne sapevamo davvero poco e mai avremmo immaginato quello che da lì a niente avremmo vissuto. Non è stato un periodo semplice: ho visto l’economia del mio paese sgretolarsi pian piano, commercianti urlare, madri piangere per via del lavoro, gli uomini della politica litigare fra di loro con il solo scopo di avere l’ultima parola senza rendersi conto della gravità della situazione, gli occhi di mio padre, di mio zio e mia zia, medici, preoccupati per davvero e quelli dei miei nonni che ho visto troppe poche volte. Processioni di bare di legno, che ornavano le strade del Nord Italia, suoni continui di sirene e campanili, a volte anche contemporaneamente. Gli occhi, quelli dei miei amici, forse i più tristi, un po’ come i mei, che potevo guardare solo attraverso un piccolo schermo rettangolare, che forse un giorno ringrazieremo perché in questo periodo la tecnologia, denigrata da tutti, ci è servita davvero a qualcosa. Seppur brava a nasconderlo, grazie alle mie doti teatrali, soprattutto durante il lockdown, ero triste, ma chi non lo è stato? Il sol pensiero di non sapere cosa l’indomani o addirittura il futuro mi avrebbe riservato, mi logorava dentro. Ogni giorno mi domandavo se era giusto che alla nostra età dovessimo vedere il mondo da una finestra, un balcone e non poterne scoprire ogni piccolissimo angolo e particolare e ciò mi ha procurato un senso di angoscia misto ad ansia per tutto quel periodo. La cosa che però più mi faceva riflettere era il modo in cui io e i mei amici stavamo affrontando questa situazione: siamo stai bravi, tantissimo e sono orgogliosa di far parte di questa generazione. Non abbiamo perso un anno, anzi, abbiamo imparato ad autogestirci senza che nessuno che dicesse cosa fare, nonostante la concentrazione fosse poca, nonostante fosse dura, nonostante i momenti no nonostante non avessimo un contatto fisico e reale con i nostri prof, ma solo virtuale. E’ toccato a noi buttarci nelle lezioni, saperci appassionare a ciò che i professori stavano dicendo, potevano essere semplici parole ma anche una gran lezione di vita utile per l’indomani e noi abbiamo saputo cogliere l’attimo, carpe diem, dicevano i nostri vecchi amici latini, senza farci distrarre da niente, sfidando noi stessi di riuscire ad imparare in ogni circostanza. Un periodo dedito ad una grande introspezione personale: mi sono guardata dentro, più volte, ho scavato nel mio piccolo io interiore e ho scoperto passioni, hobby, come poter occupare tanto tempo e quanto sia brutta la nullafacenza. Ho capito chi voglio davvero bene e chi ne vuole a me. Ho imparato a pensare a riflettere, a fermarmi un attimo, perché troppo abituata ad una vita frenetica sempre fuori casa. Ho riscoperto quanto sia bella la famiglia e l’armonia che si crea tra i diversi membri; quanto sia importante un abbraccio, un bacio, una carezza, un semplice sguardo tra due persone. Di quanto molto spesso noi ragazzi tendiamo ad ignorare le regole, perché considerate inutili. Oggi se non avessimo rispettato almeno queste poche regole, chissà in quale situazione peggiore di questa ci ritroveremmo. Ho imparato che la mia vita è basata principalmente su tre colori, rosso, giallo e arancione e, sull’attesa ogni due settimane di un nuovo DPCM, proprio come i miei nonni aspettavano ansiosamente il carosello, del quale puntualmente non capisco nemmeno una parola. In tutta questa situazione, credo sia inutile vederci solo del marcio, abbiamo avuto ed abbiamo tutto il tempo ancora oggi di poterci concentrare su noi stessi, con l’augurio di poter poi un giorno ritornare a vivere, per davvero, e come dice il buon Dante di riuscire ‘a rivedere le stelle’!

  • Cara professoressa Tancredi…

    Cara professoressa Tancredi…

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

    Cara professoressa Tancredi,

    questo non è un anno sprecato. Non lo è perché in questo brutto periodo che tutto il mondo sta vivendo, io sto imparando a triplicare i miei sogni e le mie aspettative sul mondo. Mi alzo la mattina ed è sempre tutto uguale: sveglia alle 8.00, 5 ore di videolezioni, pranzo, studio, cena e si ripete tutto il giorno dopo, come in un loop temporale. Vista come l’ho appena descritta, sembrerebbe davvero che la mia vita non abbia più alcun senso o scopo, ma dal mio punto di vista non è così. Questa routine la rompe ogni giorno mio fratello, che magari viene a disturbarmi mentre faccio latino; o mio padre che mette Cremonini a tutto volume quando lo sente alla radio; o il mio migliore amico che mi tiene compagnia con delle interminabili videochiamate. Non è tutto finito, non è tutto brutto là fuori. Non sono mai stata una persona ottimista: la situazione è quella che è e io, ora come ora, non posso cambiare le cose. Ma la cosa che riesce a tenermi veramente viva è la speranza che un giorno rideremo di tutto ciò: non vedo l’ora di poter vedere i volti e i sorrisi delle persone, di ritornare a scuola e condividere il banco con i miei compagni, di  respirare finalmente senza preoccupazioni. La vita termina nel momento in cui lo decidiamo noi. Come ha detto lei, “la realtà si cambia immaginandola” e io non credo ci sia motivazione più giusta da dare a noi studenti.

    Il periodo Covid l’ho sempre visto come una realtà alternativa, nella quale qualcuno, da lassù, ci ha costretti a vivere. Io non farò di questa realtà la mia esistenza. Per quanto riguarda la didattica a distanza, ormai ho imparato a farci i conti. La possibilità di ritornare a scuola si affievolisce sempre di più, ma io continuerò a sperarci fino alla fine. I professori molte volte fannoparagoni tra la didattica a distanza e quella in presenza: questa non è scuola. La scuola non è stress, ansia, o lacrime. “State a casa e quindi non avete niente da fare, potete riempire il vostro tempo studiando”, avrò sentito questa frase troppe volte da quando stiamo sperimentando la DaD. Molte idee dei miei insegnanti non le condivido,quindi mi è difficile vedere il mondo con i loro occhi. Lei ha detto una cosa fondamentale: “Non si studia per un voto, ma per sé stessi”. Io studio per diventare importante, per fare la differenza come le persone che ammiro, per i miei genitori, per il mondo, poiché ha bisogno di quante più menti pensanti è possibile. Non mi va di limitarmi a un voto, di essere ricordata per quel 4 in matematica perché magari quel giorno non ho potuto studiare.

    Non ci è concesso piangere, essere deboli, o crollare. Ma non si dev’essere per forza forti: siamo giovani a cui è stata tolta la libertà di abbracciare un amico e, se sono costretta a stare a casa, la mia priorità non sarà studiare, ma magari chiamare quell’amico così lontano. Tante persone hanno perso i propri cari, molti non possono più abbracciarlo quell’amico; ma io, finché posso, lo farò. 

    Non è facile entrare nella mente di un adolescente, lo so bene, ma provare a capirci è più semplice del previsto.

    Carla Auricchio 2A classico

  • Rispondendo alla lettera della professoressa Tancredi…

    Rispondendo alla lettera della professoressa Tancredi…

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

     

    Cara professoressa,

    La ringrazio per la bellissima lettera che ha scritto a noi studenti, e mi trova pienamente d’accordo con quanto ha detto: questo non è e non sarà assolutamente un anno sprecato; è vero che siamo quasi da 1 anno in didattica a distanza, siamo diventati dei veri esperti: tra computer, Zoom, Google Meet, codici, link per le riunioni, Google Classroom; ormai tutto questo è entrato a far parte dell’ordinarietà, quando ci sembravano delle cose assolutamente distanti e futili. È un periodo in cui non possiamo svagarci come facevamo prima, uscendo con gli amici, facendo sport o altre attività che ora purtroppo sono assolutamente da evitare a causa di questa pandemia.

     

    Ebbene la nostra quotidianità è stata totalmente stravolta dal coronavirus. Siamo stati costretti ad una chiusura fisica, ma non mentale. Di questi tempi ho imparato molte cose, ho fatto errori, li ho compresi, proprio come se ci trovassimo in una situazione normale. Anzi, sono certo di poter affermare, che questo periodo è stato il più importante di moltissimi altri che ho vissuto: sono riuscito a dedicare più tempo alla mia famiglia; ogni giorno, attorno alla tavola, a colazione, pranzo e cena, c’eravamo tutti; non c’era chi era impegnato a scuola, chi all’università, chi in tribunale. Eravamo sempre tutti uniti, a condividere riflessioni e pensieri su cosa stava succedendo. E forse è stato proprio questo l’aspetto più bello della quarantena e dei vari lockdown che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo: lo stare in famiglia, sperimentare insieme cose nuove, dedicarsi alla cucina; chi si improvvisava pasticciere, chi panettiere, chi fornaio.

     

    Ho riscoperto il divertimento e l’unione che riescono a creare i giochi da tavolo, i giochi di ruolo; siamo diventati degli esperti di scacchi in una settimana. Non intendo dire però che c’era bisogno di un virus mortale che si espandesse a macchia d’olio, e che uccidesse tantissime persone, per imparare e scoprire cose nuove; intendo dire che in fondo, i lati positivi in questo terribile momento che stiamo vivendo ci sono, ci sono eccome. Vedere i compagni di classe, i tuoi professori, anche i tuoi amici e i tuoi parenti solamente attraverso uno schermo sicuramente non è il massimo. Ma anche questo è stato d’insegnamento: abbiamo capito l’importanza della scuola. Che ormai è evidente il fatto che le videolezioni non potranno mai sostituire le vere e proprie lezioni in presenza, quelle in cui ci si guarda negli occhi, non attraverso una telecamera, quelle in cui si osservano le reazioni dei prof, dei tuoi compagni, quelle in cui c’è pura interazione e partecipazione. Un ruolo fondamentale, oltre a quello affidato ai medici, in questo periodo è anche quello svolto da tutti gli insegnanti. Avendo una mamma che insegna, so perfettamente che non è per niente semplice organizzare una lezione in didattica a distanza, con modalità e strategie molto differenti rispetto a quelle utilizzate in presenza.

     

    È sicuramente molto più faticoso e talvolta anche frustrante quando non si riescono a raggiungere i risultati sperati. Ma proprio voi insegnanti siete stati eccezionali, avete dimostrato una grande capacità di adattamento, di resilienza, siete riusciti ad impadronirvi di applicazioni e di tecnologie con le quali non avevate dimestichezza e non eravate avvezzi ad utilizzare. In questo momento buio, ci avete comunque tenuto compagnia tutte le mattine, siete riusciti a trasmetterci la vostra passione con entusiasmo, e siete riusciti a farci staccare un po’ da quella che era la terribile realtà che ci circondava e che ancora purtroppo ci circonda. Ebbene professoressa, credo proprio che siano questi i periodi, i momenti che ci aiutano a riflettere e a guardare le cose da un’altra prospettiva; ho capito che in fondo vivere non significa uscire tutte le sere, andare a ballare, organizzare feste o cose del genere; vivere significa stare con la tua famiglia; vivere significa che se un giorno tutto dovesse andare male, hai sempre qualcuno su cui contare; vivere vuol dire saper riconoscere chi davvero ti vuole bene e chi davvero tiene a te. E infine vivere, vuol dire saper trasformare anche i momenti più bui e tristi, in occasioni per imparare e per maturare, in momenti che non dimenticheremo mai non solo per le cose negative, ma soprattutto per le cose belle che sono accadute.

     

     

  • Una foto per il 2020

    Ho scattato questa foto alla prima uscita dopo il lockdown di marzo. E’ stato un evento che ci ha messo a dura prova e per la prima volta ci ha costretti a guardare in faccia un vero pericolo. Di questo sconosciuto nemico, che ancora condiziona le nostre vite, si è cominciato a parlare già a febbraio. Ci ho messo un po’ per comprendere la gravità di quello che stava capitando; ho tentato di minimizzare, per esorcizzare la paura o solo perché la spensieratezza della mia età non mi rendeva preparata ad immaginare un evento di così enorme portata.

    Intanto, mentre ci ponevamo domande e pregavamo affinché l’incubo finisse in fretta, erano passati già mesi di chiusura. Finalmente, poi, è arrivato maggio e, con esso, la possibilità di  uscire e la speranza che la bella stagione avrebbe dissolto l’incubo. L’unico momento in cui mi è sembrato di sentirmi di nuovo libera e spensierata è stata l’estate. Quei pochi mesi mi hanno fatto riassaporare la bellezza dei miei anni, la loro leggerezza, che era stata appesantita dalla sofferenza e dalla preoccupazione che aveva invaso i nostri animi.

    Durante quest’anno molte persone sono morte sole, in un letto d’ospedale, senza poter rivolgere un saluto a familiari e  amici; chi ce l’ha fatta, non dimenticherà il trauma di aver guardato la morte in faccia. Quella che ancora oggi stiamo combattendo è una guerra contro un nemico molto più potente di noi, che ci ha tolto la libertà personale, che ha messo alla prova i rapporti umani, ci ha reso diffidenti, ci ha spinti ad aver paura l’uno dell’altro, mettendo distanze, creando barriere, nascondendo sorrisi.

    Questa  foto, quindi, rappresenta il mio 2020, che tanto ci ha tolto in termini di gioia, ma che ci ha insegnato la pazienza e la speranza. La grata in primo piano, sta a significare il senso di prigionia, di resa a tutto quello che ci stava succedendo intorno. Sullo sfondo, però,  si intravede una strada, illuminata da un caldo sole, che sembra dirigersi verso l’infinito e mi piace pensare che quella sia la “luce in fondo al tunnel”. Infine, ci sono i binari del treno, che indicano la voglia di evadere, di viaggiare, di sentirsi liberi da ogni catena e che oggi sembra ancora un miraggio…

    Irene Verniti  1A classico

  • Quattro parole per il 2020

    Quattro parole per il 2020

    Spensieratezza

     La parola che rappresenta il mio 2020 è “spensieratezza” perché è così che mi sono sentita: spensierata. Durante il lockdown ho avuto molto tempo da dedicare a me stessa e lo ho usato per riflettere. Mi sono resa conto di quanto io mi preoccupassi troppo per ciò che gli altri pensavano e non mi sono mai fermata e riflettere su ciò che pensavo io. Ho passato molte ore a pensare e sono arrivata alla conclusione che io posso fare tutto ciò che voglio: posso amare chi voglio, posso vestirmi come voglio, posso uscire con chi voglio e non devo preoccuparmi del giudizio altrui. Dopo essermi resa conto di ciò, sono riuscita a sentirmi più libera, più spensierata.

    Ho lavorato e sto lavorando molto su ciò che sono e su ciò voglio fare. Ho imparato ad accettarmi e a ignorare ciò che dicono gli altri; ho capito che, nonostante tutto, ci sarà sempre qualcuno a giudicare ma per ogni persona che giudica ce ne sono 100 che mi sostengono.  Per quanto quest’anno mi abbia portato molta tristezza, sono diventata una persona migliore e con una mentalità più aperta. Nonostante tutto, quest’anno mi ha riportata a sorridere, mi ha aiutata ad essere meno timida, anche se ci sto ancora lavorando. Ho conosciuto nuove persone che mi accettano per quella che sono e non per quella che tutti si aspettano che io sia.  Quindi, se devo dire cosa quest’anno mi ha insegnato, dirò: ignorate tutti, distruggete quei canoni che la società ha imposto e camminare spensierati. La vita è una e non dobbiamo sprecarla per diventare ciò che gli altri si aspettano che noi siamo.

    Giorgia Cannavacciuolo 1A classico

     

    Transizione

    La scelta di questa parola è legata a tutto ciò che è accaduto quest’anno, che ha rappresentato per me un vero e proprio periodo di mutamento, che ha cambiato, nel profondo, il mio modo di essere e di vedere tutto. Il 2020 è stato un anno di transizione per vari motivi, in quanto io mi sento cresciuta sia fisicamente che emotivamente. Uno dei cambiamenti “esterni” che ho avuto quest’anno è stato, ovviamente, il passaggio dalle scuole medie al liceo. L’avanzamento con la scuola, infatti, oltre che segnare la continuazione del mio percorso di studi, ha anche segnato la mia crescita come individuo. Ho infatti acquisito la consapevolezza di star crescendo e di avere in carico sempre più grande di responsabilità e doveri. Un altro cambiamento che ha segnato questo mio anno è stata la riscoperta di me stessa e  delle mie passioni. Questa cosa mi ha portato a non essere più soltanto un “guscio vuoto”, ma un individuo completo, con passatempi e aspirazioni. Ciò mi ha aiutata a comprendere meglio la mia persona e ad acquisire un minimo di scioltezza in più, anche solo quando si parla allegramente tra amici. Se infatti ripenso a come ero ad inizio anno, quasi posso dire di non riconoscermi più. Ora mi sento una persona piena, con i suoi affetti, il suo carattere e il suo modo di essere. Ovviamente la mia crescita non finirà qui, e ci saranno molti altri anni come questo che mi permetteranno di maturare come essere umano, ma sono certa che questo 2020 in particolare segnerà la mia vita, in quanto rappresenta l’inizio del mio percorso di maturazione.

    Eleonora Reginelli 1A classico

     

    Distanza

     Ho scelto questa parola perché in questo periodo ha assunto un significato emblematico.  A causa di questa pandemia, siamo costretti a mantenere una distanza considerevole tra l’uno e l’altro, e questo distanziamento ha portato delle conseguenze, buone e cattive. Come scrisse il filosofo greco Aristotele nella sua “Politica”,l’uomo è un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società”. Poiché siamo obbligati a rispettare le norme di distanziamento, a volte ci sentiamo soli e il non poter abbracciare amici e parenti rende il tutto ancora più desolante. Spinti dal desiderio del riavvicinamento, tentiamo di colmare questa distanza con la tecnologia ma, per quanto la comunicazione possa essere efficace, rimane sempre un senso di vuoto incolmabile. Ci manca il tocco, il calore di chi ci avvolge nelle sue braccia, il suono della voce di una persona cara e tutte le emozioni provate. Quindi la distanza è come una medaglia a due facce: da una parte la possiamo considerare nostra amica dato che ci permette, giorno dopo giorno, di limitare i contatti e quindi i contagi; ma dall’ altra parte è anche nostra nemica perché, ci rende consapevoli del fatto che per restare uniti dobbiamo ricorrere ad uno schermo.

    Aida Piscicelli 1A classico

     

    Prigione

    A gennaio, quando ancora eravamo “liberi”, il mondo mi appariva diverso da come lo vedo adesso. Prima di questa pandemia non facevamo nemmeno caso alla fortuna che avevamo di stare a contatto con le persone a cui teniamo. Adesso capisco il vero significato di godersi ogni momento.

    La parola che ho scelto per raccontare il mio 2020 è prigione appunto perchè mi sento come se fossi in una specie di prigione, soprattutto fisica, ma anche mentale. Prigione fisica a causa della mascherina, poi c’è il distanziamento e il non poter abbracciare le persone a me care. Tutto ciò mi fa star male, anche perché, durante l’estate, mi sono illusa che potesse ritornare tutto alla normalità. Io come tutti, almeno parlo per gli adolescenti, pensavamo fosse tutto finito, ma in realtà non è stato così. Durante la quarantena più lunga, anche se sembra esser passato subito il tempo, un po’ tutti ci siamo sentiti in prigione a star chiusi in casa per tre lunghi mesi. Ed ecco perchè non riesco a vedere il 2020 in modo positivo. Io sono una persona ottimista, anzi riesco ad essere realista vedendo sia il brutto che il bello delle cose, ma purtroppo quest’anno tragico riesco a vederlo solo in modo negativo.  L’unica cosa positiva che mi è accaduta è stato iniziare la scuola superiore. All’inizio, ricordo perfettamente, avevo molta paura di incamminarmi in un nuovo e sconosciuto percorso. Ma poi, durante le due settimane in presenza, capii sin da subito di aver fatto la scelta giusta. Fortunatamente, ho trovato delle persone magnifiche alle quali subito mi sono legata e che mi hanno resa ancora più felice di quel che già ero.  A gennaio scorso, quando ancora eravamo “liberi”, il mondo mi appariva diverso da come lo vedo adesso. Prima di questa pandemia non facevamo nemmeno caso alla fortuna che avevamo di stare a contatto con le persone a cui teniamo. Adesso ho capito che la nostra quotidianità ‘normale’ era bellissima.

    Giada Fiordoro 1A classico

  • Un sogno per il 2021

    Un sogno per il 2021

    Tutti abbiamo un sogno.

    Abbiamo tutti dei desideri, alcuni che difficilmente diventeranno realtà, che chiamiamo sogni, dal momento che questi ultimi sono solo frutto della nostra immaginazione.

    Mi reputo una ragazza molto ambiziosa, “ricca di sogni”.

    Ne ho molti che vorrei realizzare entro il 2021, anche se vorrei recuperare anche quelli che non ho potuto realizzare nel 2020. Vorrei innamorarmi. Vorrei viaggiare. Vorrei conoscere gente nuova, ma soprattutto strappare la mascherina che ci ha salvati ma allo stesso tempo feriti.

    Sì, sentirmi libera, libera di poter abbracciare le persone a cui tengo di più.

    Oppure essere sicura di poter varcare l’uscio di casa mia e chiudere la porta, certa di non aver lasciato l’ennesima ffp2 sul davanzale.

    Ma non tutto c’entra con il Covid.

    Sogno di riconquistare l’autostima che mi riempiva gli occhi di gioia fino a due anni fa.

    Poi sarebbe bellissimo legare ancora di più con le persone, i compagni di scuola, che ho appena conosciuto.

    Festeggiare il mio quattordicesimo compleanno con tutti i miei amici…

    Insomma, voglio fare tante cose.

    Spero di riuscire a sognare anche nel 2021.

    Anzi no, lo farò.

    Farò tutto ciò che potrò materialmente fare.

    Sarò più sicura di me, realizzerò i progetti a cui tengo di più. Lo prometto.

    E’ questo il mio sogno.

    Eleonora Acunzo 1A classico

    Un sogno per il 2021? Tornare alla mia vita normale dove non si temeva di dare un abbraccio a un amico e non c’erano preoccupazioni per qualsiasi cosa.

    Sogno in un 2021 migliore, felice e sereno. Spero che tutta questa sofferenza passi e che i brutti momenti vissuti nel 2020 diventino solamente un lontano ricordo. Spero di poter uscire di nuovo e di fare una passeggiata sul lungomare con i miei amici e con le persone a cui tengo molto senza mascherina e distanziamenti.

    Voglio ritornare a vivere serena, allegra e spensierata, riassaporare quella che prima definivamo normalità ma che non sarà più semplice normalità ma gioia. Vorrei ritornare a viaggiare, prendere anche un semplice gelato o guardare un film insieme a qualcuno, riscoprire di nuovo i valori più semplici ma importantissimi per la nostra vita: quelli dell’amore e dell’affetto. Non sogno grandi cose per il 2021: voglio solamente tornare a vivere, a gioire, a ridere tutto il pomeriggio; ad essere semplicemente felice.

    Virginia Beata Maria Alvino 1A classico

    Per il 2021 desidero solo tornare alla normalità, sottrattaci da questo anno oramai giunto al termine. Vorrei solo poter riabbracciare mia nonna, poter rivedere le mie migliori amiche, poter tornare tra i banchi di scuola; vorrei solo ricominciare a vivere, vivere sul serio. Questa che noi abbiamo condotto e stiamo conducendo tuttora non è affatto vita, ma una prigionia, una trappola, un lungo e interminabile labirinto buio e oscuro che, però, potrà aiutarci a tornare alla quotidianità. Durante quest’anno passato, mi sono sentita inerme, inerme di fronte alla miriade di problemi che sono emersi. Mi sono sentita affaticata, triste, sola, arrabbiata, con la testa ricolma di pensieri e gli occhi traboccanti di lacrime amare. Mi sono sentita vuota, senza un briciolo di vitalità; per non impazzire, mi sono aggrappata all’ultimo granello di razionalità che restava, lì, tra le mie mani gelide. Con quell’odiosa mascherina, ho creduto e temuto, ogni istante che la ponevo sul mio viso bianco ed inespressivo, di soffocare.

    Nel corso di quest’anno difficile, che ci ha separati dalle persone che amiamo e ci ha isolati dal mondo intero, mi sono mancati tutte le piccole cose della mia vita che davo per scontate, che credevo sarebbero durate per sempre.

    Il mio sogno per il 2021 è ricominciare da capo, ricominciare insieme.

    Anna Sbrizzi 1A classico

    Tanti sono i sogni per il nuovo anno ma, dopo un periodo così difficile, duro e tragico, ciò che più spero di poter fare, o meglio di rifare, è viaggiare liberamente. Tutti abbiamo viaggiato nella vita, anche solo spostandoci nella città vicino alla nostra, per visitarla, passeggiare per il centro e scoprire le bellezze che si celano in quella cittadina. La bellezza di un viaggio è l’ansia prima della partenza, i preparativi e la gioia di giungere in luogo mai visto se non in foto. Viaggiare è ricchezza interiore, che, dopo essere tornati alla nostra routine giornaliera, influenzerà anche il nostro modo di vivere. Prima di quest’anno davo per scontato potermi spostare, o magari non apprezzavo come dovevo le vacanze estive quando non c’erano restrizioni. Mi sono sentita oppressa durante il primo lockdown perché sapevo di non potermi spostare e ho sentito il vuoto di non potermi arricchire di una cultura differente dalla mia o di non poter immortalare con una fotografia un ricordo. Qualsiasi motivazione può spingerci a viaggiare: scoprire, gioire, sfuggire alle sofferenze quotidiane o alla stanchezze; qualsiasi motivo è sempre quello giusto. C’è sempre una buona motivazione per viaggiare, e sogno di poterlo ritornare a fare nell’anno appena iniziato.

    Giulia Di Ruocco 1A classico

  • Relazioni e legami affettivi ai tempi del coronavirus

    Relazioni e legami affettivi ai tempi del coronavirus

    La notte funesta del 2020 sta per volgere finalmente al termine e porta con sé un pesante strascico di estenuazione, dolore e sgomento.

    La pandemia che quest’anno si è infiltrata nella quotidianità di ciascuno col passo felpato di un felino, ha infierito indistintamente contro la vita di chiunque, in maniera sia concreta che astratta. Mesi di lockdown totali alternati a lockdown parziali hanno causato danni non solo a livello economico ma anche emotivo.

    La sera del 9 marzo 2020 il primo ministro Giuseppe Conte ha annunciato il primo lockdown, terminato il 18 maggio. L’isolamento brusco avvenuto in quell’arco di tempo ha causato di conseguenza l’allontanamento fisico dai nostri cari: chiunque si è sentito mancare la terra sotto i piedi. In un momento tanto difficile siamo stati privati di ciò di cui affettivamente più avevamo bisogno, ma anche, purtroppo, del primo vettore di contagio: il contatto umano.

    La situazione oggi non è molto diversa: gli spostamenti continuano ad essere limitati e, probabilmente, il distanziamento sociale ci accompagnerà fino al capolinea di questo percorso tortuoso. Ci siamo ormai abituati a questa condizione e abbiamo imparato a gestire il grande e opprimente spazio che intercorre tra noi e gli altri; di conseguenza, abbiamo dovuto imparare a trovare un modo per accorciare la lontananza e sentirci vicini diversamente.

    Spesso lo facciamo tramite una videochiamata accompagnata dall’emozione di vedere – seppur attraverso uno schermo – un amico o un familiare. Altre volte proviamo a raggiungerci con una telefonata o con qualche messaggio su WhatsApp: un cuore rosso non è stato mai così carico di emozione e di significato prima d’ora, un “ti voglio bene” probabilmente non è stato mai così sentito e quasi urlato. Ogni singola lettera contiene forza e amore perché dietro si cela la disperata necessità di annullare le distanze che apparentemente ci dividono.

    Queste piccole azioni indubbiamente non sono paragonabili allo sguardo di chi amiamo, ad una loro carezza o ad un abbraccio e non possono nemmeno sostituirli, ma riescono a mantenere viva una lucina: quella della fiducia, della speranza. In questo periodo che ci sta mettendo a dura prova, abbiamo colto due aspetti fondamentali delle relazioni affettive: abbiamo innanzitutto compreso chi sono le persone a cui teniamo davvero – e quelle che, a loro volta, tengono a noi – e, infine, che i sentimenti non hanno frontiere e il cuore non riconosce distanza alcuna.