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  • I giovani, la tecnologia e la sessualità

    I giovani, la tecnologia e la sessualità

    Lo smartphone ci consente di accedere ad una grande quantità di informazioni, di comunicare con persone distanti ma anche di rafforzare le relazioni che instauriamo con persone che vediamo tutti i giorni. Alcuni studiosi hanno dimostrato che lo smartphone riduce lo stress di adolescenti e adulti in quanto svolge una funzione di distrazione; quindi li allontana da situazioni sgradevoli. Attraverso lo smartphone accediamo ai social network che ci permettono di costruirci un’identità digitale con la quale ci presentiamo agli altri ma anche di superare i confini spazio-temporali. Sempre più utilizziamo con continuità i social e, quando qualcosa ci impedisce di farlo, ci facciamo trascinare dalla paura di non assistere ad un evento importante: in questo caso si sfocia nel FOMO ( una forma di ansia sociale caratterizzata dal desiderio di rimanere continuamente in contatto con le attività che fanno le altre persone, e dalla paura di essere esclusi da eventi, esperienze) che riduce il nostro benessere ma al tempo stesso ci spinge ad utilizzare i social, perdendo il senso dell’orientamento e di appartenenza. 

    Un esempio è il sexting. Il termine sexting nasce dall’unione delle parole sex e texting e definisce una serie di comportamenti di scambio (come inviare, ricevere e postare) di contenuti sessualmente espliciti attraverso smartphone e social network. I dati ci dicono che questo fenomeno è particolarmente diffuso tra gli adolescenti che, in una prospettiva evolutiva, vedono proprio il sexting come un nuovo modo di esplorare la loro sessualità, oltre che come uno strumento di divertimento e utile per dimostrare interesse e fiducia al proprio partner.

    Si associano al sexting adolescenziale dei fattori individuali e dei fattori sociali che spingono alla pratica di questo fenomeno.

    Tra i fattori individuali rientrano lo scarso senso di responsabilità degli adolescenti,  il sensation seeking che può essere definito come la volontà di ricercare esperienze nuove, una scarsa autostima.

    Tra i fattori sociali ci sono la normalizzazione del sexting, la pressione dei pari e il bisogno di popolarità che può variare in base al genere: i maschi che praticano sexting ottengono prestigio, mentre le ragazze ricevono solo giudizi negativi. In questi casi servirebbe maggior controllo da parte dei genitori per far ragionare i propri figli che inconsapevolmente si stanno addentrando in territori sconosciuti.

    ➢ Il monitoraggio va inteso come la conoscenza e la supervisione delle attività dei figli da parte dei genitori. Ad un maggiore monitoraggio corrispondono meno comportamenti di sexting (ovviamente senza valicare i confini della privacy);

    ➢ la mediazione comprende gli interventi genitoriali e l’imposizione di norme. Ad una maggiore mediazione corrispondono meno comportamenti di sexting;

    ➢ il funzionamento familiare deve corrispondere ad un giusto coinvolgimento emotivo. Ad un maggiore invischiamento corrisponde una maggiore frequenza di sexting così come ad una buona comunicazione corrispondono meno comportamenti di sexting.

    Gli studiosi guardano con grande attenzione allo smartphone. Alcuni credono che un utilizzo eccessivo di questo dispositivo possa avere delle conseguenza a livello fisico (dolori articolari e problemi nella postura), ad un livello psichico (stress, ansia) e a livello sociale (peggioramento delle relazione), mentre altri credono che possa generare una vera e propria dipendenza comportamentale.

    Pertanto le tecnologie costituiscono un enorme passo in avanti compiuto dalla nostra civiltà ma, nell’ambito relazionale, devono rafforzare  relazioni profonde nate in precedenza nella vita reale perché altrimenti si cade nel tranello dei social per cui, come afferma la scrittrice Silvia Avallone, “ciò che accade sui social accade di più”. Sarebbe bello, invece, che riscoprissimo la bellezza di un abbraccio, di una chiacchierata davanti ad un caffè perché la vita è qui adesso e non sui social.

  • Italia y España unidas por la diversidad

    Italia y España unidas por la diversidad

     

    El 3 de junio de 2023 en la capital de España, Madrid, en el Círculo de Bellas Artes, se celebrará un gran evento “España e Italia, unidas en favor de la diversidad LGTBI+”, con el fin de reivindicar los derechos LGTBI+ con representantes del mundo político, cultural y empresarial de la sociedad. El evento tiene como objetivo reflexionar sobre la historia de la comunidad LGTBI+, su situación actual y su evolución en ambos países, reflexiones necesarias para crear una sociedad igualitaria donde la diversidad se convierta en oportunidades de crecimiento y no en motivo de división y odio.

    Italia está experimentando serios retrasos en este sentido, no por su sociedad, que está preparada para cualquier evolución, sino por una política restrictiva contraria a la libertad y los derechos de las personas LGTBI+. Mientras que España ofrece un escenario mucho más avanzado y acogedor, que podría favorecer un efecto contagio. La homofobia y la transfobia a veces parecen casi normales y comunes en Italia, sin embargo, muchas personas evitan salir del armario públicamente por miedo a ser atacadas. Recientemente, se han producido varios casos de violencia masiva contra personas “queer” en Italia. El país está rezagado en términos de derechos LGBTI, de hecho, muchos italianos afirman que hay una gran discriminación sobre la base de la orientación sexual. Italia es uno de los pocos países europeos que no ha aprobado una ley que castigue la discriminación homofóbica.

    A pesar de la diferencia normativa y social entre Italia y España, con motivo de este evento es interesante ver cómo ambas civilizaciones, similares en muchos aspectos en cuanto a tradiciones, cultura o historia, ofrecen perspectivas mutuamente útiles.

  • ‘Mare fuori’: le ragioni di un successo

    ‘Mare fuori’: le ragioni di un successo

    È praticamente impossibile nelle ultime settimane non aver sentito parlare di Mare Fuori, la serie prodotta dalla Rai che spopola tra tutti i giovani. Per ora è composta da tre stagioni ed è proprio l’ultima, uscita a inizio febbraio su RaiPlay, ad aver consacrato la fiction come prodotto di punta della Rai, riuscendo a guadagnare l’attenzione di tantissimi giovani in tutta Italia, nonostante l’uso prevalente del dialetto napoletano. La serie è infatti ambientata nell’Istituto Penitenziario Minorile di Napoli ed è intorno al capoluogo campano che sono ambientate le storie dei detenuti, i grandi protagonisti della storia. Ma allora di chi e cosa parla Mare Fuori e quali sono le ragioni di un successo così grande?

    La trama

    Tutto comincia quando Filippo Ferrari e Carmine Di Salvo vengono arrestati e si trovano a condividere la stessa cella in carcere, ma i due sembrano non avere niente in comune. Filippo, che è figlio di una famiglia benestante di Milano ed è una giovane promessa del pianoforte, si trovava a Napoli con i suoi migliori amici e, in seguito a un incidente che vede la morte di uno di loro, viene incastrato dagli altri come unico colpevole. Carmine, figlio di una delle più importanti famiglie camorriste di Napoli, dalla quale però vorrebbe staccarsi per diventare parrucchiere, viene arrestato per l’uccisione di Nazario Valletta, anche lui figlio di un noto camorrista. Nonostante l’inizio della convivenza sia difficile, i due col tempo diventano amici e si fanno forza a vicenda contro il gruppo capitanato da Ciro Ricci, che ha preso di mira i due ragazzi. Le vicende di questi personaggi danno il via a una lunga serie di avvenimenti che coinvolgeranno sempre chiunque stia loro vicino. Infatti con il passare degli episodi usciranno tanti nuovi detenuti, tutti con storie complesse, molte volte provenienti da realtà molto dure che vengono rappresentate con notevole attenzione, tanto che  alcune scene possono sembrare talvolta esagerate. A gestire l’IPM e a provare a far capire ai ragazzi che è possibile cambiare e staccarsi dal proprio passato ci sono la direttrice Paola Vinci, il comandante della polizia penitenziaria Massimo Esposito, l’educatore Beppe Romano e le guardie. Anche di questi adulti viene raccontata la  storia prima che inizino a lavorare nel carcere.

    Le ragioni del successo

    La causa di tanto interesse verso Mare Fuori è da attribuire a un mix di tanti fattori. Innanzitutto è stato aiutato dalla distribuzione in streaming al pubblico. La serie infatti nel giugno 2022 è stata aggiunta al catalogo Netflix, proponendola di più al pubblico non solo italiano, ma anche internazionale; le prime due stagioni sono state in classifica nella top 10 delle serie più viste per 18 settimane. A essere ben riuscita è anche la colonna sonora, composta da Stefano Lentini, con canzoni orecchiabilissime. La prima è la sigla ‘O mar for, cantata da Matteo Paolillo, che nella serie interpreta Edoardo Conte. La canzone riprende proprio i temi della serie, parlando del riscatto, della speranza e dell’importanza di non rinunciare ai propri sogni. Ce ne sono altre di canzoni cantate sempre da Matteo Paolillo nella serie, con l’ultima uscita in occasione della terza stagione che in una sua versione alternativa è cantata da Clara, nella serie Crazy J e figlia della famosa cantante Chiara Iezzi. Anche questa canzone ha avuto un grande successo subito dopo la sua uscita, tanto da passare anche nelle radio. Altro motivo per cui la serie funziona sono i personaggi, tutti giovani e al centro di storie coinvolgenti per il loro pubblico. Non ci vuole molto ad affezionarsi all’amicizia di Carmine e Filippo, che con il tempo diventano quasi fratelli, e alla storia dell’amore di Carmine per Nina e sua figlia Futura. Ciò vale anche per i cattivi come Viola, che incarna con i suoi piani diabolici  l’antagonista perfetta, l’affascinante Edoardo Conte, che nonostante la sua indole cattiva mostra il suo lato dolce alla giovane Teresa, scrivendo per lei addirittura una poesia. E anche fuori dalla serie gli attori ci tengono molte volte a dire che il loro cast è come una grande famiglia, tutti uniti e pronti ad aiutarsi per le scene anche più difficili. L’abbiamo visto anche al Festival di Sanremo, dove sono stati invitati tutti quanti come ospiti e hanno cantato insieme la famosa sigla. Anche strutturalmente la serie funziona e non annoia, grazie all’uso di climax narrativi che tengono sempre sulle spine gli spettatori. Anche quelli che potrebbero sembrare momenti di calma piatta si concludono con grandi colpi di scena. E poi c’è il grande sfondo di tutta la storia, la città di Napoli. Una città che sa punire e lascia poco scampo. Però fuori c’è il mare, e ai detenuti questo basta per sperare. Una serie che sembra essere quasi impeccabile e che difficilmente dimenticheremo, visto l’annuncio ufficiale di altre tre stagioni.

     

     

     

  • Per aspera ad astra

    Per aspera ad astra

    Vecchio 2021, ti confesso una cosa: avevo riposto in te ogni mia speranza. Salutai l’anno precedente con la convinzione di aver visto davvero tutto, ma mi sbagliavo. Il vero campione sei stato tu: ti sei rivelato sin da subito tanto duro e ostinato. Sei stato ostinato perché mi hai spinta al limite innumerevoli volte, ma mi hai anche insegnato a resistere alle difficoltà, a non subire gli eventi della vita ma a reagire sempre e a non arrestarmi mai dinnanzi a nulla. 

    Mi hai insegnato a non perdere la speranza nel domani, nonostante ci fossero mille motivi per non credere più in niente. Proprio in quei momenti lì, ho imparato a non farmi schiacciare dalle avversità, a non restare intrappolata in un opprimente presente e a non farmi intimorire dalla sua fastidiosa precarietà, riluttante per natura verso la nascita di ogni nuovo progetto.

    Mi hai insegnato a non precludermi nuove esperienze, ma a proiettarmi sempre in avanti e a prendere decisioni in vista di un futuro che – sebbene offuscato -, sarebbe arrivato comunque… ed io non ho mai amato l’idea di farmi cogliere impreparata. Non appena ho compreso che crucciarmi per tutto ciò non mi avrebbe mai portato a nulla, ho cominciato a volgere al domani uno sguardo fiducioso e ho abbracciato l’assoluta certezza che nessuna notte dura in eterno e che non esiste un solo giorno in cui non sorga il sole.

    Mi hai insegnato, quindi, a non farmi sfuggire la vita tra le mani, mai e per niente al mondo, e a non tarparmi le ali da sola, ma a credere di più nella mia forza e nella bellezza mai sfiorita dei miei sogni. Anzi, ti dirò di più: adesso sogno ancora più in grande e non riesco a smettere. Mi hai stravolta… ma, grazie a te, sono diventata un po’ più me stessa.

    Sei stato un po’ come quando, durante una lettura, arriviamo a quei capitoli che vorremmo tanto saltare perché magari sono poco scorrevoli, perché forse risultano anche un po’ contorti e ci chiediamo chissà cosa intendeva dire veramente l’autore… ma alla fine non saltiamo alcuna parte, perché non saremmo più capaci di apprezzare il libro nel complesso. Quindi, si legge e si va avanti, sempre. Anche quando i capitoli non sono dei migliori e anche quando proprio non ci piacciono. 

    Sai, se ci penso, sei stato anche un po’ come quell’alunno mezzo indifferente che, mentre il professore sta spiegando con tutta l’enfasi e la passione del mondo, alza la mano e a tutti si illumina il viso perché pensano che stia per fare un intervento… ma, in realtà, poverino, dice soltanto: “posso andare in bagno?”. E, ogni volta, la risposta è un sospiro seguito da un semplice: “vai…”. Ma ti svelo un segreto: non arriverà mai il giorno in cui il professore smetterà di sperare in lui ogni volta in cui vedrà alzata quella mano. Non arriverà mai il giorno in cui i suoi occhi smetteranno di brillare.

    Credo proprio che bisogna affrontare il 2022 in questo modo: con spirito fidente, determinato e grintoso. Invito i miei compagni, coetanei e non, a non essere troppo pessimisti verso il futuro di cui ho tanto parlato finora. Lottiamo per prendercelo, perché nessuno può negarcelo, e non diamolo mai per spacciato. Non è tutto rosa e fiori, è vero, ma nessuno ha mai percorso una strada già spianata: ogni generazione ha dei problemi da affrontare. Invito, quindi, tutti i maturandi come me a non preoccuparsi troppo delle decisioni che saranno prese in vista dell’esame di Stato. Non chiediamo ulteriori facilitazioni: se cerchiamo sempre di scappare, non avverrà mai il nostro percorso di maturazione. Sono sicura che, con l’attitudine giusta, saremo capaci di affrontare tutto nel migliore dei modi. Non siamo noi a non credere nel nostro potenziale, ma impegniamoci a tirarlo fuori e a dimostrarlo.

    Per aspera ad astra, semper.

  • DIARIO DI BORDO: UN ANNO DI DAD

    DIARIO DI BORDO: UN ANNO DI DAD

     

    Da circa un anno noi allievi e i nostri docenti siamo diventati quasi degli esperti in materia di DAD e videolezioni, dato che col tempo abbiamo dovuto imparare come funziona questa nuova forma di didattica. Per utilizzare la DAD, non c’è bisogno di nessuna preparazione informatica. Anzitutto, la scuola crea un account istituzionale per ogni alunno. La tappa successiva è scaricare due applicazioni: la prima, Classroom, permette ai professori di caricare gli assegni e agli studenti di consegnare i compiti, la seconda, Meet, è usata per le videolezioni. Inserendo il link fornito dalla scuola, gli alunni devono attivare poi la telecamera, in modo che i docenti possano vederli. Esiste, inoltre, una chat di gruppo in cui è possibile scrivere dei messaggi, inviare link o frasi da far tradurre. Una funzione molto vantaggiosa è “condividi schermo”, che permette ai professori di spiegare attraverso dei power point o mostrare film o documentari ai ragazzi. È come una sorta di specchio, che trasmette tutto ciò che compare sullo schermo di chi presenta. Non è, dunque, complicata la DAD, se non fosse che la sua funzionalità dipende totalmente dalla qualità del Wi-Fi della zona in cui si abita.

    Chiara Cinquegrana IIIA Classico

     

    DAD: didattica a distanza, ma non solo, anche un percorso, un’esperienza condivisa da milioni di persone. A partire da marzo dell’anno scorso, alunni e professori si sono ritrovati improvvisamente dinanzi ad un computer, a fare i conti con la tecnologia e ad imparare ad usare diverse applicazioni. Quando è iniziata la DAD, un po’ tutti siamo stati contenti di non doverci alzare presto la mattina, fare una colazione veloce e prepararsi frettolosamente, rischiando di dimenticare un libro o un quaderno a casa. Ci è sembrato, infatti, che tutto sarebbe stato più facile, nascondendosi dietro le iniziali dei cognomi sul desk. Poi, giorno dopo giorno, ognuno ha compreso che questa DAD è molto di più: essa richiede una maggiore responsabilità, un serio impegno ed anche una nuova autonomia da parte degli studenti. A ogni data in cui si credeva che ci sarebbe stato un ritorno in classe, gli alunni, così come i docenti, hanno provato gioia e dispiacere, perché ognuno sapeva che non sarebbe stato così. Oggi la situazione è completamente cambiata: alcuni studenti sono tornati tra i banchi, altri purtroppo sono ancora qui, dietro lo schermo, a vedere le iniziali colorate dei loro compagni o dei visi a volte sgranati.

    Federica Esposito, Lucia Izzo, Valeria Librera, Paola Oliva IIIB Classico-

     

    La scoperta del mondo digitale, utilizzato in ambito scolastico, ci ha portato alla conoscenza della Didattica a Distanza. Nonostante le molteplici critiche, che sono state rivolte a questo nuovo modo di fare scuola, siamo riusciti ugualmente a trovare in esso dei lati positivi, che ci hanno aiutato ad affrontare questo periodo con più serenità e consapevolezza. Innanzitutto, senza la DAD, l’anno scolastico, interrotto ormai da quasi un anno, sarebbe stato, come molti credono, irrimediabilmente perso; al contrario, grazie ad essa, possiamo continuare la nostra istruzione. Per di più, noi ragazzi ci stiamo responsabilizzando e stiamo imparando a gestire lo studio anche da soli, dal momento che apprendere attraverso le videolezioni risulta più difficile. Inoltre coloro che a scuola ritenevamo i nostri peggiori nemici, ovvero i professori, nella didattica a distanza si sono rivelati grandi alleati, capendo ogni nostro problema e cercando di aiutarci nei momenti di difficoltà. Nonostante sia divertente prendere parte a delle classi virtuali e vivere questa nuova esperienza, ci piacerebbe tornare alla vecchia e monotona quotidianità scolastica.

    Marta De Cristoforo, Camilla De Rosa, Lavinia Longobardi IIIB Classico-

     

    Sebbene la DAD offra innumerevoli vantaggi, molti sono anche i limiti. Lo schermo del computer compromette il rapporto insegnante-studente, oltre alle dinamiche di gruppo che si creano in aula. La possibilità di celarsi dietro le proprie iniziali impedisce agli studenti di interagire tra loro, la collaborazione è fortemente ostacolata e questo potrebbe sminuire la compattezza della classe. Lo stesso scambio di informazioni didattiche via chat risulta asettico, giacché non trasmette sufficiente empatia. La lezione online è povera di elementi arricchenti, come il contatto umano e la comunicazione diretta, fatta non solo di parole ma di gestualità, fondamentali soprattutto per i più piccoli. Inoltre, la tecnologia non sempre facilita lo svolgimento delle lezioni: talvolta la scarsa dimestichezza di professori e alunni, i frequenti problemi legati alla connessione o ai dispositivi mettono ulteriormente alla prova questa inedita modalità di apprendimento. La distanza impedisce poi  agli insegnanti di valutare efficacemente gli studenti, fortemente tentati di copiare, a discapito della propria formazione e del proprio bagaglio culturale, che indubbiamente ne risentirà.

     

    -Martina Izzo, Martina Di Sarno IIIB classico

     

    Dalla DAD abbiamo appreso moltissime cose che in tempi normali non avremmo potuto imparare. Abbiamo compreso l’importanza delle lezioni in presenza, dello stare insieme, del contatto fisico e visivo che c’è in classe. Vedere gli insegnanti e i compagni attraverso uno schermo, non è il massimo. Si percepisce quella mancanza, quel senso di incompletezza e insoddisfazione al termine di una lezione; non si torna a casa e non ci si saluta con i compagni fuori scuola. Crediamo, però, che la cosa più importante di tutte, insegnataci dalla DAD, sia la Responsabilità, quella con la “r” maiuscola. Abbiamo compreso che è inutile imbrogliare, attaccando fogli sullo schermo e leggere tutto durante un’interrogazione: questo, infatti, prima o poi ci si ritorcerà contro, giacché della scuola non ricorderemo i voti che abbiamo avuto, ma ciò che abbiamo imparato. La DAD ci ha fatto capire, inoltre, che possiamo trovare la spinta e l’occasione per crescere e per migliorarci anche da una situazione di disagio: abbiamo fatto “di necessità virtù”. Grazie ad essa, abbiamo acquisito anche la consapevolezza che i nostri insegnanti hanno la capacità di educare il cuore, oltre che la mente e per questo saremo loro sempre grati.

    Francesco Angrisani, Antonio Fasoletto, Simone Gargiulo IIIB Classico

  • La speranza è tutta in un vaccino…

    La speranza è tutta in un vaccino…

    Dopo mesi estenuanti di privazioni, divieti e paure, il 2021 si è aperto con la concretizzazione del progetto vaccinale e, finalmente, sono state somministrate le prime dosi.

    Il ministro della Salute, Roberto Speranza, con l’approvazione di Senato e Camera dei Deputati, ha previsto inizialmente un piano vaccinale di oltre 215 milioni di dosi gratuite, con inizio a partire dal 27 dicembre 2020.

    Tuttavia, i piani sono stati rivisti a causa del ritardato arrivo delle dosi. E, mentre l’Europa afferma di voler mantenere il più possibile, in un modo o nell’altro, il vecchio progetto di somministrazione vaccinale, si attende l’approvazione del vaccino AstraZeneca, da affiancare a Pfizer, così da accelerare ulteriormente la tempistica: così facendo, spiega il commissario straordinario Arcuri, riprendendo la campagna vaccinale intorno alla metà di febbraio, si arriverà quasi alla metà delle dosi precedentemente pattuite.

    In territorio europeo, si muovono le prime campagne vaccinali ed alcune storie risultano toccanti: è il caso, ad esempio, di Mr. William Shakespeare, 81 anni, secondo al mondo a ricevere il vaccino.

    Nel frattempo, però, le opinioni a riguardo non sono tutte positive. Numerose persone non si fidano del vaccino e ne temono gli effetti collaterali, mentre i giovani, in realtà, sembrano più favorevoli alla somministrazione vaccinale.  Abbiamo pensato di proporre un sondaggio all’interno del nostro liceo, il “Pitagora – B. Croce” di Torre Annunziata, ponendo una semplice domanda agli studenti: “Se avessi, adesso, la possibilità di fare il vaccino, lo faresti?”. La risposta dei giovani è stata molto chiara: su 205 studenti solo 31 hanno risposto negativamente; mentre l’84% degli studenti accetterebbe la somministrazione anche subito. Inaspettatamente, i ragazzi sono a favore del vaccino, perché lo considerano come la fine di questo periodo da incubo.

    Per comprendere soprattutto le paure dei nostri coetanei abbiamo allora proposto un ulteriore sondaggio, in modalità differente: in una scala di grandezza da 1 a 10 i ragazzi hanno espresso la misura della propria paura di assumere il vaccino. Il risultato è stato anche qui inaspettato, ma coerente: la media infatti è di 3,7 su 10, un valore alquanto basso. Ma quali sono le paure di ragazzi? La paura prevalente riguarda soprattutto le allergie, dal momento che non vi sono ancora certezze a riguardo. Altri, invece, hanno espresso differenti timori: “Noi ragazzi saremo sicuramente gli ultimi a cui verrà somministrato il vaccino: e se i tempi fossero tanto lenti da impedirci di assumerlo nei tempi prestabiliti? Se ciò avesse ripercussioni sulla scuola? E se quest’incubo non terminasse neanche dopo i vaccini?”. C’è però anche chi spera uscire da questa infernale situazione prima e indipendentemente dal vaccino.

    Tutti questi quesiti mostrano l’incertezza dominante. Tuttavia, il timore per il nuovo farmaco è stato soppiantato dalla paura di restare in questa condizione; se il vaccino corrisponde all’unica via d’uscita da questo incubo, l’unico compromesso per tornare ad una vita “quasi normale”, allora tutti saremo disposti a farlo. I ragazzi sentono di essere psicologicamente provati e, forse, i segni di questo virus non saranno mai cancellati del tutto. Prima terminerà questa situazione, più sarà possibile non crollare. I giovani sperano di ricevere presto la propria dose, con la speranza che i ritardi nelle consegne degli ultimi giorni non risultino particolarmente insidiosi per il programma italiano di vaccinazione.

    È bene, dunque, che l’intera popolazione mondiale, compresi negazionisti e scettici, venga sensibilizzata alla somministrazione del nuovo farmaco: non vi è altro modo per il ritorno alle proprie abitudini, alla possibilità di donare e di ricevere un abbraccio; non vi è altro modo per ritornare a respirare, abbandonando gli ormai abituali dispositivi di protezione. Non vi è altro modo per ritornare a vivere, se non proteggersi.

     

    Pucillo Carmela e Matrone Stefania, 4b classico, liceo Pitagora -B. Croce

  • Il riscatto di Torre Annunziata non è un’utopia: noi giovani ci crediamo

    Il riscatto di Torre Annunziata non è un’utopia: noi giovani ci crediamo

    “Io resto ogni volta ammirato del vostro impegno, della vostra scuola, delle iniziative e del fatto che voi ci crediate.” 

    Questa è la bellissima frase, pronunciata dal dott. Alessandro Pennasilico in occasione dell’incontro “Giornalista Giornalista”, tenutosi venerdì 23 aprile e che descrive appieno lo spirito con cui è stato affrontato; noi alunni abbiamo discusso per ben due ore insieme a lui, all’onorevole Paolo Siani e al procuratore generale Armando D’Alterio, affrontando problematiche significative che affondano le proprie radici nella storia della nostra città e che ancora oggi la logorano: l’inquinamento, la dispersione scolastica, l’illegalità, l’uso di droga tra i giovani, il fenomeno dei “muschilli”, ma anche l’abusivismo edilizio, l’usura, il racket, l’omertà, la criminalità organizzata e la malavita.

    A loro abbiamo fatto domande che noi, a nostra volta, ci ponevamo da tempo e a cui faticavamo tanto a rispondere. Abbiamo ascoltato con attenzione e curiosità le risposte, abbiamo provato a imprimere nella nostra memoria tutto ciò che ci veniva detto e ne abbiamo fatto tesoro. Di tanto in tanto ci siamo sentiti attraversati da brividi e i nostri occhi sono diventati lucidi, perché quelle risposte sono state in netta antitesi coi crimini che vengono commessi ogni giorno nella nostra città e che ci angosciano molto. Quelle “persone pulite” ci hanno fatto intravedere la possibilità di un riscatto, di soluzioni che non sembravano più un’utopia: tutti noi abbiamo provato l’emozionante forza dell’onestà.

    Ecco, quindi, la voglia di lavare le offese perpetrate contro Torre Annunziata: da decenni è ferita da molte umiliazioni. In particolare, ricorrono due tipi di offese: una che può sembrare piccola e poco significativa, ma quasi inevitabile e, perciò, molto frequente, è quella che subiscono le nostre madri quando noi figli siamo costretti ad andar via perché purtroppo da questa nostra città non possiamo ricevere molto. Consapevoli di ciò, col cuore a pezzi, ci lasciano andare altrove. 

    L’altra offesa è quella che mette all’angolo, umiliandoli, tutti i cittadini onesti e pacifici che continuano a vivere in questa triste realtà torrese. L’esempio più terribile è quello di un uomo perbene a cui viene strappata barbaramente la vita con una pugnalata dritta al petto, a causa di una sedia sgangherata imposta con prepotenza come segno di occupazione di un territorio pubblico. La legittima intolleranza di sua figlia, che potremmo definire semplicemente senso di giustizia, ha scatenato la furia dei carnefici del suo papà e così quello è stato l’ultimo giorno in cui la ragazza ha incrociato i suoi occhi “azzurri, anzi, azzurrissimi”. Noi tutti sappiamo che non bisogna mai voltarsi dall’altra parte quando si incontra una sedia come quella, ma sappiamo anche che questa è una partita senza fine, di cui dobbiamo essere “soggetti attivi” e non “spettatori”. Dovremo, quindi, rimuovere ancora tante altre “sedie”!

    Durante l’incontro, noi non abbiamo ricevuto solo risposte, ma molto di più: ci siamo sentiti come se ci fossero state iniettate massicce dosi di coraggio, forza e speranza, proprio come un vaccino. Ci è stata ridata la voglia e la forza di risollevare la tanto, troppo vessata Torre Annunziata, di liberarla dalla ferocia della criminalità, che come un ferro rovente ogni giorno la marchia a fuoco dinnanzi al resto del Paese. 

    La nostra città, nel corso degli anni, è stata resa quasi completamente invivibile ed è sempre più difficile scegliere di restarvi. Si è ammalata gravemente e la sua cura siamo noi giovani armati del sistema di artiglieria pesante più potente in assoluto: la nostra fiducia nel riscatto. Noi ci crediamo e proprio per questo non vogliamo subire, ma scegliere, sempre e comunque.

  • La nuova formula della televisione italiana

    La nuova formula della televisione italiana

    Nell’ultimo anno, a causa dei continui lockdown vissuti, abbiamo riscoperto, seppur forzatamente, il piacere di riunirci e guardare un po’ di buona televisione tutti insieme. Ad ogni modo, gli spettatori più “anziani” non avranno potuto non notare il cambiamento radicale che ha vissuto la televisione italiana durante gli ultimi anni. Di cosa stiamo parlando? Dando uno sguardo ai palinsesti degli scorsi decenni ci accorgiamo di una cosa: molti dei programmi definiti “cult” sono scomparsi per lasciar spazio a programmi che attraggono maggiormente il pubblico giovanile attuale, che pare allontanarsi sempre più dal mondo della televisione per darsi allo streaming. Mossa questa che sembra inevitabile da parte delle grandi emittenti televisive, del tutto normale per cercare di non perdere visibilità anche fra le generazioni future. Dov’è quindi il problema?

    La risposta potrebbe non piacere a tutti, ma è inevitabilmente chiara: i programmi attuali sono qualitativamente scarsi. Ripensando alle proposte più in voga nei decenni scorsi vengono subito in mente titoli come “Drive In”, “Non è la Rai” o il “Festivalbar”.
    Oggi invece, molti di questi programmi così amati e così seguiti dal grande pubblico televisivo sono per la maggior parte scomparsi e sostituiti da titoli come “Live – Non è la D’urso”, che potremmo definire d’attualità/gossip, condotto dalla popolarissima Barbara D’urso, la quale intervista diversi ospiti dando vita a situazioni grottesche e imbarazzanti; “Grande Fratello VIP”, presentato da Alfonso Signorini, consiste nel rinchiudere diversi “VIP” di basso rango in una casa per diversi mesi (quest’anno a cavallo fra Settembre 2020 e Marzo 2021) o “Uomini e donne” che dona a giovani e anziani single, fra puntate ricche di urla e litigi, l’opportunità di trovare un partner con il quale instaurare una relazione poco durevole al di fuori dell’esperienza televisiva e dei social network. Perfino il famosissimo festival di Sanremo, tempio della canzone d’autore e manifesto della musica italiana nel mondo, negli ultimi anni ha preso una piega ben più pacchiana rispetto a qualche anno fa, puntando più su ciò che può piacere al grande pubblico e tralasciando la qualità della gara e del festival in sé.

    Come ho già sottolineato, il problema è rappresentato dalla scarsa qualità delle proposte televisive per favorire lo share, le interazioni sui social network e il gossip. Di fatto, sono lontani i tempi in cui programmi come “La Corrida”, condotto dall’iconico Corrado Mantoni, incollavano allo schermo e divertivano migliaia di telespettatori seppur con formule semplici e concise, offrendo momenti di spensieratezza e distacco dai problemi che affliggevano le persone.
    Al contrario, molti dei programmi attuali vedono formule ben più complesse. Ritorniamo per un attimo al caso del Grande Fratello VIP. Nato nel 2000 sotto il nome di “Grande Fratello”, inizialmente nella sua versione normale e senza il coinvolgimento di personaggi “famosi” come accade oggi, il programma è partito con un meccanismo piuttosto semplice, cioè quello di isolare dei giovani completamente sconosciuti e presi dalle più disparate situazioni e di documentare ogni loro istante all’interno di una casa dotata di ogni confort. All’interno della suddetta casa potevano incontrarsi un pizzaiolo della provincia di Siracusa, uno studente di Frosinone e chi più ne ha più ne metta. Il reality andava avanti così, dando l’opportunità ai telespettatori di immedesimarsi nelle esperienze di persone come loro. Comunque, negli ultimi anni la storia è cambiata.
    Nel tempo, il Grande Fratello ha saputo adeguarsi alle tendenze del momento e a ciò che attrae i giovani. Il risultato? Ad oggi, il Grande Fratello VIP riunisce nella casa persone definite famose e, invece di isolare il concorrente e lo spettatore dal mondo al di fuori della casa regalando qualche ora di spensieratezza, il programma si è trasformato in un vero e proprio telegiornale del trash, nel quale gli scontri (spesso organizzati ad hoc dalla produzione e dagli stessi concorrenti per aumentare lo share) sono all’ordine del giorno, conditi da urla isteriche, frecciatine fra concorrenti ed un presentatore che cerca, fintamente imbarazzato, di fare da mediatore fra le parti.
    Ho trattato il caso del Grande Fratello VIP, ma la formula di cui si è parlato può essere applicata anche a molti altri programmi TV, utili a scatenare polemiche e reazioni social più che a intrattenere lo spettatore.

    Ormai, il volto della televisione è cambiato e pare che questa situazione non possa far altro che peggiorare. Il dubbio dunque rimane tale: vale davvero la pena sacrificare la qualità effettiva del programma per favorire lo share e le interazioni social?

  • La piattaforma di livestreaming che sta sostituendo YouTube

    Twitch.tv è una piattaforma di livestreaming fondata nel 2011 e, recentemente acquistata da Amazon.com. E deve proprio all’acquisizione da parte del colosso dell’e-commerce il suo successo.

    Come funziona?

    Il concetto della piattaforma è molto semplice: dopo l’iscrizione gratuita si può iniziare a guardare le live sulla piattaforma. La live si può anche rivedere in un secondo momento. Molto interessante è, invece, il fatto che ognuno ha la possibilità di andare in diretta.

    Per la varietà di canali, Twitch è un mondo enorme, tutto da scoprire. Grazie ai “tag” delle live, l’utente ha la possibilità di filtrare le ricerche in base ai suoi gusti e ai contenuti che vuole visionare. Le più famose live sono: “Just Chatting” e“Gaming”, in cui lo streamer parla direttamente con gli spettatori e va in diretta mentre gioca; “Sport”, con i cronisti che raccontano in diretta, o commentano, eventi sportivi, musica, cultura e molti altri.

    Differenze con YouTube

    Negli ultimi 2 anni la piattaforma viola ha riscosso un  successo così grande, da essere diventata il maggior competitor di YouTube: moltissimi Youtuber, o creator, e spettatori, infatti, hanno iniziato ad utilizzare Twitch grazie ai moltissimi benefici che la piattaforma apporta (in termini di monetizzazione, comodità di andare in live piuttosto che girare un video, contatto diretto tra spettatore e streamer grazie alla chat in tempo reale ecc.).

    Twitch ha sviluppato, inoltre, a differenza di YouTube, un sistema che permette allo spettatore di supportare direttamente lo streamer: i bits e le sub. I bits, sono dei beni virtuali acquistabili direttamente sulla piattaforma e, donandoli, lo streamer ne trae un guadagno, già tassato. Hanno una tariffa variabile in base alla quantità che si gradisce acquistare. Le sub, invece, sono delle iscrizioni mensili che permettono allo spettatore di avere alcuni vantaggi come l’eliminazione delle pubblicità o altro. Queste costano cinque euro ma, chi ha un abbonamento Amazon Prime e ha collegato i due account, ha diritto ad una sub gratuita al mese.

    In conclusione

    In questi anni abbiamo visto i social affermarsi. Dopo anni in vetta alle classifiche per numero di utenti, i più noti sono stati sostituiti da altre piattaforme. Basti pensare a Facebook, adesso superata da Instagram, che a sua volta è superato da TikTok. YouTube è stata la piattaforma video più seguita da ormai quasi dieci anni e, dunque, non c’è da stupirsi se ora stia perdendo consensi e successo.

  • I social: tra apparenza e verità

    I social: tra apparenza e verità

    “The Social Dilemma” è un documentario Netflix che tratta una delle tematiche attuali più discusse: i social network e la loro influenza sui giovani. Ex dirigenti di diversi social spiegano ciò che si cela dietro le interfacce: siamo costantemente monitorati. Avanzatissimi algoritmi ci mostrano contenuti che rispecchiano i nostri interessi, tenendoci incollati incessantemente allo schermo. I social possono essere utilizzati per restare in contatto con persone lontane, creare nuove amicizie. Inoltre rendono possibile la diffusione di informazioni in modo rapido e propongono anche nuove possibilità di business. Ad oggi, infatti, tali piattaforme hanno contribuito alla formazione di nuovi lavori come l’influencer, il social media manager, lo youtuber, ecc.

    Viceversa, hanno anche aspetti negativi, come la diffusione di fake news o possibili furti di identità e violazione della privacy. Inoltre creano dipendenza e favoriscono la diffusione di fenomeni allarmanti come il cyberbullismo e il revenge porn.

    Talvolta i social diventano anche uno strumento di diffusione di pensieri omofobi, razzisti e di messaggi che incitano all’odio e alla violenza; pertanto questi ultimi subiscono censure. Sono tanti i post, le storie e gli account che subiscono ban ogni giorno; un esempio celebre recente è quello dell’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a cui sono stati disabilitati i profili Twitter e Facebook  (in seguito alla sua approvazione nella rivolta a Capitol Hill) per incitamento all’odio e alla rivolta: «Amo tutti voi; siete grandi».

    Nonostante ciò, molti sono contro la censura siccome ritengono che ognuno debba esprimere le proprie opinioni senza vincoli; però, se così fosse, la nostra generazione sarebbe troppo influenzata da correnti di pensiero sbagliate che andrebbero a danneggiare persone facilmente influenzabili.

    Possiamo dunque definire i social come un’arma a doppio taglio, come afferma Radima Fernando, un grafico informatico: «Forse la cosa più pericolosa è il fatto che il web è guidato da tecnologie che stanno avanzando in modo esponenziale. E la cosa più importante è che la nostra fisiologia, il nostro cervello, non si è evoluto affatto».

    Laura Refuto, Lucia Rita Cozzolino III H scientifico; Alessia Sorrentino III A scienze applicate