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  • Quattro parole per il 2020

    Quattro parole per il 2020

    Spensieratezza

     La parola che rappresenta il mio 2020 è “spensieratezza” perché è così che mi sono sentita: spensierata. Durante il lockdown ho avuto molto tempo da dedicare a me stessa e lo ho usato per riflettere. Mi sono resa conto di quanto io mi preoccupassi troppo per ciò che gli altri pensavano e non mi sono mai fermata e riflettere su ciò che pensavo io. Ho passato molte ore a pensare e sono arrivata alla conclusione che io posso fare tutto ciò che voglio: posso amare chi voglio, posso vestirmi come voglio, posso uscire con chi voglio e non devo preoccuparmi del giudizio altrui. Dopo essermi resa conto di ciò, sono riuscita a sentirmi più libera, più spensierata.

    Ho lavorato e sto lavorando molto su ciò che sono e su ciò voglio fare. Ho imparato ad accettarmi e a ignorare ciò che dicono gli altri; ho capito che, nonostante tutto, ci sarà sempre qualcuno a giudicare ma per ogni persona che giudica ce ne sono 100 che mi sostengono.  Per quanto quest’anno mi abbia portato molta tristezza, sono diventata una persona migliore e con una mentalità più aperta. Nonostante tutto, quest’anno mi ha riportata a sorridere, mi ha aiutata ad essere meno timida, anche se ci sto ancora lavorando. Ho conosciuto nuove persone che mi accettano per quella che sono e non per quella che tutti si aspettano che io sia.  Quindi, se devo dire cosa quest’anno mi ha insegnato, dirò: ignorate tutti, distruggete quei canoni che la società ha imposto e camminare spensierati. La vita è una e non dobbiamo sprecarla per diventare ciò che gli altri si aspettano che noi siamo.

    Giorgia Cannavacciuolo 1A classico

     

    Transizione

    La scelta di questa parola è legata a tutto ciò che è accaduto quest’anno, che ha rappresentato per me un vero e proprio periodo di mutamento, che ha cambiato, nel profondo, il mio modo di essere e di vedere tutto. Il 2020 è stato un anno di transizione per vari motivi, in quanto io mi sento cresciuta sia fisicamente che emotivamente. Uno dei cambiamenti “esterni” che ho avuto quest’anno è stato, ovviamente, il passaggio dalle scuole medie al liceo. L’avanzamento con la scuola, infatti, oltre che segnare la continuazione del mio percorso di studi, ha anche segnato la mia crescita come individuo. Ho infatti acquisito la consapevolezza di star crescendo e di avere in carico sempre più grande di responsabilità e doveri. Un altro cambiamento che ha segnato questo mio anno è stata la riscoperta di me stessa e  delle mie passioni. Questa cosa mi ha portato a non essere più soltanto un “guscio vuoto”, ma un individuo completo, con passatempi e aspirazioni. Ciò mi ha aiutata a comprendere meglio la mia persona e ad acquisire un minimo di scioltezza in più, anche solo quando si parla allegramente tra amici. Se infatti ripenso a come ero ad inizio anno, quasi posso dire di non riconoscermi più. Ora mi sento una persona piena, con i suoi affetti, il suo carattere e il suo modo di essere. Ovviamente la mia crescita non finirà qui, e ci saranno molti altri anni come questo che mi permetteranno di maturare come essere umano, ma sono certa che questo 2020 in particolare segnerà la mia vita, in quanto rappresenta l’inizio del mio percorso di maturazione.

    Eleonora Reginelli 1A classico

     

    Distanza

     Ho scelto questa parola perché in questo periodo ha assunto un significato emblematico.  A causa di questa pandemia, siamo costretti a mantenere una distanza considerevole tra l’uno e l’altro, e questo distanziamento ha portato delle conseguenze, buone e cattive. Come scrisse il filosofo greco Aristotele nella sua “Politica”, “l’uomo è un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società”. Poiché siamo obbligati a rispettare le norme di distanziamento, a volte ci sentiamo soli e il non poter abbracciare amici e parenti rende il tutto ancora più desolante. Spinti dal desiderio del riavvicinamento, tentiamo di colmare questa distanza con la tecnologia ma, per quanto la comunicazione possa essere efficace, rimane sempre un senso di vuoto incolmabile. Ci manca il tocco, il calore di chi ci avvolge nelle sue braccia, il suono della voce di una persona cara e tutte le emozioni provate. Quindi la distanza è come una medaglia a due facce: da una parte la possiamo considerare nostra amica dato che ci permette, giorno dopo giorno, di limitare i contatti e quindi i contagi; ma dall’ altra parte è anche nostra nemica perché, ci rende consapevoli del fatto che per restare uniti dobbiamo ricorrere ad uno schermo.

    Aida Piscicelli 1A classico

     

    Prigione

    A gennaio, quando ancora eravamo “liberi”, il mondo mi appariva diverso da come lo vedo adesso. Prima di questa pandemia non facevamo nemmeno caso alla fortuna che avevamo di stare a contatto con le persone a cui teniamo. Adesso capisco il vero significato di godersi ogni momento.

    La parola che ho scelto per raccontare il mio 2020 è prigione appunto perchè mi sento come se fossi in una specie di prigione, soprattutto fisica, ma anche mentale. Prigione fisica a causa della mascherina, poi c’è il distanziamento e il non poter abbracciare le persone a me care. Tutto ciò mi fa star male, anche perché, durante l’estate, mi sono illusa che potesse ritornare tutto alla normalità. Io come tutti, almeno parlo per gli adolescenti, pensavamo fosse tutto finito, ma in realtà non è stato così. Durante la quarantena più lunga, anche se sembra esser passato subito il tempo, un po’ tutti ci siamo sentiti in prigione a star chiusi in casa per tre lunghi mesi. Ed ecco perchè non riesco a vedere il 2020 in modo positivo. Io sono una persona ottimista, anzi riesco ad essere realista vedendo sia il brutto che il bello delle cose, ma purtroppo quest’anno tragico riesco a vederlo solo in modo negativo.  L’unica cosa positiva che mi è accaduta è stato iniziare la scuola superiore. All’inizio, ricordo perfettamente, avevo molta paura di incamminarmi in un nuovo e sconosciuto percorso. Ma poi, durante le due settimane in presenza, capii sin da subito di aver fatto la scelta giusta. Fortunatamente, ho trovato delle persone magnifiche alle quali subito mi sono legata e che mi hanno resa ancora più felice di quel che già ero.  A gennaio scorso, quando ancora eravamo “liberi”, il mondo mi appariva diverso da come lo vedo adesso. Prima di questa pandemia non facevamo nemmeno caso alla fortuna che avevamo di stare a contatto con le persone a cui teniamo. Adesso ho capito che la nostra quotidianità ‘normale’ era bellissima.

    Giada Fiordoro 1A classico

  • Un sogno per il 2021

    Un sogno per il 2021

    Tutti abbiamo un sogno.

    Abbiamo tutti dei desideri, alcuni che difficilmente diventeranno realtà, che chiamiamo sogni, dal momento che questi ultimi sono solo frutto della nostra immaginazione.

    Mi reputo una ragazza molto ambiziosa, “ricca di sogni”.

    Ne ho molti che vorrei realizzare entro il 2021, anche se vorrei recuperare anche quelli che non ho potuto realizzare nel 2020. Vorrei innamorarmi. Vorrei viaggiare. Vorrei conoscere gente nuova, ma soprattutto strappare la mascherina che ci ha salvati ma allo stesso tempo feriti.

    Sì, sentirmi libera, libera di poter abbracciare le persone a cui tengo di più.

    Oppure essere sicura di poter varcare l’uscio di casa mia e chiudere la porta, certa di non aver lasciato l’ennesima ffp2 sul davanzale.

    Ma non tutto c’entra con il Covid.

    Sogno di riconquistare l’autostima che mi riempiva gli occhi di gioia fino a due anni fa.

    Poi sarebbe bellissimo legare ancora di più con le persone, i compagni di scuola, che ho appena conosciuto.

    Festeggiare il mio quattordicesimo compleanno con tutti i miei amici…

    Insomma, voglio fare tante cose.

    Spero di riuscire a sognare anche nel 2021.

    Anzi no, lo farò.

    Farò tutto ciò che potrò materialmente fare.

    Sarò più sicura di me, realizzerò i progetti a cui tengo di più. Lo prometto.

    E’ questo il mio sogno.

    Eleonora Acunzo 1A classico

    Un sogno per il 2021? Tornare alla mia vita normale dove non si temeva di dare un abbraccio a un amico e non c’erano preoccupazioni per qualsiasi cosa.

    Sogno in un 2021 migliore, felice e sereno. Spero che tutta questa sofferenza passi e che i brutti momenti vissuti nel 2020 diventino solamente un lontano ricordo. Spero di poter uscire di nuovo e di fare una passeggiata sul lungomare con i miei amici e con le persone a cui tengo molto senza mascherina e distanziamenti.

    Voglio ritornare a vivere serena, allegra e spensierata, riassaporare quella che prima definivamo normalità ma che non sarà più semplice normalità ma gioia. Vorrei ritornare a viaggiare, prendere anche un semplice gelato o guardare un film insieme a qualcuno, riscoprire di nuovo i valori più semplici ma importantissimi per la nostra vita: quelli dell’amore e dell’affetto. Non sogno grandi cose per il 2021: voglio solamente tornare a vivere, a gioire, a ridere tutto il pomeriggio; ad essere semplicemente felice.

    Virginia Beata Maria Alvino 1A classico

    Per il 2021 desidero solo tornare alla normalità, sottrattaci da questo anno oramai giunto al termine. Vorrei solo poter riabbracciare mia nonna, poter rivedere le mie migliori amiche, poter tornare tra i banchi di scuola; vorrei solo ricominciare a vivere, vivere sul serio. Questa che noi abbiamo condotto e stiamo conducendo tuttora non è affatto vita, ma una prigionia, una trappola, un lungo e interminabile labirinto buio e oscuro che, però, potrà aiutarci a tornare alla quotidianità. Durante quest’anno passato, mi sono sentita inerme, inerme di fronte alla miriade di problemi che sono emersi. Mi sono sentita affaticata, triste, sola, arrabbiata, con la testa ricolma di pensieri e gli occhi traboccanti di lacrime amare. Mi sono sentita vuota, senza un briciolo di vitalità; per non impazzire, mi sono aggrappata all’ultimo granello di razionalità che restava, lì, tra le mie mani gelide. Con quell’odiosa mascherina, ho creduto e temuto, ogni istante che la ponevo sul mio viso bianco ed inespressivo, di soffocare.

    Nel corso di quest’anno difficile, che ci ha separati dalle persone che amiamo e ci ha isolati dal mondo intero, mi sono mancati tutte le piccole cose della mia vita che davo per scontate, che credevo sarebbero durate per sempre.

    Il mio sogno per il 2021 è ricominciare da capo, ricominciare insieme.

    Anna Sbrizzi 1A classico

    Tanti sono i sogni per il nuovo anno ma, dopo un periodo così difficile, duro e tragico, ciò che più spero di poter fare, o meglio di rifare, è viaggiare liberamente. Tutti abbiamo viaggiato nella vita, anche solo spostandoci nella città vicino alla nostra, per visitarla, passeggiare per il centro e scoprire le bellezze che si celano in quella cittadina. La bellezza di un viaggio è l’ansia prima della partenza, i preparativi e la gioia di giungere in luogo mai visto se non in foto. Viaggiare è ricchezza interiore, che, dopo essere tornati alla nostra routine giornaliera, influenzerà anche il nostro modo di vivere. Prima di quest’anno davo per scontato potermi spostare, o magari non apprezzavo come dovevo le vacanze estive quando non c’erano restrizioni. Mi sono sentita oppressa durante il primo lockdown perché sapevo di non potermi spostare e ho sentito il vuoto di non potermi arricchire di una cultura differente dalla mia o di non poter immortalare con una fotografia un ricordo. Qualsiasi motivazione può spingerci a viaggiare: scoprire, gioire, sfuggire alle sofferenze quotidiane o alla stanchezze; qualsiasi motivo è sempre quello giusto. C’è sempre una buona motivazione per viaggiare, e sogno di poterlo ritornare a fare nell’anno appena iniziato.

    Giulia Di Ruocco 1A classico

  • SKAM ITALIA: LA SERIE DEI GIOVANI

    SKAM ITALIA: LA SERIE DEI GIOVANI

    “Skam Italia” è una serie trasmessa per la prima volta su Timvision nel 2018, ma, in realtà, nasce nel 2015 come webserie norvegese. Solo in seguito ha dato origine a remake in tutto il mondo: Germania, Francia, Stati Uniti, Olanda, Belgio, Spagna e Italia. Nel 2019 ha vinto il premio come miglior serie tv italiana e a un solo giorno dall’uscita su Netflix si è aggiudicata il primo posto nella top 10 delle serie più viste dal pubblico.

    La serie si incentra sulle vicende di alcuni ragazzi che frequentano un liceo di Roma. Le quattro stagioni, che hanno a loro volta protagonisti diversi, ci mostrano i vari aspetti dell’adolescenza e i diversi problemi dei ragazzi nella società in cui viviamo. Si affrontano tematiche importanti come, ad esempio, l’omosessualità, che seguiamo nella seconda stagione dal punto di vista di un ragazzo di nome Martino, che scopre di essere gay, ma, all’inizio, non vive bene questa situazione per timore del giudizio degli altri. Un’altra tematica importante è il problema della diversità di origine e religione, che ci viene raccontata nella quarta stagione da Sana, una ragazza  musulmana che, pur di rispettare la propria religione, dovrà affrontare diversi momenti di incomprensione con le sue amiche.

    Nel seguire questa serie all’inizio ero un po’ scettica. Non credevo nella capacità di trasmettere tanta realtà; poi, pian piano, episodio dopo episodio, mi sono ricreduta. Sono riuscita a ritrovarmi in vari aspetti di alcuni personaggi e a riflettere sull’importanza di questi nostri anni d’oro, che stanno svanendo sotto i nostri occhi. Questa serie tv contribuisce quindi, a mio avviso, a mostrare il vero volto del mondo adolescenziale. Troppe volte ci sentiamo dire che l’adolescenza è un periodo fatto di rose e fiori, che i problemi che si affrontano sono solo sciocchezze e che siamo noi ad ingigantirli. Skam ha dato la prova che non tutti i nostri malumori sono sopravvalutati, che anche noi affrontiamo la vita vera e che non si tratta di semplici sciocchezze.

    È stato proprio questo che ha appassionato di più gli spettatori, in quanto, forse per la prima volta, si è cercato di comprendere noi giovani, di trattare dei sentimenti che ci dominano e dei pregiudizi, figli della nostra società, che ci assalgono, cercando di far comprendere cosa si cela dietro ogni nostra azione e decisione.

    Martina Carbone, IIIA classico

  • Torre Annunziata… un potenziale mai sfruttato

    Torre Annunziata… un potenziale mai sfruttato

    Quando si tiene a qualcuno o a qualcosa, bisogna sempre cercare di essere obiettivi, evidenziandone oltre ai lati positivi anche gli aspetti negativi. 

    Che dire… Io amo la mia città e mi sento veramente privilegiato quando uscendo dal balcone di casa, mi ritrovo ad ammirare un panorama bellissimo. Sarò anche di parte, ma per me non esistono vedute superiori. Qualsiasi attività secondo me è imparagonabile rispetto al panorama oplontino e a una partita del Savoia. C’è da dire però che la delusione è tanta quando osservo che, parlando della Campania, la nostra fantastica città non è mai nominata in maniera positiva, ma anzi, viene molto spesso denigrata.

    Ci sono città come Amalfi che sono famose per i propri litorali, per la storia e per il mare. A Torre possiamo vantare un litorale fantastico con una vista mozzafiato che farebbe invidia a qualsiasi altra città. Ci sono molti “tesori nascosti”: ad esempio, oltre alle ville romane, ci sono l’Oncino e la spiaggia di Rovigliano che però vengono abbandonati a sé stessi, un po’ come il resto della città.

    Ci sono città come Positano che fondano sui vicoli caratteristici una parte importante della propria fama. Riflettendo su ciò, mi sorge spontanea una domanda: “Perché qui a Torre gli stessi vicoli vengono abbandonati a sé stessi e lasciati al degrado più totale?”. Le strade e i marciapiedi sono dissestati e presentano veri e propri “assembramenti” di immondizia. Anche qui però ci sono delle vere e proprie perle che raccontano la storia della nostra città. Una di queste è, ad esempio, l’antico Pastificio Setaro che è ormai l’ultimo sopravvissuto allo ‘sterminio di massa’ subito dalle similari imprese locali. 

    Ci sono città come Pompei che basano la propria fama sugli scavi dell’antica città romana, i quali portano ogni anno in città centinaia di migliaia di turisti che contribuiscono allo sviluppo economico. Anche in questo caso non abbiamo nulla da invidiare visto che gli scavi sono presenti anche qui. La differenza è che a Torre piuttosto che rappresentare il simbolo della città, sono visitati veramente poco, mal tenuti e gestiti male. Il turismo in città non è per niente incentivato.

    Non riesco a capacitarmi del motivo per cui dobbiamo vivere nel degrado, nell’arretratezza, nell’abbandono più totale e senza una prospettiva futura per i giovani, nonostante l’immenso potenziale di cui la nostra città può godere. Qui a Torre Annunziata, abbiamo a disposizione posti fantastici che non vengono mai sfruttati. Il Lido Santa Lucia ad esempio potrebbe essere un parco divertimenti che farebbe invidia ai più famosi d’Italia. Gli spazi lungo il porto dove in passato furono avviati dei lavori che sono stati poi abbandonati, potrebbero ospitare negozietti caratteristici come in qualsiasi città turistica. Le carte in tavola per migliorare ci sono tutte, ma forse ciò che manca è la volontà di cambiare le cose.

    La parola chiave di questo articolo è quindi “abbandono”. Questa situazione sta sempre di più rovinando la nostra amata città che ormai è diventata un semplice cumulo di promesse e niente di più. La stessa fine sembra che spetti al nostro stadio comunale che come tutto il resto, si trova a patire pene causate da una pessima amministrazione.

    Giovanni Ricciardelli, IV C linguistico

  • Reset con Covid: informazione, ambiente, pandemia, pregiudizi.

    Reset con Covid: informazione, ambiente, pandemia, pregiudizi.

    Nel pomeriggio del 10 dicembre 2020, una rappresentanza di ragazzi del liceo Pitagora- B. Croce ha partecipato al webinar “Reset con Covid: informazione, ambiente, pandemia, pregiudizi”. Lo scopo di questa iniziativa è stato la riflessione sui temi dell’informazione e dell’ecosostenibilità in rapporto all’epoca storica che stiamo vivendo, un periodo segnato dalla pandemia da Covid-19. In particolar modo l’attenzione è stata rivolta al problema delle fake news e al modo in cui la sostenibilità ambientale sia stata messa da parte dall’epidemia che ha travolto il mondo. Tuttavia si è discusso anche sul  problema della parità di genere, argomento affrontato da numerosi ospiti partecipanti all’evento. 

     

    Uno dei primi interventi è stato quello di Derrick de Kerckhove, il quale, coerentemente con gli ideali per i quali ha sempre combattuto, ha sottolineato l’importanza di una  conciliazione tra il tema dell’ecosostenibilità e quello della tecnologia. In passato, proprio grazie ad un’idea di de Kerckhove, sono stati installati sui ponti del fiume Sarno 5 QR code. Attraverso questi codici si può accedere ad una serie di informazioni sul fiume curate dai ragazzi e dalle associazioni operanti sul territorio. Le nuove tecnologie devono, quindi , essere utilizzate coscienziosamente in ogni ambito al fine di favorire un progresso ecosostenibile.

     

    De Kerckhove ha, poi, presentato i suoi studenti del Politecnico di Milano, protagonisti di uno degli interventi più significativi del dibattito. I ragazzi, a partire dal mito di Icaro, hanno affrontato il tema del progresso che, per essere tale, non deve trascurare la salvaguardia dell’ambiente. L’avvicinamento di Icaro al Sole e la tragedia che ne consegue rappresentano il superamento del limite tra uomo, innovazione e natura. Sottolineando il legame intercorrente tra i problemi sociali, quelli di salute,  e quelli climatici ed economici, i ragazzi hanno evidenziato la necessità di trovare un equilibrio attraverso i tre obiettivi da loro proposti: be effective, ossia essere efficaci nelle nostre azioni, stop polluting, quindi smettere di inquinare e infine start producing, iniziare a produrre, sempre nel rispetto del pianeta. A sostegno di queste idee sono stati presentati alcuni  progetti, tra i quali O-CITY, un’iniziativa che si impegna nella costituzione di un sistema chiuso, in cui l’energia è prodotta dagli stessi consumatori. Viene proposto infine un nuovo assetto delle città, in cui i servizi di prima necessità si trovano a meno di 15 minuti a piedi da ogni abitazione, per limitare l’utilizzo dei mezzi e di conseguenza l’emissione di anidride carbonica.

     

    A seguire, è intervenuto Enrico Bellini, rappresentante di Google, che ha ribadito l’importanza dell’impegno delle grandi aziende come quella da lui rappresentata nella lotta all’inquinamento. Bellini si è soffermato sugli obiettivi raggiunti dall’azienda nel 2007, in cui Google è diventata una grande azienda carbon-neutral e nel 2017, ha raggiunto 100% di energia rinnovabile in ogni operazione. 

     

    Giovanna Maggioni, rappresentante di AudiOutdoor, ha sottolineato l’efficacia delle affissioni pubblicitarie nella lotta al cambiamento climatico.

    Daniela D’Aloisi, ingegnere della fondazione Ugo Bordoni, ha poi ribadito l’importanza di una digitalizzazione che coinvolga il cittadino e che sarebbe stata certamente d’aiuto anche alla sanità durante il primo lockdown. 

    Alberto dal Sasso, rappresentante della IAA, ha delineato i cambiamenti delle comunicazioni conseguenti alla digitalizzazione e l’importanza dell’interscambio generazionale nell’ambito del progresso.

    Maria Eleonora Lucchin, portavoce di Mediaset, ha invece puntualizzato l’impegno della sua azienda durante la pandemia, in particolare nel settore dell’informazione, a cui sono stati dedicati numerosi spazi all’interno del palinsesto. 

     

    Infine significativo è stato l’intervento di Angelo Mazzetti, delegato di Facebook, il quale ha evidenziato il legame tra la piattaforma e le fake news e la necessità di agire affinché le notizie circolanti siano verificate ed affidabili.

     

    Hanno partecipato al dibattito anche Gaetano Di Giuseppe, Giampiero Gramaglia (Scuola di giornalismo di Urbino), Francesco Angelo Siddi, Simona Sala (Rai Radio Uno), Antonio Parenti e il presidente Andrea Riffeser Monti.

     

    Alla fine è stato proiettato il video prodotto dal nostro istituto nell’ambito del progetto #40forlife  sulla discriminazione di genere e sulla violenza contro donne. Il breve filmato è stato molto apprezzato dai partecipanti al convegno per il messaggio che lancia alle nuove generazioni: non c’è amore se ci sono odio , violenza e  prevaricazione.

    Noi ragazzi ci siamo sentiti particolarmente coinvolti in questa iniziativa così vicina ai nostri interessi e aperta alla conoscenza di prospettive  che possono cambiare il nostro futuro. Come sostengono Le Nazioni Unite nell’Agenda 2030 che non è possibile uno sviluppo ecosostenibile in una società che pullula di discriminazione, violenza, abusi, instabilità economica e mancanza di giustizia, così è fondamentale la sensibilizzazione delle nuove generazioni alle problematiche ambientali  affinché possiamo  confidare in un futuro migliore per la società e per il nostro pianeta.

     

    Miriam Avagnano, Marilisa Paduano VB classico

  • FASHION REVOLUTION – LA RIVOLUZIONE DI ALESSANDRO MICHELE

    FASHION REVOLUTION – LA RIVOLUZIONE DI ALESSANDRO MICHELE

    In un’epoca in cui troppo spesso emerge la necessità di abbattere gli stereotipi legati al genere, l’azione del mondo della moda, ossia uno dei capisaldi mezzi di influenza su ogni tipo di generazione, che si parli della generazione Zeta o dei cosiddetti “boomers”, è da considerarsi fortemente importante quanto efficace. In questa prospettiva, un ruolo decisamente rivoluzionario ha avuto la Casa di Moda italiana Gucci, di estrema notorietà in tutto il mondo, sotto la recente direzione artistica di Alessandro Michele: da circa cinque anni, il Creative Director del brand ha attuato una vera e propria rivoluzione, riportando in alto il nome della famosa Maison, secondo un aspetto del tutto innovativo e di gran lunga funzionale per una società che sta cambiando. Per la prima volta nella storia della moda, le produzioni tipiche della passerella maschile e di quella femminile si sono incrociate, ponendo solide basi per un Fashion Show totalmente fuori dagli schemi: abiti e accessori dalle tinte forti e dai tessuti molto particolari, indossati indistintamente da donne e uomini senza seguire alcun canone legato al genere.

    Dunque, ciò che fino a una dozzina di anni prima poteva essere considerato quasi blasfemo, adesso viene innalzato come una forma di riscatto contro le discriminazioni legate al genere. Il messaggio che l’anarchico leader del marchio vuole comunicare è fortemente trasversale: ciò che indossi non ha genere. In particolare, ciò su cui punta Michele è la caduta degli stereotipi legati all’universo maschile, la cosiddetta mascolinità tossica, frutto di una società nettamente patriarcale in cui gli uomini sono costretti ad indossare “giacca e cravatta”, opprimendo il proprio estro e non potendo dare luce alle proprie peculiarità mediante i capi che indossano.

    Harry Styles e Alessandro Michele al Met Gala 2019

    Numerose personalità di spicco hanno aderito a questa rivoluzione, indossando in molteplici occasioni i capi neutral-gender del brand. Tra questi, artisti di fama globale molto influenti sulle nuove generazioni come la giovanissima Billie Eilish e l’ex componente degli One Direction, ora solista dalla medesima notorietà, Harry Styles; entrambi sono stati protagonisti dell’ultima geniale trovata di Alessandro Michele: per presentare l’ultima collezione Gucci, il Fashion Show è stato trasportato dalla passerella al piccolo schermo, realizzando un’originalissima miniserie ambientata in una dimensione differente in cui chiunque indossa con atteggiamento rilassato i capi caratteristici della Maison. Si tratta dello stesso atteggiamento rilassato e indifferente che Gucci suggerisce di assumere a chi veste neutral-gender: non aver timore di esprimere te stesso attraverso ciò che indossi poiché non esiste alcun canone che possa limitarti.

    Achille Lauro al Festival di Sanremo 2020

    Anche nel nostro Paese, la collaborazione tra Gucci e rilevanti celebrità del calibro di Achille Lauro gioca un ruolo fondamentale per abbattere gli stereotipi di genere, oltremodo radicati nella società contemporanea e nel genere musicale in cui l’artista si identifica. Un autentico spirito libero, esponente del pop-rap italiano, Achille Lauro è noto a tutte le generazioni per la sua straordinaria kermesse alla Settantesima edizione del famigerato Festival di Sanremo, in cui i protagonisti, oltre alla sua musica, sono stati proprio i particolarissimi capi disegnati da Alessandro Michele. Tale scelta non è stata affatto casuale: il messaggio che il famoso cantante ha inteso comunicare si pone proprio sulla scia di quello già affermato dal brand; si tratta dunque di una collaborazione che calza veramente a pennello. Creativo, anarchico ed estremamente sensibile, proprio come il Creative Director di Gucci, Achille Lauro rifiuta le convenzioni e risponde: “Sono fatto così, mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina!”.

    La rivoluzione di Alessandro Michele è solo l’inizio di un cambiamento che, pur lento, sta avvenendo in quella che fino a qualche tempo fa è stata la principale fabbrica di stereotipi legati al genere, il fashion world; un cambiamento di cui la generazione Zeta ha fortemente bisogno: la necessità di esprimere se stessi senza essere giudicati come appartenenti a una determinata categoria o un determinato genere.

  • Bisogna educare anche gli adulti

    Bisogna educare anche gli adulti

    Negli ultimi giorni, attraverso la televisione, i social media e anche nei discorsi che ho sentito a scuola mi sono ripetutamente imbattuta in questa frase: “Bisogna sensibilizzare i giovani”. Può sembrare la classica e banale frase fatta, ma in realtà su di essa si può aprire una vera e propria discussione.

    Iniziamo dal fatto che la prima domanda che mi sono posta è stata: perché parlare di sensibilizzare i giovani e non la popolazione in generale? Insomma, viviamo in una società in cui chiunque può avere un atteggiamento irresponsabile, indipendentemente dalla fascia d’età a cui appartiene.

    Ci sono adulti che fino ad oggi si sono comportati in maniera coscienziosa e che hanno trasmesso questo atteggiamento anche ai loro figli, ma anche altri che hanno mostrato un comportamento noncurante delle regole, che hanno diffuso un messaggio negativo condiviso dalle persone facilmente influenzabili o che addirittura hanno negato l’esistenza del Covid-19. Pensiamo ad esempio ai comizi di Matteo Salvini, alle manifestazioni dei negazionisti o ai post dell’influencer Er Faina.

    Con questo non sto dicendo che noi giovani siamo innocenti agnellini additati ingiustamente, ma che, come nel caso degli adulti, ci sono ragazzi più responsabili e obiettivi di altri. Assistiamo a due differenti atteggiamenti da ambedue le parti. Per fare un esempio pratico: ci sono ragazzi che riescono a fare il sacrificio di non uscire la sera, mentre altri non si fanno scrupoli ad affollare le strade e a non seguire le norme di sicurezza. Infine, possiamo osservare anche due tipi di negozianti: chi non pensa a ciò che fanno i clienti fuori, ma al fatto che essi gli portano i soldi che non ha guadagnato durante il lockdown e chi invece si anima di coraggio, chiede agli avventori di seguire le norme, rischiando così di perdere i clienti o di venire addirittura picchiato. Quello che voglio dire, è che bisognerebbe smetterla di pensare che ad essere educati dobbiamo essere solo noi ragazzi e cominciare ad acquisire un’ottica più ampia e generale. Oltre tutto noi giovani siamo sensibili a molti argomenti che riguardano il rispetto dell’ambiente, quali il riscaldamento globale e l’inquinamento, problemi che spesso vengono ignorati dagli adulti, anche da quelli che ricoprono importanti cariche politiche.

    Quindi, per un futuro migliore, e non parlo solo della situazione sanitaria in cui ci troviamo, c’è bisogno della collaborazione di tutti, senza dare per scontato che una generazione sia più saggia e responsabile di un’altra.

     

    Chiara Cinquegrana, 3A classico

  • Salesiani per il sociale: Casa Valdocco e Pizzoratorio

    Salesiani per il sociale: Casa Valdocco e Pizzoratorio

    Armi, droga, malavita. È questo purtroppo l’unico mondo che non pochi ragazzi, anche qui a Torre Annunziata, conoscono; è quella del male l’unica strada che purtroppo percorrono. “In ogni ragazzo, anche il più disgraziato, v’è un punto accessibile al bene” – affermava, però, Don Bosco – “ed è compito di un educatore trovare quella corda sensibile e farla vibrare.” Questa è la frase che rappresenta l’ordine dei Salesiani fondato dallo stesso don Bosco, su cui, ormai da più di 150 anni, si basa l’operato anche dei salesiani di Torre Annunziata.

    Lunedì 4 novembre, proprio presso la sede di questi ultimi, c’è stata l’inaugurazione del centro diurno “Casa Valdocco” e del “Pizzoratorio”. Due iniziative molto importanti, entrambe dirette ai giovani di questa città, a quelli meno fortunati. Da un lato un centro che accoglie giovani dai 6 ai 18 anni, per contrastare la dispersione scolastica, dall’altro un progetto che vede i giovani che hanno abbandonato la scuola alle prese con l’imparare il mestiere del pizzaiolo.

    Ciò significa togliere ragazzi dalla strada e, soprattutto, dare loro la possibilità di vivere onestamente. “Non è facile – dice Don Antonio Carbone – per un ragazzo che prima soleva guadagnare diverse centinaia di euro al giorno, abituarsi a una nuova vita, in cui cifre del genere vengono viste soltanto una volta a fine mese.” Eppure ci sono ragazzi che si lasciano aiutare da Don Antonio e i suoi. Ed ecco che per loro si apre un nuovo mondo, un’alternativa alla loro difficile realtà, un mondo in cui anche guadagnare poco, ma onestamente, diventa magicamente bello. E ciò afferma lo stesso Don Antonio, parlando di ragazzi “che in vita loro hanno conosciuto soltanto un tipo di polvere bianca, che non ha niente a che vedere con quella così pura della farina, che adesso stanno riscoprendo”.

    Sono ragazzi con situazioni difficili, è vero, ma d’altronde anche in passato è stato così. Nessuno più di Don Antonio, infatti, che fin da sempre è a contatto con i ragazzi, sa che nel mondo, oggi come ieri, c’è chi è meno fortunato. Anch’egli racconta di aver avuto un’infanzia difficile sotto certi aspetti. Egli ha avuto, però, la fortuna di possedere “qualcosa che molti altri ragazzi, purtroppo, non hanno: la famiglia, un luogo sano in cui sviluppare amicizie sane (come l’oratorio) e la possibilità di studiare. Si può ritenere fortunato chi queste cose le ha, deve essere dura invece per chi non le possiede, ma la legge del bene impone che, chi ha avuto di più, ha l’obbligo di donare a chi invece ha di meno”. Sono queste le parole esatte di Don Antonio, che, in questo modo, fa riferimento a ciò che lo spinge a proporre sempre nuove iniziative, a prodigarsi nell’ aiutare gli altri, i giovani, quelli che non sono stati fortunati come lui.

    “E non è vero che la gioventù di oggi, rispetto al passato, sia peggiorata. Questi che affrontiamo ogni giorno con i ragazzi sono problemi che si sono avuti sempre, anche negli anni passati”. Del resto anche Don Bosco affermava, riferendosi ai ragazzi incontrati nelle carceri minorili, che se qualcuno si prendesse cura di loro, li seguisse nella scuola, nei posti di lavoro o insegnasse loro un mestiere, sicuramente riuscirebbero ad avere un futuro migliore. “Quello che manca a questi ragazzi spesso – ribadisce don Antonio – è la fiducia nel poter fare cose belle”. Non sempre si riesce a recuperarli, ma l’importante è mettercela tutta.

    E continua: “È proprio da questi ragazzi che si ricevono le maggiori soddisfazioni. Tante volte, dopo tanti anni, li ho rivisti realizzati, e mi sono sentito parte integrante della loro vita, soddisfatto per essere riuscito, insieme a tutti gli altri, a far sì che questa fosse migliore. E sono tanti i messaggi che ricevo – parole semplici, un tvb o un grazie – che mi fanno capire che  tutto quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo per i giovani ha veramente un senso, che bisogna crederci”.

    E Don Antonio ci ha sempre creduto. Non poche sono state le difficoltà incontrate nella realizzazione di Casa Valdocco e del Pizzoratorio, ma come ricorda il nome stesso dell’associazione di cui Don Antonio è presidente, “Piccoli passi grandi sogni”, anche a piccoli passi si possono raggiungere grandi traguardi. E ognuno di noi può impegnarsi in tal senso. È grazie al contributo anche di ognuno di noi, oltre che a fondi messi appositamente a disposizione, che è possibile realizzare iniziative del genere. Dare di più a chi la vita ha dato di meno, insieme si può.

  • E se ripartissimo dai Pink Floyd?

    E se ripartissimo dai Pink Floyd?

     

    Nel 1979, esattamente quarant’anni fa, veniva pubblicato l’album “The Wall” dei Pink Floyd, che riassume in pieno ciò che significava essere giovani in quegli anni; si combatteva per un ideale politico e sociale, la strada era un luogo dove incontrarsi, confrontarsi e far valere le proprie idee.

    Si iniziava a parlare di AIDS, una malattia sessualmente trasmissibile che in molti casi portava alla morte, e tra i giovani si diffondeva l’eroina. Per le strade c’erano spesso manifestazioni inneggianti alla pace nel mondo e da poco in Italia si era conclusa la battaglia per legalizzare l’aborto. Questi anni del ventesimo secolo, infatti, sono passati alla storia come anni di proteste, i cui protagonisti erano giovani, donne e operai che rivendicavano i loro diritti contestando le scelte della politica. Il 1979 fu anche l’anno del quinto governo Andreotti e gli ‘anni di piombo’ stavano per giungere a termine.

    Oggi, a distanza di quarant’anni, molte cose sono cambiate. Sembra che si diventi adulti prima del tempo e ciò fa nascere nei giovani il bisogno costante di dimostrare qualcosa. Fra i ragazzi non c’è più il desiderio di impegnarsi in politica (politica è una parola quasi sconosciuta, lontana e incomprensibile) o di far valere i propri ideali. Non c’è più la voglia di informarsi e spesso l’ignoranza causa sentimenti di odio e di rifiuto verso il diverso. Ma di questa situazione non hanno colpa soltanto i ragazzi; viviamo, infatti, in un mondo in cui gli adulti hanno rinunciato a lottare per le cose in cui credono. Oggi si combatte online a colpi di tweet e di post. E si pensa che questo basti. Gli stessi politici utilizzano questo mezzo che rende tutto superficiale ed effimero, proprio come la loro credibilità.

    Nel ‘79 venne lanciato anche il Walkman, che rivoluzionò il modo di ascoltare musica, dando inizio alla rivoluzione digitale della musica. Adesso la musica è online, accessibile a tutti, il che ha portato vantaggi e svantaggi. Diventare famosi è diventato più facile; basta poco e subito un video diventa virale indipendentemente dagli argomenti trattati. La radio non è più fondamentale come una volta e tra gli artisti c’è sempre l’ansia e il bisogno di rinnovarsi per mantenere costanti i numeri di ascolto. L’ artista, oggi più di prima, non viene più giudicato per la qualità dei contenuti ma per gli ascolti che ottiene.

    Nel 2019, spesso, il divertimento sta nello “sballo”, nello spingersi oltre il limite. Uno dei problemi più diffusi è quello dell’alcool. Secondo l’ISTAT ogni anno sono 9 milioni le persone che assumono alcool e tra queste 1 milione sono minorenni tra gli 11 e i 17 anni, anche se la legge 189/2012 vieta la vendita ai minori di alcolici. Per quelli che assumono alcool regolarmente le conseguenze sono disastrose; dunque è urgente informare e sensibilizzare non solo i ragazzi che ‘bevono’, ma tutti.

    Nuove droghe vengono create in laboratorio e spacciate, e sono molto più pericolose della marijuana. Fra le più dannose c’è la Som (droga da stupro): invisibile, provoca uno stato di amnesia temporaneo e si miscela bene con i drink; dunque è facile farla assumere senza che la potenziale vittima se ne accorga.

    In questi quarant’anni sono cambiate tante cose; trarne una morale e stabilire se una generazione sia ‘migliore’ dell’altra è impossibile.  In ogni fase ci sono pro e contro che lasciano un segno nella storia.  La nostra generazione, per la quale la tecnologia ha un ruolo di fondamentale importanza, probabilmente verrà etichettata come “passiva”; forse noi saremo quelli che non hanno mosso un dito per cambiare le cose. Ma è anche vero che non è mai troppo tardi. Sarebbe meglio avere più consapevolezza delle proprie azioni e, prima di agire, riflettere. La libertà di espressione e la facilità nella comunicazione che abbiamo oggi è un dono che non va sprecato, è frutto di tante battaglie fatte da chi prima di noi voleva dire la “sua”.

    Noi ci facciamo sentire, e voi?

     

    Davide Capricano e Mariarosaria Di Bagno   (M|Y 30.01.2019)

  • YOSEBA: Giuseppe Cirillo ci racconta la sua musica

    YOSEBA: Giuseppe Cirillo ci racconta la sua musica

    Quasi 60mila visualizzazioni su youtube, 3 singoli usciti e un piccolo grande sogno che sembra diventare realtà: bastano queste poche parole per descrivere Giuseppe Cirillo, in arte Yoseba, alunno del liceo Pitagora B. Croce.

    A poco più di un mese dall’uscita del suo terzo singolo “Quello che non hai” siamo riusciti ad intervistarlo.

    Come è nato questo tuo interesse per la musica?  E’ una passione che hai da sempre?

     A me piace la musica da sempre, infatti da bambino ho sempre giocato con la musica. Adoravo fare il Karaoke e canticchiare. Ascolto tutti i generi di musica; infatti sfogliando la mia playlist non vi è un genere predominante: da pop a rap, musica degli anni Ottanta… Adoro Baglioni, De Gregori, De Andrè: sono loro i miei ispiratori in quanto  sono i veri autori della musica italiana.

    Come è nata la voglia di scrivere testi, che tra l’altro rispecchiano molto ciò che gli adolescenti al giorno d’oggi vivono? Da cosa trai ispirazione per scriverli? Ciò di cui parli è qualcosa che realmente hai vissuto?

    La voglia di scrivere è nata per gioco per poi diventare qualcosa di più serio; è diventato un modo per sfogarmi e un’attività nella quale trovo sollievo. Mi piace, inoltre, la sensazione che provo quando altre persone cantano ciò che ho scritto. Nella maggior parte dei casi parlo di esperienze e emozioni che ho realmente vissuto e che continuo a provare. Ma mi piace anche scrivere storie e situazioni delle quali sento parlare o che immagino.

    Qual è a tuo parere il verso di una canzone che ti racconta?

    Nel secondo pezzo, ‘Resilienza’, ci sono molte frasi che mi rispecchiano: partendo dal titolo che vuol dire affrontare i problemi a testa alta, fino ad arrivare al verso ‘nessun problema che perdo un treno se un’ora dopo volo in aereo’ : possono capitare imprevisti ma subito riesco a trovare una soluzione.

    Peppe, sappiamo che non dovremmo porti questa domanda, ma tutti vedendo le tue instagram stories notano il possibile arrivo di un nuovo singolo. Faresti uno spoiler per noi?

     A me piace molto scrivere versi romantici per raccontare le esperienze che provo. Se dovessi rivelarvi una frase del prossimo pezzo, potrebbe essere  ‘vince solo chi sa aspettare’. 

    Come in ogni percorso musicale e non, ci sono “ostacoli” , se così possiamo definirli, che si identificano con l’appellativo di “haters”. Cosa pensi di questo tipo di persone?

    Io sono dell’idea che se parlano di te vuol dire che fai rumore; se fai rumore vuol dire che sei seguito; se sei seguito vuol dire che qualcosa di buono lo stai facendo. Se stai facendo qualcosa di buono, vinci sempre.

    Hai un particolare progetto a cui tieni particolarmente?

    No, in realtà non ho un particolare progetto perché sono molto imprevedibile: un giorno mi piace una cosa, il giorno dopo potrebbe non piacermi più. L’unica cosa di cui sono sicuro è che voglio vento in poppa, sempre.

    Viste le esperienze fino ad ora fatte e i risultati che hai e stai avendo, c’è qualcuno che vorresti ringraziare?

    Ringrazio i miei migliori amici che mi stanno vicino e mi aiutano nel mio percorso; ringrazio la famiglia che mi sostiene, mio fratello che è il mio primo fan e ringrazio soprattutto la mia musa ispiratrice che è nel mio cuore. Vorrei inoltre ringraziare la mia scuola e i ragazzi di questo magnifico progetto! Supporto per voi!