di Mariarosaria Minetti, Federica Piccolo, Marianna Raiola, III A classico
Donald Trump, due volte presidente degli Stati Uniti d’America, è senz’altro un personaggio di grande rilevanza nello scenario politico mondiale, nonché l’uomo più potente al mondo.
La sua politica, in generale, e quella estera, in particolare, si basano su due slogan:
“America First” e “Make America Great Again”: “L’America prima di tutto” e “ Rendere l’America di nuovo grande”.
Da questi slogan è possibile interpretare i suoi rapporti con il mondo intero:
gli interessi nazionali e gli obiettivi economici dei cosiddetti “The States” devono avere priorità assoluta. In sostanza, la sua politica è definita isolazionista in contrasto, tra l’altro, con l’internazionalismo liberale che ha dominato la politica degli USA per decenni.
L’obiettivo principale della sua politica protezionistica era quello di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, rilanciare la produzione interna e proteggere i lavoratori americani dalla concorrenza estera, in particolare quella cinese.
Per raggiungere questi scopi, l’amministrazione Trump ha fatto ampio uso dei dazi doganali, imponendo tariffe su centinaia di miliardi di dollari di merci importate. Uno dei primi provvedimenti significativi è stato l’imposizione di dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importati da diversi Paesi, inclusi alleati storici come l’Unione Europea, il Canada e il Messico.

Tuttavia, molti economisti hanno messo in dubbio l’efficacia complessiva della strategia, sottolineando che i costi dei dazi sono stati in gran parte trasferiti sui consumatori statunitensi sotto forma di prezzi più alti. Nel 2025, durante il suo secondo mandato, Trump ha rilanciato la sua politica dei dazi con nuove tariffe su prodotti provenienti da oltre 100 Paesi, sostenendo che “tutto il mondo ci ha rubato per 50 anni”. Queste misure hanno sollevato ulteriori preoccupazioni tra gli alleati internazionali e all’interno del mondo imprenditoriale americano. Alcuni leader europei hanno riconosciuto che Trump ha sollevato questioni legittime sul commercio globale, ma hanno criticato l’approccio unilaterale e conflittuale.
Un altro aspetto controverso riguarda la legalità dei dazi imposti. Diverse aziende hanno fatto ricorso presso la Corte del Commercio Internazionale, sostenendo che l’amministrazione abbia abusato delle proprie prerogative. Inoltre, una possibile sentenza della Corte Suprema potrebbe mettere in discussione la costituzionalità di alcune tariffe, con potenziali ripercussioni sulle entrate fiscali e sul debito pubblico.
Il presidente Maduro stesso interpretò questi dazi come parte di una “guerra commerciale globale” dichiarata dagli Stati Uniti, affermando che il Venezuela era pronto ad affrontare tali pressioni e a resistere nonostante l’impatto economico negativo sulla sua popolazione. Così, alle 2:00 del mattino, le 7:00 in Italia, del 3 gennaio 2026, il presidente del Venezuela Nicolàs Maduro è stato rapito insieme a sua moglie, dalle forze speciali degli Stati Uniti su ordine del presidente degli USA. L’operazione militare che è stata condotta nel nord del Venezuela, è chiamata “Absolute Reserve”, ed aveva lo scopo ultimo di arrestare e deportare il presidente del Venezuela.
Durante questa operazione sono stati effettuati attacchi aerei che hanno portato alla morte di circa 80 persone tra militari e civili.
Trump, infatti, considera Maduro un “criminale” e “capo del cartello dei narcos”, ed è stato incriminato da New York proprio per questo motivo.
Tale operazione, però, va avanti da tempo:infatti, ad agosto 2025, un team di agenti C.I.A. è entrato in Venezuela in incognita per ricercare informazioni su Maduro.
L’azione del presidente Trump è stata molto discussa, scatenando una vera e propria polarizzazione delle considerazioni in merito a Trump, in quanto, nonostante sembri che il presidente abbia apparentemente liberato il Venezuela ha, di fatto, violato il diritto internazionale, a proposito del quale, l’opinione dell’Unione Europea sembra essere piuttosto chiara: “Rispettare il diritto internazionale”.
Ma cos’è il diritto internazionale? E perché è così importante?
Il diritto internazionale è l’insieme delle norme e dei principi che regolano i rapporti tra gli Stati e gli altri soggetti della comunità internazionale (come le organizzazioni internazionali). Inoltre, si basa sul principio della parità sovrana: non esiste un “governo del mondo”, quindi sono gli Stati stessi a creare le regole a cui decidono di sottostare. Il diritto internazionale moderno si regge su alcuni concetti chiave: lo ius cogens, cioè norme imperative inderogabili come il divieto di genocidio, tortura e schiavitù; il divieto dell’uso della forza, stabilito dalla Carta ONU (Art. 2.4), con l’eccezione della legittima difesa; infine, la risoluzione pacifica, cioè l’obbligo di risolvere le controversie tramite negoziati, mediazioni o tribunali internazionali.
In particolare, c’è stato un tentativo da parte di Trump di sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la creazione del “Board of Peace”. Infatti, Trump riguardo la questione ha asserito recentemente, secondo quanto riportato dall’Ansa:”Non ho bisogno del diritto internazionale, mi limita la mia moralità”. Ma come è nata l’iniziativa del Board of Peace e di cosa si tratta? Il presidente americano ha lanciato a Davos, ospite del Wef, questo nuovo organismo internazionale che – nelle intenzioni del suo fondatore – dovrà garantire la pace e la ricostruzione nella Striscia di Gaza. Questo organismo ha riunito i leader di 17 paesi e, in merito al nostro Paese, Trump ha dichiarato:”(…) ci sono alcuni Paesi, come l’Italia, che mi hanno detto di voler firmare”. L’Italia non ha ancora visto lo statuto del Board of Peace, come rivela una nota informativa di Fratelli d’Italia: «La qualificazione giuridica non è ancora possibile da definire con precisione, in assenza di un accesso allo statuto, tuttavia la mancata adesione non vuole essere una chiusura nei confronti di un organismo che presenta alcuni aspetti interessanti per il nostro Paese.“ In questa nota informativa, dunque, ripete in grosso modo le parole pronunciate da Meloni alcuni giorni in un’intervista: «Per il nostro Paese si pone una questione legale, soprattutto in relazione all’articolo 11 della Costituzione. Inoltre, non essendo a conoscenza di quale strumento sia stato utilizzato per l’istituzione – un memorandum, una dichiarazione d’intenti, un trattato internazionale – non si può dire se sia necessario (o meno) un passaggio parlamentare». Da queste dichiarazioni rilasciate dalla premier Meloni traspare che il presidente americano volesse un sì incondizionato di Roma senza nemmeno mostrare l’architettura giuridica del Board. Un organismo criticato subito dal presidente francese Macron, ma anche da altri presidenti europei.
Ma la politica estera di Trump non si è limitata a questo, infatti, da metà gennaio ha ricominciato a parlare della Groenlandia. Già durante il suo primo mandato aveva espresso l’ambizione di conquistare l’isola danese e adesso, nonostante l’opposizione di UE e Groenlandia stessa, è arrivato ad affermare che l’operazione “si farà” legando la questione anche alla necessità di “allontanare la minaccia russa” dalla Groenlandia. Perché gli Stati Uniti vogliono la Groenlandia? Il motivo principale è la posizione: la Groenlandia è nel mezzo tra America, Europa e Artico. Controllarla significherebbe avere un punto strategico fortissimo e inoltre ci sono ricchezze naturali: minerali rari importanti per tecnologia, energia e difesa, ora sotto il ghiaccio.
Ma la Groenlandia, come hanno specificato i suoi abitanti protestando per le strade, “non è in vendita!”
Pur essendo sotto il controllo della Danimarca gode comunque di una grande autonomia alla quale non intende rinunciare. L’Unione Europea si è schierata con il regno di Danimarca e la Groenlandia; non per simpatie politiche ma per una questione di stabilità: se saltano le regole tra gli alleati (USA e UE) il mondo diventa inevitabilmente instabile. “Avere la proprietà della Groenlandia è molto importante”. Questo ha detto Trump in un’intervista al New York Times. A chi gli chiedeva perché avesse bisogno di possedere l’isola, il presidente ha risposto: “Credo che sia psicologicamente necessario per il successo. Penso che la proprietà ti dà qualcosa che non si può ottenere con un semplice contratto di locazione. La proprietà offre elementi che non si possono avere semplicemente firmando un documento”.
In conclusione, la vicenda groenlandese non è solo una disputa territoriale, ma il simbolo di una politica estera che mette in discussione l’ordine precostituito, dove la logica della proprietà e della sicurezza nazionale sembra voler scavalcare i trattati internazionali, aprendo una fase di incertezza in cui il destino dell’Artico dipenderà dalla capacità della diplomazia europea di arginare una visione del mondo puramente transazionale.






