Categoria: Attualità

  • ”Non ho bisogno del diritto internazionale, limita la mia moralità”

    ”Non ho bisogno del diritto internazionale, limita la mia moralità”

    di Mariarosaria Minetti, Federica Piccolo, Marianna Raiola, III A classico

    Donald Trump, due volte presidente degli Stati Uniti d’America, è senz’altro un personaggio di grande rilevanza nello scenario politico mondiale, nonché l’uomo più potente al mondo.
    La sua politica, in generale, e quella estera, in particolare, si basano su due slogan:
    “America First” e “Make America Great Again”: “L’America prima di tutto” e “ Rendere l’America di nuovo grande”.
    Da questi slogan è possibile interpretare i suoi rapporti con il mondo intero:
    gli interessi nazionali e gli obiettivi economici dei cosiddetti “The States” devono avere priorità assoluta. In sostanza, la sua politica è definita isolazionista in contrasto, tra l’altro, con l’internazionalismo liberale che ha dominato la politica degli USA per decenni.
    L’obiettivo principale della sua politica protezionistica era quello di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, rilanciare la produzione interna e proteggere i lavoratori americani dalla concorrenza estera, in particolare quella cinese.
    Per raggiungere questi scopi, l’amministrazione Trump ha fatto ampio uso dei dazi doganali, imponendo tariffe su centinaia di miliardi di dollari di merci importate. Uno dei primi provvedimenti significativi è stato l’imposizione di dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importati da diversi Paesi, inclusi alleati storici come l’Unione Europea, il Canada e il Messico.

    Tuttavia, molti economisti hanno messo in dubbio l’efficacia complessiva della strategia, sottolineando che i costi dei dazi sono stati in gran parte trasferiti sui consumatori statunitensi sotto forma di prezzi più alti. Nel 2025, durante il suo secondo mandato, Trump ha rilanciato la sua politica dei dazi con nuove tariffe su prodotti provenienti da oltre 100 Paesi, sostenendo che “tutto il mondo ci ha rubato per 50 anni”. Queste misure hanno sollevato ulteriori preoccupazioni tra gli alleati internazionali e all’interno del mondo imprenditoriale americano. Alcuni leader europei hanno riconosciuto che Trump ha sollevato questioni legittime sul commercio globale, ma hanno criticato l’approccio unilaterale e conflittuale.
    Un altro aspetto controverso riguarda la legalità dei dazi imposti. Diverse aziende hanno fatto ricorso presso la Corte del Commercio Internazionale, sostenendo che l’amministrazione abbia abusato delle proprie prerogative. Inoltre, una possibile sentenza della Corte Suprema potrebbe mettere in discussione la costituzionalità di alcune tariffe, con potenziali ripercussioni sulle entrate fiscali e sul debito pubblico.
    Il presidente Maduro stesso interpretò questi dazi come parte di una “guerra commerciale globale” dichiarata dagli Stati Uniti, affermando che il Venezuela era pronto ad affrontare tali pressioni e a resistere nonostante l’impatto economico negativo sulla sua popolazione. Così, alle 2:00 del mattino, le 7:00 in Italia, del 3 gennaio 2026, il presidente del Venezuela Nicolàs Maduro è stato rapito insieme a sua moglie, dalle forze speciali degli Stati Uniti su ordine del presidente degli USA. L’operazione militare che è stata condotta nel nord del Venezuela, è chiamata “Absolute Reserve”, ed aveva lo scopo ultimo di arrestare e deportare il presidente del Venezuela.
    Durante questa operazione sono stati effettuati attacchi aerei che hanno portato alla morte di circa 80 persone tra militari e civili.
    Trump, infatti, considera Maduro un “criminale” e “capo del cartello dei narcos”, ed è stato incriminato da New York proprio per questo motivo.
    Tale operazione, però, va avanti da tempo:infatti, ad agosto 2025, un team di agenti C.I.A. è entrato in Venezuela in incognita per ricercare informazioni su Maduro.
    L’azione del presidente Trump è stata molto discussa, scatenando una vera e propria polarizzazione delle considerazioni in merito a Trump, in quanto, nonostante sembri che il presidente abbia apparentemente liberato il Venezuela ha, di fatto, violato il diritto internazionale, a proposito del quale, l’opinione dell’Unione Europea sembra essere piuttosto chiara: “Rispettare il diritto internazionale”.

    Ma cos’è il diritto internazionale? E perché è così importante?
    Il diritto internazionale è l’insieme delle norme e dei principi che regolano i rapporti tra gli Stati e gli altri soggetti della comunità internazionale (come le organizzazioni internazionali). Inoltre, si basa sul principio della parità sovrana: non esiste un “governo del mondo”, quindi sono gli Stati stessi a creare le regole a cui decidono di sottostare. Il diritto internazionale moderno si regge su alcuni concetti chiave: lo ius cogens, cioè norme imperative inderogabili come il divieto di genocidio, tortura e schiavitù; il divieto dell’uso della forza, stabilito dalla Carta ONU (Art. 2.4), con l’eccezione della legittima difesa; infine, la risoluzione pacifica, cioè l’obbligo di risolvere le controversie tramite negoziati, mediazioni o tribunali internazionali.
    In particolare, c’è stato un tentativo da parte di Trump di sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la creazione del “Board of Peace”. Infatti, Trump riguardo la questione ha asserito recentemente, secondo quanto riportato dall’Ansa:”Non ho bisogno del diritto internazionale, mi limita la mia moralità”. Ma come è nata l’iniziativa del Board of Peace e di cosa si tratta? Il presidente americano ha lanciato a Davos, ospite del Wef, questo nuovo organismo internazionale che – nelle intenzioni del suo fondatore – dovrà garantire la pace e la ricostruzione nella Striscia di Gaza. Questo organismo ha riunito i leader di 17 paesi e, in merito al nostro Paese, Trump ha dichiarato:”(…) ci sono alcuni Paesi, come l’Italia, che mi hanno detto di voler firmare”. L’Italia non ha ancora visto lo statuto del Board of Peace, come rivela una nota informativa di Fratelli d’Italia: «La qualificazione giuridica non è ancora possibile da definire con precisione, in assenza di un accesso allo statuto, tuttavia la mancata adesione non vuole essere una chiusura nei confronti di un organismo che presenta alcuni aspetti interessanti per il nostro Paese.“ In questa nota informativa, dunque, ripete in grosso modo le parole pronunciate da Meloni alcuni giorni in un’intervista: «Per il nostro Paese si pone una questione legale, soprattutto in relazione all’articolo 11 della Costituzione. Inoltre, non essendo a conoscenza di quale strumento sia stato utilizzato per l’istituzione – un memorandum, una dichiarazione d’intenti, un trattato internazionale – non si può dire se sia necessario (o meno) un passaggio parlamentare». Da queste dichiarazioni rilasciate dalla premier Meloni traspare che il presidente americano volesse un sì incondizionato di Roma senza nemmeno mostrare l’architettura giuridica del Board. Un organismo criticato subito dal presidente francese Macron, ma anche da altri presidenti europei.
    Ma la politica estera di Trump non si è limitata a questo, infatti, da metà gennaio ha ricominciato a parlare della Groenlandia. Già durante il suo primo mandato aveva espresso l’ambizione di conquistare l’isola danese e adesso, nonostante l’opposizione di UE e Groenlandia stessa, è arrivato ad affermare che l’operazione “si farà” legando la questione anche alla necessità di “allontanare la minaccia russa” dalla Groenlandia. Perché gli Stati Uniti vogliono la Groenlandia? Il motivo principale è la posizione: la Groenlandia è nel mezzo tra America, Europa e Artico. Controllarla significherebbe avere un punto strategico fortissimo e inoltre ci sono ricchezze naturali: minerali rari importanti per tecnologia, energia e difesa, ora sotto il ghiaccio.
    Ma la Groenlandia, come hanno specificato i suoi abitanti protestando per le strade, “non è in vendita!”
    Pur essendo sotto il controllo della Danimarca gode comunque di una grande autonomia alla quale non intende rinunciare. L’Unione Europea si è schierata con il regno di Danimarca e la Groenlandia; non per simpatie politiche ma per una questione di stabilità: se saltano le regole tra gli alleati (USA e UE) il mondo diventa inevitabilmente instabile. “Avere la proprietà della Groenlandia è molto importante”. Questo ha detto Trump in un’intervista al New York Times. A chi gli chiedeva perché avesse bisogno di possedere l’isola, il presidente ha risposto: “Credo che sia psicologicamente necessario per il successo. Penso che la proprietà ti dà qualcosa che non si può ottenere con un semplice contratto di locazione. La proprietà offre elementi che non si possono avere semplicemente firmando un documento”.
    In conclusione, la vicenda groenlandese non è solo una disputa territoriale, ma il simbolo di una politica estera che mette in discussione l’ordine precostituito, dove la logica della proprietà e della sicurezza nazionale sembra voler scavalcare i trattati internazionali, aprendo una fase di incertezza in cui il destino dell’Artico dipenderà dalla capacità della diplomazia europea di arginare una visione del mondo puramente transazionale.

  • Dal Canada un’alternativa ai prepotenti del mondo

    Dal Canada un’alternativa ai prepotenti del mondo

    Sono mesi concitati sullo scenario internazionale, segnati da paura, incertezze e scontri, in seguito al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Prima i dazi, poi l’interventismo in Iran e Venezuela, ora le folli mire sulla Groenlandia. In appena un anno, tutte le certezze che generazioni di occidentali hanno riposto per ottant’anni nel diritto internazionale, sul rispetto delle sue norme e sulla sacralità di una stabile alleanza con gli Stati Uniti d’ America, sono state spaventosamente spazzate via dal presidente repubblicano. Ed è crescente la percezione di essere entrati in una nuova era fatta di cinismo e prevaricazione da parte delle grandi potenze nei confronti di tutte le altre nazioni. Il Canada è uno dei paesi che più ha sofferto lo scossone trumpiano, addirittura finendo sotto le sue mire di annessione. Si è molto parlato delle parole pronunciate dal suo primo ministro, Mark Carney, lo scorso 20 gennaio al forum economico mondiale di Davos, congresso annuale in cui si riuniscono nella cittadina svizzera i principali capi di governo e d’azienda del mondo. Nel pieno di questa crisi d’identità, il primo ministro del paese dei cedri ha indicato una possibile nuova via aperta a tutti per opporsi alle mire dei paesi più forti e ritagliarsi una sufficiente autonomia da essi. Carney comincia denunciando il vizio di quelle che lui chiamerà per tutto il discorso “middle powers” (le potenze minori, come le nazioni europee o lo stesso Canada) di accomodare il potere statunitense per non avere problemi e perché “che si può fare da soli contro uno più forte?”. Ricorda dell’interessante analisi di Vaslas Havl, dissidente ceco ai tempi della guerra fredda e del dominio sovietico nel suo paese, che scrisse un pamphlet in cui si chiedeva come facesse il sistema totalitario comunista a rimanere in piedi. Havl arrivò alla conclusione che era grazie agli stessi operai, che ogni giorno aprivano la serranda del loro negozio o si recavano al lavoro. Il sistema vive perché nessuno ha il coraggio di opporvisi. Il giorno in cui qualcuno di loro si sarebbe rifiutato di aprire, il regime avrebbe mostrato le sue prime crepe. Allo stesso modo, afferma Carney, “abbiamo bisogno anche noi di abbassare la serranda”, ossia di opporsi congiuntamente a chi vuole esercitare un potere autoritario. Questo perché, dichiara, “l’ordine internazionale non esiste più. Non ci troviamo di fronte ad una transizione ma ad una rottura.” Sottolinea anche come, in realtà, la legge internazionale sia sempre stata in parte una farsa, applicata con diverso riguardo a seconda dei paesi interessati, come ci ricordano i vecchi casi del Vietnam, della Serbia o dell’Iraq. Carney dice che, fino a quando questa “bugia” ha portato benessere a tutto l’occidente era di certo conveniente per i governi e le popolazioni, anche se questo ha significato spesso non alleanza alla pari ma limiti alla sovranità (da parte degli Stati Uniti, è ovviamente sottinteso). Arrivati ad oggi però, dice il primo ministro, è anacronistico continuare a credere che il vecchio sistema possa continuare ad esistere, quando la ricerca del mutuo beneficio in un’alleanza si trasforma in subordinazione, quando un partner più forte vuole monetizzare sulla relazione.

    La domanda quindi non è se sia giusto o meno cambiare strategia per i paesi meno potenti. La domanda è come farlo, “se dobbiamo solo costruire mura più alte o possiamo invece fare qualcosa di più ambizioso”, ossia ciò che Carney procede ad illustrare nel suo discorso. Il nuovo approccio si basa su ciò che è stato definito “valuebased realism” (letteralmente “realismo basato sui valori”), un tipo di strategia che ha due pilastri: il realismo, ossia vedere il mondo per ciò che è, non per come vorremmo che fosse, e i principi non trattabili, come la sovranità nazionale, il rispetto dei diritti umani e il no all’uso ingiustificato della violenza. Egli sottolinea in particolare la centralità del pragmatismo come modus operandi, ossia il capire lucidamente che gli interessi dei paesi spesso divergono, anche tra alleati storici, e che si deve accettare che non tutti i propri partner possano condividere gli stessi valori, nell’ottica di muoversi sullo scacchiere internazionale con elasticità. Per affrontare i diversi problemi globali, Carney consiglia infatti di far parte di diverse coalizioni a seconda dei casi, ossia quando si presenta un interesse congiunto o una comune sensibilità su un tema. L’assioma è quindi diversificare, aprirsi ad alleanze e mercati nuovi, trovare molteplici fonti di approvvigionamento, ad esempio sulle fonti energetiche o le terre rare, al fine di non ritrovarsi in condizione di dipendenza da nessuno. Il canadese sottolinea poi l’importanza di sviluppare degli eserciti autonomi, in maniera da avere autonomia strategica, al contrario di ciò che hanno fatto negli ultimi ottant’anni l’Europa e lo stesso paese nordamericano, che hanno ciecamente delegato le funzioni della propria difesa, e quindi della propria sovranità, agli Stati Uniti. Di certo Carney è andato all’evento portando avanti anzitutto gli interessi del suo popolo, per sponsorizzarsi di fronte ai paesi e agli investitori come paese solido, libero, avanzato e con intenzione di crescere e cooperare.

    Ma le parole del primo ministro sono indiscutibilmente andate oltre, presentando un vero e proprio manifesto di un modo di fare politica internazionale ben diverso da ciò che l’occidente ha fatto negli ultimi decenni e lanciando alla fine un accorato appello a tutte le altre volenterose medie potenze nel mondo, affinché insieme possano avere la possibilità di opporsi alle angherie e alle prepotenze dei più grandi: “Le piccole potenze possono cooperare insieme. Dobbiamo smettere di invocare il vecchio ordine, che non tornerà più, ed essere onesti sul mondo così com’è. La nostalgia non è una strategia. Insieme si può costruire qualcosa di migliore. Questo è il percorso del Canada e di ogni altro paese che vorrà seguirlo.” Gli altri seguiranno il suo appello?

  • La tragedia di Pasquale Nappo: un colpo nel buio, i sogni infranti, una città ferità

    La tragedia di Pasquale Nappo: un colpo nel buio, i sogni infranti, una città ferità

    Napoli, di giorno, è un mosaico di luce e di vita: le antiche strade si riempiono di passi curiosi, di voce intrecciate tra turisti e residenti, di profumi provenienti dai vicoli storici fino ai balconi sospesi sul mare. È una città rumorosa, che accoglie e stupisce con le sue infinite bellezze e tradizioni. Tuttavia, quando il sole cala dietro il Vesuvio, quel volto radioso si incrina: dietro l’apparente quiete si nasconde una realtà cupa, fatta di spari improvvisi, sirene e silenzi carichi di dolore. Molteplici sono le giovani vite spezzate e stroncate troppo presto e numerosi sono i frammenti di un dramma che si ripete con inquietante regolarità e di una violenza che sembra non conoscere età né tregua. Emanuele Tufano, Paolo Taormina, Santo Romano, Arcangelo Correra, Pasquale Nappo, Francesco Pio Maimone: sono solo alcuni nomi di una lunga e dolorosa lista, simbolo di una generazione priva di punti di riferimento, in un contesto dove il futuro appare fragile e la “paranza”, quella rete giovanile che emula i clan, diviene, per alcuni, un destino ineluttabile più che una scelta.

    Le dinamiche e l’omicidio di Pasquale Nappo

    Durante la notte tra l’1 e il 2 novembre 2025, la città di Boscoreale, un comune in provincia di Napoli, è stata colpita da una drammatica tragedia a causa dell’ennesima giovane vita spezzata: Pasquale Nappo, un ragazzo appena diciottenne di Pompei, è stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava in piazza Pace. Secondo i rilievi e le prime indagini balistiche effettuate dai Carabinieri, i proiettili, che sarebbero in totale tre, sono stati tutti esplosi da uno scooter in transito e, in particolare, uno di essi ha colpito Pasquale all’ascella, risultando fatale. Poche ore dopo il tragico “agguato mobile”, due giovani originari di Torre Annunziata,di che appena diciotto e ventitré anni, si sono costituiti spontaneamente su consiglio del proprio legale e sono, attualmente, in stato di fermo. In base a quanto emerso dalle prime ricostruzioni della dinamica, il più giovane dei due avrebbe premuto il grilletto, commettendo l’omicidio di Nappo, mentre l’altro era alla guida dello scooter. Nonostante ciò, gli inquirenti indagano interrottamente per chiarire il reale movente e gli eventuali legami con contesti criminali o camorristici, mentre la famiglia attende valide risposte. Le parole pronunciate dalla madre, intrise e cariche di dolore e di una fragile speranza, restituiscono il volto tutto umano della vicenda, il naturale bisogno di verità che accomuna la sua famiglia:“Spero che parlino, perché mio figlio era solare, un bravo ragazzo. Credo sia stata una fatalità, non trovo risposta.”  

    Qual è il filo invisibile che accomuna queste tragedie e che le rende parte di un’unica dolorosa realtà?

    Il recente omicidio di Nappo non è un episodio isolato. Infatti, negli ultimi due anni, il bilancio negativo di vittime della provincia di Napoli si è drammaticamente aggravato, facendo emergere un panorama fortemente tragico: cambiano i nomi, i volti, i luoghi, ma lo schema è ricorrente. Basta una futile e insignificante lite, uno sguardo sfuggito, una parola detta con tono sbagliato per provocare un omicidio in un mondo dove la pistola è l’estensione di un ego ferito, un mezzo di affermazione immediata, come se la vita altrui avesse perso valore.

    In questa deriva collettiva, la ripetitività quasi meccanica delle dinamiche e la dilagante disponibilità di armi è il filo conduttore che unisce tutti questi episodi, i quali suggeriscono una progressiva normalizzazione della feroce violenza. Tuttavia, dietro ogni singolo colpo o grilletto premuto è presente la fragilità sociale di una città che, seppure bellissima, si dimostra impotente del proteggere le nuove generazioni. Quanto verificatosi porta la città di Boscoreale di Napoli a doversi interrogare su più livelli: morale, sociale, civile. La morte di Pasquale, come quelle di Santo e di Francesco Pio, non è solo un esempio della cronaca di sangue, ma un mero campanello d’allarme per una comunità che necessita di un radicale e inevitabile cambiamento. Così come suggerito dalla madre del giovane Nappo, non bisogna dimenticare queste vite stroncate ingiustamente, non lasciarle cadere nel progressivo oblio, ma renderle un monito costante e un valido stimolo per costruire una società più equa, che possa offrire opportunità concrete e sostegno sociale. Solo in questo modo il grido silenzioso delle numerose giovani vittime potrà apportare un cambiamento concreto, prima che un altro colpo nel buio della violenza spezzi un nuovo futuro.

    Roberta De Rosa IVE S

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    Quale l’eredità di Giancarlo Siani?

    La comunità torrese si è riunita per capirlo, in un evento a palazzo Criscuolo. Quattro ragazzi del liceo Pitagora sono stati invitati al convegno. Questo il racconto del pomeriggio.

    Di Simone Miccio

    Il corso di Torre Annunziata è già rumoroso e vibrante di vita quando è appena cominciato il pomeriggio di questa giornata dal torpore settembrino. Voci, degli schiamazzi, qualche passante curiosa affacciandosi allo stretto ingresso di Palazzo Criscuolo, sede storica del comune. Vi si accalca qualche decina di persone, ci sono studenti, autorità, tanti “incravattati”, si riconosce il sindaco. Oggi, 19 settembre, si tiene un evento in occasione dell’anniversario della nascita di Giancarlo Siani, corrispondente del Mattino nei primi anni Ottanta dalla città della Madonna della Neve, che venne trucidato dalla camorra a colpi d’arma da fuoco, reo di aver indagato troppo sugli affari della malavita nella città campana. Quest’anno sono 40 anni dalla sua uccisione e l’amministrazione comunale ha deciso di organizzare una serie di eventi per commemorarlo, di cui questo è l’aprifila.

    Sul tavolo lungo e stretto dei relatori, tanti i nomi illustri dell’ambiente giudiziario, alcuni dei quali lavorarono al caso di quel giovane giornalista ucciso.

     C’è il magistrato Giovanna Ceppaluni, che ricorda la grande mole di lavoro che il processo le procurò, “il faldone di carte che inondava quotidianamente il suo ufficio” e la pressione della stampa, dell’opinione pubblica. “Si è in seguito scoperto”, afferma, “che il fatto che probabilmente lo condannò morte fu un articolo da lui scritto pochi mesi prima, in cui ipotizzava che dietro l’arresto del boss torrese Valentino Gionta, accaduto a Marigliano, ci fosse lo zampino proprio del clan del luogo, i Nuvoletta”. Era vero, e di mezzo c’era addirittura Totò Riina, ma c’era un solo problema: i Gionta e i Nuvoletta erano alleati e l’articolo di quel giornalista scomodo era un affronto troppo grande all’ onore delle due famiglie. Non poteva esserci pietà. La Ceppaluni elogia il giornalista per le sue capacità investigative, le sue intuizioni; “Siani aveva capito che per trovare la camorra si dovevano seguire i soldi per la ricostruzione post-terremoto, che in quegli anni avevano inondato la regione”, e grazie ai quali la criminalità locale stava compiendo il suo salto di qualità.

      Presente è anche Armando d’Alterio, il pm che, negli anni ’90, riaprì il caso Siani, riuscendo a dare dei nomi ai mandanti del delitto e a farli condannare.

    Nella piccola e gremita stanza degli specchi lo ascoltiamo mentre ricorda gli anni passati a lavorare al dossier, definendoli “i più belli della sua vita”. Ci parla della sua applicazione per il caso e di come ad un certo punto prese la foto di Siani dal fascicolo e la portò a lungo con sé nel portafoglio, per ispirarsi e infondersi coraggio, per poi riporla al proprio posto solo a condanne avvenute. Un piccolo esempio di come il ricordo di Giancarlo possa essere d’ispirazione, una spinta a non cedere alla criminalità organizzata che, come ricorda Nunzio Fragliasso, il procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, è tutt’altro che sconfitta in città, anzi. Ma più degli affari che la camorra continua a fare, più discreta ma non per questo indebolita rispetto al passato, a preoccuparlo è il velo di omertà e indifferenza che avvolge tuttora la cittadina. Ricorda la vicenda di Maurizio Cerrato, ucciso nel 2021 in città per un posto auto. Ma ancor peggio, rievoca il ricordo di cosa accadde l’anno successivo, quando fu organizzata una messa in suo suffragio aperta a tutta la cittadinanza; non solo nessuno si presentò, neanche un esponente dell’amministrazione comunale (che di lì a poco sarebbe stata sciolta per infiltrazione camorristica), ma addirittura in tutte le abitazioni circostanti la chiesa, le persone chiusero le imposte: nessuno voleva sentire né vedere. Riconosce poi che qualcosa è stato fatto dalla nuova amministrazione, ma che occorre un segno di discontinuità più forte rispetto al passato, più azioni concrete e meno celebrazioni.

    L’evento è concluso dal sindaco, Corrado Cuccurullo, che ribadisce l’importanza del ricordo del giornalista, a cui la stessa mattina è stato anche dedicato un nuovo asilo nido in città. Dopo un po’ di sana propaganda sull’impegno dell’amministrazione per la comunità, il primo cittadino annuncia che il comune investirà un terzo dell’avanzo dell’anno scorso per l’installazione di nuove telecamere e che è nei piani della giunta l’abbattimento di palazzo Fienga, ex-residenza dei Gionta in città. Lo stabile, definito in passato “il municipio della camorra” è da anni sotto sequestro e attualmente versa in stato di abbandono. Al suo posto verrà costruita una piazza della legalità e il sindaco propone di collocarci anche il nuovo commissariato di polizia: “…sarebbe bello se fosse intitolata a Siani e a tutte le altre vittime della criminalità organizzata”, dichiara. Cuccurullo poi rilancia anche la riqualificazione più ampia dell’intero quadrilatero delle carceri, rione da anni abbandonato a sé stesso e deposito di armi, droghe e rifugio per latitanti. “Il progetto c’è già ed è bellissimo”, ci dice “ma costa trentasette milioni e non abbiamo una lira. Serve il supporto di tutte le altre istituzioni per restituire il rione alla città”.

    Segnali di cambiamento che arrivano da una città che prova a voltare pagina oppure l’ennesima chimera, di un posto che, in fondo, non ha mai smesso di essere fortapàsc? Non possiamo saperlo, ma di certo è qualcosa. E più che mai quest’oggi siamo consapevoli dell’importanza di ricordare l’azione di Siani, di quel giovane sempre sorridente che decise di fare il “giornalista giornalista” e che spese la vita per la ricerca della verità. Come ha detto il gip Maria Concetta Criscuolo, “Dobbiamo scrivere ciò che lui non ha potuto scrivere. Solo così potremmo dare senso al suo sacrificio”.

    Simone Miccio, 4 A classico

  • In viaggio per Francesca Albanese e la Palestina: Reportage

    In viaggio per Francesca Albanese e la Palestina: Reportage

    Il bus procede spedito tra le colline e sembra quasi che annaspi quando la pendenza della salita diventa eccesiva. Campi sezionati, verdi e giallo paglia, si stagliano in lontananza ed ormai dobbiamo aver raggiunto una certa altezza dato che abbiamo una discreta visuale sulla terra d’Irpinia. Il mezzo è quasi al completo, dentro qualcuno si è appisolato, c’è chi è al telefono, lasciando intravedere una cover con la bandiera palestinese, mentre taluni parlano di politica o storia: c’è un signore che critica vivacemente la globalizzazione e parla di quanto Trump non conti realmente nulla rispetto alla potenza cinese, un altro più giovane che racconta con passione la curiosa storia degli ugandesi che si convertirono all’ebraismo ma che furono poi respinti da Israele in quanto neri. Si percepisce uno spirito entusiasta nell’aria fresca dell’aria condizionata, una certa trepidazione e soprattutto la speranza che si arrivi il prima possibile a destinazione. Quasi dimenticavo, ci stiamo dirigendo ad Ariano Irpino, per presenziare ad un incontro con Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, in quella che è la sua città natale, dove presenterà il suo nuovo libro “Mentre il mondo dorme”.  Siamo partiti da Torre Annunziata alle 16 circa di un caldo pomeriggio di mezza estate, con noi anche il senatore Orfeo Mazzella, che ci tiene, come tutti, ad incontrare e supportare Francesca. L’idea di andare a quest’evento è venuta in seguito all’organizzazione di alcune piccole manifestazioni tenutesi alla libreria Libertà di Torre Annunziata in cui tanti volenterosi hanno letto estratti da alcune opere palestinesi, da autrici in particolare, per contribuire a diffondere e tramandare la letteratura di questo martoriato popolo, per farlo sopravvivere attraverso la sua cultura, di fronte a chi cerca di spazzarla via, negando che un popolo palestinese sia mai esistito. In molti hanno risposto all’iniziativa dei titolari della biblioteca, Rosaria e Fabio, di andare a vedere e supportare la persona che più si è spesa per difendere i diritti dei palestinesi in questi ultimi anni.

    Ecco, finalmente il bus rallenta, attorno a noi palazzine popolari immerse tra i pini e sulla sinistra il palazzetto dello sport che ospiterà la conferenza. Subito penso a due cose: la prima è come faccia una cittadina desolata come Ariano a ritrovarsi una così grande e bella struttura pubblica, che noi in provincia di Napoli possiamo solo sognare; la seconda è una certa sorpresa nel vedere una lunga fila con centinaia di persone che aspettano ad entrare. Non mi aspettavo un’ affluenza così alta. Quando finalmente riusciamo ad entrare lo sbalordimento diventa ancora più grande nel vedere il palazzetto così gremito di persone, quasi a raggiungere la capienza massima (tra gli spettatori c’è chi dice sia duemila, chi tremila..). Dopo aver acrobaticamente accaparrato un posto ci mettiamo in attesa, attorno a noi un chiacchiericcio piuttosto rumoroso si leva dalla folla, sul campo protezione civile, polizia (ci sono molti controlli di sicurezza, Albanese è sotto scorta) e qualche figura istituzionale, che scherzano tra di loro, si salutano. Poi ecco che appare Francesca e subito è ricevuta da un grande applauso, che risuona scrosciante nel palasport, le bandiere palestinesi che sventolano qua e là.  L’evento inizia, di fianco ad Albanese c’è anche Moni Ovadia, attore e uomo di teatro ebreo, da sempre attivo nella difesa dei diritti umani e fermo nella condanna alle politiche criminali di Israele in Palestina. Prima che i due ospiti inizino a parlare, interviene il sindaco per consegnare a Francesca le chiavi della città, in virtù dei suoi meriti. Il discorso del primo cittadino mi colpisce, non è la solita insipida fanfara istituzionale, ma un forte ed energico intervento da vero leader. Il giovane politico non va per le leggere e parla chiaramente di genocidio, invita al boicottaggio e fa anche un appello alla Meloni, il cui governo è sempre rimasto un fedele e servile alleato di Israele, nonché grande fornitore di armi al suo esercito, affinché cessi il suo supporto allo stato sionista e alle sue politiche di terrore.

    Finalmente si inizia. La conferenza dura quasi due ore ed è esaustiva ed interessante in tutte le sue parti. Nei suoi interventi Moni Ovadia non parla per mezzi termini, si scaglia convintamente contro il governo d’Israele e le sue politiche genocidarie, definendo la storia del popolo eletto “una grande bufala” e il sionismo “la rovina della storia ebraica” ed è efficacissimo e veritiero quando afferma che Albanese porta con sé il fardello della verità. L’ attore è parte di quel grande movimento internazionale di ebrei critico con Israele e il genocidio palestinese che si è espresso recentemente in un grande congresso a Vienna. Ovadia è autentico nei suoi interventi, afferma di star aspettando questo momento di rivalsa contro il sionismo da decenni e ogni sua pomposa sentenza è un urlo di esasperazione, contro Israele, contro il genocidio, contro il silenzio ignobile degli intellettuali italiani dinanzi ad esso, contro l’isolamento a cui dice di esser sottoposto nella pubblica opinione in quanto ebreo anti-sionista. Con la sua età, la barba e il capo canuto dà quasi l’impressione di essere uno degli antichi patriarchi del popolo ebraico, deluso e irato per la direzione che parte della sua gente ha intrapreso. Il palasport trema quando grida “si fottano i moderati!”.

    La Albanese invece parla con toni molto più calmi ma non diversamente fermi nella condanna al genocidio. Dice che le si “accappona la pelle” quando sente dire che Israele è l’unica democrazia del medio oriente, in quanto uno stato etno-nazionalista non è per natura democratico per tutti. Parla molto di dati che sciorina a memoria, come fosse la lista della spesa, dimostrando grande competenza e passione in quel che fa. Difende la sua imparzialità che, afferma, “in un contesto del genere non può essere equidistanza”, parla di, come affrontato nel suo ultimo discussissimo rapporto, l’economia capitalista e il consumismo non consapevole favoriscano il genocidio e afferma di non sopportare gli indifferenti, di aver rotto anche tante amicizie per questa ragione (ci pensa poco dopo Ovadia a rincarare la dose, affermando laconicamente che “gli indifferenti verranno condannati e giudicati”). Francesca, con la sua sagoma retta, i capelli nero pece, un po’ ricorda una professoressa della vecchia scuola, di quelle severe ma giuste. Mi dà l’impressione che il suo lavoro non sia altro per lei che mettere ordine nel caos delle cose, un’azione naturale e fondamentale come svolgere un’operazione matematica; non sopporta che questo mondo sia così ingiusto, brutale e insensato e questa sua insofferenza sottile le si legge talvolta nel timbro della voce, in qualche espressione del volto in cui sta come a dire nel sottotesto “ma è poi possibile che la gente non capisca?”, ma mai sfociando nella rabbia o alzando la voce, esercitando sempre una certa compostezza, accompagnata anche da una discreta timidezza.

    Sul finale si finisce a parlare di paura; Albanese ha ricevuto molte minacce, per le sue inchieste è trattata in modo ostile addirittura da molte istituzioni, come il governo statunitense che le ha recentemente imposto delle sanzioni personali. Francesca ammette di avere paura ma, citando Falcone in un momento dalla forte carica emotiva, dice “il problema non è avere paura. Il problema è quanto la paura ti condiziona e io ho deciso di non farmi condizionare.” Il pubblico si alza, pioggia di applausi per due minuti. Il palasport è unito in un solo coro, quello per Francesca.

    Usciti dal palazzetto, attendiamo per un po’ fuori al bus. Qualcuno ha portato una gigantesca pastiera su cui tutti ci fiondiamo, ormai è sera inoltrata, parliamo, ridiamo, c’è chi dibatte animosamente sui nuovi controversi orari del Pitagora. Persone diverse, che hanno storie, sensibilità diverse, unite però dall’insofferenza, dalla consapevolezza che questa volta non possiamo farci scivolare tutto addosso, rimanere indifferenti, chiusi in noi stessi e nel nostro egoismo da privilegiati, che qualcosa va fatto, che dobbiamo levare le nostre voci, ne va della nostra umanità; in questo, stasera mi sento un po’ meno solo. Ci sentiamo tutti quanti meno soli.

    Mentre scrivo, rileggo l’autografo e la dedica di Francesca che sono riuscito ad ottenere al firmacopie dopo l’evento: “In questo mondo alla rovescia, resistenza e umanità! Sempre.

    Simone Miccio