Categoria: Tv, Cinema, Musica, Spettacolo

  • The Crown st.6 – il commovente tributo a Lady D

    The Crown st.6 – il commovente tributo a Lady D

    Alcuni giorni fa Netflix, dopo un’incessante attesa, ha pubblicato la prima parte della sesta ed ultima stagione di The Crown.

    Prima di iniziare a parlarne bisogna però fare un po’ di chiarezza: cos’è The Crown?

    The Crown è una serie televisiva Netflix, in cui si narrano le vicissitudini della Regina Elisabetta II dal suo matrimonio con il Principe Filippo nel 1947 fino ai giorni d’oggi. Ogni stagione racconta un particolare decennio del Regno Unito sotto il regime di Elisabetta II. Ad esempio la prima stagione tratta gli eventi che vanno dal matrimonio della Sovrana (1947) fino al secondo mandato di Winston Churchill come Primo Ministro; la seconda dal primo mandato di Antony Eden  fino allo scandalo Profumo nel 1964 e così via, a scaglioni di dieci anni.

    Dopo la pubblicazione della quinta stagione, che tratta della cosiddetta Guerra del Galles, i fan sono impazziti. È molto interessante e ammirevole nei confronti della produzione il modo in cui sono state affrontate le cose: Netflix è riuscito a restare oggettivo mostrando sia i lati negativi che positivi di Lady Diana e del Principe Carlo, senza suscitare negli spettatori l’odio verso uno dei due, com’è invece accaduto in molti altri film. Così facendo, Carlo non viene più dipinto come il cattivo della situazione, e neanche Diana come vittima indiscussa. Nella serie sono entrambi vittime delle pianificazioni della Famiglia Reale: Carlo è costretto a sposarsi con una donna che non ama, Diana non viene accolta o ascoltata dalla famiglia.

    La sesta stagione si apre con l’incidente sul pont de l’Alma per poi tornare indietro nel tempo a quando Diana e i suoi figli partono per le vacanze sullo yatch di Dodi Al Fayed dove trascorreranno alcune settimane di vacanza, creando suspense e curiosità negli spettatori. Da qui è subito comprensibile che quello tra Diana e Dodi non era vero amore, ma una pianificazione di Mohamed Al Fayed (padre di Dodi) ostinato a far sposare il figlio con la Principessa diventando un uomo potente e ricco ma soprattutto per poter ricevere la cittadinanza inglese, infatti, obbliga il figlio a lasciare la fidanzata con la quale stava preparando le nozze perché era, a suo avviso, “non degna degli Al Fayed”. Durante questa vacanza Diana e Dodi vengono assediati dai paparazzi e sono obbligati a procurarsi delle guardie del corpo. Una scena molto commovente, è stata quella in cui Diana, tornata a Londra, chiede ai figli di abbracciarla prima di partire per la Scozia: William è restio perché è convinto di rivederla la settimana successiva non sapendo che quello sarà l’ultimo abbraccio che darà alla madre. Dopodiché arriviamo all’episodio in cui Dodi s’inginocchia e chiede la mano di Diana con un anello in oro e diamanti della collezione dis-moi oui (dimmi di sì in italiano), dal quale prende nome l’episodio. La principessa, comprendendo che tutto era stato architettato da “Mou-mou” (soprannome del padre di Dodi), rifiuta dicendo di non essere pronta ad un nuovo matrimonio e fa capire al compagno che sottostare al padre non è sempre una cosa giusta. Così lo sprona a chiarirsi con lui, ma avendone timore Dodi finge di parlare a telefono dicendo di non amare Diana. Dopo, i due decidono di uscire dal retro del Ritz perché assillati dai troppi fotografi.

    Purtroppo altri fotografi li vedono e iniziano a inseguirli fino al luogo dell’incidente. È curioso da parte di Netflix che l’auto entri nel tunnel sola; i paparazzi che la inseguivano arrivano dopo pochi secondi dall’incidente. Così facendo, i produttori hanno voluto smentire la teoria di un semplice incidente? E come mai Netflix non ha riprodotto tutto l’incidente? Dalle testimonianze della guardia del corpo di Lady Diana (unico sopravvissuto), ci fu un forte flash, un motociclista che si avvicinò alla macchina controllandola per poi scappare; perché non ha raccontato dell’ambulanza che non arrivò in tempo e che fece tre soste nel tragitto per l’ospedale?

    Nell’ultimo episodio, che s’intitola “conseguenze”, sia il Signor Al Fayed sia la Regina vengono chiamati in tarda notte per ricevere la notizia dell’incidente. È parsa “da Oscar” la recitazione di Salim Dau, attore di Mohamed, che non riuscendo ad entrare nell’obitorio si fa forza invocando Allah. Una volta entrato inizia a baciare il figlio per poi lanciare un urlo straziante rivolgendosi al Dio.

    The Crown 6, primi quattro episodi: la vita di Lady D diretta dagli autori del Grande Fratello

    Toccante anche vedere Carlo piangere d’innanzi al feretro di Diana, e l’improvvisazione di un dialogo con lei in cui Diana sembra diventare la sua coscienza personale: Carlo afferma di avere molti rimpianti e Diana di averlo amato immensamente. È come se Carlo stesse iniziando a capire il dolore che la principessa ha patito e per questo si impegna a realizzarle un funerale pubblico in modo da sperare di  essere “perdonato” da lei.

    Dopo, il fantasma di Diana si mostra anche alla Regina riuscendo a convincerla che, pur essendo legata alle tradizioni inglesi, a volte cambiare non è tanto brutto. Così Elisabetta II decide di ritornare a Londra da Balmoral. Infine anche il fantasma di Dodi si presenta al padre facendogli capire che l’ambizione non è tutto e che ci sono cose più importanti dei soldi come la vita stessa.

    Questa è stata una delle stagioni più belle perché Netflix è riuscito a toccare un argomento così delicato rimanendo del tutto imparziale. Inoltre è stato magnifico il modo in cui viene affrontato il lutto mostrandoci come da un giorno all’altro possano cambiare tante cose, lasciando il messaggio di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo.

    Guardando la serie sin dall’inizio Netflix crea come un vuoto anche nello spettatore, nonostante egli già sappia cosa stia per accadere. Sarebbe stato preferibile però rappresentare i litigi tra la Regina, il principe Carlo e il Primo Ministro Tony Blair per decidere se issare la bandiera a mezz’asta su Buckingham Palace in segno di lutto nazionale oppure se vedere l’inchino che la Regina fece al passaggio del feretro di Diana. Ad ogni modo questa prima parte della sesta stagione si conclude con il famosissimo discorso della Regina e con il funerale dell’ex principessa di Galles durante cui viene mostrato il dolore dei principi e soprattutto del popolo che inonda le strade di Londra e crea un “tappeto” di fiori dinanzi i cancelli di Buckingham Palace.

     

    Antonio Cinquegrana

    IIA linguistico

  • Noi, Giancarlo, ti seguiamo per davvero

    Noi, Giancarlo, ti seguiamo per davvero

    Durante uno degli incontri pomeridiani tenutisi all’interno dell’Aula Magna del nostro istituto con il giornalista Giovanni Taranto, è stato proiettato il film E io ti seguo.  Diretto da Maurizio Fiume, E io ti seguo è una pellicola di genere drammatico del 2003, di durata 80 minuti, con Yari Gugliucci nei panni del giornalista napoletano Giancarlo Siani, assassinato il 23 settembre 1985 dalla camorra nei pressi della propria abitazione. Il regista racconta in modo particolarmente realistico la storia di Giancarlo, giovanissimo quanto abile nella scrittura, che ottiene il lavoro dei suoi sogni come “precario”  del quotidiano “Il Mattino”, presso la sede di Castellammare di Stabia.

    Sin dal primo fotogramma si rivela chiaro l’intento di Fiume: cercare di fornire allo spettatore quanti più dettagli sulla personalità e sulla serietà del cronista nell’eseguire il proprio lavoro, ma anche sulla vita privata. Ne è esempio la lettura tra una sequenza e l’altra delle lettere inviate a Chiara, sua amica di vecchia data. Incentrando, quindi, la narrazione sulla vita di Giancarlo anziché sulla tesissima atmosfera che si respirava negli anni ’80 a Torre Annunziata a causa delle guerre tra i clan, il regista vuole rendere giustizia alla figura del cronista, analizzando e mettendo in risalto la sua natura “umana” e non quella “eroica” , ormai idolatrata da quarant’anni.

    Come è possibile osservare già a partire dalle prime scene ambientate nella redazione,  Siani è sempre intento a ricercare e a raccogliere informazioni nell’archivio della sede per scrivere i propri pezzi. Viene descritto come un ragazzo appassionato e devoto al proprio lavoro, dotato di grande forza di volontà e determinazione che esprime tutte nella stesura dei propri articoli. Il suo smanioso desiderio di conoscere e raccontare la verità, alimentato dall’ombra di mistero che aleggia sui bassifondi della bella cittadina di mare, tuttavia, si rivelerà fatale. 

    Il titolo del film è tratto da una frase pronunciata dal magistrato presso cui Siani si reca per ottenere informazioni riguardo la scia di omicidi che la guerra di camorra ha lasciato al proprio seguito. Da quella emblematica battuta traspare appieno l’incoraggiamento da parte delle istituzioni nei confronti di Giancarlo a proseguire il suo lavoro di ricerca sulla degradata realtà della camorra torrese. A determinare, infine, la sua morte, secondo la verità giudiziaria velatamente esposta nel film, sarà infatti l’articolo in cui Siani scrive dell’arresto del boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta. Avendo ricevuto una soffiata da una fonte, egli racconta del possibile coinvolgimento della famiglia camorrista dei Nuvoletta presso la quale il boss latitante era rifugiato e ciò comporterà conseguenze irreparabili. Dunque, i mandanti dell’omicidio del giornalista sarebbero stati gli stessi membri della “Nuova famiglia”, che, per evitare l’umiliazione all’interno dell’ambiente mafioso, preferirono sacrificarlo come capro espiatorio.

  • OPPENHEIMER: QUANTO VALE UNA PACE INTRISA DI SANGUE?

    OPPENHEIMER: QUANTO VALE UNA PACE INTRISA DI SANGUE?

    “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi”

    J. Robert Oppenheimer

     

    Da quando la guerra scoppiata tra la Russia e l’Ucraina si è imposta al centro dei dibattiti televisivi e politici e dell’attenzione dei media occidentali, il timore che possa verificarsi un attacco atomico anche più distruttivo di quello del 1945 tormenta l’immaginario collettivo.

    Se da un lato questo agghiacciante scenario preoccupa i più, dall’altro sembra essere invece l’ambiente perfetto in cui dar luce a un altro capolavoro del mondo del cinema: Oppenheimer.

    La pellicola, firmata dal genio di Christopher Nolan, è sorprendente sia dal punto di vista tecnico sia sul piano tematico. Per il primo punto, infatti, diverse sono le novità proposte da Nolan,  a cominciare dal fatto che si tratta del primo film con una pellicola da 65 millimetri in bianco e nero adatta per cineprese IMAX , mai utilizzata prima d’ora e prodotta appositamente per quest’opera.

    Il rifiuto del regista di ricorrere alla CGI per realizzare le esplosioni e gli atomi in movimento non ha fatto altro che dare più valore al film, differenziandolo da molti altri.

    Il Trinity Test, cioè l’esplosione di prova che avrebbe sancito la riuscita del progetto Manhattan, è stata infatti ricreata usando benzina, propano, magnesio e polvere di alluminio. La scena è stata poi ripresa utilizzando diversi tipi di telecamere ed obiettivi: ogni singolo elemento è stato filmato in modo che sembrasse molto più grande.  La sequenza ottenuta è quindi il frutto di un assemblaggio, reso possibile sovrapponendo 100 inquadrature ed oltre 400 elementi pratici.

    Brillante è risultata l’alternanza di scene in bianco e nero e di scene a colori, utilizzata per scandire e rendere palese al pubblico i momenti in cui la narrazione era condotta da un punto di vista storico e oggettivo e quelli in cui, invece, i fatti erano filtrati dall’occhio di Oppenheimer e dalle sue emozioni. Uno dei punti di forza del film è la semplicità disarmante con cui viene spiegata al pubblico la fisica quantistica, rendendo così ogni persona in sala consapevole di tutti i “perché” e di tutti i “come”.

    Ciò che sorprende dal punto di vista tematico è che, differentemente da quanto ci si potrebbe aspettare prima di andare al cinema, il film non è costantemente incentrato sulla scienza né si può considerare una drammatica narrazione delle vite innocenti spezzate dall’esplosione, dato che non ci sono scene dedicate ad Hiroshima e Nagasaki. Al centro di tutto vi è lui, il padre della bomba atomica: J. Robert Oppenheimer, interpretato dall’impareggiabile Cillian Murphy, che ha saputo non solo indossare gli abiti del suo personaggio, ma cucirsi addosso anche la sua pelle, la sua sensibilità. Il fulcro vero e proprio della trama è il tormentato mondo interiore di Oppenheimer che, accecato da quell’illusorio desidero, comune anche agli uomini odierni, di poter porre fine alla violenza con un atto dieci volte più violento, ha finito per macchiarsi di un terribile delitto.

    Le conseguenze della sua creazione diventano per lui psicologicamente insostenibili. Ovunque cammini gli sembra di calpestare i cadaveri delle persone che ha ucciso. Certo, ha salvato la sua nazione, ma a che prezzo?  Gli altri personaggi politici agiscono in maniera fredda e distaccata, discutono cinicamente dell’uccisione di centinaia di persone, mentre risparmiano altre fiorenti città del Giappone dall’attacco atomico solo perché magari le hanno visitate in viaggio di nozze e hanno un bel ricordo.

    Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Henry Truman , non mostra compassione o rimorso per ciò che ha ordinato, ma anzi si indispettisce quando Oppenheimer smonta il suo entusiasmo dicendogli : “Signor Presidente, le mie mani sono sporche di sangue”. Nel corso del film J. Robert finisce per assumere lo spessore psicologico di un eroe sofocleo, acquisendo consapevolezza mano a mano che i fatti si svolgono, per poi comprendere ogni cosa solo alla fine, quando ormai è troppo tardi per cambiare finale alla storia che lui stesso ha scritto.  Le sue stesse motivazioni iniziali, rivolte ai colleghi per legittimare la realizzazione della bomba, gli risultano ormai vane, perché nulla può più cambiare la realtà dei fatti. Ormai lui è diventato morte, il distruttore di mondi. Oppenheimer è un uomo fragile e a tratti anche ingenuo, tanto da essere tradito da coloro che reputa suoi amici e dallo stesso Paese che ha servito. Questo però non fa di lui uno sprovveduto o una persona superficiale, ma anzi egli è ben consapevole, come riferisce ad Einstein in una delle scene, di aver realizzato qualcosa che può distruggere il mondo. Tuttavia, come il dio Saturno dipinto da Goya, pur essendo conscio della gravità di quello che sta facendo, non può fermarsi.

    Il film ci spinge anche a riflettere sul presente, accendendo i riflettori anche sulla ripetitività strutturale della storia degli uomini, che dall’alba dei tempi escogitano piani per sterminarsi a vicenda. Il tormento morale del protagonista non può non farci pensare al recente dietro front dei creatori dell’intelligenza artificiale, che hanno scelto di fermarsi momentaneamente con i loro studi e di avvertire la popolazione che la situazione potrebbe drammaticamente degenerare.

    Per tutti questi motivi il film di Nolan è uno dei migliori prodotti cinematografici degli ultimi anni, che dà voce ad una figura storica forse anche sconosciuta a molti spettatori, portando contemporaneamente sullo schermo le due facce della stessa medaglia, il padre della bomba atomica e il semplice uomo che vi si celava dietro. L’analisi psicologica è così profonda e accurata che non si può fare a meno di condividere la sofferenza insieme al protagonista. E la scena finale, che non descriverò perché – come tutto il resto del film – vale la pena guardarla con i propri occhi, è così destabilizzante da lasciare nel pubblico un senso di angoscia che sfocia in una domanda: non stiamo forse perpetuando, in un modo o nell’altro, l’annientamento di noi stessi e del nostro mondo?

    E se stessimo continuando noi a scrivere la storia iniziata da Oppenheimer?

    Chiara Cinquegrana

  • Tra animazione e filosofia: Bojack Horseman è più di una semplice serie tv

    Tra animazione e filosofia: Bojack Horseman è più di una semplice serie tv

    Qual è il modo migliore di vivere la propria vita? La nostra esistenza ha davvero senso? Nel corso della storia, in molti hanno provato a rispondere a domande come queste. Si è ispirato alla questione anche Raphael Bob-Waksberg, creatore della serie “Bojack Horseman”, che ha tentato di dare, nel suo show, una risposta al quesito. Bojack Horseman descrive la vita dell’omonimo protagonista, in una luccicante Hollywood parallela abitata da animali antropomorfi che vivono in sintonia con gli esseri umani. Il nostro protagonista è un cavallo attore che ormai si è lasciato alle spalle il suo periodo d’oro in cui recitava in una sitcom di successo e ora rimpiange la sua vita precedente fra droghe, alcool e sesso occasionale. Sin dai primi passaggi dello show ci accorgiamo come la vita di Bojack sia ormai allo sbaraglio, nonostante lui cerchi di trovarvi un senso. In effetti, la serie racconta il percorso che il nostro attore dovrà percorrere per trovare un senso alla propria esistenza. Dunque, se la vita è davvero priva di senso, come dovremmo rapportarci ad essa?

    Un primo elemento risolutore può essere individuato nella continua distrazione. Tutti i principali personaggi della serie sembrano inizialmente vivere in uno stato di continua distrazione dalla vita quotidiana: Princess Carolyn, la gatta agente di Bojack, è costantemente impegnata nel lavoro che le assorbe la maggior parte del suo tempo e le impedisce di soffermarsi sui suoi reali problemi, Todd, migliore amico di Bojack, sembra essere felice solo quando ha un’attività o un hobby da svolgere, che sia avviare il proprio business, scrivere musica, associarsi a misteriosi gruppi religiosi o altro, Mr. Peanutbutter, labrador collega e amico del protagonista, è sempre alla ricerca di una minima distrazione.  Infine abbiamo Bojack stesso, la cui vita è un susseguirsi di distrazioni, tanto leggere, come il rivedere costantemente gli episodi della sua vecchia sitcom, quanto pesanti, quali l’abusare di alcol e droghe o il lanciarsi in serate sfrenate alla sola ricerca di una donna da portare a letto e abbandonare l’indomani.
    In effetti, il primo a individuare le distrazioni come una possibile via d’uscita ai problemi della vita fu il filosofo e matematico francese Blaise Pascal nel XVII secolo.
    Più che un modo di risolvere i problemi, però, Pascal vedeva il distrarsi come una via di fuga. Egli infatti sosteneva che, essendo posto in una condizione in cui non può conoscere a pieno sé stesso e il mondo, l’essere umano contempla la propria condizione tragica. Un meccanismo di autodifesa che l’uomo attua, dunque, è ciò che Pascal definisce “divertissement”, la continua distrazione per non pensare a sé stesso e alla frustrazione che caratterizza la propria esistenza. In questa condizione di impotenza, l’unico modo per conoscere davvero sé stessi e trovare un senso alla vita è quello di rivolgersi alla religione. Tuttavia, in una Hollywood in cui Dio sembra essere scomparso da tempo, la religione non è un’opzione valida. Cosa fare dunque? Per Bojack, la soluzione è chiara: tornare a distrarsi. Ma, attraverso una serie di eventi e flashback, la serie ci indica che la distrazione non è un’opzione valida. Lo fa attraverso gli esempi di Sarah Lynn e Secretariat: la prima, giovane popstar che anni addietro aveva recitato insieme a Bojack nella sua sitcom e che lo vede come una figura paterna, muore di overdose; il secondo, ex cavallo da corsa, idolo del Bojack bambino, muore suicida a seguito di una vita altrettanto costellata di delusioni e vizi. Il consiglio che Secretariat dà al protagonista durante la sua infanzia descrive appieno la sua filosofia di vita: “non smettere di correre, non guardarti mai alle spalle”.

    Arrivato a un punto in cui crede di non avere più nulla, Bojack si rende conto che non ha ancora perso, e mai potrà perdere, la sua libertà. È nel suo colloquio con l’amica Diane al termine della prima stagione che Bojack arriva alla conclusione che non c’è nessun “profondo” nel quale le persone sono buone. Ciò che ci descrive sono le azioni che noi facciamo. Tuttavia, nonostante a primo impatto il nostro protagonista rimanga sconfortato dal realizzare ciò, col tempo comprende di non essere totalmente condannato: la speranza è quella di cambiare. Egli ha la libertà di farlo. È qui che Bojack realizza che è tutto nelle sue mani: essendo completamente responsabile delle azioni, può decidere di diventare un cavallo migliore.
    Durante il dialogo fra Bojack e Diane emerge il chiaro riferimento al pensiero del filosofo francese Jean-Paul Sartre. Egli sosteneva, infatti, che ognuno di noi sia condannato ad essere libero. Per il filosofo, l’uomo deve fare assegnamento solo su di sé per decidere della propria condotta: egli è pienamente responsabile di ciò che è e di ciò che diventa. In quest’ottica in cui l’esistenza precede l’essenza, dunque, l’uomo rappresenta la somma dei suoi atti e delle sue scelte. Comunque, a differenza di Sartre, che propone una visione tragica della condizione umana, arrivando al punto in cui tutto appare superfluo e privo di significato, lo show apre a un’ulteriore speranza.

    Quando Bojack chiede a Mr. Peanutbutter cosa l’ha aiutato a sopportare il ricovero del fratello, egli risponde che ha trovato conforto nel comprendere che in effetti nulla ha realmente importanza. Il nostro protagonista riceve lo stesso consiglio da Cuddly Whiskers, ex autore di Hollywood ritiratosi a seguito dell’insoddisfazione provata nel mondo del cinema: “Vincere un Oscar non ha senso. Nulla ha senso. Solamente dopo che rinunci a tutto puoi cominciare a trovare un modo per essere felice”.
    Nelle parole dei due personaggi menzionati in precedenza si evince un richiamo allo scrittore e filosofo francese Albert Camus e al suo concetto dell’assurdo. Secondo Camus, l’universo è irrazionale e privo di significato, ma gli esseri umani continuano a cercare un senso nella vita: questa contrapposizione dà vita all’assurdo. Una volta realizzato ciò, l’uomo ha avanti a sé tre scelte: suicidarsi, affidarsi a una religione o a un ideale, o abbracciare l’assurdo. Camus indica quest’ultima soluzione come unica ragionevole. Ciò che resta all’uomo di fare, è accettare la vita per ciò che è e continuare a ribellarsi contro di essa. Simbolo di questa lotta è l’eroe greco Sisifo, il cui caso è trattato dal filosofo nel saggio “Il mito di Sisifo”. Camus individua questo personaggio come eroe dell’assurdo in quanto rappresenta la condizione umana di dover lottare continuamente contro il senso di futilità dell’esistenza. Sisifo è infatti condannato dagli dei a spingere ogni giorno un masso fino alla cima di un monte solo per vederlo rotolare nuovamente alla base. Eppure, l’eroe trova un senso alla propria vita proprio in questa continua lotta. Il saggio termina: “Bisogna immaginare Sisifo felice”.

    Tornando a Bojack Horseman, nella serie abbiamo chiari esempi di come le tre strade per sfuggire all’assurdo di Camus possano manifestarsi nella vita di tutti i giorni. Secretariat, una volta fatti i conti con l’assurdità della vita, decide di suicidarsi. Per Princess Carolyn, il lavoro è come una religione, al quale dare tutta sé stessa. 

    Ma sono Mr. Peanutbutter e Whiskers che riescono veramente a trovare un senso alla vita nella lotta contro l’assurdo. Anche il nostro protagonista, ovviamente, cerca un modo per affrontare l’apparente futilità della vita. Per questo tenta la prima strada immaginata da Camus, quella del suicidio abbandonando lo sterzo della sua auto mentre è alla guida. Sopravvissuto quasi per miracolo, davanti ai suoi occhi si para la risposta al dilemma: una mandria di cavalli selvatici che corre verso l’orizzonte. In loro, Bojack vede l’eroe che Camus ritrova in Sisifo e trova la risposta che cercava da tempo.

    Dopo aver esposto i problemi e le soluzioni menzionate in precedenza, la serie descrive il travagliato percorso di Bojack verso il cambiamento e l’accettazione di sé stesso, fatto più di bassi che di alti. Per questo bisogna fare un salto all’ultima stagione della sitcom, momento di grande scombussolamento per il nostro protagonista. Nella prima parte della stagione ci accorgiamo di come Bojack abbia effettivamente fatto progresso. Dopo aver trascorso diversi mesi in un centro di riabilitazione, l’ex attore sembra una persona nuova e inizia una nuova vita. Comunque, nonostante tutto, Bojack non ha realmente fatto i conti con le conseguenze delle sue azioni, ed è a metà della stagione che queste gli si parano davanti. Tentando di difendersi agli occhi del grande pubblico, il cavallo rilascia un’intervista disastrosa che lo porta ad essere odiato da tutti e addirittura a ricevere minacce di morte. Inevitabilmente, ricade nel baratro delle dipendenze, mandando in fumo tutti i progressi fatti fino a quel momento. La situazione precipita definitivamente quando, sotto effetto di stupefacenti, entra nella sua vecchia casa forzando la porta, mettendola a soqquadro e buttandosi in piscina dove finirà per annegare.

    Nel penultimo episodio, che si svolge “tra la vita e la morte”, Bojack è in uno stato di incoscienza in cui immagina di essere a cena con tutte le persone importanti per lui ma che sono morte, fra i quali ritroviamo la popstar Sarah Lynn e il cavallo Secretariat. Finita la cena, uno alla volta, i commensali si esibiscono in uno spettacolo che richiama la loro vita e il modo in cui sono morti, al termine del quale si suicidano a uno a uno. Arrivato il suo turno, anche Bojack sembra destinato alla stessa fine. Eppure non muore.
    Se la morte di Bojack sarebbe stata una conferma del fatto che egli non può cambiare, la serie ci riporta in un’ottica ottimista. L’ultimo episodio si apre infatti con il cavallo, ormai ripresosi dalla serata precedente, su un letto di ospedale ma ammanettato. Successivamente vedremo Bojack che, diversi mesi dopo, esce dal carcere con un permesso per assistere al matrimonio di Princess Carolyn. Qui ci rendiamo conto di come tutti i personaggi principali della serie abbiano avuto un cambiamento e abbiano cominciato a vivere la propria vita, cosa che fa riflettere il protagonista. Ma è nell’ultimo confronto fra i due protagonisti della serie, Diane e Bojack, che troviamo il finale ottimista della serie.

    Mentre guardano le stelle, i due ormai ex amici si parlano probabilmente per l’ultima volta nella loro vita. Bojack chiede scusa a Diane per tutto il male che le ha fatto. Diane dal canto suo gli racconta di essere andata avanti: ha sofferto molto a causa sua, ma è riuscita a fare i conti col suo passato e ad accettarlo nonostante tutte le difficoltà che continua ad affrontare. E anche se a lui sembra impossibile, spera e crede che anche Bojack ci riuscirà. Nonostante il cavallo non sia dello stesso avviso, tanto che commenta: “La vita fa schifo e poi si muore”, alla fine, riesce a trovare speranza nelle parole di Diane, che chiudono perfettamente le sei stagioni della serie in un finale ottimistico:

    “Qualche volta. Qualche volta la vita fa schifo, ma continui a vivere”.

     

     

  • ‘Mare fuori’: le ragioni di un successo

    ‘Mare fuori’: le ragioni di un successo

    È praticamente impossibile nelle ultime settimane non aver sentito parlare di Mare Fuori, la serie prodotta dalla Rai che spopola tra tutti i giovani. Per ora è composta da tre stagioni ed è proprio l’ultima, uscita a inizio febbraio su RaiPlay, ad aver consacrato la fiction come prodotto di punta della Rai, riuscendo a guadagnare l’attenzione di tantissimi giovani in tutta Italia, nonostante l’uso prevalente del dialetto napoletano. La serie è infatti ambientata nell’Istituto Penitenziario Minorile di Napoli ed è intorno al capoluogo campano che sono ambientate le storie dei detenuti, i grandi protagonisti della storia. Ma allora di chi e cosa parla Mare Fuori e quali sono le ragioni di un successo così grande?

    La trama

    Tutto comincia quando Filippo Ferrari e Carmine Di Salvo vengono arrestati e si trovano a condividere la stessa cella in carcere, ma i due sembrano non avere niente in comune. Filippo, che è figlio di una famiglia benestante di Milano ed è una giovane promessa del pianoforte, si trovava a Napoli con i suoi migliori amici e, in seguito a un incidente che vede la morte di uno di loro, viene incastrato dagli altri come unico colpevole. Carmine, figlio di una delle più importanti famiglie camorriste di Napoli, dalla quale però vorrebbe staccarsi per diventare parrucchiere, viene arrestato per l’uccisione di Nazario Valletta, anche lui figlio di un noto camorrista. Nonostante l’inizio della convivenza sia difficile, i due col tempo diventano amici e si fanno forza a vicenda contro il gruppo capitanato da Ciro Ricci, che ha preso di mira i due ragazzi. Le vicende di questi personaggi danno il via a una lunga serie di avvenimenti che coinvolgeranno sempre chiunque stia loro vicino. Infatti con il passare degli episodi usciranno tanti nuovi detenuti, tutti con storie complesse, molte volte provenienti da realtà molto dure che vengono rappresentate con notevole attenzione, tanto che  alcune scene possono sembrare talvolta esagerate. A gestire l’IPM e a provare a far capire ai ragazzi che è possibile cambiare e staccarsi dal proprio passato ci sono la direttrice Paola Vinci, il comandante della polizia penitenziaria Massimo Esposito, l’educatore Beppe Romano e le guardie. Anche di questi adulti viene raccontata la  storia prima che inizino a lavorare nel carcere.

    Le ragioni del successo

    La causa di tanto interesse verso Mare Fuori è da attribuire a un mix di tanti fattori. Innanzitutto è stato aiutato dalla distribuzione in streaming al pubblico. La serie infatti nel giugno 2022 è stata aggiunta al catalogo Netflix, proponendola di più al pubblico non solo italiano, ma anche internazionale; le prime due stagioni sono state in classifica nella top 10 delle serie più viste per 18 settimane. A essere ben riuscita è anche la colonna sonora, composta da Stefano Lentini, con canzoni orecchiabilissime. La prima è la sigla ‘O mar for, cantata da Matteo Paolillo, che nella serie interpreta Edoardo Conte. La canzone riprende proprio i temi della serie, parlando del riscatto, della speranza e dell’importanza di non rinunciare ai propri sogni. Ce ne sono altre di canzoni cantate sempre da Matteo Paolillo nella serie, con l’ultima uscita in occasione della terza stagione che in una sua versione alternativa è cantata da Clara, nella serie Crazy J e figlia della famosa cantante Chiara Iezzi. Anche questa canzone ha avuto un grande successo subito dopo la sua uscita, tanto da passare anche nelle radio. Altro motivo per cui la serie funziona sono i personaggi, tutti giovani e al centro di storie coinvolgenti per il loro pubblico. Non ci vuole molto ad affezionarsi all’amicizia di Carmine e Filippo, che con il tempo diventano quasi fratelli, e alla storia dell’amore di Carmine per Nina e sua figlia Futura. Ciò vale anche per i cattivi come Viola, che incarna con i suoi piani diabolici  l’antagonista perfetta, l’affascinante Edoardo Conte, che nonostante la sua indole cattiva mostra il suo lato dolce alla giovane Teresa, scrivendo per lei addirittura una poesia. E anche fuori dalla serie gli attori ci tengono molte volte a dire che il loro cast è come una grande famiglia, tutti uniti e pronti ad aiutarsi per le scene anche più difficili. L’abbiamo visto anche al Festival di Sanremo, dove sono stati invitati tutti quanti come ospiti e hanno cantato insieme la famosa sigla. Anche strutturalmente la serie funziona e non annoia, grazie all’uso di climax narrativi che tengono sempre sulle spine gli spettatori. Anche quelli che potrebbero sembrare momenti di calma piatta si concludono con grandi colpi di scena. E poi c’è il grande sfondo di tutta la storia, la città di Napoli. Una città che sa punire e lascia poco scampo. Però fuori c’è il mare, e ai detenuti questo basta per sperare. Una serie che sembra essere quasi impeccabile e che difficilmente dimenticheremo, visto l’annuncio ufficiale di altre tre stagioni.

     

     

     

  • I giovani e il cinema: com’è il loro rapporto con la settima arte?

    I giovani e il cinema: com’è il loro rapporto con la settima arte?

     Ai giovani piace il cinema, sia come luogo sia come arte? Quali sono i loro generi preferiti?

    Queste è ciò che mi chiedevo mentre diffondevo un sondaggio, di soli 4 quesiti, per rispondere ai miei dubbi. Sono arrivate 72 risposte e i risultati ci danno modo di fare delle riflessioni. La prima domanda del sondaggio chiedeva:”Ti piace il cinema?”. La maggioranza, come si può vedere dal grafico in figura, apprezza la settima arte, ma solo come mezzo di intrattenimento. È chiaro che non tutti possono essere appassionati di cinema, ma è anche vero che i ragazzi, se non orientati da figure esterne, conosceranno questo medium solo in modo superficiale.  Le scuole potrebbero agire su questo aspetto organizzando dei progetti per approfondire il cinema inteso come arte, e chissà quanti studenti potrebbero scoprire una nuova passione. Senza contare che i film possono anche essere molto istruttivi. Ad esempio, posso dire per esperienza personale che guardare in classe “Il nome della rosa” di Jean-Jacques Annaud mi ha permesso di comprendere meglio le sfumature del periodo storico in cui è ambientato, il Medioevo. E ci è riuscito senza annoiarmi, nascondendo in una bella storia thriller tante informazioni che di solito si apprendono sui libri. Per questo gli spunti per collegare il cinema alla scuola ci sono, e se più giovani venissero spronati ad approfondire la settima arte dalle istituzioni, sono convinto che tanti di loro potrebbero appassionarsi al medium.

    Ma quindi, che genere di film guardano i giovani, appassionati e non? A questo risponde la seconda domanda (i risultati sono nel grafico della figura sotto), che vede “azione/avventura” come categoria vincitrice, seguita da “thriller/horror”. Più sfortunati sono “autobiografico” e “western”, mentre una buona percentuale di ragazzi apprezza un po’ tutti i generi. Sorprendente è invece la povertà di voti del genere “supereroistico”. Basti pensare che i film della Marvel, come Avengers Endgame, sono spesso campioni di incassi, e hanno come target proprio i giovani. Un’ipotesi per spiegare le scarse preferenze potrebbe essere che il lento decadimento qualitativo delle pellicole di questo tipo (fatte ovviamente le dovute eccezioni) sta facendo diminuire l’interesse dei ragazzi per il genere supereroistico. Consideriamo poi che i nuovi film della Marvel escono, in media, ogni 4-5 mesi nelle sale, e si sa che “il troppo stroppia”. Colpisce è il grande interesse dei ragazzi per l’horror. È anche vero che ci sono film di questo genere, come il più recente Scream VI, che strizzano l’occhio ai giovani (sopra i 14 anni, in questo caso), però questa tipologia di pellicole riesce ad attirare l’attenzione degli adolescenti per vari motivi. Tra questi, la curiosità di scoprire qualcosa che, per buone ragioni, era stato proibito fin dall’infanzia.  Crescendo, il ragazzo si sente pronto e guarda i suoi primi film di questo genere, alcuni rinunciano dopo poco, altri invece si appassionano. E, a quanto pare, la percentuale di questi ultimi non è affatto bassa.

    Si arriva poi alla terza domanda che chiede se ai giovani piace andare al cinema oppure se preferiscono guardare i film sulle piattaforme streaming. Si nota subito che la percentuale di ragazzi che preferisce di gran lunga andare in sala è la più bassa tra le tre. La chiusura del cinema Politeama qui a Torre Annunziata e la presenza di pochi multisala (con programmazioni non sempre ricchissime) nelle nostre zone non avranno aiutato, sicuramente. Tuttavia, se c’è volontà di andare a vedere un film in sala, le possibilità ci sono. Sopravvivono ancora, ad esempio, il Cinema Eliseo a Poggiomarino o lo Stabia Hall a Castellammare di Stabia. È molto alta invece la percentuale di ragazzi che vanno in sala solo per i film che attendono di più e  quindi tendono a preferire comunque le piattaforme streaming. Le motivazioni più probabili di ciò sono due: comodità e possibilità economiche. Parlando in particolare di quest’ultima, è vero che un biglietto al cinema non costa moltissimo, in media 7 euro, però con quel prezzo ci si fa un abbonamento a Netflix, con cui si può accedere a un catalogo di prodotti veramente immenso. Se un ragazzo guarda circa 4 film al mese in sala, spende 28 euro, che non è poco, e quindi si ritrova poi costretto a ripiegare sulle piattaforme streaming. Per quanto alcuni cinema piazzino il biglietto a prezzo ridotto in determinati giorni della settimana, il problema è arginato solo in parte purtroppo. Ci sono stati dei progetti, come “Cinema in festa” a settembre 2022, che hanno fatto abbassare a tutti i cinema il prezzo a 3.50 euro, per un periodo di tempo molto limitato ovviamente. Se occasioni del genere capitassero più spesso, i giovani forse sarebbero incentivati ad andare in sala più frequentemente. 

    Arriviamo all’ultima domanda: i giovani vanno al cinema da soli? No, quasi nessuno di coloro che hanno risposto va/è andato in sala da solo a vedere un film. La maggioranza ha bisogno di compagnia per andare al cinema, però c’è una percentuale che vorrebbe provare questa esperienza in solitaria. E qui sorge spontanea una domanda: perché questi ragazzi hanno voglia di andare al cinema da soli, ma non lo fanno? Non si può dare la colpa ai mezzi pubblici, poiché i cinema (come i sopracitati Eliseo e Stabia Hall) sono molto vicini alle stazioni della Circumvesuviana e gli orari dei treni spesso permettono di arrivare in sala poco prima dell’inizio del film e di tornare a casa un po’ dopo la fine. Inoltre, se si va di giorno, il fattore di rischio di rapine o molestie causato dalla scarsa sicurezza dei mezzi è abbastanza basso. L’unica risposta che mi viene in mente è che questi ragazzi sono vittime del pregiudizio altrui. Le persone sono (inspiegabilmente) convinte che andare al cinema da soli sia triste; basti pensare che esistono tantissimi articoli e video che cercano di smontare questa credenza, ma senza successo evidentemente. È dunque probabile che i ragazzi abbiano timore del giudizio altrui, oppure siano i loro genitori ad averne, e quindi impediscono al figlio di fare questa esperienza. Il problema è alla base, nella mentalità delle persone, e ciò preclude ad alcuni giovani, magari appassionati di cinema, di vivere la loro passione o svago nel modo che gli sembra più opportuno. E quindi si ritrovano costretti a cercare una compagnia per poter vedere quel film che attendevano da tempo e, se non la trovano, devono necessariamente aspettare qualche mese per vedere la pellicola in questione in blu ray. Peccato che questi ragazzi, finita l’attesa, guarderanno il film sul loro cellulare o sul computer, e saranno comunque da soli, ma nella loro camera. Perché vedere un film al cinema senza compagnia è triste, mentre guardarlo a casa nella stessa identica condizione  non lo è? Senza contare che poi andare in sala da soli può essere anche un’occasione per conoscere persone nuove che hanno già una passione in comune con noi. Inoltre vedere un film al cinema è una vera e propria esperienza, capace anche di influenzare il gradimento della pellicola in questione. Perché bisogna precludere ai giovani appassionati di questo  medium (che già non sono tantissimi, come il sondaggio dimostra) di vivere questa fantastica esperienza? È un peccato mortale.

     

  • «Inaccettabile» Sirenetta nera: ma le bambine di colore fanno festa!

    La Sirenetta diventa di colore, il “caso” è nato dopo la pubblicazione da parte della Disney del trailer della versione live action che rivisita il classico cartone animato, atteso al cinema il 24 maggio 2023. Ariel in carne e ossa sarà interpretata dalla 22enne Halle Bailey, cantante e attrice, che nelle prime immagini diffuse interpreta l’amatissimo leitmotiv “Part of your world“. Chioma rossa, coda verde e costume viola: esattamente come la Sirenetta parte dell’immaginario collettivo. La sorpresa è la pelle scura dell’attrice selezionata per interpretarla.

    Sirenetta nera, sui social esplode il dibattito Disney ha condiviso il primo video che presenta il nuovo live action. L’annuncio ha fatto esplodere polemiche in rete: c’è chi crede che la scelta non rispetti storia e personaggio, c’è chi insulta in maniera riprovevole e quelli che “nel tentativo di nascondere il loro sincero e genuino fastidio razzista” si arrampicano sugli specchi “improvvisandosi esperti del folklore danese, o mitologia greca”, come scrive Djarah Kan, scrittrice e attivista italo-ghanese.

    Una scelta che, come era prevedibile, sta facendo discutere: tra chi la reputa una bella trovata e chi si indigna per la eccessiva diversità rispetto alla Sirenetta che tutti conosciamo. «Libri e cartoni animati sono amati sia per la loro storia sia perché ci affezioniamo a quel particolare aspetto che diventa identificativo. Cambiare trama e/o fisicità canonica non porta il dovuto rispetto sia al personaggio sia ai fans sia a chi gli somiglia nella realtà», scrive Mel su Twitter.

    Su Twitter molti anche i commenti a favore della scelta inclusiva di Disney: «Ma le polemiche sul fatto che la nuova Ariel de La Sirenetta sia nera sono la triste conferma che la sconfitta del razzismo è un sogno irrealizzabile anche nelle favole!». E ancora: «La gente sconvolta perché Ariel, che è una sirena, non è interpretata da un’attrice bianca! Perché si sa che le sirene sono bianche.

    Bambine di colore in festa: «È come me!»

    Intanto su TikTok diventano virali video di bambini e bambine di colore che si commuovono guardando per la prima volta il trailer della nuova Sirenetta. La reazione più comune: «È nera come me!». A tal proposito su Twitter si legge: «Sinceramente molto felice della Sirenetta interpretata da una attrice nera, perché sto vedendo tantissime bambine nere che finalmente vedono la loro principessa preferita che somiglia a loro e sono felici, la cosa mi ha commosso».

    La Sirenetta Ariel nera? Ha un fondamento scientifico

    La biologa Karen Osborn spiega a BuzzFeed come sia scientificamente corretto che Ariel sia scura essendo una creatura che vive in fondo all’Oceano. Ci spiega come in acque poco profonde le creature marine siano tendenti spesso al blu perché spesso riflettono il cielo sopra di loro. Andando in profondità la situazione cambia, le creature assumono una pigmentazione di un rosso profondo, ma non solo molti sono pure marroni o di un nero estremamente intenso, perché una volta scesi sotto i 300 metri diventa davvero tutto buio.

    Quindi la Sirenetta Ariel nera ha  un senso perfettamente scientifico.

     

     

    Fonti: https://www.ilmessaggero.it/social/sirenetta_nera_film_trailer_reazioni_bambini_razzismo-6927850.html

    https://www.ilbosone.com/sirenetta-nera-ariel-perfetto-senso-scientifico/

     

  • Blanca: un’eroina coraggiosa

    Blanca: un’eroina coraggiosa

    Blanca è una serie Tv mandata in onda dal 22 novembre al 21 dicembre in prima serata su Rai 1. Disponibile anche su Rai play, è stata prodotta dalla Lux Vide in collaborazione con Rai Fiction, per la regia di Jan Maria Michelini. La protagonista, Maria Chiara Giannetta, interpreta Blanca Ferrando, che si distingue per il suo coraggio e soprattutto per la sua cecità. La nostra giovane donna era diventata cieca all’età di 12 dopo un tragico incendio in cui aveva perso la vita anche sua sorella maggiore Beatrice.

    Il lavoro in polizia

    Dal primo episodio inizia per Blanca il suo percorso da stagista al commissariato di Genova. Dovrà dimostrare al suo capo, il commissario Mauro Bacigalupo, interpretato da Enzo Paci, di essere all’altezza di quel compito. Nella serie vediamo anche Giuseppe Zeno nei panni dell’ispettore Michele Liguori e Pierpaolo Spollon in quelli del cuoco Nanni Busalla; entrambi saranno completamente travolti dall’intraprendente stagista, anche se in maniera differente.

    Nonostante i quotidiani rimproveri del commissario e i ricordi un passato fin troppo presente nella sua vita, Blanca non è mai sola: la accompagna il suo cane guida Linneo, un bulldog francese femmina. Un’altra amica importante per la protagonista è l’estetista Stella, sempre pronta a consigliare Blanca sull’outfit da indossare. E inoltre, nel primo episodio, la poliziotta seguendo il suo primo caso stringe anche un forte legame con una ragazzina dal carattere difficile.

    La serie Blanca è ispirata dall’omonimo romanzo

    Presentata pubblicamente il 6 settembre 2021 alla Biennale di Venezia, la serie è liberamente ispirata al romanzo Blanca di Patrizia Rinaldi, scrittrice napoletana classe 1960, educatrice e appassionata alla formazione dei giovani in difficoltà. Nel 2009, dopo aver scritto alcuni romanzi gialli, la scrittrice ha creato il personaggio di Blanca.

    In un’intervista Patrizia Rinaldi ha dichiarato: «La Blanca della serie televisiva somiglia alla mia in alcune caratteristiche, in altre meno: gli immaginari possono contaminarsi e al contempo restare liberi. D’altra parte anche nelle traduzioni dei romanzi, quando il lavoro si attiene in maniera troppo pedissequa al testo non sempre funziona. Sono grata a chi ha lavorato così bene.»

    Nella serie ci sono varie differenze con il personaggio della Rinaldi a partire dal cognome: nel romanzo è Occhiuzzi. Il libro è ambientato nel commissariato di Pozzuoli e il commissario fa di cognome Martusciello. Blanca Occhiuzzi non è una stagista, ma anzi una commissaria affermata. Ha superato la quarantina, perciò la sua è una bellezza che inizia a consumarsi; ma ha in comune con la Ferrando il non piangersi addosso, cercare da sola una soluzione ai propri problemi e avere questa passione innata per l’investigazione. Entrambe cercano di scardinare i pregiudizi legati alla disabilità. Nella serie è presente una scena in cui il commissario, parlando di Blanca, la definisce “cieca” con una certa esitazione, e, prontamente, Blanca gli fa notare di poterlo dire tranquillamente poiché non si tratta di una parolaccia.

    Decodage e collaborazione con Bocelli

    Blanca, essendo cieca, ha un udito più acuto ed è un esperta del décodage (letteralmente “decodifica”), ovvero l’ascolto analitico di registrazioni riguardanti un caso. Maria Chiara Giannetta per interpretare al meglio un personaggio ipovedente è stata aiutata dalla consulenza del tenore Andrea Bocelli sull’olofonia. È una tecnica di registrazione che permette di ascoltare i suoni nel modo più simile a come potrebbe ascoltato dall’orecchio umano. Nel 1980 l’italiano Umberto Maggi insieme all’ingegnere elettronico argentino Hugo Zuccarelli inventarono questa singolare tecnica, usata per realizzare l’intera serie.

    Ma ora, perché guardare Blanca?

    Molti potrebbero pensare che una donna giovane con un significativo limite della vista potrebbe essere indifesa o in cerca di sicurezza. Ma Blanca ci farà capire che non ne ha bisogno. È coraggiosa e cerca in tutti i modi di vivere come tutti, non rinunciando a nulla. Guardando con quanta passione e determinazione fa il suo lavoro viene voglia di impegnarsi, di rimboccarsi le maniche e guardare oltre il buio che ogni giorno ci circonda.

    Il padre dell’aspirante poliziotta fin da subito ha insegnato a sua figlia a non avere paura del buio e, anche se poteva essere difficile, questo sarà il suo faro. Blanca, dopo la scomparsa della sorella, rinforzerà il legame con il padre che la supporterà nell’autonomia regalandole proprio la sua fedele Linneo. Un altro aspetto che credo sia fondamentale è capire quanto siano veri i personaggi: in tutti gli episodi, Blanca ci mostra i veri sentimenti di vittime, sospettati e di qualunque persona le stia affianco.

    Per l’appunto queste storie riescono a coinvolgere lo spettatore per le situazioni presentate: la paura di ammettere i propri errori e quella di perdere una persona a noi cara, ancora il sollievo che segue ad una difficile prova. Blanca è la storia di formazione di una giovane stagista che cerca solo di essere sé stessa. Forse è questo il vero obbiettivo di qualunque giovane ragazzo: imparare a mostrarsi fragili, determinati e vivi.

  • Dalle strade di Roma all’Olimpo della musica: la parabola artistica dei Maneskin.

    Dalle strade di Roma all’Olimpo della musica: la parabola artistica dei Maneskin.

    Damiano, Victoria, Thomas ed Ethan sono quattro giovani amici, talentuosi, carismatici e dall’animo rock.

    Poco più che ventenni, uniti dalla passione per la musica, hanno formato il gruppo dei Maneskin- “Chiaro di luna” in danese- che dalla gavetta dell’underground romana stanno scalando tutte le classifiche musicali. La loro parabola artistica è iniziata in maniera ufficiale quattro anni fa.

    La partecipazione a X FACTOR li ha lanciati nel panorama della musica italiana come giovane rockband, simbolo di una generazione, la generazione Z che rivendica la libertà di esprimere sé stessi, senza rigidi schemi imposti. Hanno raggiunto l’apice, battendo qualsiasi record. Con numeri da capogiro, hanno scalato le classifiche di tutto il mondo.

    A marzo, i Maneskin hanno vinto il festival di Sanremo con “Zitti e buoni”, brano con il quale hanno rappresentato l’Italia all’ Eurovision Song Contest di Rotterdam. Lì una nuova vittoria. La carriera esplode e sono finiti, di diritto, nell’Olimpo dei grandi della musica. A proprio agio nelle vesti di novelle rockstar, con i loro look ricercati, eccentrici e mai banali, hanno dato nuovo impulso al genere rock, con mille contaminazioni e sfumature più fresche e spensierate.

    Il 6 Novembre hanno aperto il concerto dei Rolling Stones all’Allegiant Stadium di Las Vegas, facendo esplodere l’entusiasmo con i loro apprezzatissimi successi. E in quella cornice, davanti ad un pubblico che ama il rock nella sua vera essenza, hanno ricevuto la consacrazione internazionale. Come in un cerchio che si chiude, il nuovo rock ha incontrato quello vecchio, quello grande in una sorta di passaggio del testimone.

    E nella categoria BEST ROCK hanno trionfato il 14 Novembre agli MTV EUROPE MUSIC AWARD 2021 di Budapest, prima volta per l’Italia. Ennesimo riconoscimento all’arte, alla forza comunicativa e alla presenza scenica dei Maneskin, paladini del new rock.

    Aldo Pettorino

    5a classico

  • “Un Professore”: perché fuori dagli schemi?

    “Un Professore”: perché fuori dagli schemi?

    Questa fiction racconta come un professore risolva i problemi quotidiani che travolgono i giovani d’oggi, utilizzando con talento le lezioni di  filosofia e mostrandosi sempre disponibile con gli allievi. Non mancano , poi, nella trama, riferimenti a storie sentimentali che vedono protagonisti gli alunni e lo stesso prof. La società di produzione Banijay riesce a portare in tv, con audacia e scioltezza, il tema dell’omosessualità.

    Il tutto si svolge nel liceo Leonardo da Vinci, di Roma; qui il Professore di filosofia, Dante Balestra, interpretato da Alessandro Gassmann, dopo anni di lontananza dalla famiglia, deve occuparsi di suo figlio Simone, in quanto la madre si è trasferita per motivi lavorativi a Glasgow. Dante a scuola crea un rapporto speciale con tutti gli alunni e utilizza in classe un metodo anticonformista d’insegnamento. Addirittura ospita il suo studente più difficile, Manuel, in casa ed inizia ad occuparsi di lui.

    La vita professionale e privata si confondono, e a ciò si aggiunge per il Prof.re Dante il ritorno della ex fidanzata Anita, che rende ancor più intrigante la storia. Nel frattempo Simone si innamora di Manuel e da qui in poi tutto ci lascia con il fiato sospeso e a travolgerci sono gli sguardi appassionati e fugaci dei due giovani. Il colpo di scena, poi, si ha quando Manuel confida a Dante che suo figlio Simone è nei guai a causa di Sbarra. Il professore, addolorato, impedisce al figlio di bruciare la libreria come ordinato dal criminale e lo fa reagire. A ciò si aggiunge la decisione del consiglio di classe di sospendere Dante per aver consegnato le chiavi dell’ istituto al figlio.

    Fa seguito la dura decisione di Anita che racconta a Manuel la verità su Jacopo: il bimbo, il fratello gemello di Simone, era morto quando aveva tre anni a causa della meningite. Manuel a questo punto prende due decisioni: quella di allontanarsi da Sbarra e quella di raccontare tutto a Simone.

    Simone, distrutto e addolorato, si imbottisce delle pasticche di Sbarra, perde il controllo della moto e sbatte contro dei cassonetti sotto la casa di Manuel e finisce in ospedale. A continuare a infondere il panico sono Sbarra e Zucca che provano a sequestrare Anita e Manuel, ma la polizia, chiamata da Dante, arresta i due malviventi. Dante preoccupato, per evitare la bocciatura di Simone e Manuel, propone alla preside di sottoporli ad esami ulteriori.

    Simone prende coraggio e accompagnato da Manuel decide di andare sulla tomba del fratellino morto. Infine Dante con la scusa di leggere un libro insieme ad Anita, trova il coraggio di chiederle di frequentarsi per davvero e a quel punto i due si baciano appassionatamente.

    Dante è il professore che tutti avremmo voluto avere, per la simpatia , per i suoi metodi alternativi di insegnamento e per il rapporto che riesce ad instaurare con gli alunni, anche con quelli più diffidenti ed introversi.