Tag: Covid-19

  • Biden ad un anno dall’assalto a Capitol Hill

    Biden ad un anno dall’assalto a Capitol Hill

    Il Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden, il 6 gennaio 2022, ha tenuto un discorso per commemorare il primo anniversario dell’assalto a Capitol Hill, compiuto da alcuni sostenitori dell’ex Presidente Donald Trump con l’intento di fermare la certificazione dell’elezione di Biden.

    Il Presidente ha accusato Trump di aver istigato i propri sostenitori ad assaltare l’edificio, di aver utilizzato i propri account social per appoggiare i manifestanti sostenendo le loro ragioni e di non aver fatto nulla per fermare le violenze in atto ma di essersi limitato, solo in un secondo tempo, ad invitarli a rientrare nelle proprie case per la pace, l’ordine e la legalità.

    Inoltre, lo ha accusato di aver sparso una rete di menzogne affermando che le elezioni presidenziali fossero truccate; lo conferma un tweet dell’ex Presidente: “Questo succede quando una vittoria a valanga viene brutalmente strappata a patrioti trattati ingiustamente per troppo tempo”.

    Trump, in un comunicato, ha risposto al discorso di Biden definendolo: “Uno spettacolo politico e una distrazione dagli insuccessi che Biden sta collezionando con la sua politica ».

    Biden ha veramente fallito?

    Tra i principali punti del suo programma elettorale vi era l’emergenza del Coronavirus che ha gestito con solerzia  introducendo l’obbligo di mascherina a livello nazionale, limitando i viaggi e promuovendo la campagna vaccinale attraverso l’incremento del numero dei centri vaccinali.

    In ambito sanitario, l’obiettivo era quello di ripudiare quattro anni di tentativi da parte di Trump e dei repubblicani di togliere l’assistenza sanitaria a milioni di americani cercando di cancellare l’Obamacare, la riforma di Barack Obama. Biden ha rilanciato la riforma e, inoltre, ha ristabilito i finanziamenti federali alle organizzazioni non governative promotrici dell’aborto.

    Per la ripresa di un’economia affossata dalla crisi ha introdotto stimoli fiscali per un totale di 5,4 trilioni di dollari, un piano infrastrutturale e un nuovo piano di sostegno per l’istruzione e la cura dei figli. Nonostante gli sforzi compiuti e la ripresa delle attività produttive che hanno permesso la creazione di molti nuovi posti di lavoro, mancano tuttora 8,4 milioni di impieghi rispetto all’era pre-pandemia.

    Biden si è impegnato molto anche nell’affrontare l’importante tema delle discriminazioni con una serie di interventi, tra i quali la revoca del divieto per i transgender di far parte dell’esercito. Inoltre, ha ordinato al Dipartimento di giustizia di ridurre l’uso delle prigioni private le quali, essendo aziende a scopo di lucro, pongono in essere azioni che vanno a scapito delle condizioni di vita dei detenuti.

    Il Presidente, in contrapposizione alla decisione di Trump, ha stabilito di far rientrare gli Stati Uniti negli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici e ha bloccato la costruzione del gasdotto Keystone XL, criticato per l’alto impatto sulla natura e le comunità native americane. Il nuovo impegno è dimezzare le emissioni del 50-52% entro il 2030 fino a giungere ad un’economia a zero emissioni entro il 2050.

    Riguardo le immigrazioni, a differenza di Trump, aveva fatto promesse ben diverse ma, complice la pandemia e le sue ricadute economiche, gli Usa si trovano ora ad affrontare una pressione senza precedenti di irregolari provenienti per lo più da paesi del Centro America; da inizio anno, sono 1,5 milioni i migranti arrestati alla frontiera.

    L’azione che ha compiuto Biden, seguendo le decisioni dell’ex Presidente Donald Trump, è stata quella di procedere all’abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe americane.

    Un evento che ha lasciato il mondo attonito e che resterà nella storia come uno dei momenti più drammatici ai quali la nostra generazione ha dovuto assistere.

    Il ritiro è stato un totale disastro e le immagini che giungevano dall’Afghanistan erano terribili: i Talebani alla conquista della capitale Kabul; l’attentato all’aeroporto da parte dell’Isis con la morte di 200 persone tra civili afghani, truppe americane e talebani; donne provate, sottomesse e private di ogni libertà; genitori in fuga costretti ad affidare i propri figli alle braccia dei militari e ad abbandonarli nella speranza di garantire loro un viaggio lontano verso un futuro migliore.

    A partire da quei giorni, il tasso di disapprovazione verso l’operato di Biden ha superato per la prima volta quello di approvazione e la metà degli Americani si dice frustrata e delusa.

    Il Presidente Joe Biden, ad un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca, terrà una conferenza stampa in cui parlerà all’America; non ci resta che attendere il prossimo discorso.

  • DIARIO DI BORDO: UN ANNO DI DAD

    DIARIO DI BORDO: UN ANNO DI DAD

     

    Da circa un anno noi allievi e i nostri docenti siamo diventati quasi degli esperti in materia di DAD e videolezioni, dato che col tempo abbiamo dovuto imparare come funziona questa nuova forma di didattica. Per utilizzare la DAD, non c’è bisogno di nessuna preparazione informatica. Anzitutto, la scuola crea un account istituzionale per ogni alunno. La tappa successiva è scaricare due applicazioni: la prima, Classroom, permette ai professori di caricare gli assegni e agli studenti di consegnare i compiti, la seconda, Meet, è usata per le videolezioni. Inserendo il link fornito dalla scuola, gli alunni devono attivare poi la telecamera, in modo che i docenti possano vederli. Esiste, inoltre, una chat di gruppo in cui è possibile scrivere dei messaggi, inviare link o frasi da far tradurre. Una funzione molto vantaggiosa è “condividi schermo”, che permette ai professori di spiegare attraverso dei power point o mostrare film o documentari ai ragazzi. È come una sorta di specchio, che trasmette tutto ciò che compare sullo schermo di chi presenta. Non è, dunque, complicata la DAD, se non fosse che la sua funzionalità dipende totalmente dalla qualità del Wi-Fi della zona in cui si abita.

    Chiara Cinquegrana IIIA Classico

     

    DAD: didattica a distanza, ma non solo, anche un percorso, un’esperienza condivisa da milioni di persone. A partire da marzo dell’anno scorso, alunni e professori si sono ritrovati improvvisamente dinanzi ad un computer, a fare i conti con la tecnologia e ad imparare ad usare diverse applicazioni. Quando è iniziata la DAD, un po’ tutti siamo stati contenti di non doverci alzare presto la mattina, fare una colazione veloce e prepararsi frettolosamente, rischiando di dimenticare un libro o un quaderno a casa. Ci è sembrato, infatti, che tutto sarebbe stato più facile, nascondendosi dietro le iniziali dei cognomi sul desk. Poi, giorno dopo giorno, ognuno ha compreso che questa DAD è molto di più: essa richiede una maggiore responsabilità, un serio impegno ed anche una nuova autonomia da parte degli studenti. A ogni data in cui si credeva che ci sarebbe stato un ritorno in classe, gli alunni, così come i docenti, hanno provato gioia e dispiacere, perché ognuno sapeva che non sarebbe stato così. Oggi la situazione è completamente cambiata: alcuni studenti sono tornati tra i banchi, altri purtroppo sono ancora qui, dietro lo schermo, a vedere le iniziali colorate dei loro compagni o dei visi a volte sgranati.

    Federica Esposito, Lucia Izzo, Valeria Librera, Paola Oliva IIIB Classico-

     

    La scoperta del mondo digitale, utilizzato in ambito scolastico, ci ha portato alla conoscenza della Didattica a Distanza. Nonostante le molteplici critiche, che sono state rivolte a questo nuovo modo di fare scuola, siamo riusciti ugualmente a trovare in esso dei lati positivi, che ci hanno aiutato ad affrontare questo periodo con più serenità e consapevolezza. Innanzitutto, senza la DAD, l’anno scolastico, interrotto ormai da quasi un anno, sarebbe stato, come molti credono, irrimediabilmente perso; al contrario, grazie ad essa, possiamo continuare la nostra istruzione. Per di più, noi ragazzi ci stiamo responsabilizzando e stiamo imparando a gestire lo studio anche da soli, dal momento che apprendere attraverso le videolezioni risulta più difficile. Inoltre coloro che a scuola ritenevamo i nostri peggiori nemici, ovvero i professori, nella didattica a distanza si sono rivelati grandi alleati, capendo ogni nostro problema e cercando di aiutarci nei momenti di difficoltà. Nonostante sia divertente prendere parte a delle classi virtuali e vivere questa nuova esperienza, ci piacerebbe tornare alla vecchia e monotona quotidianità scolastica.

    Marta De Cristoforo, Camilla De Rosa, Lavinia Longobardi IIIB Classico-

     

    Sebbene la DAD offra innumerevoli vantaggi, molti sono anche i limiti. Lo schermo del computer compromette il rapporto insegnante-studente, oltre alle dinamiche di gruppo che si creano in aula. La possibilità di celarsi dietro le proprie iniziali impedisce agli studenti di interagire tra loro, la collaborazione è fortemente ostacolata e questo potrebbe sminuire la compattezza della classe. Lo stesso scambio di informazioni didattiche via chat risulta asettico, giacché non trasmette sufficiente empatia. La lezione online è povera di elementi arricchenti, come il contatto umano e la comunicazione diretta, fatta non solo di parole ma di gestualità, fondamentali soprattutto per i più piccoli. Inoltre, la tecnologia non sempre facilita lo svolgimento delle lezioni: talvolta la scarsa dimestichezza di professori e alunni, i frequenti problemi legati alla connessione o ai dispositivi mettono ulteriormente alla prova questa inedita modalità di apprendimento. La distanza impedisce poi  agli insegnanti di valutare efficacemente gli studenti, fortemente tentati di copiare, a discapito della propria formazione e del proprio bagaglio culturale, che indubbiamente ne risentirà.

     

    -Martina Izzo, Martina Di Sarno IIIB classico

     

    Dalla DAD abbiamo appreso moltissime cose che in tempi normali non avremmo potuto imparare. Abbiamo compreso l’importanza delle lezioni in presenza, dello stare insieme, del contatto fisico e visivo che c’è in classe. Vedere gli insegnanti e i compagni attraverso uno schermo, non è il massimo. Si percepisce quella mancanza, quel senso di incompletezza e insoddisfazione al termine di una lezione; non si torna a casa e non ci si saluta con i compagni fuori scuola. Crediamo, però, che la cosa più importante di tutte, insegnataci dalla DAD, sia la Responsabilità, quella con la “r” maiuscola. Abbiamo compreso che è inutile imbrogliare, attaccando fogli sullo schermo e leggere tutto durante un’interrogazione: questo, infatti, prima o poi ci si ritorcerà contro, giacché della scuola non ricorderemo i voti che abbiamo avuto, ma ciò che abbiamo imparato. La DAD ci ha fatto capire, inoltre, che possiamo trovare la spinta e l’occasione per crescere e per migliorarci anche da una situazione di disagio: abbiamo fatto “di necessità virtù”. Grazie ad essa, abbiamo acquisito anche la consapevolezza che i nostri insegnanti hanno la capacità di educare il cuore, oltre che la mente e per questo saremo loro sempre grati.

    Francesco Angrisani, Antonio Fasoletto, Simone Gargiulo IIIB Classico

  • La speranza è tutta in un vaccino…

    La speranza è tutta in un vaccino…

    Dopo mesi estenuanti di privazioni, divieti e paure, il 2021 si è aperto con la concretizzazione del progetto vaccinale e, finalmente, sono state somministrate le prime dosi.

    Il ministro della Salute, Roberto Speranza, con l’approvazione di Senato e Camera dei Deputati, ha previsto inizialmente un piano vaccinale di oltre 215 milioni di dosi gratuite, con inizio a partire dal 27 dicembre 2020.

    Tuttavia, i piani sono stati rivisti a causa del ritardato arrivo delle dosi. E, mentre l’Europa afferma di voler mantenere il più possibile, in un modo o nell’altro, il vecchio progetto di somministrazione vaccinale, si attende l’approvazione del vaccino AstraZeneca, da affiancare a Pfizer, così da accelerare ulteriormente la tempistica: così facendo, spiega il commissario straordinario Arcuri, riprendendo la campagna vaccinale intorno alla metà di febbraio, si arriverà quasi alla metà delle dosi precedentemente pattuite.

    In territorio europeo, si muovono le prime campagne vaccinali ed alcune storie risultano toccanti: è il caso, ad esempio, di Mr. William Shakespeare, 81 anni, secondo al mondo a ricevere il vaccino.

    Nel frattempo, però, le opinioni a riguardo non sono tutte positive. Numerose persone non si fidano del vaccino e ne temono gli effetti collaterali, mentre i giovani, in realtà, sembrano più favorevoli alla somministrazione vaccinale.  Abbiamo pensato di proporre un sondaggio all’interno del nostro liceo, il “Pitagora – B. Croce” di Torre Annunziata, ponendo una semplice domanda agli studenti: “Se avessi, adesso, la possibilità di fare il vaccino, lo faresti?”. La risposta dei giovani è stata molto chiara: su 205 studenti solo 31 hanno risposto negativamente; mentre l’84% degli studenti accetterebbe la somministrazione anche subito. Inaspettatamente, i ragazzi sono a favore del vaccino, perché lo considerano come la fine di questo periodo da incubo.

    Per comprendere soprattutto le paure dei nostri coetanei abbiamo allora proposto un ulteriore sondaggio, in modalità differente: in una scala di grandezza da 1 a 10 i ragazzi hanno espresso la misura della propria paura di assumere il vaccino. Il risultato è stato anche qui inaspettato, ma coerente: la media infatti è di 3,7 su 10, un valore alquanto basso. Ma quali sono le paure di ragazzi? La paura prevalente riguarda soprattutto le allergie, dal momento che non vi sono ancora certezze a riguardo. Altri, invece, hanno espresso differenti timori: “Noi ragazzi saremo sicuramente gli ultimi a cui verrà somministrato il vaccino: e se i tempi fossero tanto lenti da impedirci di assumerlo nei tempi prestabiliti? Se ciò avesse ripercussioni sulla scuola? E se quest’incubo non terminasse neanche dopo i vaccini?”. C’è però anche chi spera uscire da questa infernale situazione prima e indipendentemente dal vaccino.

    Tutti questi quesiti mostrano l’incertezza dominante. Tuttavia, il timore per il nuovo farmaco è stato soppiantato dalla paura di restare in questa condizione; se il vaccino corrisponde all’unica via d’uscita da questo incubo, l’unico compromesso per tornare ad una vita “quasi normale”, allora tutti saremo disposti a farlo. I ragazzi sentono di essere psicologicamente provati e, forse, i segni di questo virus non saranno mai cancellati del tutto. Prima terminerà questa situazione, più sarà possibile non crollare. I giovani sperano di ricevere presto la propria dose, con la speranza che i ritardi nelle consegne degli ultimi giorni non risultino particolarmente insidiosi per il programma italiano di vaccinazione.

    È bene, dunque, che l’intera popolazione mondiale, compresi negazionisti e scettici, venga sensibilizzata alla somministrazione del nuovo farmaco: non vi è altro modo per il ritorno alle proprie abitudini, alla possibilità di donare e di ricevere un abbraccio; non vi è altro modo per ritornare a respirare, abbandonando gli ormai abituali dispositivi di protezione. Non vi è altro modo per ritornare a vivere, se non proteggersi.

     

    Pucillo Carmela e Matrone Stefania, 4b classico, liceo Pitagora -B. Croce

  • CORONAVIRUS: mascherine Ffp2 e U-Mask non a norma

    CORONAVIRUS: mascherine Ffp2 e U-Mask non a norma

    Le mascherine che usiamo quotidianamente forniscono una reale protezione dal Covid-19?
    Ecco una delle tante domande che, da ormai molti mesi, si pone l’intera popolazione. Attualmente sono diffusi molti tipi di mascherine, tuttavia, negli ultimi tempi si predilige l’utilizzo di mascherine Ffp2 o Ffp3 poiché dotate di protezione individuale, analogamente vengono utilizzate anche mascherine chirurgiche monouso, mentre l’utilizzo di mascherine in tessuto ,ossia lavabili e riutilizzabili è meno diffuso considerando che non forniscono un’elevata protezione verso se stessi e verso gli altri. Di recente è esploso uno scandalo per quanto riguarda un lotto di mascherine Ffp2 certificate con il marchio CE 2163 dall’ente turco Universal Certification; tale azienda, dopo una serie di accuse, ha condotto dei test sui prodotti da un laboratorio spagnolo e da uno cinese, e pare proprio che molti prodotti non risulterebbero a norma. Dunque, tutta la marce precedentemente approvata dall’azienda, subirà ulteriori test. Fin a quando non si avranno maggiori informazioni è altamente sconsigliato l’utilizzo di mascherine Ffp2 con il timbro CE 2163, in quanto si ritiene che molte mascherine non hanno la capacità sufficiente di filtrare la particelle per essere considerate Ffp2.La domanda ora sorge spontanea: “Come posso evitare di acquistare mascherine non a norma?” E quali sono i luoghi dove vengono vendute maggiormente?Per evitare l’acquisto di queste mascherine è importante leggere la marcatura al di sopra della mascherina o sulla scatola; vengono vendute con prezzi ridotti maggiormente online, ma sfortunatamente si possono reperire anche all’interno di supermercati e farmacie.In questo particolare momento storico, la nostra salute deve avere l’assoluta priorità, si raccomanda di guardare accuratamente durante l’acquisto vari fattori come: la qualità della mascherina, il tipo di imballaggio, il numero di strati, la presenza di certificati e la provenienza.Il Ministero della Salute ,inoltre, ha deciso di sequestrare e ritirare dal mercato anche le mascherine ‘’U-Mask’’,conosciute anche come “le mascherine dei Vip” .Esse promettono l’utilizzo di un filtro auto-sanificante che sfrutta la biotecnologia per bloccare batteri e virus sulla superficie e distruggerli al suo interno; dopo una serie di analisi di laboratorio pare che la capacità di filtraggio della mascherina biotech con il filtro che dura dalle 150 alle 200 ore sarebbe del 70-80%, anziché del 98-99% ufficialmente dichiarato. Attendiamo maggiori informazioni per quanto riguarda la questione. E’ importante, in questo delicato momento , la diffusione di informazioni di questo tipo, in modo tale da allertare i cittadini circa le mascherine non a norma per garantire la salute comune!

  • Il prezzo della pandemia pagato dalle donne

    Il prezzo della pandemia pagato dalle donne

    In tempi di crisi è ancora la donna a pagare il prezzo più alto. Secondo le stime di fine 2020 il 98% dei disoccupati in Italia è donna. L’aumento della disoccupazione femminile certo non è determinato dal COVID-19 ma è l’effetto di problemi a monte mai risolti: il peso della famiglia da sempre grava sul ruolo femminile. Anche prima che si analizzassero gli impatti sociali ed economici della pandemia era evidente che in tutto il mondo le disuguaglianze sia di genere che economiche colpiscono più le donne.
    Certo l’impatto economico del virus è grave e in questo quadro le donne sono le più colpite. Uno studio delle Nazioni Unite hanno confermato che i settori più colpiti dalla pandemia tendono ad essere quelli altamente “femminizzati”, come turismo, ospitalità e vendita al dettaglio. Di conseguenza, l’occupazione femminile è più a rischio rispetto a quella maschile. Non a caso in alcuni contesti anglofoni è stato coniato il neologismo “Shecession”, composto da “ she” e “ recession” per indicare come siano le donne a subire in modo prevalente gli effetti sociali ed economici della crisi innescata dal coronavirus. Si parla di “ crisi di genere”.
    L’Onu nella giornata internazionale della donna ha sottolineato la scarsa presenza di donne nella politica e nelle sale riunioni di tutto il mondo. Eppure la transizione digitale ed ecologica, pubblicizzata dai governi di mezzo mondo, non potrà perseguire il bene comune e favorire l’innovazione del pianeta senza una transizione sociale. In una società investita dai processi di globalizzazione la partecipazione delle donne al modo del lavoro può trovare nuove forme organizzative ed espressive, che favoriranno l’innovazione sociale. Vi è una stretta correlazione tra progresso e diversità di genere. È necessario, dunque, favorire lo sviluppo culturale e professionale delle donne, perché la leadership femminile non può prescindere dall’emancipazione culturale ed economica. Tale emancipazione è la chiave per l’uguaglianza di genere e per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall’Onu.
    Se la donna non raggiunge al più presto la parità, anche economica, con l’uomo, le economie mondiali non saranno in grado di affrontare crisi inaspettate e drammatiche come quella causata dal Covid-19. Sarà proprio la crisi economica unita alla disuguaglianza sociale la sfida più rilevante che la società dovrà affrontare nel prossimo futuro, con l’obiettivo primario di combattere le disuguaglianze sia economiche sia sociali potenziando il sistema di istruzione. Difatti gli investimenti nell’educazione e nella formazione è uno degli interventi più urgenti per uscire dalla crisi economica generata dalla pandemia.
    Dal terribile momento che abbiamo vissuto potremmo trarre come monito l’impegno a raggiungere la parità di genere.

  • La protesta dei riders: che cosa significa davvero acquistare con un click?

    La protesta dei riders: che cosa significa davvero acquistare con un click?

    Fin dai primi tristi momenti della pandemia e anche ora che siamo in zona rossa, quando restare tassativamente a casa sembra quasi una condanna definitiva, a squarciare il grigiore delle giornate che si ripetono uguali, sono solo  loro, i riders.

    Non è difficile, infatti, immaginare quanto l’economia e le modalità d’acquisto siano potute radicalmente cambiare con l’avvento del virus, provocando una progressiva e subdola perdita di contatto e di umanità anche nel mondo del lavoro e in particolare, in quei settori che a noi acquirenti sembrano i più semplici e veloci, quelli in cui con un click otteniamo in tempi brevissimi tutto quello che possiamo desiderare. Ma cosa si nasconde dietro questo “semplice” click? È davvero tutto così leggero e rapido come appare ai nostri occhi? A quanto pare no, non per i nostri “riders”. Moderni cavalieri (secondo la traduzione letterale) che, incuranti della pioggia, del vento e del contagio, a cavallo dei loro  “destrieri”,  consegnano a domicilio tutto ciò che la necessità o la fantasia più sfrenata rendono improcastinabile e necessario alla sopravvivenza ai tempi del coronavirus, tra le mura della nostra casa.

    Appaiono fugaci e veloci, professionali, più o meno gentili ed anche piacevolmente colorati con i loro zaini e cappellini coordinati, a conferma dell’unica certezza di questo periodo di totale precarietà: il rispetto dei tempi di consegna! Così, se la pandemia descrive intorno a noi un mondo di incertezze e di speranze sbiadite, scarsamente rinvigorite da un programma vaccinale che stenta ad eseguirsi in una modalità davvero risolutiva, possiamo, però, esser piacevolmente rassicurati dalla certezza che quanto abbiamo ordinato arriverà nel tempo e nel modo richiesti.

    Ciò che invece non sappiamo è che dietro questa puntualità e dietro la possibilità di essere riforniti di qualunque cosa direttamente a casa nostra, ad ogni ora del giorno e della notte e persino di domenica, si cela un quadro lavorativo oscuro e carico di sfruttamento.

    Senonché, gli scioperi proclamati nell’ultima settimana di marzo, a stretto giro, dai dipendenti di Amazon e dai riders, hanno infranto anche l’ultima nostra certezza, imponendoci finalmente di riflettere su quanto quel nostro semplice click, ripetuto anche più volte in un solo giorno, possa aver determinato conseguenze economico-lavorative davvero imponenti, che ricadono direttamente sulla vita di tanti lavoratori. Scopriamo, così, che termini come “Gig Economy” e “App Economy” – piattaforme online di food delivery- o anche come “riders”, mascherano, con il loro appeal esotico, situazioni di sfruttamento caratterizzate da precarie condizioni di sicurezza, inadeguatezza retributiva, ritmi di lavoro e turnazioni non controllate e sfiancanti, a carico di quelli che possono essere ormai definiti “braccianti metropolitani”. Scopriamo così che nostri i “moderni cavalieri” devono definirsi, più prosaicamente, dei ciclofattorini, il cui contatto con il datore di lavoro viene gestito, tramite un’applicazione e un pc, sin dall’incarico, conferito a seguito di un mero contatto telefonico. Ogni tipo di interazione e contatto umano vengono azzerati: tutto quel che conta è che i riders abbiano una bici o sappiano guidare un motorino e che dispongano di uno smartphone.

    La situazione che appare ai nostri occhi potrebbe far pensare alla classica figura del fattorino che tradizionalmente consegna la pizza ordinata telefonicamente il sabato sera alla nostra pizzeria di fiducia o, ancora più romanticamente, alle immagini di quei film americani degli anni Cinquanta con il teenager che, percorrendo gli ampi viali che separano le villette a schiera, lancia con millimetrica precisione il quotidiano sull’uscio della porta. D’altra parte, non era forse questa la Gig Economy, intesa come l’economia collegata ai “lavoretti”  di quei giovani studenti che sceglievano nel tempo libero di impegnarsi per emanciparsi dalla famiglia?

    La realtà lavorativa dei riders odierni, è, invece, ben diversa. Il loro datore di lavoro non è il singolo esercizio commerciale, il nostro simpatico e paterno pizzaiolo di fiducia, ma una piattaforma online di food delivery, di consegna di cibo a domicilio che, abilitando interazioni fra produttore e consumatore, garantisce consegne h24 , secondo meccanismi differenziati ma del tutto virtuali. Conoscendo meglio il meccanismo che governa tale rete di lavoro, già possiamo renderci meglio conto del fatto che manca una reale tutela e attenzione nei confronti dei lavoratori che vi sono coinvolti. Ne è dimostrazione il fatto che essi hanno recentemente protestato contro l’Accordo  firmato il 16 settembre scorso  fra AssoDelivery e il solo sindacato UGL (Unione Generale del Lavoro), accordo che costituisce il primo contratto collettivo nazionale di categoria che ha, però, riconosciuto ai riders solo talune garanzie ed indennità, ma che non li ha inquadrati come lavoratori subordinati, non garantendo loro le fondamentali tutele previste per i dipendenti, come ad esempio le ferie e la malattia, benché il loro lavoro appaia del tutto eterodeterminato.

    A quest’onda di rivendicazioni sindacali hanno preso parte anche, per la prima volta, i dipendenti di Amazon. “I drivers arrivano a fare anche 44 ore di lavoro settimanale e molto spesso per l’intero mese. Si toccano punte di pacchi consegnati al giorno, ma nessuna verifica dei turni di lavoro. Nessuna contrattazione né confronto con le organizzazioni di rappresentanza sui ritmi imposti”. Sono queste le parole dei sindacati, che, come un vero e proprio grido di denuncia, ci aprono gli occhi di fronte a quello che potremmo definire il fallimento di tutte le conquiste che in termini di dignità e sicurezza del lavoro, ci hanno consegnato le lotte sindacali del secolo scorso. I dati ci sveleranno se e in quale misura i consumatori abbiano aderito all’appello dei sindacati di non effettuare prenotazioni ed acquisti nella giornata della protesta e solo il tempo ci darà una risposta sul risultato di queste nuove lotte. Intanto, si apre ai nostri occhi uno spunto di riflessione importante che ci permette di renderci realmente conto della gravità di tali condizioni lavorative. Ci auguriamo che tale consapevolezza collettiva possa realmente portare alla fine di questo tipo di modalità di lucro che invece di agevolare i dipendenti che ogni giorno realizzano un guadagno con il loro lavoro, li sfrutta e li espone progressivamente. Ci fa ben sperare, da questo punto di vista, l’accordo concluso da Just Eat con i sindacati, per l’assunzione, come lavoratori dipendenti, di circa 4000 riders.

  • COSA SIGNIFICA ESSERE ADOLESCENTI?

    COSA SIGNIFICA ESSERE ADOLESCENTI?

    Essere adolescenti significa cambiare. Questa parola deriva dal latino: adolescere significa  “crescere”. Gli anni dell’adolescenza si configurano come gli anni della sperimentazione di sé. Durante questa fase non è sempre chiaro chi siamo, quale sia la propria meta. Il processo dell’adolescenza è accompagnato da un mix di sentimenti e di disorientamento. La consapevolezza che l’infanzia è finita crea un senso di pressione e di timore.

    Spesso i giovani tendono voler essere indipendenti e autonomi. Impulsivi e disinteressati alle conseguenze. Queste volontà generano conflitti nei genitori , i quali si rendono conto che le modalità utilizzate quando eravamo bambini non possono più funzionare. Spesso questi litigi hanno conseguenze negative anche al di fuori del contesto familiare.

    Certamente la pandemia non ha aiutare il periodo adolescenziale. Essa ha anche aumentato il cyberbullismo. Questo fenomeno ha gravi conseguenze nei soggetti deboli e incapaci di reagire. Purtroppo molti adolescenti non riescono a tirare fuori quel groviglio di sentimenti e di passioni che sentono esplodere dentro. La soluzione sarebbe affidarsi ad un percorso di psicoterapia, sotto la guida di un esperto in grado di poter comprendere i nostri conflitti. Anche vivere in contesto familiare non adatto può contribuire a generare ansie e confusione. Spesso i genitori non si rendono conto dell’impatto che hanno sugli adolescenti, ancor più in questo periodo in cui viviamo in casa tutto il giorno. Infatti i litigi in famiglia possono portare l’adolescente a distaccarsi dall’idea di famiglia, a non credere nell’ideale del matrimonio ed, infine, a diventare anaffettivi per paura di soffrire.

    Ma questa terribile esperienza ha insegnato a noi giovani anche una nuova parola: la resilienza, la capacità cioè di trarre tutto il meglio da un’esperienza negativa, e di volgere in bene e in atteggiamenti propositivi ciò che si presenta come una strada apparentemente senza uscita.

    Sergio Refuto 3a s.a.

    Diletta Marino 3h scientifico

  • Compleanni in quarantena

    Compleanni in quarantena

    A causa del COVID-19, ci è stata imposta una quarantena forzata che ci ha costretti a una riorganizzazione del quotidiano, sia dal punto lavorativo che sociale.

    Tutti noi, infatti, abbiamo dovuto rivedere le nostri abitudini di sempre, come le cene, gli aperitivi e i compleanni.

    Festeggiare un compleanno senza gli amici più cari potrebbe rivelarsi una prospettiva poco allettante, è fondamentale, dunque cercare una serie di alternative utile allo scopo, anche in tempo di pandemia.

    Non dimentichiamoci che, soprattutto per i ragazzi, è il giorno del protagonismo e come tale va vissuto!

    Iniziamo col dire che l’elemento principale di ogni compleanno che si rispetti è la torta. Ma in quarantena come si fa? Non temete, anche in quarantena potete avere la vostra sacher, crostata o millefoglie che sia!

    Tanti servizi sono attivi in tutta Italia con una rete di pasticcerie dislocate nelle varie città, che preparano e portano a domicilio tutto quello che desiderate.

    Assicuratevi solo che l’esercizio commerciale a cui vi rivolgete sia attivo e per questo contattate il servizio cliente, anche via email per assicurarvi che ciò che desiderate vi possa essere recapitato.

    Per festeggiare poi tutti insieme, vicini anche se lontani, possiamo utilizzare applicazioni come Face Time, WhatsApp, Skype e via dicendo.

    Ma l’applicazione più famosa è l’House Party che permette di organizzare una festa in casa propria, collegandosi con gli amici più cari in videochiamata. Non importa dove siano, con House party nessuna distanza è incolmabile!

    Un’altra idea che può trasformarsi nel divertimento più assoluto? Il karaoke party in diretta streaming con gli amici!

    Svariati sono i siti che offrono questa esperienza, potrete sbizzarrivi, sarà un divertimento assicurato… forse meno per il vostro vicinato se non siete troppo intonati!

    Anche il regalo è un elemento fondamentale per la buona riuscita di un compleanno. Potete sceglierlo online sui siti di e-commerce e farlo recapitare al festeggiato. Oppure, se i festeggiati siete voi, fatevelo portare direttamente a casa!

    Insomma, il vostro sarà sicuramente un compleanno indimenticabile e un ricordo indelebile che vi accompagnerà per sempre.

    Non bisogna cedere alla malinconia e al rimpianto. Vietato pensare alle feste del passato sfogliando foto e immagini dell’album dei ricordi!

    Ci sarà sempre tempo per nuove avventure, per cene, uscite, party, aperitivi e altri festeggiamenti. È il momento di celebrare il presente buttando l’occhio al futuro!

  • E torneremo a riveder le stelle…

    E torneremo a riveder le stelle…

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

    Cara prof,

    vivere questa pandemia globale nel bel mezzo dell’adolescenza non è facile. Sentirsi all’improvviso completamente travolti da un’onda, come quando da piccoli si giocava in spiaggia con gli amici a chi prendeva l’onda più grande, per poi ritrovarsi catapultati sulla riva, proprio quando tutto stava andando per il verso giusto non è stato facile da accettare. Proprio un anno fa, l’11 gennaio veniva annunciato il primo focolaio in Cina e di questo virus, forse per fortuna, ne sapevamo davvero poco e mai avremmo immaginato quello che da lì a niente avremmo vissuto. Non è stato un periodo semplice: ho visto l’economia del mio paese sgretolarsi pian piano, commercianti urlare, madri piangere per via del lavoro, gli uomini della politica litigare fra di loro con il solo scopo di avere l’ultima parola senza rendersi conto della gravità della situazione, gli occhi di mio padre, di mio zio e mia zia, medici, preoccupati per davvero e quelli dei miei nonni che ho visto troppe poche volte. Processioni di bare di legno, che ornavano le strade del Nord Italia, suoni continui di sirene e campanili, a volte anche contemporaneamente. Gli occhi, quelli dei miei amici, forse i più tristi, un po’ come i mei, che potevo guardare solo attraverso un piccolo schermo rettangolare, che forse un giorno ringrazieremo perché in questo periodo la tecnologia, denigrata da tutti, ci è servita davvero a qualcosa. Seppur brava a nasconderlo, grazie alle mie doti teatrali, soprattutto durante il lockdown, ero triste, ma chi non lo è stato? Il sol pensiero di non sapere cosa l’indomani o addirittura il futuro mi avrebbe riservato, mi logorava dentro. Ogni giorno mi domandavo se era giusto che alla nostra età dovessimo vedere il mondo da una finestra, un balcone e non poterne scoprire ogni piccolissimo angolo e particolare e ciò mi ha procurato un senso di angoscia misto ad ansia per tutto quel periodo. La cosa che però più mi faceva riflettere era il modo in cui io e i mei amici stavamo affrontando questa situazione: siamo stai bravi, tantissimo e sono orgogliosa di far parte di questa generazione. Non abbiamo perso un anno, anzi, abbiamo imparato ad autogestirci senza che nessuno che dicesse cosa fare, nonostante la concentrazione fosse poca, nonostante fosse dura, nonostante i momenti no nonostante non avessimo un contatto fisico e reale con i nostri prof, ma solo virtuale. E’ toccato a noi buttarci nelle lezioni, saperci appassionare a ciò che i professori stavano dicendo, potevano essere semplici parole ma anche una gran lezione di vita utile per l’indomani e noi abbiamo saputo cogliere l’attimo, carpe diem, dicevano i nostri vecchi amici latini, senza farci distrarre da niente, sfidando noi stessi di riuscire ad imparare in ogni circostanza. Un periodo dedito ad una grande introspezione personale: mi sono guardata dentro, più volte, ho scavato nel mio piccolo io interiore e ho scoperto passioni, hobby, come poter occupare tanto tempo e quanto sia brutta la nullafacenza. Ho capito chi voglio davvero bene e chi ne vuole a me. Ho imparato a pensare a riflettere, a fermarmi un attimo, perché troppo abituata ad una vita frenetica sempre fuori casa. Ho riscoperto quanto sia bella la famiglia e l’armonia che si crea tra i diversi membri; quanto sia importante un abbraccio, un bacio, una carezza, un semplice sguardo tra due persone. Di quanto molto spesso noi ragazzi tendiamo ad ignorare le regole, perché considerate inutili. Oggi se non avessimo rispettato almeno queste poche regole, chissà in quale situazione peggiore di questa ci ritroveremmo. Ho imparato che la mia vita è basata principalmente su tre colori, rosso, giallo e arancione e, sull’attesa ogni due settimane di un nuovo DPCM, proprio come i miei nonni aspettavano ansiosamente il carosello, del quale puntualmente non capisco nemmeno una parola. In tutta questa situazione, credo sia inutile vederci solo del marcio, abbiamo avuto ed abbiamo tutto il tempo ancora oggi di poterci concentrare su noi stessi, con l’augurio di poter poi un giorno ritornare a vivere, per davvero, e come dice il buon Dante di riuscire ‘a rivedere le stelle’!

  • Rispondendo alla lettera della professoressa Tancredi…

    Rispondendo alla lettera della professoressa Tancredi…

    I nostri studenti rispondono a Nicoletta Tancredi, giovane docente in un liceo campano, che ha scritto una lettera ai suoi studenti invitandoli a non sprecare il momento particolare che stiamo vivendo.

    https://m.famigliacristiana.it/articolo/prof-scrive-agli-alunni-a-distanza-la-lettera-e-una-lezione-di-vita.htm

     

    Cara professoressa,

    La ringrazio per la bellissima lettera che ha scritto a noi studenti, e mi trova pienamente d’accordo con quanto ha detto: questo non è e non sarà assolutamente un anno sprecato; è vero che siamo quasi da 1 anno in didattica a distanza, siamo diventati dei veri esperti: tra computer, Zoom, Google Meet, codici, link per le riunioni, Google Classroom; ormai tutto questo è entrato a far parte dell’ordinarietà, quando ci sembravano delle cose assolutamente distanti e futili. È un periodo in cui non possiamo svagarci come facevamo prima, uscendo con gli amici, facendo sport o altre attività che ora purtroppo sono assolutamente da evitare a causa di questa pandemia.

     

    Ebbene la nostra quotidianità è stata totalmente stravolta dal coronavirus. Siamo stati costretti ad una chiusura fisica, ma non mentale. Di questi tempi ho imparato molte cose, ho fatto errori, li ho compresi, proprio come se ci trovassimo in una situazione normale. Anzi, sono certo di poter affermare, che questo periodo è stato il più importante di moltissimi altri che ho vissuto: sono riuscito a dedicare più tempo alla mia famiglia; ogni giorno, attorno alla tavola, a colazione, pranzo e cena, c’eravamo tutti; non c’era chi era impegnato a scuola, chi all’università, chi in tribunale. Eravamo sempre tutti uniti, a condividere riflessioni e pensieri su cosa stava succedendo. E forse è stato proprio questo l’aspetto più bello della quarantena e dei vari lockdown che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo: lo stare in famiglia, sperimentare insieme cose nuove, dedicarsi alla cucina; chi si improvvisava pasticciere, chi panettiere, chi fornaio.

     

    Ho riscoperto il divertimento e l’unione che riescono a creare i giochi da tavolo, i giochi di ruolo; siamo diventati degli esperti di scacchi in una settimana. Non intendo dire però che c’era bisogno di un virus mortale che si espandesse a macchia d’olio, e che uccidesse tantissime persone, per imparare e scoprire cose nuove; intendo dire che in fondo, i lati positivi in questo terribile momento che stiamo vivendo ci sono, ci sono eccome. Vedere i compagni di classe, i tuoi professori, anche i tuoi amici e i tuoi parenti solamente attraverso uno schermo sicuramente non è il massimo. Ma anche questo è stato d’insegnamento: abbiamo capito l’importanza della scuola. Che ormai è evidente il fatto che le videolezioni non potranno mai sostituire le vere e proprie lezioni in presenza, quelle in cui ci si guarda negli occhi, non attraverso una telecamera, quelle in cui si osservano le reazioni dei prof, dei tuoi compagni, quelle in cui c’è pura interazione e partecipazione. Un ruolo fondamentale, oltre a quello affidato ai medici, in questo periodo è anche quello svolto da tutti gli insegnanti. Avendo una mamma che insegna, so perfettamente che non è per niente semplice organizzare una lezione in didattica a distanza, con modalità e strategie molto differenti rispetto a quelle utilizzate in presenza.

     

    È sicuramente molto più faticoso e talvolta anche frustrante quando non si riescono a raggiungere i risultati sperati. Ma proprio voi insegnanti siete stati eccezionali, avete dimostrato una grande capacità di adattamento, di resilienza, siete riusciti ad impadronirvi di applicazioni e di tecnologie con le quali non avevate dimestichezza e non eravate avvezzi ad utilizzare. In questo momento buio, ci avete comunque tenuto compagnia tutte le mattine, siete riusciti a trasmetterci la vostra passione con entusiasmo, e siete riusciti a farci staccare un po’ da quella che era la terribile realtà che ci circondava e che ancora purtroppo ci circonda. Ebbene professoressa, credo proprio che siano questi i periodi, i momenti che ci aiutano a riflettere e a guardare le cose da un’altra prospettiva; ho capito che in fondo vivere non significa uscire tutte le sere, andare a ballare, organizzare feste o cose del genere; vivere significa stare con la tua famiglia; vivere significa che se un giorno tutto dovesse andare male, hai sempre qualcuno su cui contare; vivere vuol dire saper riconoscere chi davvero ti vuole bene e chi davvero tiene a te. E infine vivere, vuol dire saper trasformare anche i momenti più bui e tristi, in occasioni per imparare e per maturare, in momenti che non dimenticheremo mai non solo per le cose negative, ma soprattutto per le cose belle che sono accadute.