Tag: Cultura

  • “Deinon”: la bellezza terrificante del mare

    “Deinon”: la bellezza terrificante del mare

    Mito ed essenza. Due realtà tanto simili quanto diverse. Un ossimoro che ha dato vita alla V edizione de “Gli ozi di Ercole”, rassegna culturale tenutasi dall’11 al 13 settembre 2025 presso il Parco Archeologico di Ercolano. Alcuni studenti del nostro liceo, il Pitagora – B. Croce, hanno partecipato alla serata del 12 settembre condotta da Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico nel Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, e da Sonia Bergamasco, celebre attrice teatrale e regista. Una serata all’insegna del mare, affascinante ma al tempo stesso terrificante, dal titolo non casuale: “L’ultima spiaggia. Storie di tempeste e naufragi”.

    L’incontro si è aperto con la splendida voce della Bergamasco, nella lettura di stralci tratti da opere varie, dall’epos al contemporaneo, da Omero a Dante, a Conrad e oltre. La magistrale interpretazione ha trasformato le parole in vivide immagini toccando le corde profonde dell’animo. Lo strazio e la disperazione di Odisseo sembravano così reali che la tensione era palpabile e la commozione cresceva progressivamente. Una magia alimentata anche dai suoni della natura, dal cielo stellato che cullava il pubblico dall’alto e dagli scavi che, invece, lo circondavano, tra vita e morte, come ricordavano anche gli scheletri degli abitanti che non riuscirono a fuggire, a lato della platea. Un pezzo di storia reso incantevole e suggestivo grazie alla cura del direttore degli scavi Francesco Sirano. Un vero spettacolo, per la vista e per l’udito!

    Al termine della lettura è intervenuto il professor Carillo. “Si parla del mare inteso come idea”, che trasmette tranquillità e leggerezza, come l’antidoto ad ogni male e la cura ad ogni dolore; ma allo stesso tempo, come la parola greca “pharmakon”, è anche veleno. Le sue enormi fauci spalancate sono pronte ad inghiottire e l’abisso ad avvolgere qualsiasi cosa nella sua oscurità senza fondo. In Omero questa distesa azzurra è sempre descritta negativamente, un esempio è l’aggettivo “apeiron”, che indica qualcosa di illimitato, indescrivibile, una sostanza indefinita richiamata poi dal filosofo Anassimandro. Tuttavia, la parola chiave per descriverla e del convegno è “deinòn”. Il mare è portentoso, ma anche spaventoso. La meraviglia e lo stupore nascono dalla contemplazione della natura, la quale induce la mente a prendere atto del proprio limite; il terrore, invece, prende vita dalla piccolezza dell’uomo, poiché egli è soggetto alla caducità del tempo ed è effimero. Su questa definizione si basa il sentimento del “sublime”, di cui parla Emmanuel Kant nella sua “Critica al Giudizio” e che il professore richiama nel suo discorso.

    I riferimenti letterari continuano. Intramontabile ed emblematica è la figura di Dante con la sua opera, la “Divina Commedia”. In particolare, Carillo ricorda la cantica dell’Inferno, in cui il mare è definito “pelago”, le cui acque profonde, scure e pericolose incutono timore. Un viaggio culturale che approda al racconto “Tifone” dello scrittore contemporaneo Conrad. Un vero e proprio scontro tra l’uomo e la natura, la quale mette alla prova la forza e la fragilità dei personaggi stessi. La tempesta è solo il mezzo tramite il quale l’autore esplora la natura dell’eroismo e anche l’incapacità dell’uomo di controllare il caos.

    Richiamandosi non solo alla sfera della cultura e dell’epos, ma anche alla realtà contemporanea, Carillo conclude dedicando la serata al coraggio di coloro che fuggono dal loro paese per cercare scampo e fortuna altrove, per garantire un futuro migliore ai propri figli senza sapere se riusciranno mai a toccare incolumi una nuova terra.  Un “folle volo”, lo definirei utilizzando il linguaggio dantesco. Le nostre acque sono lo specchio di tutti quei volti che ormai giacciono sul fondo marino e di tutte quelle vite annegate che tentavano disperatamente di salvarsi. Il corpicino di Alan Kurdi è davanti ai nostri occhi. Il mare non li ha risparmiati, divenendo un cimitero di corpi esanimi e sfiniti.

    Il convegno si è concluso con la lettura di una poesia di Erri De Luca dedicata ai migranti e alla loro condizione: una lezione di vita a cui non si può rimanere indifferenti.

  • Il treno della speranza

    Il treno della speranza

    Il primo marzo la città di Torre Annunziata ha ospitato l’autrice del bestseller “Il treno dei bambini”, Viola Ardone, per mostrarle l’ il murales realizzato presso l’ istituto dei Salesiani e ispirato  alla tematica trattata  nel primo libro che dà inizio alla trilogia.  Questa iniziativa è nata grazie all’impegno della libreria Libertà Erboristeria e Biobar Asperula, la quale ha coinvolto alunni, insegnati e dirigenti scolastici creando una vera e propria comunità basata sulla collaborazione e sull’unione. “Fatico a trattenere l’emozione nel vedere la comunità così unita” dichiara Fabio Cannavale, presidente dell’Associazione Libertà. Questo progetto ha reso partecipe il Liceo Artistico e delle Scienze Umane “De Chirico” , l’Istituto Comprensivo “Parini Rovigliano”, l’Istituto comprensivo “Vittorio Alfieri”, il Secondo Circolo Didattico “G. Siani”, la Scuola secondaria Primo grado “G. Pascoli”, l’Istituto Comprensivo “Giacomo Leopardi”, la Direzione Didattica Statale Circolo “C.N. Cesaro”, il Liceo Statale “Pitagora B. Croce” e l’Istituto di Istruzione Superiore “G. Marconi”. Il murales rafforza il legame tra Viola Ardone e Torre Annunziata, dove sono state girate anche alcune scene per la rappresentazione cinematografica del libro.

    La raffigurazione del treno passante per l’Italia fino a fermarsi nella parte settentrionale rappresenta il  viaggio  della speranza di poter trovare una vita migliore, che il meridione nel dopo guerra non poteva offrire.

    Pensare che una storia che ho immaginato io sia diventata un’opera d’arte mi riempie di gioia, è una sensazione bellissima” afferma Viola Ardone.

    “Il treno dei bambini” narra la storia di Amerigo, un bambino del sud , il quale nel 1946 abbandona la città di  Napoli e sale su un treno dopo esser stato strappato dal grembo materno. Assieme ad altri bambini nella sua identica situazione attraversa l’intera penisola e trascorre alcuni mesi con una famiglia del Nord. Amerigo tramite il suo sguardo di bambino di sette anni ci mostra il suo stupore e la sua meraviglia nell’ osservare un’Italia che si rialza dalla guerra. Una storia di separazione, che culmina con il dolore di chi sa che per sopravvivere non può sottrarvi.

    Un libro commovente che allo stesso tempo induce a credere nella speranza di una svolta  e soprattutto di un futuro migliore. Una giornata all’insegna della cultura che ha coinvolto l’intera comunità ed emozionato la scrittrice, andata via da Torre Annunziata con la certezza di avere contribuito  in parte a promuovere un cambiamento a livello culturale nella nostra città

    Paola Cirillo e Rosarita Fattorusso 3AC

  • Alla scoperta dell’incanto

    Alla scoperta dell’incanto

    “[…] Se è vero che tutti possiamo essere << Pellegrini spirituali>>  , è evidente oggi la perdita d’importanza delle discipline classiche che non godono più di alcun riconoscimento sociale. È colpa anche della scuola se sempre più spesso i ragazzi non provano interesse per l’arte, la storia e la bellezza?” Questa è stata una delle domande poste al direttore degli scavi archeologici di Pompei,  dottor Gabriel Zuchtriegel, il 13 dicembre scorso nell’Aula Magna del nostro liceo, dove si è tenuto l’evento per la presentazione del suo libro intitolato Pompei, la città incantata.

     L’ evento, organizzato dalla Dirigente Scolastica, prof.ssa Tiziana Savarese  in collaborazione con i docenti di storia dell’ arte  e moderato dalla prof.ssa Lina Fiordoro,   ha trattato proprio dell’attualità della cultura classica e dell’importanza del suo studio in quanto chiave di lettura del mondo attuale. Attraverso gli interventi dei relatori,  si è fatto un salto indietro nel tempo ed è stata illustrata quella che era la vita quotidiana degli abitanti di Pompei prima della distruttiva eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. All’inizio dell’incontro, infatti, è stato proiettato un video  girato nel Parco archeologico , ideato e recitato dagli studenti ed  è stata rappresentata , così, l’essenza del libro direttamente dal Parco Archeologico, con protagonista un abitante di Pompei del I secolo d.C., interpretato dall’alunno Marco Tortora della 4°C Scientifico.

    Il direttore del Parco, dottor Zuchtrieghel, durante l’evento non si è sottratto alle domande postegli dagli studenti: “Studiare il mondo antico è importante per conoscere le nostre radici ma senza trascurare ciò che è l’oggi, in cui sarebbe impensabile non conoscere la storia del ‘900 o non studiare le lingue straniere e le discipline informatiche che un mondo globalizzato richiede è la sua risposta alla domanda citata all’inizio dell’articolo. Successivamente ha anche spiegato tutto il lavoro impiegato per la scrittura del libro, mentre i tempi venivano scanditi dalle armonie dei ragazzi del Liceo Musicale che hanno eseguito brani che hanno accompagnato i vari momenti  della formazione culturale del direttore, diplomato in pianoforte .

    Un evento emozionante, interessante e soprattutto coinvolgente che ha rapito l’attenzione non solo di docenti e studenti, ma anche dei numerosi cittadini intervenuti all’incontro. La partecipazione degli studenti è stata ammirevole e ha dimostrato  che gli argomenti relativi al mondo classico non sono mai superati anche per le nuove generazioni se riescono a toccare le corde dei sentimenti dei giovani.

  • Gabriel Zuchtriegel: un incontro con la nostra storia

    Gabriel Zuchtriegel: un incontro con la nostra storia

     

    Lo scorso 25 maggio ha avuto luogo, al liceo Pitagora Croce, un incontro con Gabriel Zuchtriegel, direttore del sito archeologico di Pompei, Oplonti e Boscoreale

    Ma chi è davvero Gabriel Zuchtriegel? Ha studiato archeologia classica, preistoria e filologia greca presso l’università di Humboldt di Berlino e, in seguito alla laurea e al dottorato, è diventato nel 2015, direttore del sito archeologico e del Museo Nazionale di Paestum e, successivamente, dal 2021 Direttore degli scavi archeologici di Pompei, Oplonti e Boscoreale

    L’incontro con i ragazzi del liceo è stato quello conclusivo di un percorso di PCTO, intrapreso dagli alunni del “Pitagora – Croce con l’Archeoclub, che prevedeva lezioni di archeologia riguardanti il territorio campano, ma che era aperto a chiunque vi volesse prendere parte.

    Il direttore Zuchtriegel ha da subito affermato di non voler parlare di un argomento specifico, bensì di archeologia in generale, con lo scopo di coinvolgere il più possibile i ragazzi presenti. La presentazione è iniziata proprio da Pompei, con varie spiegazioni sui recenti ritrovamenti , senza, però, mai entrare troppo nello specifico, riuscendo così ad appassionare tutti. Per quanto, a volte, questi argomenti possano sembrare lontani dalla realtà quotidiana , la loro conoscenza  ci permette di guardare al passato e alla storia del territorio in cui viviamo con più consapevolezza e allo stesso tempo ci fa capire che è sempre interessante scoprire da dove proveniamo e quali sono effettivamente le analogie e le differenze con il passato.

    Oltre che di archeologia vera e propria, però, il direttore ha voluto discutere persino di alcuni personaggi storici, e in particolare, di Nerone. Le leggende che circondano questo imperatore sono infatti tante, ma le certezze sono poche . Zuchtriegel ha voluto perciò precisare che questo personaggio così singolare, probabilmente era un uomo di cultura, amante dell’arte e della poesia, a differenza delle narrazioni che lo descrivono come un folle, artefice dell’incendio di Roma. L’ascolto di queste nozioni è stato estremamente piacevole e “leggero” nonostante non sia poi così semplice trasmettere queste informazioni a ragazzi che nutrono altri interessi, magari lontani dal mondo della storia e dell’archeologia. Infatti, tra un racconto e l’altro riguardante la moglie e la madre di Nerone, Zuchtriegel ha divertito tutti i presenti grazie a una “battuta” che vedeva protagonista Agrippina, sfuggita alla morte grazie al suo ingegno e, proprio per questo, le ha voluto dedicare un caloroso applauso da parte del pubblico.

    In seguito, come atto conclusivo dell’incontro, Zuchtriegel ha concesso la parola a noi alunni che, pieni di curiosità, abbiamo potuto ricevere ulteriori informazioni e chiarimenti su ciò che più ci interessava. Nonostante il tempo fosse poco, egli è stato in grado di soddisfare le nostre curiosità e quindi rispondere alle domande in modo esaustivo, mostrandosi estremamente disponile  con tutti. Per noi alunni è stato un onore aver avuto modo di parlare con il Direttore degli Scavi di Pompei, uomo di cultura e sensibile al patrimonio culturale che la Campania  offre, ma soprattutto interessato a quello che noi ragazzi avevamo da chiedere.

    Questo evento sicuramente  ci ha arricchito culturalmente ed eticamente  suscitando in noi  emozioni che custodiremo nel tempo e che contribuiranno a stimolare in noi la curiosità   di  conoscere in modo più approfondito  il nostro passato.

  • ‘La bambina senza il sorriso’ vs ‘La bambina con il sorriso’

    ‘La bambina senza il sorriso’ vs ‘La bambina con il sorriso’

    Il libro La bambina senza il sorriso, scritto da Antonio Menna e pubblicato nel 2020, racconta di come Tony Perduto, giornalista precario presso un  quotidiano napoletano, si sia trovato coinvolto nella ricerca di Carmine Maiorano, commercialista  sparito nei Quartieri Spagnoli. A chiedere l’aiuto di Tony sarà Chiaretta, la figlia dello scomparso, che subito cattura l’attenzione del giornalista per una patologia neurologica che la affligge e le impedisce di sorridere. Il giornalista/detective Perduto comincia a cercare Carmine e riuscirà, alla fine del romanzo, a scoprire una verità più complicata di quel che sembra.

    In occasione dell’incontro con l’autore del libro tenutosi il 14 febbraio scorso, la classe 3AC ha realizzato un “sequel” della storia che comprende sia un lavoro di scrittura della “pagina che non c’è”, in cui si immagina un dialogo tra Tony Perduto e il suo “alter-ego” Carmine Maiorano, sia un’ ipotesi di diversa conclusione della vicenda di Chiaretta e suo padre.

    (La bambina con il sorriso è un’illustrazione di Aida Piscicelli)

    La pagina che non c’è

    Ed è proprio nel momento in cui si stava alzando ed era in procinto di allontanarsi che ho compreso appieno che, probabilmente, quella messa in scena fosse un grido d’aiuto. Allora, con tutto il coraggio e la curiosità che mi hanno sempre contraddistinto e messo nei guai, gli urlo:

    “Cosa intendeva esattamente dicendo che arriva un momento nella vita nel quale o cambi tutto o di te non rimane niente?”

    Nell’esatto momento in cui gli ho posto la domanda mi sono reso conto che, nel profondo, non avrei voluto conoscere la risposta. Forse sarei dovuto andare via, lasciarmi questa storia alle spalle. Non capivo cosa ci fosse che mi legava a Carmine Maiorano, a Chiaretta e a tutte le vicende assurde che li riguardavano. Non comprendevo il motivo per il quale lui riuscisse a voltare pagina, abbandonando la sua vita, e io non riuscissi ad abbandonare lui. “Forse sto giocando solo a fare l’eroe”, mi dicevo. Ma sentivo che non era così. C’è sempre stato qualcosa di più profondo nel mio interesse verso questa storia. Intanto lo vedo avvicinarsi di nuovo a me. Ha un’aria sconcertata, forse non si aspettava questa domanda. Indietreggio il più possibile cercando con gli occhi un’uscita. Forse avrei dovuto farlo prima. Inciampo su una pietra e mi ritrovo seduto lì dove qualche istante prima avevo cercato di avere una conversazione con Carmine. Lui si siede accanto a me, stavolta disposto a parlare, o così mi è sembrato. Mi fulmina con lo sguardo e poi scoppia in lacrime.

    “Tutto ciò che ho sempre desiderato è stato realizzarmi e avere una condizione economica stabile.” Singhiozzava. “Ho conosciuto l’ingegnere Petrillo e pensavo di aver realizzato il mio sogno. Ero molto giovane, spensierato, sognavo di affermarmi nel mio lavoro. Poi le cose cambiano, l’età avanza e le priorità si trasformano. Ho iniziato ad avere il desiderio di crearmi una famiglia. Un giorno l’ingegnere mi ha presentato sua figlia e me ne sono innamorato. Un matrimonio apparentemente felice da cui è nata una bellissima figlia.”

    Mentre Maiorano parla, mi immagino la sua vita, forse un po’ mi ci rivedo in lui. La spensieratezza, la libertà, la voglia di affermarsi. Poi mi rendo conto che forse la mia vita è, in qualche bizzarro modo, legata alla sua. Non trattengo la curiosità:

    “E quindi? La sua vita era perfetta. Perché scappare? Perché abbandonare tutto? Qual è stato il momento in cui ha deciso di tirarsi indietro?”

    Maiorano sembra esterrefatto da tutte quelle domande. Ad un certo punto ho avuto come la sensazione che stesse rivivendo tutta la sua vita per riportare alla mente il momento in cui ha iniziato ad andare tutto male, forse per colpa sua o forse per colpa di altri. Dopo un momento di silenzio imbarazzante ha risposto alla mia domanda.

    “Ci stavo arrivando… ero innamorato, un padre esemplare e un lavoratore responsabile. Però ho sempre avuto un lato oscuro che mi ha caratterizzato sin da bambino. Non ho mai saputo controllare i miei impulsi. Così ho iniziato a tradire mia moglie; a volte sparivo e ritornavo dopo giorni come se non fosse successo niente. Si è aggiunto, poi, il poker ai miei problemi.  Sapevo che era sbagliato, ma non riuscivo a sottrarmi a tutto ciò. Ho rovinato il mio matrimonio e, automaticamente, anche i miei rapporti lavorativi all’interno dell’azienda. Però mi è sempre rimasta una sola cosa, l’amore di mia figlia Chiaretta.”

    A quelle parole, gli occhi di Maiorano sono tornati lucidi e, forse solo in quel momento, si è reso conto di tutto il dolore che ha provocato alle persone che ama.

    “Carmine, io so che non è mai stata sua intenzione quella di fare del male ai suoi cari e so anche come ci si sente ad avere perennemente il fiato sul collo. Io sono considerato da mia madre un sognatore, uno con la testa tra le nuvole e che concretizza poco. Secondo la sua opinione il mio non è un vero lavoro, ma solo un passatempo temporaneo che non mi porterà lontano.”

    Guardo Carmine Maiorano e lo sento sempre più vicino. È la prima volta che qualcuno si interessa realmente al suo stato d’animo.

    “Ho un’amica, Marinella. Forse con lei ho sbagliato tutto. Mia madre dice che dovremmo sposarci.” Questa frase mi strappa un sorriso, ma non so perché. “Lei non mi ha mai giudicato. Mi è sempre stata vicina e ora rischio di perderla a causa della mia indecisione. Qualche volta mi interrogo sui miei obiettivi e, ascoltando la tua storia, mi rendo conto che le priorità sono diverse in base alla persona e alla fase della vita che si sta attraversando. Non posso minimamente immaginare cosa tu stia provando in questo momento, ma tutto ciò che posso dirti è di tutelare Chiaretta.”

    Lo sguardo di Maiorano cambia; è molto più profondo e consapevole. Mi fermo a guardare i suoi occhi e, per la prima volta, mi accorgo della somiglianza tra padre e figlia. Sento un nodo alla gola e sento le lacrime bagnarmi il viso. Carmine mi sorride, si alza e si allontana lentamente.

    Percepisco una fitta allo stomaco mentre Maiorano scompare dietro a un muro e mi sento sollevato. Il mio lavoro è finito. Mi fermo a guardare il mare con malinconia e osservo con commozione il tramonto.

    Il sole scompare ogni giorno nel mare ma, dopo la notte, ritorna sempre a splendere nel cielo… proprio dov’era prima.

    Irene Verniti

     

    La bambina con il sorriso

    Nei Quartieri Spagnoli, a marzo, fin dall’alba, girano con gonfaloni e bandiere inneggianti a una Madonna che chiamano «dell’Arco» bande improvvisate di musicisti. Anche se sono solo le otto del mattino sono già sveglia: ho un compito improrogabile. Suono a quel campanello che ho già visto numerose volte e poco dopo mi apre Tony Perduto, il giornalista che ha scoperto il nostro segreto.

    «Buongiorno» dice. «Prego, accomodati».

    A differenza delle altre volte sembra più deciso e ciò mi destabilizza un po’, ma entro comunque, titubante.

    «Conosci la casa, no?» mi fa. Mi incammino verso il salotto e mi siedo nella stessa poltrona della prima volta. Lui si accomoda di fronte e dopo un po’ comincio a parlare.

    «La disturbo perché vorrei sapere se ha notizie del mio papà».

    «Notizie da me?» dice quasi con tono ironico.

    «Sì. Io non ho avuto nessuna segnalazione».

    «E perché pensi che io ne abbia?» mi domanda, lasciandomi ancor più turbata di prima.

    «Non lo so» rispondo.

    «Hai fatto colazione? Vuoi un bicchiere di latte, qualche biscotto?»

    «No, grazie» rispondo con voce un po’ tremante.

    «Un pezzo di cioccolato?» insiste, come se volesse farmi abbassare la guardia.

    Si alza per andare in cucina mentre continuo a ripetere di no. È frustrante. Mi sento presa in giro.

    Appena tornato mi porge la tavoletta. «Se non la mangi adesso, tienila con te. Magari puoi darla al barbone di via Chiaia, quello con il berretto di lana e i capelli rasta sotto».

    In un primo istante gli punto gli occhi addosso, ma poi li abbasso, in segno di sconfitta.

    «Ci diciamo la verità, Chiaretta? La smettiamo con la recita?» mi dice.

    «Tu sai tutto, no? Fai parte della messinscena. Un bell’accordo con il tuo adorato papà. Che cosa non si fa, se te lo chiede il tuo papà. Vieni da me per l’articolo sul giornale. Poi attacchi i manifestini. Fai finta di essere preoccupata. Perché? Perché così la recita funziona meglio. “Ho smarrito il mio papà.” Attivi le ricerche, ma solo quel tanto che serve. Senza troppo affanno. Chi cerca davvero a Napoli? Nessuno cerca nessuno senza un tornaconto. Ma io sono uscito fuori dal seminato. E mi sono messo a cercare davvero. E ci sono pure arrivato».

    Fa una pausa, come se aspettasse una risposta, ma io non dico nulla. «Sai come ho scoperto tutto?» continua.

    «Grazie a te. Hai fatto ciao al papà con la mano, da dietro la finestra, mentre quella domenica se ne andava via in macchina e cominciava lo show. Sei venuta bene nel filmato della videosorveglianza della libreria, sai? E poi sulla fermata del bus a Bagnoli. Ma come? Sei una bambina! Quante cose si fanno se te le chiede il tuo papà, vero?». 

    Mi alzo in piedi e mi dirigo verso la porta. Sento il mondo crollarmi addosso. Ho deluso il mio papà. Ho deluso me stessa. È tutta colpa mia se non potremo mai essere felici. Mentre sto per uscire, sento una mano sulla spalla che mi ferma.

    «Voglio che tu sappia una cosa, prima di andartene» mi dice. «Nessuno saprà mai nulla di tutta questa storia. Dillo anche a tuo padre. Forse ti vuole portare con lui all’estero. Sono scelte vostre, io non c’entro. Ti avrà mandato per questo. Per sapere. Allora tranquillizzalo. E stai tranquilla anche tu. Non dirò niente. Ho già dimenticato tutto».

    Mi sento più tranquilla, ma chissà se posso davvero fidarmi di lui. Riprendo a camminare, mi avvicino alla porta, abbasso la maniglia, ma poi lui aggiunge. «Sarà il vostro segreto. Fidati di me, per favore». A questo punto mi giro, alzo il viso e mi accorgo che ora c’è anche qualcun altro che riesce a vedere il mio sorriso.

    Un giorno qualsiasi di maggio Chiaretta dopo la scuola non fa ritorno a casa.

    All’inizio i parenti non si preoccupano, perché era già capitato che la loro bambina tornasse più tardi del solito.

    Questa volta però non è stato così.

    Dopo varie ore la mamma di Chiara, preoccupata, la cerca nei posti da lei più frequentati, senza successo. I parenti decidono di denunciarne la scomparsa. Cominciano le ricerche, che durano diversi mesi, ma di Chiara non c’è nessuna traccia. La polizia giunge infine alla conclusione che la bambina doveva essere stata uccisa, come era accaduto anche per il padre, per avere attirato troppo l’attenzione sulla scomparsa di Maiorano. La madre di Chiaretta, dopo aver per lungo pianto la perdita della sua unica bambina, riesce a chiudere questo ultimo capitolo della sua vecchia vita, per aprirne un altro della sua nuova.

    Cinque anni dopo

    Rispetto a quella di Napoli, la primavera ad Edimburgo è molto più fredda, ma quel pomeriggio, mentre Chiaretta torna da scuola, sembra uno dei primi giorni d’estate.
    A casa non c’è ancora nessuno: il padre, Carmine, è ancora a lavoro e non tornerà se non entro un’ora. Da quando si sono trasferiti, ormai cinque anni fa, continua a essere impegnato nell’attività di commercialista, motivo per cui hanno ricominciato la loro vita proprio nella città scozzese.

    Carmine ha da molto tempo smesso di frequentare nuove donne e sta dividendo la sua vita solo tra il suo impiego e Chiaretta. Maiorano è infatti sempre presente nella vita di Chiara: la supporta e la aiuta a perseguire tutti i suoi obiettivi, per far sì che la figlia non senta la mancanza di quello stesso affetto che lui in primis non ricevette da piccolo.

    Maiorano varca la soglia della porta di casa e sua figlia gli corre incontro a braccia aperte. Il padre le dà un bacio sulla fronte e, come ogni volta, si sistemano in soggiorno per raccontarsi le loro giornate. Dopo il rito quotidiano, Chiara va in camera sua e si cimenta nella scrittura di un copione, una delle cose che più ama fare e la fa stare bene da quando ha cambiato vita.
    All’inizio, per lei, non è stato semplice ricominciare tutto in una città diversa: nonostante la solitudine non le fosse nemica, non avere più conoscenze le provocava una certa malinconia. Non percorreva più ogni giorno quelle strade su cui era sempre solita camminare e per giunta aveva paura che potessero trovarla, distaccandola nuovamente dal suo amato padre, suo unico punto di riferimento.
    Con il passare del tempo, Chiara si adattò al nuovo ambiente che la circondava: cominciò ad andare a scuola e sotto consiglio di un insegnante, che voleva si integrasse bene in quel nuovo contesto, si iscrisse in una scuola di teatro, scoprendo così uno dei suoi più grandi talenti.

    Quando era a teatro si sentiva completamente sé stessa e quello era il suo posto felice.
    A teatro, durante una lezione qualsiasi, Chiara incontra anche colei che diventerà una delle persone per lei più importanti.
    Mentre Chiaretta un giorno sta un po’ in disparte, le si avvicina una bambina dai capelli ramati e occhi verdi di nome Meredith.
    «Ma perché non sorridi mai?» le chiede.
    «Io sorrido invece, è che quasi nessuno riesce a vederlo».
    «E come si fa a vederlo?»
    Chiaretta non le risponde, ma da quel giorno in poi Meredith continua a parlarle, avvicinandosi sempre di più. All’inizio a Chiara risulta strano che qualcuno voglia conoscere quella bambina costantemente senza il sorriso, ma poi inizia ad abituarcisi.

    Le due allora cominciano a stare sempre insieme, anche dopo il teatro. Chiara, a mano a mano che impara a conoscere la sua nuova amica, si accorge che Meredith ha un problema opposto al suo. Lei sorride sempre, anche quando non tutto va per il meglio. Con il passare del tempo, però, Chiara riesce a distinguere i momenti in cui l’amica sorride e basta e quelli in cui lo fa per davvero. Poi finalmente un giorno Meredith esclama:
    «L’ho visto!»
    «Visto cosa?» domanda Chiara.
    «Il tuo sorriso».

    Virginia Alvino, Eleonora Reginelli

  • Il mondo sostenuto da una cariatide

    Il mondo sostenuto da una cariatide

    Uomo del XXI secolo sei ferito e non riesci più ad essere uomo.
    Un po’ solo e incompreso, profondamente diffidente e sfiduciato, soffocato da una cappa d’inquietudine e di perenne insoddisfazione, ti sei disabituato a prenderti cura degli altri e anche di te stesso. Spesso, per te, proprio la schiena di chi crolla è un basolo da calpestare per continuare a percorrere la tua strada, e questo fa più male della caduta stessa. Ti comporti come se, in questo modo, potessi arrivare prima o essere migliore. Come se fermarti un attimo per tendere una mano all’altro e poi avanzare insieme ti sottraesse troppa forza o tempo. E siccome il tempo non va sprecato, vai di fretta, sempre. Perché così fanno tutti, perché così dev’essere. Altrimenti non sei al passo con gli altri e, inevitabilmente, vali meno.

    Uomo del XXI secolo corri e sei inarrestabile.
    Non sai più fermarti, ma non capisci nemmeno quand’è tempo di farlo. E se lo fai, è solo per riprendere fiato e ricominciare la tua corsa ostinata verso qualcosa che tu stesso stenti a riconoscere. Anzi, spesso non sai nemmeno di preciso a quale gara stai partecipando. Non sai per cosa stai correndo, cosa c’è ad aspettarti alla fine e se davvero esiste un traguardo da raggiungere. Sei turbato, ma corri comunque, perché tutti corrono. E prendi fiato, ma non ti fermi mai a respirare perché non ti è concesso e stai disimparando sempre più a farlo. Perché essere umano, in un mondo che trascura sempre più l’umanità, che predilige la massa a discapito del singolo, è sinonimo di fragilità, e la fragilità è un lusso che non ti puoi concedere durante la perversa frenesia che caratterizza i tuoi tempi. 

    Uomo del XXI secolo sei smarrito e proprio non riesci a ritrovarti.
    Sbagli tanto, ma non voglio credere che la cattiveria sia insita in te: forse sei soltanto un figlio disgraziato del tuo tempo e anche di quelli precedenti al tuo, che non sono poi così lontani. E, proprio allora, quando si è insinuato dentro di te il male di vivere, qualcuno ha compreso: i filosofi, i poeti, gli artisti ti avevano avvisato: ti avevano detto cosa ti avrebbe fatto del male e come ti saresti sentito. Durante il tuo cammino ti sei imbattuto in quegli spettri terribili del conformismo e dell’arrivismo e li hai preso per oro colato ma hai perso il controllo, sei diventato ateo e nichilista.

    Uomo del XXI secolo, sto parlando a te. 
    Senti: non adattarti al capitalismo, al materialismo, alla massificazione, all’individualismo. Tu sei molto di più. Ribellati alla morsa di ciò che ti paralizza e ti snatura, non farti spingere in basso e non accontentarti dell’inconsistenza e del vuoto. Non replicare il movimento di questi meccanismi atrofizzanti, vai oltre e spingiti al di là della tecnica, che è solo una parte della realtà. È indubbiamente necessaria e ne hai bisogno, ma il mondo è tanto altro e non può ridursi solo a questo e, soprattutto, non puoi continuare ad ignorare quel che è dentro di te, perché prima o poi scoppierà e non riuscirai a controllarne l’impeto. A nessuno più importa la tua anima. Tu, però, curala e non trascurarla. La razionalità e l’utilitarismo non andranno mai d’accordo con la passione ed il coraggio.

    Uomo del XXI secolo, so che non è tutto così semplice e ti capisco.  
    Capisco che è difficile condurre una vita scriteriata e che stenti a comprendere fino in fondo.  
    Capisco che non trovi più il tuo centro di gravità, che non riesci più a distinguere quel che è giusto da quel che è sbagliato e che non sai più come stai. Smetti, però, di subire il mondo passivamente e di rifugiarti negli allucinogeni esiziali e ingannevoli del tuo tempo; non arrenderti all’indifferenza e all’apatia, altrimenti nulla ti distingue da una macchina. 

    Uomo del XXI secolo, credo tu abbia bisogno di una massiccia dose di bellezza per disintossicarti da tutto il grigiore che da tempo offusca la tua vista. Esci da questa gabbia in cui sei intrappolato da un po’ e riscopri il mondo vero: appassionati, amalo e prenditene cura. Fai arte: dipingi, componi, leggi, scrivi. Anche se ti diranno che sogni troppo, che sei fuori dal mondo e che hai troppa fantasia per poter sopravvivere, tu non preoccuparti. Non può capirti chi non sente e non sogna come te. I disfattisti distruggono ciò che non possiedono, gli scettici stentano a credere a ciò che non comprendono: o è bianco o è nero. Tu, però, prova a dipingere anche loro coi tuoi colori: dimostragli che non si può ridurre tutto all’utile e alla pratica, perché ciò significa “viver come bruti”. Dimostragli che niente ha il potere di educarti ed elevarti davvero come fa una forma d’arte. Dimostragli che non si tratta di un marginale modo per dilettarsi, ma è soprattutto un mezzo per guardarsi dentro e costruirsi, è lo strumento per farsi uomini e per essere capaci di sentire, sentirsi e farsi sentire. Il potere ritemprante e catartico dell’arte è ineguagliabile, per questo è capace di resistere nel tempo e di rendere eterno chi l’ha praticata.

    Attraverso l’arte non si muore mai, ma si vive sempre.

  • DA MACHIAVELLI A HOBBES: IL LORO PENSIERO E’ ANCORA ATTUALE?

    DA MACHIAVELLI A HOBBES: IL LORO PENSIERO E’ ANCORA ATTUALE?

    Arrivati al quarto anno di liceo ci ritroviamo a studiare il pensiero di molti autori del passato, fra cui Niccolò Machiavelli e tanti altri: ma cosa avranno da insegnarci ancora? Come attività di classe ci siamo sforzati di riflettere sull’attualità del loro pensiero, cercando di comprendere se tali idee siano applicabili ancora oggi, per poi delineare il nostro prototipo di leader ideale.

    Personalmente, facendo riferimento alla concezione di Machiavelli secondo cui la politica deve essere separata dalla morale, ritengo che la sua sia un’ideologia applicabile solo limitatamente e per determinati casi. Ovviamente per un’analisi del genere dobbiamo mettere un attimo da parte quello che era il fine ultimo della trattazione di Machiavelli: salvare l’Italia da una profonda crisi.

    Innanzitutto penso che al giorno d’oggi sia quasi del tutto inevitabile che un politico non faccia a meno della propria etica. Tuttavia, va detto che ogni persona ha i propri valori morali, che possono differire in tutto e per tutto con quelli di qualcun altro. Questo significa che un politico che si comporta in un determinato modo può sembrare sia morale sia immorale. Per fare un esempio: Salvini è contro la venuta degli immigrati in Italia e per questo vorrebbe chiudere tutti i porti. Agli occhi di chi non la pensa come lui, questo comportamento è assurdo e da condannare, ma per lui stesso e per chi condivide le sue stesse idee, Salvini salvaguarda gli interessi del suo Paese. Da qui si deduce che il senso etico è relativo e, quindi, non so se si possa separare del tutto dalla politica, perché il succo della questione sta a come si interpreta un certo provvedimento politico.

    Considerando ciò, ritengo che il leader ideale sia colui che in alcuni casi porta avanti le sue ideologie e agisca secondo il suo senso morale, ma che in altri è capace di mettere da parte tutto ciò e fare quello che è bene per il Paese: la duttilità, come la intendeva Machiavelli. L’esempio perfetto a mio avviso è la regina Elisabetta II d’Inghilterra.  Più volte i documentari storici e le serie tv hanno parlato del conflitto interiore della regina, fra la sua volontà come semplice donna e i suoi doveri monarchici. Molte volte ha dovuto impedire il matrimonio di sua sorella solo perché l’uomo da lei scelto non corrispondeva agli standard imposti dalle tradizioni della corona: era suo compito difendere l’immagine e la stabilità della monarchia inglese dagli scandali. E’ stata, quindi, capace di trascendere i suoi sentimenti di sorella, comportandosi non da tale ma da sovrana.

    Tuttavia,  non possiamo ritrovare in Italia una tale accortezza governativa. La nostra è una repubblica parlamentare in cui le nostre idee sono rappresentate dai partiti politici, ma ognuno la pensa differentemente da un altro e non si presta molta attenzione all’immagine pubblica che, al contrario, nel caso della regnante inglese è fondamentale per tenere saldo il suo regno. Mentre un monarca deve essere capace di andare oltre la propria morale perché lo Stato è guidato interamente da lui, nella repubblica si assiste spesso a dimissioni e sostituzioni, per cui chiunque può agire come meglio crede in quanto lo Stato italiano non si basa sulla sua identità di singolo ma su altri fattori.

    Tuttavia, possiamo riprendere i pensieri di Machiavelli, e di altri, anche nel nostro Paese. Infatti le leggi riguardo i pentiti di camorra sono un esempio di etica che lascia spazio alla ragione di Stato, secondo cui bisogna accettare l’idea di liberare prima un criminale in cambio di informazioni sulle criminalità organizzate. Perciò la capacità di attraversare il male, laddove sia necessario, a grandi linee possiamo dire che sia ancora presente.

    Un altro altro spunto di riflessione può essere cotituito dalla questione del green pass, una scelta del governo che ha scatenato non poche critiche e disapprovazione. Nella grave situazione dei contagi in Italia i politici erano tenuti a prendere una drastica decisione, anche se essa non veniva, e non viene, approvata dai cittadini. “Homo homini lupus”, diceva Hobbes, che descriveva gli uomini come lupi capaci solo di sbranarsi a vicenda. Secondo Hobbes gli uomini avevano bisogno di un capo che li guidasse ed essi erano tenuti a privarsi del loro diritto alla libertà per fare in modo che, paradossalmente, il sovrano potesse tutelare tale libertà. In un certo senso questo concetto è molto attuale, perché anche se siamo stati privati della libertà di uscire durante la quarantena, di mangiare al coperto o di andare in palestra senza green pass, tutto ciò è volto solo a tutelare noi stessi e chi ci sta intorno, anche se non condivide le nostre scelte.

    In conclusione, anche se per specifici ambiti questi pensieri del passato possono essere anche applicati ai nostri giorni, ma prima dobbiamo svuotarli dei valori del loro tempo e conformarli alla nostra epoca. Riprendere il passato e rinnovarlo, un po’ alla Machiavelli.

  • La importancia del año en el extranjero

    La importancia del año en el extranjero

    Hoy en día, vivimos en una sociedad marcada en gran medida por la ignorancia y el
    cierre mental, de ahí que uno de los métodos para escapar de estas “enfermedades”
    que de una manera u otra infestan la sociedad, sea viajar.
    Cuando se viaja y se conocen nuevas culturas, costumbres y estilos de vida, se
    empieza a pensar y reflexionar de otra manera, nuestros horizontes se amplían
    haciendo que reconozcamos que la diversidad que caracteriza el mundo es su
    belleza mayor.
    Por lo que se refiere a los jóvenes, una de las maneras para hacer estas tipologías de
    experiencia, es realizar un año en el extranjero durante el cuarto año del liceo.
    A mi entender es una experiencia que te mejora la vida bajo diversos aspectos.
    Antes que nada, tienes la posibilidad de aprender casi a la perfección un nuevo
    idioma haciendo amistad con los nativos.
    Por otro lado, comienzas a relacionarte con una nueva cultura, y eso te da la
    oportunidad de llegar a ser más abierto tanto mentalmente como interiormente.
    Lo que me lleva a escribir este artículo es la llegada de María, una chica mexicana
    que ha decidido transcurrir aquí, en Torre Annunziata, su año al extranjero.
    Apenas mi clase y yo supimos que estaba a punto de llegar una nueva compañera,
    pero sobre todo una nueva compañera mexicana, nos entusiasmamos mucho, de
    ahí empezamos a organizarle una pequeña fiesta de bienvenida.
    Adornamos el aula con unos globos, algunas chicas de las clases IV C y IV B
    prepararon unos dulces y tartas para celebrar su llegada y las profesoras realizaron
    una actividad de bienvenida con un power point con algunas diferencias entre Italia
    y México, a la cual María participó oportunamente contando a toda la clase la
    historia del escudo de la bandera mexicana.
    De todas formas, cuando vino todos le dimos la bienvenida festejando un poquito y
    desde entonces todos participamos en su integración ayudándola en esta nueva
    experiencia educativa.
    En todo lo que que acabo de mencionar, querría reiterar que a pesar de que
    desafortunadamente nunca he tenido esta oportunidad, yo pienso que el año en el
    extranjero es mucho más de lo que se suele creer.
    A lo largo de este año se consiguen desarrollar muchos factores que conciernen la
    individualidad de una persona y sus capacidades mentales.

    Además de aprender nuevos idiomas y de estudiar, se aprende a vivir, se llega a ser
    más independiente, se aprende a solucionar problemas por su propia cuenta, se
    aprende a relacionarse con personas con estilos y pensamientos totalmente
    diferentes, de ahí que esta experiencia sea no sólo de estudio sino también de vida.
    Bueno, a modo de conclusión, querría añadir que, a mi parecer, se debería tratar
    más de estos temas en el ámbito escolar, porque puede que muchos alumnos no
    sepan de la existencia de estas posibilidades y también porque de igual modo se
    sensibilizaría sobre este aspecto de la diversidad que puede enriquecer nuestros
    conocimientos y nuestra visión de la vida.

  • Cosa ha da dirci ancora oggi Platone

    Cosa ha da dirci ancora oggi Platone

     

     

    -“Basta! Non voglio più ascoltarti!”

    -“Ma dai, mancano poche pagine e domani devo essere interrogata, che ti costa? Ascoltami!”

    -“Non ci vediamo da una vita e tu mi parli di Platone? Di questo ateniese nato nel 428/427 a.C.? Ma cosa vuoi che me ne importi?”

    -“Senti, io ti sto chiedendo di ascoltarmi e basta, non ti ho chiesto se ti interessa. Prestami un po’ del tuo tempo, non ti chiedo tanto. Platone è attualità e tu nemmeno te ne rendi conto. Credi che di questa figura così lontana mi debba rimanere che si chiamava Aristocle ma fu soprannominato “Platone” per l’ampiezza della fronte o quello che ha detto e sostenuto?”-

    Certe volte con mia cugina litigo per un nonnulla, ma mi infastidisce che lei non comprenda questo aspetto importantissimo: la filosofia non è qualcosa di “antico” o di “superato”, per me, è assolutamente attualità e lo vorrei condividere con lei, ma niente da fare, pensa che io stia per cantilenare le solite informazioni: data e luogo di nascita, spostamenti, figli, mogli, opere, e tanto altro, quei dati che si dicono per far vedere che hai studiato, ma che dopo tre settimane magari non ricordi più. In ogni caso, se ne sta lì, seduta sul divano che guarda sempre l’ombra dei suoi piedi e non mi ascolta. Mi sembra di essere l’uomo che, uscito dalla caverna, torna dagli altri prigionieri per poi sentirsi dire che ha gli occhi “guasti” e magari viene pure deriso. La verità è che nella caverna si sta comodi, si sta bene, essere attaccati alle certezze, che forse non sono nemmeno tali, è rassicurante. Tutti sono rinchiusi nelle caverne, sono poche le persone che riescono ad uscire, a vedere la realtà, perché la maggior parte si affida ai sensi, alle sensazioni, praticamente si ferma alla prima impressione senza considerare il resto. Si ferma alle ombre. Forse non si è abituati alla verità, alle entità reali, ognuno ne avrebbe bisogno a piccole dosi, perché così come non è facile sostenere la luce del sole, non è facile neppure sostenere la verità, o almeno non subito, ma è ciò che serve. Anzi, servirebbe un Platone, magari da immaginare come quello raffigurato da Raffaello nella Scuola d’Atene, che andasse per le strade di tutto il mondo, che raccontasse di nuovo questo mito per far rendere conto alle persone che non tutto ciò che vedono è assoluta verità, che le ombre non sono altro che le imitazioni di cose reali. La gente poi, avrebbe voglia di condividere la luce che riempie gli occhi e dissolve le ombre, preoccupandosi di tutte le altre persone che, per loro, sono ancora incatenate nella caverna.

    -“Platone, nella nostra società, non dovrebbe fare nulla di nuovo, se non ripetersi, e noi chiedere scusa per non averlo ascoltato.”- continuo dicendole- “Tu potresti iniziare a chiedere scusa a me!”

    -“Su, parla! Ma dopo ti dico storia e nessuna scusa.”- Ci stavo riuscendo, ero entrata di nuovo nella caverna, stavo parlando a lei, la prigioniera, e incredibilmente non mi stava deridendo, prendendo in giro; mi stava lasciando entrare in un luogo a cui non ero più abituata. Allora inizio a parlare, a ripetere Platone, a dire quelle informazioni che adesso ricordo e magari domani no, le sue idee, i suoi concetti e lei non si annoiava, non sbadigliava, il sole se n’era andato e lei non guardava più l’ombra dei suoi piedi ma me, stava uscendo dalla caverna: stava cogliendo l’attualità della filosofia ed io ero eccitatissima. Ed eccoci, entrambe, fuori alla caverna, abituate alla luce del sole che riscaldava la pelle, le ossa e anche il cuore.

     

    Lucia Izzo 3B classico

     

     

     

     

  • DANTE DALLA A ALLA Z: M COME MANFREDI DI SVEVIA

    DANTE DALLA A ALLA Z: M COME MANFREDI DI SVEVIA

    “OR LE BAGNA LA PIOGGIA E MOVE IL VENTO”

    L’illustre Dante in questo verso tratto dal terzo canto del Purgatorio della Divina Commedia, si riferisce all’anima purgante di Manfredi di Svevia, collocato nell’Antipurgatorio tra i negligenti morti scomunicati, la cui pena è quella di attendere un tempo equivalente a trenta volte quello vissuto lontano dalla Chiesa. Per la legge del contrappasso, avendo tardato a pentirsi, tali anime, purtroppo, devono attendere prima di iniziare il loro processo di espiazione dei peccati.

    All’interno del canto vi è l’incontro di Manfredi con Dante che non riuscì a riconoscerlo. A quel punto Manfredi si presentò come il nipote di Costanza d’Altavilla e pregò il poeta di riferire la sua condizione alla figlia Costanza. Inoltre gli rivela di essersi pentito all’ultimo momento e che Dio lo avesse perdonato nonostante le innumerevoli colpe.

    Manfredi nacque a Venosa nel 1232 e morì a Benevento il 26 febbraio 1266. E’ stato l’ultimo sovrano della dinastia sveva del Regno di Sicilia.

    Egli ottenne il Regno di Sicilia quando morì il padre Federico II nel 1250, finché non arrivò il fratello Corrado IV che era l’erede legittimo. Alla morte di quest’ultimo si fece incoronare a Palermo re di Sicilia e di Napoli. Il papa Innocenzo IV, che era il tutore di Corradino, figlio di Corrado, lo scomunicò. Manfredi, allora, tentò di riunire intorno a sé i ghibellini contro la Chiesa con lo scopo di impossessarsi della penisola. Il papa Urbano IV, preoccupatosi per l’assemblea dei ghibellini a Montaperti, chiamò Carlo I d’Angiò con lo scopo di fargli occupare il regno. Questi accettò l’invito, scese in Italia e, incoronato re di Napoli, affrontò e sconfisse l’esercito di Manfredi a Benevento dove infine morì. Il suo cadavere, che i soldati avevano sepolto sotto un cumulo di pietre, venne fatto dissotterrare dal vescovo di Cosenza, in quanto era uno scomunicato non degno di sepoltura, e le sue ossa furono sparse oltre il fiume Liri. 

    La figura di Manfredi divenne leggendaria, esaltata dai ghibellini e criticata dai guelfi. Dante nel “DE VULGARI ELOQUENTIA” lo ricorda insieme al padre Federico II per la sua attività alla corte di Sicilia; lo giudicava in maniera positiva anche per il progetto politico di voler instaurare un potere laico in opposizione alla Chiesa, i guelfi. 

    Da sottolineare il fatto che Manfredi si sia presentato a Dante come il nipote di Costanza, madre di Federico II e moglie di Enrico VI, e non come figlio di Federico II. Questo è dovuto, probabilmente, al fatto che la nonna Costanza è posta tra le anime beate del Paradiso, mentre il padre è condannato nel decimo canto dell’Inferno, tra gli eretici e, pertanto, non sarebbe stato opportuno dichiararsi suo figlio.

     

    CIRILLO MICHELA 

    D’AVINO FRANCESCA 

    SCARPA GAETANA        

    IV E scientifico