Federica Piccolo – IV A classico

Quanto siamo disposti a spingerci oltre per difendere la verità? È meglio mettere a rischio la propria vita, ma con la consapevolezza di aver fatto del bene e di non essere diventati schiavi delle ingiustizie oppure è preferibile rimanere in silenzio e aspettare che qualcun altro combatta per ciò in cui crediamo?
Queste sono alcune delle domande che mi sono posta dopo l’incontro con Giovanni Taranto, collega e amico del giornalista Giancarlo Siani, incontro a cui abbiamo partecipato con altre classi del liceo Pitagora – B. Croce, il 22 settembre scorso, in Aula Magna. L’incontro aveva l’obiettivo di mettere in risalto le “cause” in cui Giancarlo credeva e per cui ha combattuto, sottolineando come il suo sacrificio non sia stato vano. Se oggi, a distanza di ben 41 anni da quel fatidico 23 settembre del 1985, ricordiamo e leggiamo la storia del giornalista napoletano, è perché ciò in cui credeva non è finito quando è stato ucciso, ma continua a vivere tra noi attraverso il suo ricordo. L’unico modo per onorarlo è continuare ad impegnarci come cittadini, ma soprattutto come esseri umani, condannando le ingiustizie che avvengono, giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi.

Quando si ricorda una persona come Giancarlo, spesso dimentichiamo che viveva nel nostro stesso mondo e conduceva una vita normale come qualsiasi ragazzo di oggi.
Ascoltava Vasco Rossi ed amava il suo lavoro. Forse il problema è che il suo sacrificio ha offuscato il messaggio più importante che potesse lasciarci, cioè che tutti possiamo difendere la verità e tutti dobbiamo scegliere da che parte stare, ogni giorno. In merito a questa riflessione, il giornalista Taranto ha posto a noi presenti una domanda: ”Giancarlo rifarebbe il suo sacrificio?”

La risposta che ha prevalso, naturalmente, è stata “sì”. Ancora una volta, Taranto ci ha ricordato che Giancarlo era uno di noi e che, probabilmente, avrebbe risposto “non lo so”: una risposta che non costituirebbe un ripensamento sulla sua lotta contro la criminalità organizzata, ma piuttosto sarebbe dettata dalla sofferenza che ha dovuto patire e dal fatto che, da un giorno all’altro, la sua vita gli è stata strappata dalle mani. In fondo, quanti tra noi sarebbero disposti a morte certa per la verità?
La domanda, dunque, nasce: chi è il vero eroe oggi? Colui che agisce, come Giancarlo, nella normalità o colui che, invece, compie atti sconvolgenti?
Ormai è più comodo osservare ciò che accade attorno a noi con un senso di indifferenza che valutarlo per ciò che è. È più comodo stare in silenzio ed aspettare che la legge faccia il suo dovere che dare una mano nel nostro piccolo. Giancarlo, invece, ha scelto la strada più tortuosa: il suo lavoro da giornalista gli richiedeva di riportare le notizie, ma lui è andato oltre, svolgendo a pieno il suo dovere morale da professionista: a lui non interessava tanto lo scoop, quanto cercare la verità e il senso profondo della realtà che lo circondava. “Non guardava solo davanti a lui”, come ha detto Taranto, ma osservava ogni minimo dettaglio: è proprio dietro questi piccoli particolari che si possono svelare grandi verità. In fondo, è proprio questo il senso autentico del lavoro: non si tratta solo di adempiere un dovere specifico o a una mansione burocratica, ma interrogarci e riflettere anche sul suo ruolo etico, ogni giorno. Qualsiasi ruolo sceglieremo di ricoprire più avanti, siamo chiamati a svolgerlo con la piena coscienza e dedizione, proprio come faceva Giancarlo. Per lui quella macchina da scrivere era il suo modo per raggiungere le nostre menti e risvegliarci da ciò che le apparenze ci facevano credere, è diventata il simbolo della nostra libertà di parola e di quanto sia importante esserne consapevoli. La sua era una missione, non un semplice lavoro, e trovava questo senso nella sua esistenza. E dunque, qual è la nostra
missione? Quale dovere e quali valori vogliamo perseguire per noi e per la società in cui viviamo?
Proprio a tal proposito, il giornalista Taranto ci ha domandato: se avessimo la possibilità di battere una frase o qualche parola su quella macchina da scrivere, cosa scriveremmo? Personalmente, coglierei questa riflessione come un invito, diretto a tutti noi, a non essere schiavi della paura, ma a cercare di alzare lo sguardo e guardare con occhi diversi il mondo in cui viviamo, smettendo di crogiolarci nell’indifferenza.




















