Categoria: Politica

  • Budapest volta pagina: Peter Magyar trionfa, finisce l’era Orbàn

    Budapest volta pagina: Peter Magyar trionfa, finisce l’era Orbàn

    Si chiude un’epoca per l’Ungheria. Dopo sedici anni di potere ininterrotto, Viktor Orbán è stato sconfitto nelle elezioni parlamentari dello scorso 12 aprile. A guidare il Paese verso una nuova fase sarà Péter Magyar, leader del partito Tisza, che ha ottenuto una vittoria schiacciante superando ogni aspettativa.

    I dati definitivi delineano un cambiamento radicale: il partito di Magyar ha conquistato la maggioranza dei due terzi dei seggi in Parlamento (137 su 199). Un risultato che gli permetterebbe persino di riformare la Costituzione, modificando le leggi imposte da Orbán per ripristinare l’equilibrio dei poteri. Il partito Fidesz di Orbán crolla invece a soli 56 seggi, segnando la fine di quello che molti analisti definivano un sistema di potere quasi inscalfibile.

    Il nuovo leader, Péter Magyar, non è un volto nuovo della politica, ma un ex membro del sistema Orbán che ha deciso di ribellarsi. Durante la campagna elettorale ha promesso di “liberare l’Ungheria” dalla corruzione e di ripristinare i contrappesi democratici. Il suo programma, infatti, mira alla lotta alla corruzione tramite lo smantellamento delle reti di potere economico legate al precedente governo.

    Il trionfo di Péter Magyar segna un punto di non ritorno. Mentre Viktor Orbán si prepara a guidare l’opposizione, il Paese respira un’aria di rinnovamento che fino a pochi mesi fa sembrava impossibile. Per Budapest inizia oggi la sfida più difficile: passare dalle proteste di piazza alla responsabilità di governo, per dimostrare che un’altra Ungheria è finalmente possibile.

  • Montecitorio vuoto e l’esercizio reale del potere

    Montecitorio vuoto e l’esercizio reale del potere

    È ormai noto che il mondo si trova sulla soglia di un conflitto su scala globale a causa del libero arbitrio di due anziani che – invece di giocare a poker, dar da mangiare agli uccelli o, ancora meglio, trascorrere il resto dei loro giorni in una casa di riposo – hanno deciso di giocare a Risiko con le vite di miliardi di persone. Sembra lo facciano anche per poter gettare fumo negli occhi (o meglio, bombe) alla gente comune, in modo da distrarla dalle loro porcherie e violazioni di ogni codice etico. E non si parla solo di stupro o traffico di esseri umani, ma anche di molto peggio (tutto il materiale lo si trova negli “Epstein files” nei quali, indovinate, non ci sorprende trovare proprio uno dei due vecchi citati prima: Donald Trump).

    Furba la mossa del presidente americano di iniziare un conflitto mondiale per nascondere i propri peccati. Mi riferisco alla guerra scatenata lo scorso 28 febbraio da Stati Uniti e Israele che, arbitrariamente, hanno bombardato l’Iran violando il Diritto Internazionale e hanno ucciso il capo supremo Khamenei. La sua morte di certo non rattrista nessuno, ma ciò che non è giusto è la circostanza in cui è avvenuta: sotto le macerie di un edificio bombardato senza avviso da un attacco terroristico israelo-americano.

    La politica del presidente americano è dunque questa: sporcarsi le mani di altro sangue per coprire quello vecchio, proprio come canta l’artista partenopea Carola Moccia (in arte La Niña):

    D’ ‘e mmane ca’ s’hanno spurcat’
    Sulo atu sanghe ‘e po’ lavà

    (Sanghe, La Niña ‧ 2025)

    Mentre i leader europei fanno il loro lavoro – come ad esempio il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha chiarito la posizione della Spagna, distante il più possibile da questo atto di terrorismo nei confronti del popolo iraniano – la nostra premier Giorgia Meloni (donna, madre, cristiana e italiana) sfugge alle sue responsabilità. Ha dichiarato di non essere stata avvisata dell’attacco (nonostante la presunta amicizia con il presidente americano) e adesso fugge anche dal Parlamento, nel quale non si presenta. Gli unici mezzi di comunicazione scelti sono un’intervista al TG5 e alla stazione radio RTL. Ora, mentre gli italiani aspettano il suo ritorno ai doveri istituzionali, lei ci avvisa che l’Italia invierà armi e concederà l’uso delle basi USA in territorio italiano. Per farlo avrebbe però bisogno del consenso del Parlamento.

    Ammesso che riceva la maggioranza in Parlamento, come può assicurarci che l’Iran non attacchi anche noi? “Non siamo in guerra e non ci entreremo” dice: parole da buon oratore, ma prive di senso, poiché è logico che se forniamo le basi militari ai nemici di uno Stato, quest’ultimo potrà rivalersi distruggendole.

    La democrazia non può essere delegata a un’intervista o a un post sui social. Mentre Montecitorio resta un teatro vuoto, le basi militari italiane si preparano a diventare ingranaggi di una macchina bellica che non abbiamo scelto di attivare. Se la politica rinuncia al confronto parlamentare, rinuncia alla sua stessa funzione. Si tratta di rispetto per quella Costituzione che la premier cita spesso, ma che altrettanto spesso sembra dimenticare. Gli italiani hanno bisogno di rappresentanti che abbiano il coraggio di guardare in faccia il Paese, prima che sia il conflitto a bussare alle nostre porte.

    A questo punto, possiamo davvero chiamarla democrazia se il potere di vita e di morte viene esercitato fuori dalle sedi istituzionali? O siamo solo spettatori paganti di uno spettacolo gestito da altri?

    Antonio Cinquegrana

    IV A Linguistico

  • Referendum costituzionale 2026: l’equilibrio tra giustizia e consapevolezza

    Referendum costituzionale 2026: l’equilibrio tra giustizia e consapevolezza

    Il 22 e 23 marzo 2026 i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi su una delle decisioni più significative e determinanti per l’assetto costituzionale della Repubblica italiana e della magistratura: il referendum costituzionale confermativo relativo alla riforma dell’ordinamento giudiziario approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025. Non si tratta di una semplice consultazione ordinaria né di una scelta politica contingente, bensì di un voto che incide sulla struttura stessa dello Stato, sulla configurazione dei suoi poteri e sull’equilibrio che ne garantisce il governo democratico. Il referendum assume, pertanto, un significato che trascende il mero tecnicismo giuridico. Esso fa riferimento alla coscienza civica di ciascun elettore, chiamato a esprimersi su una revisione della Carta fondamentale che ridefinisce l’architettura della giustizia italiana. In un tempo storico segnato da trasformazioni profonde da una fiducia istituzionale talvolta fragile, questa consultazione rappresenta non solo un atto previsto dalla Costituzione, ma una tangibile prova di responsabilità collettiva e di consapevole partecipazione democratica.

    Cos’è il referendum costituzionale?

    Il referendum costituzionale rappresenta uno degli strumenti più significativi e rilevanti di partecipazione diretta previsti dall’ordinamento italiano ed è legittimato dall’articolo 138 della Costituzione della Repubblica Italiana, che disciplina il procedimento di revisione della Carta fondamentale. Infatti, quando una legge di modifica costituzionale viene approvata dal Parlamento ma non consegue, nella seconda votazione, il consenso dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, la decisione può essere affidata al giudizio del corpo elettorale. Si tratta, dunque, di un fondamentale meccanismo di garanzia: la Costituzione, pur consentendo la propria eventuale revisione, prevede che le modifiche più delicate siano confermate direttamente dal popolo. Nel caso specifico del 2026, il Parlamento ha approvato nell’ottobre 2025 una legge costituzionale di riforma dell’ordinamento giudiziario che non ha raggiunto la soglia qualificata dei due terzi e, di conseguenza, è stato convocato un referendum per i giorni 22 e 23 marzo 2026. Tuttavia, è essenziale precisare che si tratta di un referendum confermativo e non abrogativo: non è richiesto alcun quorum di partecipazione e la riforma entrerà in vigore qualora prevalgano i voti favorevoli.

    Il contenuto della nuova riforma: separazione delle carriere e nuovo assetto costituzionale

    La revisione oggetto del referendum interviene su disposizioni centrali della Parte II della Costituzione, ridefinendo l’organizzazione della magistratura ordinaria. Il fulcro della riforma è la cosiddetta separazione delle carriere tra magistrati giudicanti, cioè coloro che esercitano la funzione di giudice, e magistrati requirenti, ossia i pubblici ministeri (PM). Nell’assetto attuale, nonostante la chiara distinzione delle due funzioni, entrambi appartengono al medesimo ordine e possono, a determinate condizioni, transitare da un ruolo all’altro nel corso della carriera.

    La riforma propone, invece, una netta distinzione tra i due incarichi sin dall’accesso alla magistratura, prevedendo percorsi professionali separati e non interscambiabili.

    Coerentemente con tale impostazione, verrebbe modificato anche l’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), organo di autogoverno della magistratura, che sarebbe sostituito da due distinti Consigli, ciascuno competente per una delle due categorie di magistrati.

    Inoltre, la riforma prevede l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, cui verrebbero affidati i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, con l’intento di rafforzare l’imparzialità e la trasparenza nella valutazione delle responsabilità disciplinari.

    Il dibattito pubblico sul referendum e significato costituzionale del voto

    Il dibattito sul referendum costituzionale ha assunto fin da subito una dimensione ampia e complessa, animando il confronto tra esponenti politici, magistrati, studiosi di diritto costituzionale e opinione pubblica. Il fulcro del confronto è la proposta di separazione delle carriere, che ha dato origine a orientamenti divergentie talvolta nettamente contrapposti.

    I sostenitori del “Sì” interpretano tale riforma come un intervento volto a rafforzare la chiarezza degli assetti istituzionali. A loro avviso, una distinzione netta tra il percorso professionale del giudice e quello del pubblico ministero contribuirebbe a consolidare la percezione di imparzialità del giudicante.

    Di diverso parere sono i sostenitori del “No“, i quali considerano la Costituzione italiana fondata sull’unità della magistratura come principio di indipendenza rispetto al potere esecutivo.

    Secondo questa prospettiva, la separazione delle carriere potrebbe alterare equilibri consolidati, incidendo sull’autonomia del pubblico ministero e modificando in modo significativo la struttura originariamente voluta dai Costituenti. Inoltre, altri osservano che la riforma non interviene direttamente sull’efficienza giudiziaria e sulle criticità strutturali, come la durata eccessiva dei processi o l’insufficienza delle risorse. Il dibattito, pertanto, non si riduce solo a una mera contrapposizione ideologica, ma suscita profondi interrogativi.

    Quale configurazione dell’ordine giudiziario è in grado di garantire al meglio i diritti essenziali di un cittadino? Quale equilibrio tra autonomia e responsabilità appare più coerente con i principi sanciti nel 1948?

    Oltre tutto ciò, è obbligatorio ricordare l’importanza assunta dal voto. Quest’ultimo non rappresenta solo una preferenza formale tra “Sì” e “No”, ma significa confrontarsi con la fisionomia stessa dello Stato, con l’assetto dei suoi poteri e con il modo in cui la giustizia si relaziona ai cittadini. La Costituzione non è un testo immutabile, ma un patto dinamico che può essere aggiornato mediante scelte ponderate, fondate su conoscenza e senso critico.

    Dunque, il referendum del 2026 invita ciascun cittadino a riflettere sul modello di giustizia che ritiene più conforme ai principi di imparzialitàindipendenza e tutela dei diritti. In una democrazia autentica, la sovranità popolare non è un enunciato astratto, ma un esercizio concreto di discernimento consapevole.

    Roberta De Rosa IV E Scientifico

  • ICE

    ICE

    di Alessandro Angrisani, Francesco Maria Maresca, III A classico

    Nei primi giorni del 2026, la città di Minneapolis (Minnesota,USA) è stata il palcoscenico di proteste diffuse, critiche pubbliche avverse all’uso della forza federale da parte di agenti dell’immigrazione . Infatti durante una grande operazione di controllo sull’immigrazione due civili statunitensi sono stati uccisi da agenti federali

    Il corpo nazionale al centro di tutto questo è l’ICE, “Immigration and Customs Enforcement”, un organismo federale degli Stati Uniti che fa parte del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS). Il loro compito principale è far rispettare le leggi sull’immigrazione e sulle dogane e combattere crimini. 

    LE VITTIME  

    RENEE NICOLE GOOD (UCCISA IL 7 GENNAIO)

    Renee Nicole Good, cittadina statunitense e madre di tre figli, è stata uccisa durante un’operazione federale dell’Ice nel gennaio 2026. Gli agenti hanno detto di aver aperto il fuoco ritenendo di essersi trovati dinanzi ad una minaccia. Testimonianze e analisi video hanno mostrato che Good non stesse aggredendo gli agenti né brandendo un arma. La sua morte ha provocato numerose proteste e tensioni nella città.

    ALEX PRETTI (UCCISO IL 24 GENNAIO)

    Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva e cittadino americano è stato ucciso nella giornata del 24 gennaio 2026 da agenti dell’U.S. Border Patrol. La situazione è iniziata quando alcuni agenti avevano cercato di entrare in una pasticceria per arrestare un uomo. Pretti stava osservando e filmando con il suo telefono, e aveva anche tentato di dirigere il traffico per evitare pericoli. Video disponibili mostrano agenti che spingono e spruzzano agenti chimici su Pretti e su altre persone, lo spingono a terra e tentano di immobilizzarlo. 

    Secondo la versione ufficiale del dipartimento della sicurezza interna (DHS), Pretti si sarebbe avvicinato con un’arma da fuoco e avrebbe reagito in modo violento, ma molti testimoni e analisi video confutano questa versione, sostenendo che non stesse minacciando gli agenti e che stesse invece filmando e cercando di aiutare altre persone. Il caso ha suscitato forti critiche, proteste e un’indagine del dipartimento di giustizia per violazioni dei diritti civili

    LE DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE DONALD TRUMP

    In un’intervista con latelevisione NBC, Trump ha dichiarato che le sparatorie di Good e Pretti sono “molto tristi” e ha aggiunto che questi incidenti “non dovrebbero essere accaduti”. Il presidente ha affermato di non essere soddisfatto delle due uccisioni, pur sottolineando che né Pretti né Good erano «angeli». Anche secondo Trump, però, questo non giustifica le circostanze in cui sono stati uccisi. Sull’Ice Trump si è espresso criticando l’avvenimento accaduto e gli agenti federali stessi che avevano svolto “un lavoro fenomenale” in altri contesti.

  • A Boscoreale no al referendum a colpi di mimose

    A Boscoreale no al referendum a colpi di mimose


    Racconto dell’incontro del comitato del no all’auditorium boschese; tra gli ospiti, magistrati, lo scrittore Maurizio de Giovanni e l’attore Marzio Honorato

    Nell’auditorium del Parco Vesuvio, attaccato al Museo del Parco Nazionale e propinquo all’ Antiquarium e a Villa Regina, sono ospiti Maurizio De Giovanni, uno degli scrittori italiani di maggiore successo della nostra epoca nonché intellettuale rispettato, i magistrati Giuliano Caputo e Maria Concetta Criscuolo, il giornalista di Repubblica Antonio Corbo e, a sorpresa, l’attore Marzio Honorato, volto noto della fiction di Rai 3 “Un posto al sole”. A condurre la discussione è il giornalista e storico locale Carlo Avvisati. Presenti esponenti delle associazioni che hanno organizzato l’incontro, tra cui il “Melograno”, “Libera”, “Nuovo Vesuvio”, “la Stazione”, “Cgil Spi” ed altri ancora, oltre al sindaco di Boscoreale Pasquale di Lauro e a quello di Boscotrecase, Pietro Carotenuto.

    Tutti riuniti per dire no alla proposta di revisione costituzionale presentata dal governo che prevede la definitiva separazione delle carriere tra pm e giudici, la scissione del csm in un organo giudicante ed un altro requirente e la creazione di un’Alta Corte disciplinare che dovrà giudicare l’operato dei giudici. Inoltre, se passasse la riforma, i membri di questi organi non sarebbero più eletti, ma sorteggiati: la parte togata tra tutti i magistrati d’Italia, quella laica da un elenco di professori di diritto e avvocati deciso dal parlamento.

    L’auditorium è discretamente pieno, 200 persone e più; davanti al tavolo dei relatori è in mostra una simpatica composizione di mimose disposte a formare un grande “ NO”. Sono venuto qui, appena uscito da scuola, perché mi sembrava un miraggio un incontro del genere, che prometteva, dalla stessa locandina, di andare oltre gli slogan, cosa più che mai rara in una vergognosa campagna referendaria in cui, da un lato, chi è per il no predica il ritorno al fascismo senza quasi mai entrare nel merito del perché il sistema giudiziario perderebbe la sua autonomia se passasse la riforma, dall’ altro chi è per il sì non fa altro che prendere ogni singolo caso di cronaca per attaccare a caso la magistratura, mandando il dibattito ancora più in caciara.

    Inizia a parlare Avvisati, che espone i principali argomenti del no: la riforma non è altro che un attacco spudorato alla Costituzione, partorito dai nipoti del ventennio e concepito dalla loggia massonica P2 negli anni ’80. Si inserisce in un disegno di indebolimento della democrazia, attuato da parte di un governo che, con la proposta del premierato, vorrebbe indebolire anche il presidente della Repubblica.
    Primo intervento quello del notaio Peppe Pirozzi, il quale afferma che la distinzione tra pm e giudici è inutile: “basti guardare all’alto tasso di assoluzioni, oggi il giudice non da ragione al pm solo perché è un suo collega. Per non parlare dei costi triplicati per i nuovi organi, che potrebbero essere investiti nell’assunzione di nuovi magistrati, che nel nostro paese sono sotto la media europea.”
    Prende in seguito la parola il magistrato Caputo. Dichiara che preserverebbe la formazione comune dei magistrati, che arricchisce il sistema giudiziario, non lo divide in compartimenti stagni. Ai fautori del no che dicono che non vorrebbero mai essere operati da un anestetista ma da un chirurgo, risponde che gli piacerebbe una persona che sapesse fare entrambe le cose. Si irrigidisce quando parla della questione del sorteggio che definisce: “truccato, perché tra la componente togata è puro, mentre tra quella laica limitato ad un elenco scelto dalla maggioranza. L’unico emendamento di questa proposta blindata che è stato sottoposto alle opposizioni proponeva di abolire addirittura il sorteggio tra i laici. C’è un evidente intento di sbilanciare i poteri, come ha asserito lo stesso ministro Nordio che alle opposizioni ha detto sfacciatamente che converrà anche a loro quando un giorno andranno al governo. Per non parlare dell’alta corte; non ci saranno meno errori, solo più condizionamento.”
    Arriva poi finalmente il turno dell’atteso de Giovanni. “I padri costituenti avevano bene a mente la memoria del ventennio e hanno pensato al sistema così com’è per evitare si tornasse al passato. Se vincesse il sì chi glielo farebbe fare ad un giudice a pronunciarsi contro un imputato potente, con tutti questi nuovi organi di controllo? Inoltre non è chiaro come sarà composto l’elenco dei laici. Basterà una legge ordinaria a stabilirlo e sappiamo chi ha la maggioranza.” L’auditorium è in ovazione quando dichiara “Questo non è un no ad una riforma della giustizia, ma un no all’intrusione dei governi nella vita quotidiana. L’Italia ha una pancia fascista. Non possiamo fare un buco nel muro della Costituzione aprendo la strada a quel mondo”.

    Marzio Honorato invece si chiede perché il governo ci tenga tanto a cambiare la giustizia. “Vogliono pararsi da tutte le malefatte che stanno facendo, da tutti i soldi che ci stanno rubando come per il ponte di Messina e tutte le altre opere che non verranno mai realizzate.”
    Ma l’intervento più infuocato è appassionato è quello della magistrata Criscuolo, gip a Torre Annunziata. “Nonostante i numerosi tentativi di eversione, la democrazia ha retto, preservata anche da questa classe di magistrati, contro cui la politica inneggia all’odio. Questo referendum è il risultato di trent’anni di erosione delle istituzioni. La deriva della democrazia ci chiama ad essere partigiani”.
    Dubbioso su alcuni temi, mi avvicino proprio alla Criscuolo alla fine dell’incontro, per tentare di approfondire il motivo per cui il meccanismo del sorteggio implichi la perdita di autonomia della magistratura. Molto gentile, mi risponde :“è come se i rappresentanti del tuo istituto venissero non più eletti ma sorteggiati a caso. Non tutti hanno la stessa motivazione o forza di rappresentare un’intera categoria, da cui non sono stati neanche scelti. Perché, tra tutti gli organi, solo la magistratura dovrebbe essere sorteggiata?”
    Esco felice dall’evento, non tanto perché mi abbia convinto o meno sulla bontà di una posizione, ma perché per la prima volta ho visto una vera trattazione dei contenuti della riforma. Mi chiedo se fosse appropriato indire un referendum su una materia tanto grigia e specialistica che la maggior parte dei cittadini non ha le competenze di comprendere.

    E pare che la politica stia facendo di tutto affinché continuino a non averle.





  • Un Paese che dimentica, una Resistenza che resiste

    Un Paese che dimentica, una Resistenza che resiste

    Chiunque, fuori del caso preveduto dall’art. 1, pubblicamente esalta esponenti, principii, fatti o metodi del fascismo oppure le finalità antidemocratiche proprie del partito fascista è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a lire 500.000. La pena è aumentata se il fatto  è commesso col mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione o di propaganda. La condanna importa la privazione dei diritti indicati nell’art. 28, comma secondo, n. 1, del Codice penale per un periodo di cinque anni.

     Legge Scelba, articolo 4 (1952)

     

    Nelle ultime settimane si sono verificati, purtroppo non di rado, spiacevoli eventi. Infatti, mentre alcuni festeggiavano l’anniversario della liberazione d’Italia dai nazisti avvenuta nel 1943 in maniera “sobria”, ad Ascoli Piceno, nelle Marche, una cittadina ha deciso di affiggere al proprio panificio un lenzuolo bianco con l’iscrizione in rosso “25 Aprile buono come il pane, bello come l’antifascismo”.

    Questo striscione ha fatto molto scalpore sui social, poiché la proprietaria dell’attività, Lorenza Roiati, sarebbe stata identificata per ben tre volte da diversi agenti di polizia. Sono persone come Lorenza Roiati quelle che dovrebbero essere chiamate “Cittadino”, ovvero coloro che lottano, nonostante tutte le intimidazioni e identificazioni, contro l’apologia fascista.

    Il 26 aprile 2025, circa cento persone si sono radunate a Como per commemorare la cattura di Benito Mussolini, avvenuta mentre tentava la fuga verso la Svizzera. Nonostante l’iniziativa fosse una chiara celebrazione del fascismo, le forze dell’ordine hanno preferito proteggere i manifestanti neofascisti con cordoni di sicurezza, mentre hanno proceduto ad identificare coloro che si sono dichiarati apertamente antifascisti.

    L’ennesima manifestazione neofascista si è verificata anche la scorsa sera, 29 Aprile, a Milano. Qui centinaia di persone si sono nuovamente riunite, come consuetudine, per ricordare l’uccisione di Sergio Ramelli (studente ucciso nel 1975 da esponenti del partito di estrema sinistra). La manifestazione, come prevedibile, è diventata l’ennesima scusante per commemorare il fascismo.

    Durante la manifestazione neofascista, un uomo ha suonato dal balcone di casa sua “Bella ciao”, l’inno partigiano. Un gesto solitario, ma che risuona come un “fiat lux” in un clima cupo: una speranza per l’Italia, memoria viva della resistenza. L’uomo è stato offeso dai manifestati e intimorito, ma lui, cittadino doc, ha continuato orgoglioso ad intonare l’inno.

    Lo Stato, e più in generale i suoi cittadini, devono abbandonare e lottare contro questa forma mentis del tutto sbagliata i cui principi sono tutto l’opposto della nostra Costituzione che sono: libertà, uguaglianza, pari dignità e tutela dei diritti umani e inviolabili.

    «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

    XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana

    Antonio Cinquegrana

     IIIA Linguistico

     

  • L’ETA’ DELL’ORO

    L’ETA’ DELL’ORO

    “Sogneremo con coraggio e nulla ci ostacolerà perché siamo americani, il futuro è nostro e la nostra età dell’oro è appena iniziata. Che Dio benedica l’America! ”, dal discorso di insediamento di Trump
    Lo scorso 20 gennaio 2024 gli americani hanno eletto, con un secondo mandato, il loro 47° presidente, Donald Trump, imprenditore americano e uno dei 500 uomini più ricchi al mondo. Quando, quasi dieci anni fa, Trump annunciò la sua prima candidatura, i suoi sfidanti, così come la gran parte dell’opinione pubblica, lo accolse considerandolo come una specie di “clown” in cerca di pubblicità. Proprietario di numerosi alberghi di lusso, era, infatti, all’epoca, il protagonista di un fortunato reality show. Fu considerato, quindi, una figura che, non avendo nulla a che fare col mondo politico, come una meteora sarebbe svanito velocemente. I fatti hanno dimostrato l’esatto contrario: Donald Trump venne eletto presidente degli Stati Uniti d’America nel 2016 e, nonostante abbia dovuto affrontare negli anni successivi a questa sua vittoria una serie di scandali e battaglie legali che avrebbero stroncato la carriera di chiunque (si ricordi, una fra tutte, l’incriminazione per l’assalto a Capitol Hill -Washington), il leader repubblicano è riuscito a riconquistare la Casa Bianca per la seconda volta, grazie ad un sostegno popolare che, anziché diminuire, è paradossalmente aumentato. Come può un “clown presuntuoso” fare tanti proseliti e soprattutto perché il popolo americano lo sostiene nonostante il pesante fardello di scandali che ha macchiato la sua reputazione?
    Anche se ritratto in maniera molto spesso folkloristica, Donald Trump è, al contrario, un uomo molto scaltro, arguto e intelligente, capace non solo di trasformare il modo di fare politica, ma che ha saputo usare anche a suo vantaggio la crescente sfiducia del popolo americano nei confronti delle istituzioni e delle figure politiche tradizionali.
    In primo luogo ha sfruttato al massimo e in maniera strategica i social media, utilizzandoli per coinvolgere quotidianamente le masse. Anche dopo la sconfitta del 2020, infatti, è rimasto in contatto con i suoi elettori, riuscendo così a scavalcare l’opinione della stampa americana, che buttava fango sulla sua reputazione.
    Ha utilizzato, poi, a suo favore, il malcontento popolare, quello che bruciava sotto la cenere; quello di cui il Partito Radicale di Biden non si accorgeva perché troppo impegnato a sostenere una politica fortemente pro- globalizzazione e pro- delocalizzazione dei posti di lavoro, causa, secondo l’opinione pubblica, dell’impoverimento e del declino del paese. Trump si è schierato dalla parte di tutte quelle persone che, anche se provenienti da diverse situazioni sociali, si sentivano ignorate; ha dato loro voce e un nemico comune da combattere: i migranti, la Cina, le imposizioni globali e così via. Con il suo linguaggio crudo e diretto, ha fomentato e attirato tutti coloro che si sentivano traditi da una politica inconcludente, rendendoli suoi fedeli sostenitori. Ha poi messo in prima linea gli interessi statunitensi a discapito di quelli globali, mettendo in discussione anche l’autorità di organizzazioni internazionali come la Nato e l’Oms.
    Ma gli elettori che hanno sostenuto con assoluta convinzione Trump sono davvero d’accordo con i provvedimenti che quest’ultimo sta attuando da poco meno di un mese dalla sua entrata nella Casa Bianca? Era questo che volevano? Perché una cosa è certa: Trump non ha perso tempo.
    Infatti, subito dopo il suo giuramento alla Casa bianca ha firmato una serie di provvedimenti, concretizzando le sue promesse elettorali. Il primo deciso schieramento è stato quello nei confronti del nemico principale: il Messico. Ha proclamato l’emergenza al confine con quest’ultimo, potenziando i controlli; ha soppresso un’agenzia che aiutava gli immigrati clandestini a ritrovarsi; ha abolito lo “ius soli” per tutti quei bambini nati sul territorio americano da immigrati irregolari o con permesso temporaneo; ha mostrato il pugno di ferro contro i Narcos messicani, preparando il terreno a possibili azioni militari oltre confine e, per assurdo, ha deciso che con lui il “Golfo del Messico” si chiamerà “Golfo d’America”.
    Ha poi ribadito che durante il suo mandato esisteranno solo due sessi, uomo e donna, abolendo tutte le leggi in contrasto con questa decisione e prendendo provvedimenti in materia gender e minoranze; ha ripristinato la pena di morte per i crimini federali; ha concesso la grazia agli assalitori di Capitol Hill e, schierandosi con i negazionisti climatici, ha permesso e aumentato l’estrazione di idrocarburi, abolendo le norme che permettevano la diffusione di auto elettriche.
    Dulcis in fundo, per non farsi mancare nulla, con una serie di proclami ha dichiarando che l’America intende uscire dall’Accordo sul clima di Parigi, dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) così come intende rivedere la politica dei dazi sull’Import.
    Questa è solo una parte dei provvedimenti che intende portare avanti, e quindi cosa ancora dobbiamo aspettarci ancora da quest’uomo che, pur esprimendosi in maniera folkloristica, prende decisioni che avranno ripercussioni sul mondo intero?
    Una cosa è certa, questa è “l’Era di Trump”, cominciata in sordina otto anni fa e destinata a cambiare il mondo.
    Paola Lanzetta V Am
  • UN SORRISO DI SPERANZA: LA TREGUA TRA ISRAELE E PALESTINA

    UN SORRISO DI SPERANZA: LA TREGUA TRA ISRAELE E PALESTINA

    Negli ultimi mesi  il conflitto tra Israele e Palestina ha raggiunto un punto critico, suscitando preoccupazione a livello globale. Tuttavia, una recente tregua ha aperto la strada a nuove speranze per una risoluzione pacifica. Questa tregua, accolta con entusiasmo da entrambe le parti, rappresenta un’opportunità unica per ricostruire i legami e promuovere un dialogo costruttivo. Il Gabinetto di sicurezza israeliano ha dato un parere positivo sulla proposta di creare un  accordo per la sospensione della guerra tra Israele e Palestina, affinché venga cessato il fuoco nella Striscia di Gaza. Gli Stati Uniti sono molto fiduciosi per quanto riguarda l’entrata in vigore dell’accordo. Verranno allestite tre fasi:

    • La prima fase della tregua, che avrà una durata di sei settimane, prevederà il rilascio di trentatré ostaggi israeliani in cambio di centinaia di prigionieri palestinesi, un incremento dell’assistenza umanitaria e il ritiro delle forze armate israeliane dalle aree ad alta densità;
    • La seconda fase comporterà il rilascio degli ultimi ostaggi e il totale ritiro dell’esercito israeliano;
    • La terza fase si focalizzerà sulla ricostruzione della Striscia di Gaza e sulla restituzione dei corpi degli ostaggi che sono deceduti in prigione.

    Proprio oggi, domenica 19 gennaio, la Palestina ha consegnato i primi tre ostaggi alla Croce Rossa: le condizioni degli ostaggi sono stabili, stando a un primo esame medico. Sabato prossimo verrà rilasciato il secondo gruppo di ostaggi israeliani.  Inoltre la sospensione del conflitto ha permesso all’Unicef di trasferire a Gaza risorse primarie come acqua, kit igienici, cibo e vestiti invernali. Bisogna garantire un accesso sicuro agli operatori umanitari, affinché i rifornimenti possano facilmente raggiungere tutti i bambini che sono in difficoltà. È di fondamentale importanza che entrambe le parti si impegnino al massimo nel processo di negoziazione e che la comunità internazionale continui a sostenere questi sforzi. Solo attraverso il dialogo e la comprensione reciproca sarà possibile costruire un futuro in cui israeliani e palestinesi possano vivere fianco a fianco in pace e sicurezza. Ci sono state troppe morti: è tempo di cambiamento!

     

    Ludovica Paduano e Miriam Guarro III A scientifico

     

     

  • Serena Bortone: condannata per aver esercitato un suo diritto

    Serena Bortone: condannata per aver esercitato un suo diritto

    Art. 21:

    “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”

     

    Pochissimi giorni fa nel corso del famoso programma “Che sarà” in onda su Rai Tre di Serena Bortone, la conduttrice ha lamentato il fatto che la lettura da parte di Antonio Scurati di un suo monologo, in occasione del 25 Aprile, prevista per quella puntata, era stata annullata senza un apparente motivo.

    La denuncia della giornalista era già avvenuta tramite il suo profilo Instagram, nel quale aveva dichiarato: “[…] Non sono riuscita ad ottenere spiegazioni plausibili. Ma devo prima di tutto a Scurati […] e a voi telespettatori la spiegazione del perché stasera non vedranno lo scrittore in onda sul mio programma su Raitre. Il problema è che questa spiegazione non sono riuscita a ottenerla nemmeno io”.

    Nonostante questo tentativo di censura, seguito dalla calunnia, secondo cui Scurati non si sarebbe presentato in trasmissione per una mera questione di denaro, la conduttrice ha deciso di leggere lei stessa il testo, sia per dare giustizia all’operato dello scrittore, sia per godere fino in fondo del suo (e nostro) diritto alla libertà d’espressione. Il monologo di Scurati, infatti, non è affatto un testo volto ad infamare i vertici del governo, raccontando cose non vere. E’ al contrario una radiografia del nostro Paese, della storia che lo ha caratterizzato e del percorso che, purtroppo, sta portando tale storia a ripetersi, tramite i valori professati e le azioni perpetuate dai nostri politici.

    Le parole di Scurati volevano essere un promemoria per tutti noi, per ricordarci che nel fascismo non vi è nulla di intemerato o patriottico, ma solo esecrazione e crudeltà. “Valori” come la violenza, l’oppressione della libertà altrui, la menzogna, andrebbero ripudiati da tutti, indistintamente dal proprio orientamento politico. Ma purtroppo finché la parola “antifascismo, non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà ad infestare la casa della democrazia Italiana”

    A confermare quest’affermazione posta a conclusione del monologo, il giorno dopo la lettura da parte di Serena Bortone, è stata annunciato che sarebbero stati presi presto dei provvedimenti disciplinari nei suoi confronti, e che il programma avrebbe rischiato la chiusura a giugno. Ancora una volta, quindi, il governo si aspetta che la Rai e, in generale, qualsiasi mezzo di comunicazione presente in Italia, sia asservito alla sua volontà e che celi le verità storiche e contemporanee.

    Il caso di Serena Bortone è solo uno dei tanti episodi di censura attuati dal governo, e molto probabilmente non sarà nemmeno l’ultimo. I vertici del potere ce la stanno mettendo tutta per farci credere di vivere nel loro Paese dei balocchi, costruito sulla base delle loro bugie. Ma fino a quando la libertà di espressione verrà sabotata e messa al bando, la nostra resterà solo la “Penisola della Costituzione che non c’è”, perché la democrazia italiana potrà essere definita tale, soltanto quando la nostra Costituzione non sarà più considerata solo un pezzo di carta!

    Antonio Cinquegrana

    II A Linguistico

  • COSPITO, CHI È E PERCHÉ È DIVENTATO UN CASO

    COSPITO, CHI È E PERCHÉ È DIVENTATO UN CASO

    Nato a Pescara nel 1967, Alfredo Cospito è ritenuto uno degli elementi di spicco del mondo anarchico italiano.

    Redattore del foglio anarchico rivoluzionario Kn03 (la formula chimica del nitrato di potassio, uno degli elementi per creare un fumogeno), che non circola più dal 2008, con la compagna Anna Beniamino – detenuta nel carcere romano di Rebibbia – ha creato un gruppo, che proprio da quella pubblicazione prendeva il nome. Dagli investigatori è considerato uno dei leader della Fai, la Federazione anarchica informale, movimento composto da vari gruppi dediti all’intimidazione armata rivoluzionaria e ritenuto dagli inquirenti un’associazione per delinquere con finalità di terrorismo.  Cospito è in carcere già da 10 anni, accusato di svariati attentati, ma ciò che ha scaldato l’opinione pubblica e giudiziaria è che sia stata disposta per lui la detenzione in regime 41-bis, una misura detentiva che prevede la reclusione in isolamento, senza alcun contatto con l’esterno.

    Cospito è il primo anarchico a finire al 41-bis, misura disposta lo scorso maggio per quattro anni. Dopo aver portato avanti un lungo sciopero della fame contro il regime di carcere duro e l’ergastolo ostativo, il Tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto il ricorso della difesa e l’anarchico rimane tuttora al 41bis.

    Sul caso Cospito è intervenuto anche il parlamentare Giovanni Donzelli, accusando alcuni deputati del Pd di aver incoraggiato il detenuto, dopo una visita nel carcere di Sassari. A riportare a Donzelli il contenuto di alcune conversazioni il sottosegretario Delmastro, attualmente rinviato a giudizio dal Gup di Roma nell’ambito del procedimento che lo vede accusato di rivelazione del segreto d’ufficio.

    Il caso in questione ha sollevato una serie di dubbi, di natura giuridica e morale, sulla efficacia e anche sulla legittimità di una pena che, seppure riservata ai reati gravi, sembra ledere ogni diritto umano e sembra venir meno al principio costituzionale della rieducazione del condannato.

    COSA PENSANO GLI ITALIANI DEL CASO COSPITO E DEL CARCERE DURO?

     Noi studenti della VASA del “Liceo Pitagora- Croce” abbiamo deciso di trascorrere una giornata nel magnifico e vivace centro di Napoli, per un’intervista-sondaggio, mirata a testare non solo la reale portata mediatica del caso, ma anche la conoscenza della legge in questione e del dibattito da essa scaturito, ovvero a quale principio dovrebbe rispondere una pena giudiziaria.

    Abbiamo posto ben 7 domande. Di seguito sono riportati i grafici e i dati delle persone intervistate, che mostrano (in percentuale) le risposte alle nostre domande.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Dal nostro sondaggio siamo riusciti a ricavare delle informazioni molto importanti, che permettono di capire l’opinione dei cittadini in merito ad interrogativi importanti.

    Il primo relativo alla finalità della pena giudiziaria. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di essere a favore di pene giudiziarie che abbiano sempre e comunque una finalità “riabilitativa” ed “educativa”; una minima parte, invece, che una pena giudiziaria è semplicemente un provvedimento “punitivo” e che sia giusto, pertanto, commisurare la pena al reato.

    Il secondo relativo più specificamente alla introduzione del 41Bis. La domanda che abbiamo deciso di porre è:

    “la disposizione dell‘ordinamento penitenziario italiano introdotta dalla legge 10 ottobre 1986, n. 663, che prevede un particolare regime carcerario (per la rigidità delle prescrizioni carcerarie è anche noto come “carcere duro”),nonché più comunemente chiamata “41 Bis”, è giusta o no?” Il 25% degli intervistati si è dichiarato non a conoscenza di questa disposizione, mentre alcuni hanno risposto con secco “Sì”, chiarendo ovviamente le loro motivazioni, non sempre supportate però da una chiara visione della sua finalità, così come una buona percentuale che ha risposto: “solo in alcuni casi”

    Proprio per questo abbiamo deciso di porre una domanda importante:

    “La legge può corrispondere ad un bisogno di vendetta?”, le risposte sono state tutte uguali, cioè: NO. Allo stesso modo hanno risposto alla domanda provocatoria “Pensi sia giusta e legittima la pena di morte?”. Da ciò deduciamo che la maggior parte delle persone del nostro paese non chiede alla legge di vendicare il dolore, ma ben altro. E seppure, talvolta, confusa dai rumori mediatici, da cui estrapola spesso solo notizie superficiali, certamente non appare insensibile al tema del diritto alla conservazione della dignità umana.

                                    Marco Maia, VA SA