Cosa succede quando il posto più sicuro al mondo, la famiglia, diventa luogo di freddezza e di assenza? Quando il nostro punto di riferimento inizia pian piano a sgretolarsi? O ancora quando non ci si sente più accettati da chi ci ha dato la vita?
Queste ed altre domande hanno fatto da filo conduttore durante il convegno “Il Rifiuto genitoriale: analisi, rilevanza giuridica e strumenti di tutela per il minore”, che si è svolto il 16 dicembre 2025 presso il tribunale di Torre Annunziata nell’aula penale Giancarlo Siani.
L’incontro, organizzato e moderato dall’avvocatessa Anna Brancaccio, responsabile dell’AMI (associazione degli avvocati matrimonialisti italiani), ha chiarito il significato del rifiuto genitoriale, e ha posto come unico faro il benessere e la tutela del minore. Il rifiuto genitoriale interessa il minore che, dopo il divorzio dei genitori, si allontana drasticamente da una o da entrambe le figure di riferimento, arrivando anche a negare completamente ogni tipo di contatto. Il rifiuto da parte del minore non è un capriccio, ma nasconde spesso una ferita molto più profonda di quanto si pensi. È mancanza di calore, mancanza di affetto, la preoccupazione di deludere una delle parti e ciò lascia segni permanenti nella vita del minore.

Hanno partecipato all’incontro: Il magistrato Stefano Celentano, consigliere presso la Corte di appello di Napoli, che si è focalizzato sul rifiuto da parte del minore e sul concetto di bigenitorialità; Valentina de Giovanni, presidente della sezione AMI di Napoli, che ha prospettato il punto di vista del genitore rifiutato; Nicola Anaclerio, dirigente dell’area quattro dei servizi in ambito 30, che si è focalizzato sulla figura del minore; Paola Perrotta, dirigente psicoterapeuta, che ha messo in luce la “trama invisibile” del rifiuto genitoriale; Angela Coppola, avvocatessa, che si è concentrata sulla figura del curatore.
Il messaggio cruciale del dibattito è che il rifiuto genitoriale non è un concetto astratto, ma una realtà che nasconde una molteplicità di situazioni diverse, ognuna con la propria ferita. Proprio per questo, esso richiede un approccio multidisciplinare, in quanto non si coinvolgono solo avvocati, ma anche psicologi e assistenti sociali. Ognuna di queste figure ha un compito ben preciso, ma tutte e tre collaborano a un obiettivo comune: tutelare il diritto del minore ovvero ciò che garantisce a ogni bambino e adolescente di vivere in un ambiente sano e protetto, con accesso a salute ed istruzione. Inoltre, in questo contesto, un’altra figura di rilievo è quella del curatore, che rappresenta e difende i diritti del minore, garantendogli di essere ascoltato. Egli, però, non lavora da solo: deve approcciarsi con assistenti sociali, scuola e altre istituzioni coinvolte. Solo grazie a queste connessioni si può risolvere il problema. Tuttavia, il lavoro non è facile: è stato infatti sottolineato più volte che ogni famiglia è diversa, ha storia e dolori propri e ciò rende impossibile applicare dei modelli standard.
Ma a questo punto, nasce una domanda: da dove ha origine nasce il rifiuto genitoriale? Le cause possono essere varie, ma ne possiamo distinguere due tipologie principali: il rifiuto genuino, che nasce spontaneamente dal minore stesso per varie dinamiche; e quello manipolatorio, indotto da un genitore a danno dell’altro, che spesso può comportare la sindrome di Alienazione Parentale. Questa si verifica quando un genitore arriva a cancellare l’altra figura di riferimento nella vita del minore, portandolo ingiustificatamente al rifiuto e alla rottura di qualsiasi legame. Per distinguere queste due diverse realtà, il minore deve essere ascoltato con estrema attenzione.

Proprio in questo contesto emerge il concetto di bigenitorialità: esso è un diritto inalienabile del minore, che gli garantisce la presenza costante, affettiva ed educativa, da parte di entrambi i genitori, anche dopo la separazione. Strettamente legato alla bigenitorialità, è il cosiddetto criterio di accesso, che garantisce l’accesso alla vita del minore ad entrambi i genitori: nonostante i cambiamenti in famiglia, non gli sarà chiusa nessuna porta e continuerà a ricevere affetto da entrambe le sue figure di riferimento.
L’applicazione di questi diritti si scontra, ad oggi, con una realtà sociale in continua trasformazione: è stato infatti precisato che la famiglia sta cambiando e che non è più retta dai canoni tradizionali.
In definitiva, l’incontro ha messo in luce come il rifiuto genitoriale non possa essere risolto solo tra le mura di un tribunale. La sfida per il futuro è quella di andare oltre il conflitto fra gli adulti e mettere al centro il diritto del minore di essere amato. Per noi studenti del liceo Pitagora Croce è stata un’esperienza unica, in quanto per molti di noi è stata la prima volta all’interno di un tribunale. Il tema della conferenza ci ha colpito molto, nonostante il rifiuto genitoriale sia un argomento complesso e delicato, gli illustri relatori lo hanno presentato e spiegato in modo accessibile a noi studenti. Siamo usciti dal tribunale con una nuova consapevolezza: il rifiuto genitoriale non è fatto solo di codici e leggi, ma anche di ascolto, storie e ferite.






